A Vienna, nel tragitto tra un albergo e l’aeroporto, al km 17, un taxi esce improvvisamente fuori strada e cade in un precipizio. Pur gravemente ferito, il tassista si salva; così non è, invece, per l’uomo e per la donna accomodati sul sedile posteriore. Nulla si sa del motivo per il quale l’auto ha bruscamente sterzato, se non che, secondo il guidatore, ancora colpito dall’ultima immagine percepita sullo specchietto retrovisore, la coppia lo aveva distratto, perché cercava “in tutti i modi di… baciarsi!”. Sull’inspiegabile incidente indaga la polizia, ma esso attira anche l’interesse dei servizi segreti di alcuni paesi balcanici: perché la fine di Bessfort Y. e Rovena è così misteriosa? Che cosa ci facevano, insieme, un funzionario del Consiglio d’Europa e una stagista dell’Istituto archeologico della capitale austriaca? Erano amanti? Erano spie al soldo di qualche potenza? Tutti brancolano del buio. C’è solo un vecchio inquirente che continua a riflettere sui due trasportati, entrambi di nazionalità albanese, e sul gesto d’amore che tanto ha scioccato il conducente. Accade così che, sulla base di indizi piccolissimi e quasi insignificanti, questo inquirente prova a ricostruire la storia di Bessfort e di Rovena, in un approfondirsi – e aggrovigliarsi – di sentimenti, di ambiguità e di supposizioni che rendono l’intreccio sempre più indecifrabile e fumoso, e che fanno sospettare, di volta in volta, i retroscena più vari.          

La conclusione del romanzo giunge quasi a prefigurare una scoperta definitiva, in grado di dissipare ogni dubbio. Tuttavia, nella prosa strisciante e sofisticata di questo grande maestro della letteratura contemporanea – che, come tutte le cose difficili, può anche non piacere – il senso compiuto della trama quasi non pare importante. Che cos’è l’amore? Chi e che cosa siamo? Qual è la nostra vera identità? Gli interrogativi che premono a Kadaré sono abissali e le nostre risposte non possono che essere confuse e disarmate. È il disorientamento il tema vero del libro, ed è la forza pressoché assoluta dell’inconscio e delle sue trappole ad attrarci e a respingerci, come nella migliore tradizione mitteleuropea. L’incidente è fatto solo per chi abbia un’enorme capacità di fidarsi della scrittura e di lasciarsi completamente andare di fronte al meccanismo ipnotico che l’Autore ha voluto predisporre. In questo Kadaré si muove, espressamente, sulle orme di Cervantes e della celebre novella del Curioso Impertinente; ma di fatto riesce facile anche l’accostamento all’atmosfera di Doppio sogno di Arthur Schnitzler (il testo da cui Kubrick aveva tratto Eyes Wide Shut). Però, com’è tipico di questo singolarissimo scrittore di Argirocastro, la storia degli Stati balcanici, delle guerre che li hanno ripetutamente tormentati e della dittatura che ha oppresso il suo Paese giocano un ruolo fondamentale, nonostante appaiano soltanto come parte dello sfondo. La chiave del racconto, forse, sta proprio lì, nel cuore delle terribili esperienze della degenerazione del potere e della violenza più cruda, nel demone che è sempre pronto ad impossessarsi della nostra anima e a farci perdere ogni coordinata morale. Resta solo una domanda: davvero l’amore può essere imperscrutabile come la nudità dell’orrore?

Una serie di recensioni

Un’intervista all’Autore

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È da qualche anno che i figli delle vittime degli anni di piombo consegnano la loro memoria e il ricordo dei genitori prematuramente scomparsi alla forza di racconti intensi, ragionati e solo in parte autobiografici. I lavori di Mario Calabresi, Benedetta Tobagi e Silvia Giralucci – tanto per fare qualche esempio – sono i prototipi di un genere letterario che ormai sa combinare passione, testimonianza civile e inchiesta giornalistica in modo pregevole, contribuendo anche a definire pezzi significativi del DNA socio-politico di una delle fasi più travagliate della Repubblica. Il libro di Luca Tarantelli fa parte di questa stessa serie, ma spicca per la genuina spontaneità e per il bel connubio tra la messa a nudo della ricerca del proprio sé, rimosso dal lutto, e la descrizione di quella che anche Carlo Azeglio Ciampi definisce nella Prefazione come un’esemplare “storia italiana”.           

Luca narra della vita, della formazione e delle origini del padre Ezio, ma, allo stesso tempo, si confronta con lui, si cerca e si riconosce nelle sue vicende, e tenta di spiegarne l’uccisione da parte delle BR, il 27 marzo 1985, nel contesto delle tensioni sociali e politiche del dibattito sulla scala mobile e sull’evoluzione del rapporto tra salari e inflazione tra anni Settanta e anni Ottanta. Riga per riga assistiamo al parallelo dispiegarsi, da un lato, della complessa attività di documentazione e di ricostruzione, anche concettuale, svolta da Luca, dall’altro, della maturazione intellettuale, scientifica e pubblica di Ezio. Questo viene presentato sia nella sua immagine di outsider nel mondo accademico di allora, sia quale eclettico e brillante economista del lavoro e consulente della Banca d’Italia. Di Ezio colpiscono molti profili: la curiosità per approcci scientifici e metodologici teoricamente dissonanti e, quindi, la vicinanza a Federico Caffè come a Franco Modigliani; la capacità di fare sintesi e di guardare alla realtà sociale e ai soggetti che la determinano come ad elementi effettivamente costitutivi di un modello teorico, che soltanto così, nella sua proiezione effettiva, può dirsi valido; la dinamicità e la ricchezza di una figura professorale senza dubbio atipica e coinvolgente; la convinzione che l’utopia sia indispensabile tanto quanto la costanza di una ragionevolezza promossa a strumento per sciogliere insieme, con la forza delle idee, qualsiasi forma di conflitto.

