Dopo Indagine 40814 Luca Valente pubblica un nuovo romanzo. Non è più un giallo, ma suspence e sorprese non gli difettano. Il modello è quello di un affresco storico, che si dipana dal 1918 al 1954. Il racconto parte con un approccio da feuilleton, presentando ben presto una passione d’amore che cresce sempre di più e che rappresenta, anche nei punti più drammatici, il vero architrave di tutta la narrazione. Il tenente Carlo Barbero è ferito sul fronte dell’Altopiano di Asiago e, durante la licenza che segue al ricovero ospedaliero a Schio, incrocia, nel mezzo del viaggio ferroviario, dapprima la giovanissima principessa Maria José del Belgio, già promessa sposa di Umberto di Savoia, poi l’altrettanto giovane Maria Luisa, collegiale di Poggio Imperiale, a Firenze. Di questa si innamora all’istante, e il caso lo porterà ad incontrarla nuovamente a Vienna, alla fine del conflitto. Lì cominceranno tutte le loro avventure, anche perché, da quel momento, il destino familiare che li attende sarà posto ripetutamente a dura prova, nonostante l’amicizia della Casa Reale. Infatti non sarà soltanto l’esplosione della Seconda Guerra Mondiale a tenerli lontani; dovranno fronteggiare l’odio e l’ambizione di figure ambigue e crudeli, con le quali l’intelligenza, la dedizione e l’onestà di Carlo si scontreranno, per la prima volta, proprio nella capitale austriaca.        

Nel corso della lettura, a seguire le tante peripezie della famiglia, ci si aspetta che tutto termini nel materializzarsi effettivo di una conclusione felice. Anche il titolo del libro pare prefigurarla. Ma il posto migliore non è quello che sembra, e Carlo e Maria Luisa, tra gli orrori della guerra di Liberazione e le perversioni dei cattivi come dei buoni, dovranno passare il testimone ad altri, cui sarà, viceversa, concesso di vedere uno spicchio di riparazione terrena. Di più non è lecito dire. La parte finale va scoperta, visto che, in alcuni punti ben precisi, cambia registro del tutto, sostituendo il tono iniziale del romanzo popolare con squarci di puro stile pulp e con un realismo che quasi colpisce allo stomaco e al cuore. Luca Valente conferma in questa prova le sue abilità di scrittore artigiano, che nella trama tesaurizza in giusta dose i pregressi interessi di storico e una certa sensibilità, se non una sentita e spontanea fiducia, per un governo sovra-umano delle cose del mondo. Sono tante, infatti, le coincidenze e gli incontri che nell’intreccio si confondono, talvolta con un ricercato gusto del paradossale; ma non si tratta di un ingenuo espediente narrativo. È la voluta testimonianza di una fatalità che per Valente non ha radici rigorosamente laiche e che intende coniugare l’idea dell’incommensurabile con quella della sua reale incidenza. Ad ogni modo, se c’è un appunto che si può fare a Un posto migliore, ebbene questo è l’eccessiva lunghezza. Così confezionato, la sua collocazione perfetta sarebbe quella di una pubblicazione a puntate. Nel formato dell’unico volume, qualche dialogo in meno e un po’ di selezione in più avrebbero ulteriormente giovato, specie ad un tessuto narrativo che, se fosse stato bevibile in un unico sorso, avrebbe potuto essere ancor più avvincente.

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C’è un nesso inscindibile tra democrazia e uguaglianza. E quando, di fronte alle disuguaglianze, crescono indifferenza o consenso, allora è a rischio anche la democrazia. Per questo uno dei più noti studiosi della democrazia si è dedicato anche all’uguaglianza, in un volume denso e formativo, che dopo un’appassionante ricostruzione storica propone alcune chiavi di lettura per il presente, giungendo anche ad ipotizzare i lineamenti una personale rivisitazione. Rosanvallon, infatti, ha l’obiettivo di immaginare come possa essere ancora predicabile e realizzabile una “società degli eguali” (e il titolo dell’opera nell’originale francese, pubblicato nel 2011, è proprio La société des égaux). Ma questa espressione non tradisce la fascinazione per un obiettivo utopistico e del tutto scongiurabile. Lo scopo è analizzare, viceversa, quali siano stati i fondamenti dell’uguaglianza dei moderni, per tentare di isolarne le trasformazioni e le degenerazioni, e per contribuire, così, ad una sua ridefinizione, idonea ad assimilare con successo le rilevanti mutazioni istituzionali, sociologiche e antropologiche che si sono date dall’epoca delle grandi rivoluzioni liberali ai giorni nostri (“Oggi si tratta di riformulare le cose tenendo presente che viviamo nell’epoca dell’individuo”: p. 24).           