Dalla lettura, complessivamente, ricavo tre spunti molto accattivanti: 1) il ritratto che Ezio Tarantelli ha dato dell’università italiana post-sessantottina, portavoce di un mero salto generazionale e incapace, come tale, di rinnovare veramente le strutture gerarchiche del potere e dell’organizzazione della conoscenza: occorre constatare che la distanza tra l’esperienza italiana e quella anglosassone è, in proposito, ancora marcata; 2) la lezione che emerge dallo stravolgimento della “ricetta Tarantelli” (la predeterminazione dei punti di scala mobile) da parte del decreto di San Valentino 1984, opera unilaterale del Governo e, quindi, imposizione di una scelta che avrebbe dovuto muovere i suoi passi dalle parti sociali e, innanzitutto, dalle rappresentanze dei lavoratori: non è altro che a prova ulteriore di una risalente e drammatica immaturità del sistema italiano delle relazioni industriali, che dopo la stagione concertativa degli anni Novanta ha ripetuto, e continua a ripetere, i vizi e le storture di cui si racconta nel volume; 3) la chiara responsabilità storica, a quest’ultimo riguardo, della sinistra italiana, da sempre distante dalla prospettiva dello scambio politico e, così, dalla possibilità di agire concretamente per la trasformazione socio-economica del Paese: il cd. compromesso politico, infatti, non deve inevitabilmente intendersi come luogo di una contrattazione privata tra élite partitiche, ma può essere, anzi, l’unica e sostanziale sede deliberativa in cui lasciar fluire e interagire, al di là di ogni pregiudiziale, le migliori proposte. Di questo, in effetti, l’Italia continua ad avere urgente bisogno: di riuscire a capitalizzare e a coalizzare le sue risorse più intelligenti, bypassando le “danze propiziatorie” (così le chiamava Enzo Tarantelli) messe periodicamente in scena dalle più disparate categorie.

Recensioni (di Alberto Mattei, Miguel Gotor, Marco di Marco, Marcello Sorgi, Sciltian Gastaldi)

La presentazione del libro su Radio Radicale e su Radio24

Chi era Enzo Tarantelli? (da lastoriasiamonoi.rai.it)

Un’intervista a Luca Tarantelli

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Barbara Rossini è un interprete, viaggia di continuo. La telefonata di un maresciallo dei carabinieri, però, la costringe a tornare nei luoghi dell’infanzia, in un piccolo paese della bassa padovana, vicino a Montagnana. In un casolare, infatti, sono stati trovati un cadavere di donna e, vicino al corpo, la pagina di un vecchio diario, quello che la stessa Barbara teneva da bambina, quando abitava con i suoi genitori in un piccolo appartamento della casa granda, ex magazzino di tabacco. Le circostanze militano affinché Barbara – che è comunque al di fuori di ogni possibile sospetto – incontri un vecchio amico, Michele, e ripercorra con lui alcune e dolorose vicende del passato, in una storia che si dipana lentamente, tra i misteriosi rintocchi notturni di alcune campane, e che getta ombra anche su quest’amicizia. Il maresciallo Altasi, nel frattempo, sembra brancolare nel buio e, mentre Barbara si scopre improvvisamente impegnata a recuperare il suo ruolo di madre separata, i fili della trama cominciano a dipanarsi, anche grazie all’aiuto del vecchio Gianni e dell’altrettanto anziano, e simpatico, don Pericle. Al primo omicidio, poi, se ne aggiungono altri due. La verità, a questo punto, appare in primo piano, in parte riallacciando passato e presente, ma soprattutto prefigurando, per il giallo, una drammatica soluzione, fatta di solitudine, povertà e violenza.      

È un buon libro. Intanto perché trasuda, in molte e riuscite immagini, tutta l’umidità delle terre in cui è ambientato. Nella prefazione critica, in effetti, scritta da Alessandra Agosti, si dice che quella di Cristina Lanaro è una scrittura materica. A me questo carattere materico ricorda l’ambiguità e la densità quasi opprimente delle pagine di Juan Manuel De Prada, ne La tempesta: altri tempi e altri luoghi, ma stessa atmosfera porosa. Oltre a ciò, il libro è curioso per la presenza – non casuale – delle campane, in particolare delle campane a sistema veronese e dei concerti che con esse si possono fare. Trattandosi di una vicenda di strani delitti, mi è venuto subito in mente Il segreto delle campane, della straordinaria, e mai abbastanza lodata, Dorothy Sayers, la creatrice dell’ineffabile ed elegante detective amatoriale Lord Peter Wimsey. Se un romanzo sa stimolare queste opportune reminiscenze, allora vuol dire che non è male. E c’è da dire che, durante la lettura, mi si è prodotta un’ulteriore associazione mentale, precisamente con il famoso Io non ho paura, di Ammaniti. Anche in Dove inizia la nebbia c’è un bambino, ma il punto che lega i due racconti è l’insensibilità e la povertà che la miseria materiale e l’ignoranza possono alimentare, specialmente nelle tante e piccole sacche rurali del nostro paese, al sud come al nord. Ecco, da un piccolo giallo di un piccolo editore può tornare la voglia di riprendere altre e suggestive letture, e di risvegliare il piacere che avevano portato con sé.