Il libro può essere articolato in tre momenti. Il primo (parti I e II) si occupa, innanzitutto, di illustrare quale fosse, nell’età della Rivoluzione americana e di quella francese, l’originario e costitutivo spirito di uguaglianza, concepito quale strumento di costante trasformazione sociale, ancorato a tre diverse figure di uguaglianza-relazione: la similarità (uguaglianza come titolarità di proprietà essenziali, con secondarizzazione di ogni altra differenza), l’indipendenza (uguaglianza come parità di equilibrio nello scambio economico) e la cittadinanza (uguaglianza come simultanea appartenenza e partecipazione ad una stessa comunità politica). A tali figure corrispondevano tre distinti, ma sinergici, dispositivi: i diritti umani, il mercato e il suffragio universale. Posta questa ricostruzione, però, Rosanvallon passa anche alla descrizione delle patologie che il modello ha ben presto conosciuto, già a decorrere dalla metà del XIX Secolo, al di qua e al di là dell’Oceano, anche se in modo e con ritmo diversi: la divisione in classi e la coeva formazione, nella comunità, di due distinte sub-nazioni; l’emergere di un’ideologia conservatrice, favorevole alla naturalizzazione delle disuguaglianze e all’affermazione di un rigido principio di parità nelle opportunità; la reazione del comunismo utopico e l’ambizione ad un mondo integralmente de-individualizzato; le distorsioni del nazional-protezionismo e della correlata idea di un’uguaglianza-identità di matrice negativa ed escludente; lo stabilimento paradossale di uno stretto rapporto tra uguaglianza e razzismo. Il secondo snodo dell’argomentazione (parte IV) approfondisce gli sviluppi delle politiche redistributive avviate sin dal principio del XX secolo, interpretandole come antidoti che l’intervento statale ha voluto mettere in campo per porre rimedio alle segnalate patologie. Progressività dell’imposizione fiscale; politiche sociali, assicurative e solidali volte a porre rimedio alle situazioni più svantaggiate; ruolo dei sindacati: sono i tre fattori che Rosanvallon considera centrali per l’affermazione dell’approccio redistributivo, vieppiù consolidato dopo il 1945. Sul punto sono molto interessanti i capitoli dedicati all’analisi dei fattori storici che avrebbero stimolato il ruolo attivo dello Stato, tra cui la comparsa del riformismo (anche a causa della “paura” indotta dagli eventi russi del 1917), il primo conflitto mondiale come vettore di una radicale nazionalizzazione delle esistenze, la rivoluzione sociologica e morale mediata dalla diffusione dell’idea del debito sociale. Il terzo momento del saggio (parti IV e V) guarda, infine, al “grande rovesciamento” prodottosi nell’ultimo trentennio – complice anche il cambiamento dei fattori di produzione e delle forme del lavoro – con la delegittimazione delle istituzioni solidaristiche e del sistema fiscale, e con la metamorfosi della preponderante lezione individualista. Vengono analizzati, con felice acutezza, la retorica del merito e dell’uguaglianza radicale delle opportunità, traguardati nel contesto della società della concorrenza generalizzata e del rischio, così, che si consacri, di fatto, un mondo ordinato in senso fortemente gerarchico. È così che Rosanvallon passa ad opporre un “primo schema” per la teorizzazione di una innovativa dottrina dell’uguaglianza-relazione, che non intende disfarsi dell’individualismo contemporaneo e che, anzi, si premura di valorizzarlo per ritrovare il perduto spirito dell’uguaglianza. Al criterio della similarità, quindi, l’Autore sostituisce quello della singolarità, temperato, però, dal principio di reciprocità e dall’imperativo della comunalità. Sotto l’ombrello di queste parole d’ordine Rosanvallon discute di discriminazione, di politiche di genere, di beni relazionali e di uguaglianza di coinvolgimento, pronunciandosi per l’abbandono del modello del cittadino-proprietario a favore di una versione più socializzante della cittadinanza.