Il sito dell’Autrice

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“La prospettiva che, in realtà, mi sembra molto interessante è quella di sottrarre l’architettura agli architetti per restituirla alla gente che la usa”: forse basterebbe questa sola affermazione per giustificare un rinnovato interesse ai ragionamenti di Giancarlo De Carlo, che risalgono all’inizio degli anni Settanta e che oggi vengono riproposti nei tre interventi di questo piccolo volume a cura di Sara Marini. Il primo – che offre il titolo al libro – è, apparentemente, un incrocio tra relazione convegnistica, lezione e manifesto di un possibile e nuovo modo di fare architettura. In verità è molto di più, poiché è sia un’analisi spietata dell’evoluzione storica dell’urbanistica, sia la formulazione di una proposta alternativa di sintesi tra l’ordine veicolato dal progetto e il disordine che attraversa e vitalizza la società civile. La critica si concentra sul nesso tra industrializzazione e governo del territorio, svelando le liaisons dangereuses che da sempre esistono tra istanze di specializzazione, da un lato, e definizioni gerarchizzanti e funzionali dello spazio, dall’altro. La pars construens, invece, si concentra sul ruolo necessario del progettista, che va al di là della padronanza e della spendita occasionale di competenze tecniche, e che si presenta come colui che “sceglie la parte” e che si rende così facilitatore di processi nei quali sono i cittadini a dare forma ai loro bisogni.   

Si potrà pensare che ripercorrere queste speculazioni costituisca un esercizio fuori tempo massimo, alla ricerca di note e arrugginite retoriche di resistenza intellettuale o di vecchia e militante azione anti-capitalista. Non è così. De Carlo va molto oltre, è un classico, e rileggerlo, come accade per tutti i classici, assume il senso di cogliere quell’orizzonte con maggiore precisione e di constatare, ad esempio, con piena coscienza, il motivo del fallimento (oggi conclamato) del “supermito secondo il quale alcuni ‘nodi’ di intensa qualità architettonica possono controbilanciare lo squallore di tessuti urbanizzati nei quali i nodi vengono collocati”. Siamo fin troppo abituati alla grande e irragionevole fiducia che le amministrazioni nutrono nei confronti del presunto potere catartico dei manufatti prodotti dalle tante archistar del pianeta. Il significato sempre vivo della lettura di De Carlo è fortissimo: l’architettura non può porsi come fatto esteticamente oggettivo, non deve contribuire a frammentare i gruppi sociali, non li deve estraniare “dai concreti problemi dello spazio fisico in cui vivono”, e ciò perché tali problemi sono questioni di libertà, di diritti e di interessi di molti, e non solo di quei pochi che finiscono per assumere le decisioni autoritative sullo sviluppo edilizio o per goderne dei frutti economici e finanziari più consistenti. Vero è che il limite dell’utopia era già ben presente allo stesso De Carlo, che negli altri due saggi del testo racconta le difficoltà di alcune sperimentazioni puntuali – a Rimini e a Terni – non completamente riuscite. Tuttavia queste letture ci ricordano ancora quanto quel limite sia comunque indispensabile.

De Carlo e l’ampia portata del progetto (spezzone di intervista)

Un’intervista alla curatrice del libro

Recensioni (di Lucia Tozzi, di Campomarzio)

Sulla progettazione partecipata (di Giancarlo De Carlo)

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Assunto una volta all’anno, nei suoi tipici capitoli brevi dei suoi altrettanto tipici piccoli libri, è quasi una medicina, da centellinare post prandium. Martinelli – che può essere facilmente confuso per il Corona trentino e che, tuttavia, nonostante l’ampia produzione, rimane fedele ed ostinato valligiano non solo nella libera e variopinta repubblica degli scrittori – non è costruttore di trame avvincenti. Malgrado ciò la sua penna è felice, sa creare l’atmosfera, ci porta per mano in un mondo armonico, semplice e in gran parte perduto. E consente il dolce e carezzevole pensiero di un rimpianto impossibile, un po’ mitico e forse un po’ finto, ma (perché no) molto rassicurante.

La Vallarsa e il paese di Obra sono sempre riferimenti obbligati. Né manca “un” signor Broz, protagonista affezionato dell’universo autoctono. In questa storia, però, si tratta di Ivan Broz, una figura realmente esistita, quella di un famoso studioso della lingua croata, operante a cavallo tra Ottocento e Novecento, che Martinelli immagina figlio di un vallarsero “doc” emigrato in altre terre dell’Impero Asburgico. Ivan si trova a Innsbruck, per frequentarvi l’università, e da lì decide di intraprendere un lungo viaggio, a piedi, per tornare al paese del padre e riscoprire una vecchia e famigerata miniera. Il viaggio effettivamente gli riesce, anche grazie all’aiuto economico dello zio e alle rendite del suo primo e importante libro. Approda, così, sulle Piccole Dolomiti e incontra un suo parente, Angelo, che lo ospita con calore e lo coinvolge in un’improvvisa battuta di caccia, dopo averlo aiutato in una bella scoperta.