Diversamente da quanto ipotizzato da Corrado Ocone nella sua pur incisiva prefazione, non pare possibile concludere che Rosanvallon abbracci le “posizioni del socialismo e persino di un soft comunitarismo”. Se ciò è vero, quanto meno si deve avere l’accortezza di ricordare che quei termini non richiamano, per Rosanvallon, ciò che normalmente identificano nell’immaginario più scontato. L’impressione, piuttosto, è che questo intelligente professore del Collège de France abbia tentato, con sforzo meritorio, di conciliare i segni distintivi della più attuale ed epidermica contemporaneità con la forza e con la dinamica morali del 1789, postulati ancora come risorse mai più ritrattabili. A chi scrive il libro di Rosanvallon sembra incarnare, semplicemente, la guida meditata per una verosimile ed auspicabile reinterpretazione riformista della realtà che ci circonda. Anche se la pars construens del ragionamento è ancora un po’ troppo vaga, simbolica e programmatica (il richiamo finale ad una rinazionalizzazione della democrazia è troppo stringato per acquistare un senso coerente con tutto ciò che lo ha preceduto), è opportuno rimarcare, in tutta la trattazione, un fil rouge notevole, che si dipana in due direttrici. La prima è quella che si risolve nel memento, talvolta esplicito, quasi sempre implicito, che la lotta per uguaglianza è vitale per la democrazia nella misura in cui ne incarna il veicolo dell’altrettanto vitale necessità del conflitto: volervi porre fine equivale invariabilmente ad agevolare pericolosi disegni di identificazione e di rigetto. Oltre a ciò, nel modo con cui Rosanvallon lascia esprimere e spiegarsi le tante letture che evoca nella sua lunga dissertazione, si intravede la valenza determinante, per le questioni dell’uguaglianza, e pertanto anche per quelle della democrazia, dell’immaginario collettivo e della proiezione di sé, nella società di appartenenza e nel mondo. Anche le procedure (quelle elettorali, ma pure quelle decisionali) non possono essere estranee a questa cornice. E le politiche sociali, del lavoro come dell’istruzione, sono funzionali proprio alla capacitazione effettiva dell’individuo, affinché, cioè, possa essere e sentirsi parte attiva e positiva della comunità. Dunque non si tratta, soltanto, di costi cui corrispondono diritti tanto fondamentali quanto condizionati; si tratta di azioni continuativamente costituenti della stessa forma sociale, visto che, per tramite di una parziale de-individualizzazione, rendono potenzialmente accessibile un certo e basilare grado di civismo, motore, a sua volta, di un più sano individualismo. Il punto non è banale. Bisogna sottolineare, infine, l’altra ricchezza di questo testo: che risiede nell’efficace e poderoso esercizio di storia delle idee che il tema dell’uguaglianza dischiude pagina dopo pagina. Ci si sente a diretto colloquio con molti grandi: da Sieyès a Tocqueville, da Adam Smith a Rousseau, da Guizot a Blanc, da Cabet a Proudhon, da Bourgeais a Jünger, da Rawls a Dworkin, da Barthes alla Nussbaum. Sono conversazioni che nell’attuale saggistica non si ha modo di praticare con analogo piacere e con altrettanta soddisfazione. 

Interviste all’Autore (di Sylvain Bourmeau, di Fabio Gambaro)

Recensioni (di Massimilano Panarari, Anna Hollendung, Daniel Bel-Ami, Anais Camus)

La lettura di Stefano Rodotà

Quale politica nell’età dell’estrema ineguaglianza (di Pierre Rosanvallon)

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Ieri Linkiesta.it ha pubblicato un racconto di Jack London. Non l’ho ancora letto, in verità. Ero impegnato a finire La pelle dell’orso, che comincia con un tono da vecchia storia di montagna e termina, però, con immagini degne del grande cantore del Klondike e della forza severa della natura. Non sono molte pagine, pertanto decido di onorare subito il regalo ricevuto. Con buona soddisfazione. Ora, da qualche parte, in rete, vedo che Matteo Righetto è definito come il più americano dei nostri scrittori. Forse è vero. Le buie foreste e le mitiche vette dolomitiche che fanno da scenario a questo breve romanzo non profumano solo di Rigoni Stern o di Buzzati; c’è anche un pizzico del miglior Lansdale, quello de In fondo alla palude. Alla tipica novella invernale, da stufa e tisana calda, si accompagna uno spunto epico, che, anziché falsare il contesto, attribuisce alla scrittura una tinta decisamente vera e i ritmi di una sceneggiatura potenzialmente assai efficace.

L’azione si svolge nell’ottobre del 1963, nel bel mezzo della terra ladina. Il protagonista è il giovanissimo Domenico, che vive nel piccolo borgo di Colle Santa Lucia e viene coinvolto dal padre Pietro in una pericolosa caccia all’orso. Pietro è animato da un’insopprimibile voglia di riscatto; il figlio spera che, dopo la scomparsa prematura della madre, l’avventura lo possa finalmente legare al padre, divenuto scontroso e violento. E così accade, visto che la ricerca dell’enorme e diabolico plantigrade li affiata. Domenico scopre cose che non sapeva e si commuove, Pietro si comporta da vero padre e gli fa conoscere anche l’eccentrica e anziana figura di Pepi Zelger. Finché non arriva il momento che durante la caccia si fa lentamente attendere: lo scontro con la furia del terribile e grande carnivoro. Quello che succede da questo momento in poi è la parte americana del libro, tutta da scoprire, e senza che vi sia un epilogo lieto. Anche i giorni – le date – in cui i fatti si verificano acquistano all’improvviso un significato fondamentale. Domenico, così, si ritroverà immediatamente adulto, provato e sgomento, di fronte alla durezza della natura e di un destino tristissimo, certo, ma ancor più solo, scosso e disperato per la testarda stupidità degli uomini.

Si potrà dire che il libro è un po’ furbo, visto che gioca con le emozioni semplici e fortissime che solo alcuni eventi sono in grado di comunicare. Tuttavia bisogna anche riconoscere che siamo spesso assuefatti alle invenzioni più ricercate e che la grande letteratura non sta solo nel registro più difficile. Inoltre l’Autore è riuscito, simultaneamente, in tante e diverse cose: rievocare un mondo popolare affascinante e forse scomparso; descrivere colori, odori e suoni del bosco in modo particolarmente evocativo; collegare la favola alla storia, sulle orme di una tradizione italiana di tutto rispetto; sovrapporre la narrazione di un classico momento iniziatico alla rievocazione di un fatto collettivo tanto drammatico quanto decisivo per la formazione di un’intera identità territoriale. Non è poco.

Recensione (di Ferdinando Camon, di Paolo Perazzolo, di Roberto Alfatti Appetiti)

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Dopo il fortunatissimo intermezzo de Se ti abbraccio non aver paura, Fulvio Ervas torna al suo amato commissario Stucky, della Questura di Treviso. L’avvio della lettura è direttamente in compagnia del morto, con un’anticipazione di ciò che dovrà accadere nel corso della storia e con l’entrata in scena del comandante Latinski. Stucky lo incontrerà in Croazia durante una vacanza sull’Adriatico, in un campeggio di naturisti. E lo sbirro è tale anche quando vorrebbe concedersi un meritato riposo estivo: così Stucky comincerà ad indagare, in parallelo con il collega della polizia croata, e vedrà anche un’altra vittima, fino all’epilogo in una piccola isola della Dalmazia. Come sempre, le vicende del commissario trevigiano sono alternate alla voce narrante del protagonista negativo, un pescatore chioggiotto di fede dannunziana, che in questo caso, però, pur essendo a capo di un’impresa dichiaratamente criminale, apparire quasi simpatico. Il marcio, infatti, si nasconderà anche altrove e Stucky, pure vittorioso, ne uscirà un po’ malconcio, ma con una inattesa e fascinosa conquista.

La trama è semplice e accattivante. E poi, come succede in tutti i romanzi di Ervas, ci sono sempre un bel po’ di temi sociali sullo sfondo, dalla crisi economica alla corruzione. La parte migliore del libro, tuttavia, viene prima, ossia subito dopo l’anticipazione che apre il volume e fino a p. 82. Perché Ervas non vuole perdere l’occasione di presentare Stucky nel suo ambiente, quello che nell’ultima avventura è destinato a restare un po’ da parte. Compaiono Sandra e Veronica, le sorelle di vicolo Dotti, estroverse ed irriducibili vicine di casa del nostro eroe; c’è la compagna, Elena, con il suo eccentrico figlio, Michelangelo; fanno capolino pure Spreafico e Landrulli, i due scalcagnati agenti della Questura; non manca il saggio e pacato Cyrus, lo zio iraniano che vende tappeti in centro a Treviso; e infine c’è anche il cane Argo, detto il salsiccio, che d’ora in poi diventa inseparabile scudiero di Stucky e primo interlocutore della sua frequente “Antimama!”, l’esclamazione con cui il commissario cerca di esorcizzare tutto ciò che gli accade. Le ho lette tutte, finora, le Stucky’s Tales, sin da Commesse di Treviso. È il mondo di Stucky: che in ogni episodio non tradisce, che suscita sorrisi e complicità, che produce un certo senso di identificazione; con la personalità, e l’umanità, di questo strano poliziotto, ma anche con i tanti spunti di leggerezza, gusto, amore e natura con cui l’Autore vuole pervicacemente adescarci.