I suoni, i colori e le tante risorse della montagna sono i reali eroi di una novella che ha tutte le fattezze di una classica favola della buonanotte e che mescola ad una fantasia compiaciuta e giocosa luoghi, fatti e persone veramente esistite, ma liberamente reinventate. Paolo Orsi è stato un famoso archeologo roveretano: qui lo vediamo nei panni di un rude pastore. Basilio Arlanch, detto il Polenta, era davvero il proprietario del giacimento su cui ruota il romanzo e di cui si torna ciclicamente a dare notizia anche nella stampa locale. Ci si imbatte, poi, in una citazione letteraria, visto che Ivan Broz, nel suo peregrinare, entra per caso nell’Osteria del Magazin, raccontata dai libri di Arturo Zanuso, già interprete di quella stessa porzione di confine italo-austriaco. Il camminatore è un passatempo spensierato, niente di più. Ma, appunto, almeno una volta all’anno, ascoltare la voce di Martinelli non fa affatto male, come non lo farebbe seguire i lunghi itinerari che Broz percorre in quota e che, come all’inizio del romanzo, gli consentono di godere di una prospettiva vertiginosa ancora indispensabile.

L’Autore presenta il suo festival (v. “Tra le rocce e il cielo”)

La lettura dell’anno scorso (Lo strano inverno del brigadiere)

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Le prose di Zanzotto non sono inferiori alle poesie. È un dato acquisito che i brevi saggi contenuti in questo libro avvalorano ancora una volta. Però c’è un dettaglio importante: i piccoli articoli del volume provano ulteriormente che quella che il grande autore veneto vi conduce non è l’illustrazione di una poetica nel senso comune del termine. È il tentativo di spiegare l’“irruzione dell’inatteso” (così la chiama), che, in generale, sta al principio della letteratura e che, nello specifico, genera e perpetua l’intimo rapporto dell’autore stesso con il suo paesaggio. È una relazione erotica, in primo luogo, di stampo classico. Come tale è assunzione imprevista di un fattore costitutivo del cosmo e, al contempo, fonte del “necessario appoggio” che, nell’agnizione e nella decifrazione di quel fattore, Zanzotto trova nel dialetto (epifania situata del logos). È una sorta di liebender Kampf (Karl Jaspers chiamava così la ricerca della verità filosofica…), ma con risultati inattesi e personalissimi, che scaturiscono, avvinti alla lingua madre, da una specifica armonia di natura, di uomini e di insediamenti, di esperienze e di vissuti in un certo modo ricomposti. Difendere un paesaggio, dunque, equivale a garantirsi l’accessibilità ad un imprinting e ad un linguaggio originari e, allo stesso tempo, a proteggere un equilibrio antropologico. Ecco: questo è il piccolissimo, ma importante, dettaglio che dischiudono gli interventi zanzottiani raccolti con cura da Matteo Giancotti, cui si deve anche un’incisiva e bella introduzione.   

I brani – che non seguono una traiettoria cronologica – sono ordinati in cinque parti: Una certa idea di paesaggio; Mio ambiente natale; Un’evidenza fantascientifica; Quasi una parte integrante del paesaggio; Tra viaggio e fantasia. Le prime tre sono concepite per dare l’idea di una progressione. Si passa, innanzitutto, dall’emozione di uno sguardo panico, e quindi antico, così come tradotto anche dalla grande pittura veneta tra Quattrocento e Cinquecento, alla rassegna di alcune località notevoli – e ispiranti – del Veneto di montagna, di collina e di laguna (a quest’ultimo proposito, Venezia, forse è un saggio magistrale dell’uso sapiente di un microscopio potentissimo, applicato ai tessuti apparentemente disomogenei di un ecosistema davvero unico al mondo). Si prosegue, poi, da questa topografia quasi sacra, alla constatazione preoccupata di uno sviluppo economico e urbanistico miracoloso eppure regressivo, di fronte al quale continuare ad interrogarsi, come per percorrere una strada di civismo dell’osservazione: “Bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi l’abita”. La quarta parte è dominata da una sorta di zen della campagna, tra la figura del contadino Nino e un omaggio al poeta Luciano Cecchinel, uno dei più autorevoli sodali di Zanzotto. L’ultimo capitolo, invece, è fatto di itinerari e di visite sentimentali, nelle quali la realtà non è mai tanto ricca e autentica come quella che si può implementare per via di immaginazione e di intuizione. Segue, in appendice, la trascrizione di un documentario video girato per la Rai sul Quartier del Piave.      

Zanzotto riesce ad attirare e a sedurre anche nella lunghezza e nella ricercatezza delle frasi. I periodi ci avviluppano come se fossero felci, salici, ortensie, come se si trattasse, cioè, della verzura più disparata. Infiorescenze verbali e significati si affastellano, in un pensiero che si chiarisce solo nel corso del suo articolarsi e scoprirsi per iscritto: un po’ perché si compiace nella tentazione dell’analisi metalinguistica, un po’ perché i suoi frutti non possono mai essere veramente predefiniti. Né mancano diffusi e sofisticati riferimenti alla tradizione (a Petrarca su tutti). Chi ritiene che Best Thinking sia sinonimo di Writing Clearly è avvisato: in Luoghi e paesaggi non troverà pane per i suoi denti. E (pure) non troverà motivi di spensierata e bucolica distrazione. Non si può dire, tuttavia, che Zanzotto sia scrittore dalla formulazione involuta o noiosa. La questione si può riassumere così: poiché è lo sguardo che cattura le parole, allora, a seconda del caso, e senza che vi sia premeditazione, le parole possono essere sottilmente evocative – con la semplicità e con l’opportunità disarmanti dell’espressione dialettale, ad esempio – o tremendamente scolpite – quando il dubbio de intivarghe o no (come direbbe il Nostro) si fa più forte ed esige, in definitiva, il ricorso alla più azzeccata, densa e stratificata delle locuzioni colte. Se la ricerca si scopre nobile all’improvviso, è legittimo che anche la lingua si armi di raffinato cesello.