Recensioni (di Mario Baudino e di Sara Salin)

Una breve intervista all’Autore

Scrittori per un anno: Fulvio Ervas (da letteratura.rai.it)

Fulvio Ervas e il Commissario Stucky (da reteuno.rsi.ch)

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Di Ferretti conosco bene qualche spezzone musicale, gli attimi di una vita che egli stesso, a partire da Reduce e Bella gente d’Appennino, dice di aver superato. Di questi due libri, al tempo, ho avuto solo una semplice notizia, non li ho letti; e così approfitto di quest’ultimissima pubblicazione per provare a capire. Mi pongo allora, in modo scontato, la domanda che tanti si fanno: come è possibile che lo storico frontman dei CCCP Fedeli alla linea si dica oggi “montano italico cattolico romano”? Dal punk sovietico e rivoluzionario Ferretti, che ha militato anche in Lotta Continua, è passato alla devozione religiosa più osservante; ha partecipato al meeting di CL e si è spinto a frequentare Atreju; ha rotto ogni legame con i suoi ex compagni del CSI e si è ritirato in quota, nell’antico borgo natio; ha abbandonato gli orizzonti progressivi della trasgressione e della liberazione per assumere ritmi e modelli di monaco benedettino, dedicandosi ai cavalli e lavorando a Sāgā, “opera equestre” e sua ultima produzione musicale. Che dire, dunque, di tutte queste mutazioni?  

In primo luogo bisogna riconoscere che i cavalli c’entrano, eccome. A Barbarico, infatti, l’Autore avrebbe preferito il titolo “pensieri della stalla”. E non è una postura di understatement bucolico. È l’immagine dell’adesione sincera ad un canone primitivo, fatto di confini precisi, di emozioni semplici, di gesti lenti e rituali. Ed è parte, poi, di quella che ci viene descritta come una ricerca più vasta, alla riscoperta di una religiosità radicale, che non si nutre solo di ambizioni ascetiche o di illuminazioni intellettuali: Ferretti cita e rielabora il magistero papale, e la prosa talvolta assume il tono del catechismo più dogmatico. In questa visione è naturale che il passato diventi qualcosa di sbagliato, da giudicare con durezza, assieme a tutto ciò che il relativismo avrebbe prodotto nella politica, nella sensibilità collettiva, nella cultura. Qui, a dire il vero, la difficoltà di comprendere Ferretti si fa ancora più forte. Le sue non sono solo le parole di un conservatore. Questo Ferretti sembra complice di un irrazionalismo quasi codino, che in più punti accarezza con semplicismo disarmante posizioni decisamente ruvide (ad esempio in tema di aborto). A stupire, del resto, è anche qualche ardito accostamento, che suscita l’impressione, qua è là, di una generale confusione: onore al merito per la citazione de La prima radice di Simone Weil, ma pensare che una pari ammirazione possano suscitare i romanzi di Buttafuoco è davvero complesso…

C’è tuttavia, in Barbarico, anche un Ferretti pienamente comprensibile e convincente, che forse può dare qualche possibilità di spiegarsi anche all’altra sua dura controfigura. Così è quando parla, dolcemente, di sua madre, o quando rievoca la quiete delle giornate piovose, trascorse nella lettura, e le escursioni (ancora a cavallo) nei paesi ormai disabitati sul crinale tra Toscana ed Emilia. In queste pagine, passo dopo passo, ci si avvede che Ferretti, soprattutto in seguito agli scuotimenti di una terribile malattia, ha scelto coerentemente una via artistica completamente alternativa a quella precedente, con un “capriccio” di Parmigianino post-moderno: che, nel suo caso, si isola sui monti e nella fede per meditare, trovare la fonte più pura e fissare in un’acquaforte gli irriducibili contrasti delle sue spontanee ed innate intuizioni estetiche, che lo vogliono sempre sull’orlo delle estremità più acuminate. Da questo punto di vista, il Nostro può ancora dirsi Fedele alla linea (come recita anche il titolo del recente film di Germano Maccioni). E Barbarico è il diario di un artista a tutto tondo, la cui vita si mette a nudo, e le cui contraddizioni – o metamorfosi, palesate con rarissima onestà – non sono altro che angoli di un personale e raffinato atelier. Questo Ferretti incute rispetto e merita una visita, forse più di una, anche a costo di mal sopportarne il doppio così spinoso.

Recensioni (di Paolo Giordano e di Camillo Langone)

Sull’opera equestre di Ferretti (da lastampa.it, ilsussidiario.net, tracce.it)

Due interviste all’Autore (da lettera43.it e da ilfattoquotidiano.it)

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Nella Premessa a questo libro si ricordano velocemente alcuni nomi: Piovene, Soldati, Comisso. Maestri, tutti, del viaggio in Italia, quasi un genere letterario a sé stante. Anche quello di Claudio Giunta, in effetti, è un itinerario nel Belpaese, ma il proposito e lo stile non coincidono con quelli degli illustri antenati, che del resto l’Autore, pur con ammirazione, cita in modo pressoché rituale. L’Italia c’entra sempre, questo è certo. Ma per Una sterminata domenica – che mutua il suo titolo da un verso di una poesia di Vittorio Sereni – il raffronto più evocativo può essere con l’Umberto Eco di Diario minimo (il primo e il secondo). Il tour, cioè, non è solo nei luoghi o nella gente; è soprattutto nel costume, nella società. Sono carotaggi, che, senza rinunciare ad uno sguardo sempre divertito e sincero, snidano le cifre più autentiche di alcuni dei momenti più notevoli dell’italianità in progress, di un universo di esperienze, miti, presenze e memorie, anche personali, che vanno dagli Anni “Anta” agli anni Zero. Il paragone con Eco, però, finisce qui: perché l’intelligenza e l’erudizione di Claudio Giunta non sono mai maniacali o irritanti. il sorriso, infatti, finisce sempre per conquistare il lettore.        

C’è ironia, vera, sin dal primo pezzo, dedicato a Comunione e Liberazione, e giocato abilmente nell’equilibrio tra un meticoloso resoconto di una visita al famoso meeting annuale di Rimini e l’accurata e spietata analisi dell’antropologia e della retorica dell’amicizia che anima il movimento. È un’ironia, però, che non ha solo una funzione dissacrante. Consente un distacco, una sospensione che alimenta, di sponda, l’osservazione acuta, profonda, e che, se del caso, può scomodare, ma in modo illuminante, la Arendt, Schopenhauer o Malinowski. Avviene così, e allora con suggestioni leopardiane, quando si ricorda l’impatto emotivo generato nel 2010 dalle ben famigerate nubi del vulcano islandese Eyjafjöll. Ma è così anche quando si racconta della spedizione culturale italiana alla fiera di Guadalajara. E lo stesso accade con Scene di lotta di classe a Panarea, in un assemblaggio che sembra nato dall’improvviso incrocio simbiotico tra la penna di Flaiano e l’obiettivo del Lucignolo di Italia 1. Un’altro elemento interessante, nel volume, è l’applicazione costante – e felice – di una misurata attenzione filologica, che per l’Autore riesce naturale, essendo il suo mestiere. Fantozzi, Elio e le Storie Tese e Matteo Renzi diventano soggetti da interpretare meticolosamente, con un linguaggio che, però, non abbandona mai il faceto, anche quando arriva a risultati serissimi. Il rigore di questi saggi, dunque, ci guarda in modo sornione, pure nei casi in cui assume obiettivi polemici o toni di condivisibile passione civile e culturale (ad esempio ne Il significato di Luciano Moggi o in Certe biblioteche). È, in definitiva, una posa quasi malinconica, dolce, che nell’inatteso incontro con Bob Morse, cestista del Varese pigliatutto del 1980, quasi si confessa, e che, tuttavia, apprendiamo costituire il prodotto finale di un esercizio niente affatto episodico, quasi quotidiano, maturato all’ascolto di quella “magnifica cosa pop” che è Radio Deejay.      

Se si può provare a sintetizzare il carattere più consistente della proposta sentimentale di Claudio Giunta, questo si materializza tutto in una sorta di nostalgia della crescita, e quindi della creatività e delle sue stesse evoluzioni (v. l’ultimo saggio), che non sono solo personali o generazionali, e che sotto traccia ci si auspica nuovamente anche per il futuro del Paese. La cosa notevole è che, con questo libro, impariamo a capire che le risorse cui si può validamente attingere per ogni predicabile e realistica ripresa sono quelle di un passato tutto sommato recente, fatto di cose talvolta vissute o anche solo bollate come fatue e marginali, eppure più dense di quanto non si pensi e, soprattutto, più oneste di tante altre.