Recensioni (di Niccolò Scaffai, di Giulio Ferroni, di Raoul Bruni, di Silvio Ramat, di Bianca Garavelli)

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“Voti, seggi e parlamenti da Platone ai giorni nostri”: è questo il sottotitolo di un volume che può sembrare complessivamente curioso, sia per lo stile espositivo scelto dal suo Autore, sia per i profili e i problemi che si propone di indagare. Occorre dire subito che il libro non si occupa tout court di sistemi elettorali. La questione affrontata è differente e duplice: 1) qual è il modo migliore di votare nell’ipotesi in cui un certo collegio deve scegliere tra più di due opzioni? (In questo caso la domanda non vale solo per situazioni proprie delle elezioni politiche; nel testo si discute anche di decisioni assunte da commissioni, da consigli o da organi giurisdizionali) 2) qual è la soluzione tecnicamente più adeguata a garantire una corretta distribuzione di seggi parlamentari in corrispondenza di un certo numero di circoscrizioni elettorali di diversa dimensione? (Qui la domanda ha a che fare con uno snodo classico, quello della definizione della formula elettorale, che Szpiro analizza, in particolare, con riferimento alla controversa vicenda della scelta, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di un meccanismo che meglio garantisse la ripartizione dei seggi tra i diversi Stati: la Costituzione americana, infatti, si avvale di un criterio flessibile, che dipende dalla popolazione: v. l’art. 1, sec. II). 

Per entrambi i quesiti l’approccio è diacronico. Per il primo, si parte da Platone, mossi dalla suggestiva immagine di un filosofo in erba che non si dà pace per il modo con cui una “giuria” pubblica aveva condannato il suo maestro Socrate. Ma si viene presto a contatto con Plinio il Giovane e con la scoperta delle insidie nascoste nel voto a maggioranza semplice, specialmente per la debolezza che esso presenta nei casi di “voto strategico”. Si scopre anche che grandi pensatori medievali – Raimondo Lullo e Nicolò Cusano – hanno ipotizzato metodi di scelta che potessero evitare queste criticità, incappando, però, nella scoperta disarmante del carattere “intransitivo” delle votazioni tra più di tre alternative, o sperimentando comunque tutti i limiti di ogni soluzione che abbia l’ambizione di predefinire il merito di ogni potenziale opzione e di consentire ai votanti di stabilire una graduatoria. La cosa più stupefacente è che la scelta di un metodo può davvero condurre a risultati differenti. Il dibattito continua anche molto tempo dopo, nella Parigi rivoluzionaria: Jean-Charles de Borda viene studiato e poi criticato da Condorcet, che sancisce ufficialmente il paradosso dei voti a maggioranza semplice (in quanto sistematicamente forieri di soluzioni “cicliche”) e che, tuttavia, non riesce ad elaborare un valido stratagemma. Di lì a poco, Laplace suggerirà che solo la maggioranza assoluta (e, in taluni casi, una maggioranza ancor più qualificata) può dare qualche garanzia. Sarà l’inventore de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carrol (ossia Charles Lutwidge Dodgson, matematico di Oxford dal carattere un po’ difficile…), a cercare di immaginare, in piena età vittoriana, alcune varianti, ma con un tasso di difficoltà operative forse troppo elevato per permettere un’effettiva acquisizione del nuovo metodo su larga scala.

A questo punto, Szpiro passa al secondo problema, inanellando, con diversi esempi, le descrizioni delle soluzioni immaginate dai Padri della Costituzione americana e da tutti coloro che si sono confrontati con gli innumerevoli inconvenienti di quegli stessi espedienti, tra i quali spiccano grandi matematici ed economisti delle più influenti e prestigiose università degli USA. La cosa notevole di questa parte del volume è che l’appello alla migliore expertise matematica non sembra aver portato ad un risultato univocamente riconosciuto e condiviso, sicché, al di là di quanto avrebbe stabilito anche la Corte Suprema, ad ogni nuovo censimento (ogni dieci anni) la diatriba può riproporsi con effetti destabilizzanti. È così che l’Autore del saggio riprende nuovamente il primo problema e si sofferma sull’opera giovanile di colui che sarà anche un noto Premio Nobel, Kenneth J. Arrow, cui si deve la dimostrazione (disperante) dell’impossibilità razionale di una qualsiasi soluzione di scelta capace di preservare con sicurezza le preferenze individuali espresse nella società. In conclusione, per Szpiro, “l’opprimente matematica della democrazia non è destinata a scomparire”. Non esistono, cioè, accorgimenti capaci di ridurne i paradossi, se non uno, lo stesso che anche Szpiro lascia implicitamente intravedere qua e là, quando allude all’estremo grado di consapevolezza diffusa, istruzione e fair play che solo potrebbe evitare ogni manipolazione e che d’altra parte consente, di tanto in tanto, di riproporre l’attenzione di attori politici e di eminenti studiosi. Se non altro, l’indagine – la cui lettura non richiede conoscenze aritmetiche particolari ed alterna all’esposizione divertita del tema ritratti briosi dei protagonisti che con esso si sono cimentati nel corso dei secoli – prova, ancora una volta, che la democrazia non si può risolvere mai con in algoritmi e in fatti di pura volontà: parafrasando note e autorevolissime espressioni, tra “legge del numero” e “legge della ragione” la democrazia e la sua cultura stanno esattamente nel giusto mezzo. Vero è, ad ogni modo, che essere coscienti delle ambiguità sottese ad una procedura piuttosto che ad un’altra è parte assai rilevante di questa cultura. Ed è per questo che il lavoro di Szpiro non può passare inosservato.