Le prime pagine de… Anything goes. Il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini e Diventare Fantozzi

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Il titolo allude ad una pista da sci particolarmente bella in quel di Champoluc, Val d’Ayas. Ma il nero non è soltanto il noto segno distintivo del grado di difficoltà del tracciato. Accanto alla pista, in una delle scorciatoie che sono percorse dai gatti delle nevi, viene ritrovato il corpo di un uomo. La pista nera, così, è anche quella di una morte violenta e misteriosa, che, suo malgrado, il vicequestore incaricato delle indagini, Rocco Schiavone, deve ricostruire. Suo malgrado, si: perché Rocco è stato spedito ad Aosta per punizione; perché è svogliato e demotivato; perché, a dirla tutta, non è uno stinco di santo; e perché è tormentato da un passato enigmatico che continua ancora ad occupare tutto il suo presente, e che all’improvviso comprende anche il lettore, in modo disarmante, solo alla fine. Eppure, questo romanissimo poliziotto – che finisce per trascinare nelle sue losche e pericolose abitudini anche un suo giovane e brillante sottoposto – comincia a muoversi sfrontato sulla neve, inzuppando le sue Clarks e assommando indizi su indizi, tra intuizioni non comuni e metodi decisamente anticonvenzionali. La soluzione del caso gli riesce quasi naturale, nel contesto di un plot forse troppo lineare, ma classicissimo e di certa soddisfazione.  

Il romanzo non è nuovo; ha un anno ormai. Avevo perso l’attimo e, data la stagionalità dell’ambientazione, non potevo che attendere un successivo inverno. Ho pazientato fino alle prime nevi e, fortunatamente, non sono rimasto deluso. Schiavone, infatti, è un personaggio che regge e che, pertanto, merita futuri episodi, anche per fargli avere il tempo di spiegare meglio la sua vita precedente e per dargli ulteriori possibilità di riscatto in quella futura. È sempre un’anima in pena, in bilico, cioè, tra opzioni inconciliabili, tra pensieri che non si accordano, tra un male al quale gli piace abbandonarsi e un bene che tuttavia avverte come una normale ma frustrante inclinazione. E poi è un bel mix di fascino, durezza e simpatia, doti che Manzini riesce a sfruttare anche per regalare sprazzi di facile e genuina comicità. È molto interessante, poi, l’idea con cui l’Autore costruisce la sua creatura, operazione in cui si risolve tutto il libro, e che si comprende veramente solamente nell’epilogo, quando lo strano rapporto con la figura della moglie Marina viene totalmente a galla. Manzini è uno sceneggiatore, dunque un piccolo sospetto sorge di per sé: e se questa fosse una sorta di “prova-Montalbano”? Sia chiaro, preferisco sempre un buon libro alla fiction di RaiUno, però devo proprio dire che una riduzione televisiva non sarebbe proprio male…   

Recensioni (di Bruno Quaranta, Luca Terzolo, Anna Quatraro)

Una breve intervista all’Autore

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… and very soon you’ll see and you’ll begin to learn (Black Sabbath)

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Un paio di idee simpatiche e lo scenario sempre magico di Torino: questo è quanto si può salvare di un veloce e approssimativo giallo d’atmosfera, che forse non aveva pretesa alcuna anche per il suo stesso Autore. Il filone in cui il libro si inserisce – sia pur in tono decisamente minore – è lo stesso cui appartengono anche i romanzi di Tallone (v. Il fantasma di piazza Statuto). Non c’è niente di nuovo, quindi; solo il sincero amore di un giornalista per una città effettivamente intrigante e per alcuni dei suoi scorci più suggestivi. È una lettura che si presta bene a riempire gli sparsi interstizi inattivi delle giornate più intense, quando si fa fatica a ritagliarsi tra un impegno e l’altro uno spazio di tempo vero, ma si sente comunque l’esigenza di macinare qualche pagina e di distrarsi. Nulla di più.  

Siamo a Torino, inizio degli anni Ottanta. Un giovane studente universitario inciampa in una misteriosa scatola di legno, che affiora tra le balze del Monte dei Cappuccini. Lo strano ritrovamento lo porta ad indagare su di un omicidio avvenuto negli anni Cinquanta e rimasto irrisolto. Giuditta Cancian, commessa veneta di umili origini era stata ritrovata morta, strangolata, nella camera che aveva preso in affitto. Scoprire la verità è una sfida quasi impossibile, ma un po’ di fortuna e lo zampino di Gustavo Augusto Rol – il famoso sensitivo, qui più in forma che mai – mettono il curioso e scanzonato Matteo sulle tracce dell’assassino. Le sue elucubrazioni si alternano al racconto diretto di ciò che era effettivamente accaduto a Giuditta, facendo emergere un intreccio ben più torbido di quello, quasi scontato, che ad un certo punto si è indotti ad immaginare.