Recensioni (di Piero Bianucci, di Anthony Gottlieb)

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Dopo Indagine 40814 Luca Valente pubblica un nuovo romanzo. Non è più un giallo, ma suspence e sorprese non gli difettano. Il modello è quello di un affresco storico, che si dipana dal 1918 al 1954. Il racconto parte con un approccio da feuilleton, presentando ben presto una passione d’amore che cresce sempre di più e che rappresenta, anche nei punti più drammatici, il vero architrave di tutta la narrazione. Il tenente Carlo Barbero è ferito sul fronte dell’Altopiano di Asiago e, durante la licenza che segue al ricovero ospedaliero a Schio, incrocia, nel mezzo del viaggio ferroviario, dapprima la giovanissima principessa Maria José del Belgio, già promessa sposa di Umberto di Savoia, poi l’altrettanto giovane Maria Luisa, collegiale di Poggio Imperiale, a Firenze. Di questa si innamora all’istante, e il caso lo porterà ad incontrarla nuovamente a Vienna, alla fine del conflitto. Lì cominceranno tutte le loro avventure, anche perché, da quel momento, il destino familiare che li attende sarà posto ripetutamente a dura prova, nonostante l’amicizia della Casa Reale. Infatti non sarà soltanto l’esplosione della Seconda Guerra Mondiale a tenerli lontani; dovranno fronteggiare l’odio e l’ambizione di figure ambigue e crudeli, con le quali l’intelligenza, la dedizione e l’onestà di Carlo si scontreranno, per la prima volta, proprio nella capitale austriaca.        

Nel corso della lettura, a seguire le tante peripezie della famiglia, ci si aspetta che tutto termini nel materializzarsi effettivo di una conclusione felice. Anche il titolo del libro pare prefigurarla. Ma il posto migliore non è quello che sembra, e Carlo e Maria Luisa, tra gli orrori della guerra di Liberazione e le perversioni dei cattivi come dei buoni, dovranno passare il testimone ad altri, cui sarà, viceversa, concesso di vedere uno spicchio di riparazione terrena. Di più non è lecito dire. La parte finale va scoperta, visto che, in alcuni punti ben precisi, cambia registro del tutto, sostituendo il tono iniziale del romanzo popolare con squarci di puro stile pulp e con un realismo che quasi colpisce allo stomaco e al cuore. Luca Valente conferma in questa prova le sue abilità di scrittore artigiano, che nella trama tesaurizza in giusta dose i pregressi interessi di storico e una certa sensibilità, se non una sentita e spontanea fiducia, per un governo sovra-umano delle cose del mondo. Sono tante, infatti, le coincidenze e gli incontri che nell’intreccio si confondono, talvolta con un ricercato gusto del paradossale; ma non si tratta di un ingenuo espediente narrativo. È la voluta testimonianza di una fatalità che per Valente non ha radici rigorosamente laiche e che intende coniugare l’idea dell’incommensurabile con quella della sua reale incidenza. Ad ogni modo, se c’è un appunto che si può fare a Un posto migliore, ebbene questo è l’eccessiva lunghezza. Così confezionato, la sua collocazione perfetta sarebbe quella di una pubblicazione a puntate. Nel formato dell’unico volume, qualche dialogo in meno e un po’ di selezione in più avrebbero ulteriormente giovato, specie ad un tessuto narrativo che, se fosse stato bevibile in un unico sorso, avrebbe potuto essere ancor più avvincente.

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C’è un nesso inscindibile tra democrazia e uguaglianza. E quando, di fronte alle disuguaglianze, crescono indifferenza o consenso, allora è a rischio anche la democrazia. Per questo uno dei più noti studiosi della democrazia si è dedicato anche all’uguaglianza, in un volume denso e formativo, che dopo un’appassionante ricostruzione storica propone alcune chiavi di lettura per il presente, giungendo anche ad ipotizzare i lineamenti una personale rivisitazione. Rosanvallon, infatti, ha l’obiettivo di immaginare come possa essere ancora predicabile e realizzabile una “società degli eguali” (e il titolo dell’opera nell’originale francese, pubblicato nel 2011, è proprio La société des égaux). Ma questa espressione non tradisce la fascinazione per un obiettivo utopistico e del tutto scongiurabile. Lo scopo è analizzare, viceversa, quali siano stati i fondamenti dell’uguaglianza dei moderni, per tentare di isolarne le trasformazioni e le degenerazioni, e per contribuire, così, ad una sua ridefinizione, idonea ad assimilare con successo le rilevanti mutazioni istituzionali, sociologiche e antropologiche che si sono date dall’epoca delle grandi rivoluzioni liberali ai giorni nostri (“Oggi si tratta di riformulare le cose tenendo presente che viviamo nell’epoca dell’individuo”: p. 24).           

Il libro può essere articolato in tre momenti. Il primo (parti I e II) si occupa, innanzitutto, di illustrare quale fosse, nell’età della Rivoluzione americana e di quella francese, l’originario e costitutivo spirito di uguaglianza, concepito quale strumento di costante trasformazione sociale, ancorato a tre diverse figure di uguaglianza-relazione: la similarità (uguaglianza come titolarità di proprietà essenziali, con secondarizzazione di ogni altra differenza), l’indipendenza (uguaglianza come parità di equilibrio nello scambio economico) e la cittadinanza (uguaglianza come simultanea appartenenza e partecipazione ad una stessa comunità politica). A tali figure corrispondevano tre distinti, ma sinergici, dispositivi: i diritti umani, il mercato e il suffragio universale. Posta questa ricostruzione, però, Rosanvallon passa anche alla descrizione delle patologie che il modello ha ben presto conosciuto, già a decorrere dalla metà del XIX Secolo, al di qua e al di là dell’Oceano, anche se in modo e con ritmo diversi: la divisione in classi e la coeva formazione, nella comunità, di due distinte sub-nazioni; l’emergere di un’ideologia conservatrice, favorevole alla naturalizzazione delle disuguaglianze e all’affermazione di un rigido principio di parità nelle opportunità; la reazione del comunismo utopico e l’ambizione ad un mondo integralmente de-individualizzato; le distorsioni del nazional-protezionismo e della correlata idea di un’uguaglianza-identità di matrice negativa ed escludente; lo stabilimento paradossale di uno stretto rapporto tra uguaglianza e razzismo. Il secondo snodo dell’argomentazione (parte IV) approfondisce gli sviluppi delle politiche redistributive avviate sin dal principio del XX secolo, interpretandole come antidoti che l’intervento statale ha voluto mettere in campo per porre rimedio alle segnalate patologie. Progressività dell’imposizione fiscale; politiche sociali, assicurative e solidali volte a porre rimedio alle situazioni più svantaggiate; ruolo dei sindacati: sono i tre fattori che Rosanvallon considera centrali per l’affermazione dell’approccio redistributivo, vieppiù consolidato dopo il 1945. Sul punto sono molto interessanti i capitoli dedicati all’analisi dei fattori storici che avrebbero stimolato il ruolo attivo dello Stato, tra cui la comparsa del riformismo (anche a causa della “paura” indotta dagli eventi russi del 1917), il primo conflitto mondiale come vettore di una radicale nazionalizzazione delle esistenze, la rivoluzione sociologica e morale mediata dalla diffusione dell’idea del debito sociale. Il terzo momento del saggio (parti IV e V) guarda, infine, al “grande rovesciamento” prodottosi nell’ultimo trentennio – complice anche il cambiamento dei fattori di produzione e delle forme del lavoro – con la delegittimazione delle istituzioni solidaristiche e del sistema fiscale, e con la metamorfosi della preponderante lezione individualista. Vengono analizzati, con felice acutezza, la retorica del merito e dell’uguaglianza radicale delle opportunità, traguardati nel contesto della società della concorrenza generalizzata e del rischio, così, che si consacri, di fatto, un mondo ordinato in senso fortemente gerarchico. È così che Rosanvallon passa ad opporre un “primo schema” per la teorizzazione di una innovativa dottrina dell’uguaglianza-relazione, che non intende disfarsi dell’individualismo contemporaneo e che, anzi, si premura di valorizzarlo per ritrovare il perduto spirito dell’uguaglianza. Al criterio della similarità, quindi, l’Autore sostituisce quello della singolarità, temperato, però, dal principio di reciprocità e dall’imperativo della comunalità. Sotto l’ombrello di queste parole d’ordine Rosanvallon discute di discriminazione, di politiche di genere, di beni relazionali e di uguaglianza di coinvolgimento, pronunciandosi per l’abbandono del modello del cittadino-proprietario a favore di una versione più socializzante della cittadinanza.