Il blog dell’Autore sul sito de La Stampa

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Questo romanzo racconta la vita di un uomo santo, in un genere che mescola con grazia, fantasia e memoria storica, la leggenda popolare, il profilo agiografico, la cronaca medievale, la favola antica e l’apologo edificante. Vodolazkin sembra volersi congiungere alla tradizione formativa dei Racconti di un pellegrino russo, per additare ai suoi contemporanei quale può essere la strada per ritrovare la grande anima di un popolo sempre tormentato e per trarne una rinnovata fonte di ispirazione. Ma questo scrittore, così colto e particolare, non si rivolge soltanto ai compatrioti. La sua prosa simbolica e pedagogica suscita sicura ammirazione anche da parte di chiunque desideri cogliere i segreti e le risorse delle più grandi esperienze spirituali, che sono tali se sorgono sulle gambe di un’umanità vissuta senza risparmio, con autentica pienezza.      

Lauro è il compiersi di un processo evolutivo. Lo vediamo bambino, in un piccolissimo villaggio della Russia settentrionale del XV secolo, quando ancora si chiama Arsenio ed è rimasto orfano a causa di una terribile pestilenza. Viene allevato dal saggio nonno Cristoforo e impara i detti dei grandi uomini del passato e le virtù curative delle erbe. Conosce anche la giovanissima Ustina, e se ne innamora, ma una terribile tragedia gliela strappa. Comincia da lì un viaggio di solitudine e penitenza, di sperimentazione di un amore assoluto. La sua sorprendente ed istintiva abilità di guaritore lo accompagna, prima a Belozersk e poi a Pskov, e Arsenio nel frattempo diventa Ustino, in ricordo della sua unica amata, abbracciando così il destino di tanti altri folli in Cristo (gli jurodivye). Dopo un apostolato estremo e miracoloso, conosce un giovane italiano, giunto in Oriente alla ricerca della fine del mondo animato da una fede sincera e da stupefacenti doti di veggente. I due partono in carovana per Gerusalemme, attraversano terre sconosciute e dalla Polonia scendono fino a Venezia, per imbarcarsi con altri pellegrini e approdare a Giaffa. La sventura, tuttavia, sembra abbattersi ancora su Arsenio, che dopo molto tempo, però, torna quasi a casa, al monastero di San Cirillo, dove assume il nome di Ambrogio, l’amico italiano che l’ha dolorosamente abbandonato. È sempre, e ancora, il Medico, visitato da poveri e ricchi, e impegnato nei ritmi più sacri della religiosità ortodossa. La fede lo accoglie in tutto e per tutto, diventa Lauro e la natura lo abbraccia, per una finale manifestazione liberatoria che, dopo un’ultima prova, lo rivela e lo consacra nell’accettazione estrema della sua vita e dell’amore che lo ha sempre animato.             

Il protagonista di questo libro colpisce al cuore, per la capacità di compassione e per il desiderio di redenzione che lo avvolgono, ma anche per l’incrollabile determinazione con cui decide ogni volta di darsi completamente alla natura e alla vita, e di far tesoro di qualsiasi avvenimento. Il mistero di questa forza, forse, sta nelle parole dell’Angelo Custode, cui Arsenio si rivolge curioso in un momento di disperazione: “Gli Angeli non si stancano, rispose quello, perché non risparmiano le loro forze. Se dimentichi che le tue forze sono limitate, anche tu non ti stancherai. Sappi, Arsenio, che può camminare sulle acque soltanto colui che non teme di annegare”. È una lezione di coraggio, quindi, di fiducia e tenacia, e si aggiunge ad un altro grande insegnamento, che matura allo stesso modo durante le lunghe peregrinazioni per la Terrasanta: lo spostamento nello spazio arricchisce l’esperienza e comprime il tempo. Sicché, come accade in taluni passaggi di questa storia quasi fantastica, si può arrivare a credere veramente di poter coltivare la sapienza, prevedere il futuro e condividere, con ciò, le culture di uomini tanto diversi. Se proprio lo vogliamo e lo crediamo, possiamo assaggiare l’eternità e i suoi paradossi già in questa nostra avventura terrena.

Un intervento dell’Autore: come imparare a parlare con i santi

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