Diversamente da quanto ipotizzato da Corrado Ocone nella sua pur incisiva prefazione, non pare possibile concludere che Rosanvallon abbracci le “posizioni del socialismo e persino di un soft comunitarismo”. Se ciò è vero, quanto meno si deve avere l’accortezza di ricordare che quei termini non richiamano, per Rosanvallon, ciò che normalmente identificano nell’immaginario più scontato. L’impressione, piuttosto, è che questo intelligente professore del Collège de France abbia tentato, con sforzo meritorio, di conciliare i segni distintivi della più attuale ed epidermica contemporaneità con la forza e con la dinamica morali del 1789, postulati ancora come risorse mai più ritrattabili. A chi scrive il libro di Rosanvallon sembra incarnare, semplicemente, la guida meditata per una verosimile ed auspicabile reinterpretazione riformista della realtà che ci circonda. Anche se la pars construens del ragionamento è ancora un po’ troppo vaga, simbolica e programmatica (il richiamo finale ad una rinazionalizzazione della democrazia è troppo stringato per acquistare un senso coerente con tutto ciò che lo ha preceduto), è opportuno rimarcare, in tutta la trattazione, un fil rouge notevole, che si dipana in due direttrici. La prima è quella che si risolve nel memento, talvolta esplicito, quasi sempre implicito, che la lotta per uguaglianza è vitale per la democrazia nella misura in cui ne incarna il veicolo dell’altrettanto vitale necessità del conflitto: volervi porre fine equivale invariabilmente ad agevolare pericolosi disegni di identificazione e di rigetto. Oltre a ciò, nel modo con cui Rosanvallon lascia esprimere e spiegarsi le tante letture che evoca nella sua lunga dissertazione, si intravede la valenza determinante, per le questioni dell’uguaglianza, e pertanto anche per quelle della democrazia, dell’immaginario collettivo e della proiezione di sé, nella società di appartenenza e nel mondo. Anche le procedure (quelle elettorali, ma pure quelle decisionali) non possono essere estranee a questa cornice. E le politiche sociali, del lavoro come dell’istruzione, sono funzionali proprio alla capacitazione effettiva dell’individuo, affinché, cioè, possa essere e sentirsi parte attiva e positiva della comunità. Dunque non si tratta, soltanto, di costi cui corrispondono diritti tanto fondamentali quanto condizionati; si tratta di azioni continuativamente costituenti della stessa forma sociale, visto che, per tramite di una parziale de-individualizzazione, rendono potenzialmente accessibile un certo e basilare grado di civismo, motore, a sua volta, di un più sano individualismo. Il punto non è banale. Bisogna sottolineare, infine, l’altra ricchezza di questo testo: che risiede nell’efficace e poderoso esercizio di storia delle idee che il tema dell’uguaglianza dischiude pagina dopo pagina. Ci si sente a diretto colloquio con molti grandi: da Sieyès a Tocqueville, da Adam Smith a Rousseau, da Guizot a Blanc, da Cabet a Proudhon, da Bourgeais a Jünger, da Rawls a Dworkin, da Barthes alla Nussbaum. Sono conversazioni che nell’attuale saggistica non si ha modo di praticare con analogo piacere e con altrettanta soddisfazione. 

Interviste all’Autore (di Sylvain Bourmeau, di Fabio Gambaro)

Recensioni (di Massimilano Panarari, Anna Hollendung, Daniel Bel-Ami, Anais Camus)

La lettura di Stefano Rodotà

Quale politica nell’età dell’estrema ineguaglianza (di Pierre Rosanvallon)

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Ieri Linkiesta.it ha pubblicato un racconto di Jack London. Non l’ho ancora letto, in verità. Ero impegnato a finire La pelle dell’orso, che comincia con un tono da vecchia storia di montagna e termina, però, con immagini degne del grande cantore del Klondike e della forza severa della natura. Non sono molte pagine, pertanto decido di onorare subito il regalo ricevuto. Con buona soddisfazione. Ora, da qualche parte, in rete, vedo che Matteo Righetto è definito come il più americano dei nostri scrittori. Forse è vero. Le buie foreste e le mitiche vette dolomitiche che fanno da scenario a questo breve romanzo non profumano solo di Rigoni Stern o di Buzzati; c’è anche un pizzico del miglior Lansdale, quello de In fondo alla palude. Alla tipica novella invernale, da stufa e tisana calda, si accompagna uno spunto epico, che, anziché falsare il contesto, attribuisce alla scrittura una tinta decisamente vera e i ritmi di una sceneggiatura potenzialmente assai efficace.

L’azione si svolge nell’ottobre del 1963, nel bel mezzo della terra ladina. Il protagonista è il giovanissimo Domenico, che vive nel piccolo borgo di Colle Santa Lucia e viene coinvolto dal padre Pietro in una pericolosa caccia all’orso. Pietro è animato da un’insopprimibile voglia di riscatto; il figlio spera che, dopo la scomparsa prematura della madre, l’avventura lo possa finalmente legare al padre, divenuto scontroso e violento. E così accade, visto che la ricerca dell’enorme e diabolico plantigrade li affiata. Domenico scopre cose che non sapeva e si commuove, Pietro si comporta da vero padre e gli fa conoscere anche l’eccentrica e anziana figura di Pepi Zelger. Finché non arriva il momento che durante la caccia si fa lentamente attendere: lo scontro con la furia del terribile e grande carnivoro. Quello che succede da questo momento in poi è la parte americana del libro, tutta da scoprire, e senza che vi sia un epilogo lieto. Anche i giorni – le date – in cui i fatti si verificano acquistano all’improvviso un significato fondamentale. Domenico, così, si ritroverà immediatamente adulto, provato e sgomento, di fronte alla durezza della natura e di un destino tristissimo, certo, ma ancor più solo, scosso e disperato per la testarda stupidità degli uomini.

Si potrà dire che il libro è un po’ furbo, visto che gioca con le emozioni semplici e fortissime che solo alcuni eventi sono in grado di comunicare. Tuttavia bisogna anche riconoscere che siamo spesso assuefatti alle invenzioni più ricercate e che la grande letteratura non sta solo nel registro più difficile. Inoltre l’Autore è riuscito, simultaneamente, in tante e diverse cose: rievocare un mondo popolare affascinante e forse scomparso; descrivere colori, odori e suoni del bosco in modo particolarmente evocativo; collegare la favola alla storia, sulle orme di una tradizione italiana di tutto rispetto; sovrapporre la narrazione di un classico momento iniziatico alla rievocazione di un fatto collettivo tanto drammatico quanto decisivo per la formazione di un’intera identità territoriale. Non è poco.

Recensione (di Ferdinando Camon, di Paolo Perazzolo, di Roberto Alfatti Appetiti)

Il sito dell’Autore

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