Il noir di Gianni Mura non tradisce, anche se i suoi percorsi non sono per nulla usuali. Non lo erano stati neanche nel precedente Giallo su giallo, in cui aveva già fatto la sua comparsa l’originale commissario Magrite: un nome, una garanzia; ma anche una testimonianza sincera dell’amore che il noto giornalista ha sempre avuto per la Francia. In quella prima prova letteraria Mura aveva riversato tutta la sua passione per il ciclismo, per lo sport in generale e per la gastronomia: amori di cui ha sempre reso aperta confessione sulle pagine di Repubblica e nell’ambito della fortunata e deliziosa rubrica Mangia e bevi, curata assieme alla moglie Paola nel Venerdì.

La buona cucina è un filone presente anche in questa seconda avventura. Ma qui Magrite non indaga, è semplicemente in vacanza, alla ricerca di qualche momento di pace e di intimità con l’affascinante giudice Michelle Lapierre. Ischia, del resto, promette riposo e occasioni di confidenza. Ma una serie di eventi, quasi fossero raccolti dalla peggiore rassegna italiana di cronaca nera, colpisce l’immaginario del commissario e lo conduce, guidato dall’eccentrica figura di Peppe, un isolano ex galeotto, negli abissi di tanti (e troppi) delitti quotidiani.

L’Ischia di Mura, è facile accorgersene, è l’immagine del nostro Paese, contraddistinto da una bellezza unica ma anche da un clima di solitudine e di abbandono. È una sensazione di stranezza e di non-riconoscimento, che sorge naturale ogni qual volta si pensi ai reiterati malanni che colpiscono l’Italia e la “attardano” nel percorso che potrebbe portarla a condividere le sorti di tutte le nazioni civili. Le ferite di cui ci parla il racconto – quelle che, come sulla copertina, ne colorano di rosso, e senza infingimenti, tutta l’estensione – ci fanno davvero pensare alle fortissime contraddizioni e sofferenze dello Stivale, ed alla storica e reiterata povertà morale in cui finiscono sempre e tragicamente per risolversi.

Altrettanto drammatica, però, è la soluzione che il finale del romanzo sembra prefigurare, nella dialettica tra uno stupore tutto personale, che porta l’irriducibile scapolo Magrite a valorizzare i propri affetti, e un gesto disperato ed irrimediabile, quello di Peppe, che non può avere, sotto traccia, che un significato collettivo e che, tuttavia, pare troppo duro ed inaccettabile per rappresentare una via d’uscita. Forse, però, c’è un senso nascosto, che viene direttamente dall’animo dell’Autore, dal suo sentirsi straniero, come Magrite, in un’isola che non può che “coltivare” ed apprezzare soltanto saltuariamente, e dalla sua irrefrenabile voglia di continuare a descrivere le inestimabili ricchezze della terra e del cuore, siano o meno italiane.

Un omaggio a Gianni Mura (di Fabio Stassi)

Gianni Mura alle Grandi Lezioni di Giornalismo (intervista di Andrea Satta)

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Non si può certo dire che questo diario, opera di uno scrittore francese, sia un testo del tutto originale. I precedenti sono tanti ed autorevoli, e Walden di Thoreau spicca decisamente su tutti. Anche se ci sono pure Robinson Crusoe, Dersu Uzala, Walt Withman, Grey Owl… Ma non mancano Michele Strogoff, Varlam Salamov, Jünger, Nietzsche, Schopenhauer, Casanova; ed un alto numero di altri classici (pp. 30-32), come parte dell’equipaggiamento ideale di cui il perfetto eremita deve assolutamente dotarsi.

Nel bel mezzo dell’inverno siberiano, Tesson si isola in una capanna posta sulla riva dell’enorme lago Bajkal e vi passa un periodo lungo sei mesi (da febbraio a luglio), sperimentando il grande freddo, prima, e le altrettanto imponenti trasformazioni del disgelo, poi. Le sue giornate sono popolate da pensieri di diversa dimensione, da escursioni in alta quota o sessioni di pesca nel ghiaccio, dalle visite discrete di una cincia o dalle irruzioni tumultuose ma affettuose di pescatori, guardiacaccia od altra variopinta e indimenticabile umanità siberiana. Il risultato è una serie di memorie che oscillano tra la sceneggiatura documentaristica sulle suggestioni antropologiche e sociali che la taiga (e la Russia) di oggi può offrire all’osservatore continentale e la renaissance di un motivo, e di un sogno, letterario e filosofico, ormai innervato nel corpo multipolare di una certa e trasversale cultura (tutta moderna e tutta occidentale) di liberazione e di rivoluzione: “Per provare un senso di libertà interiore bisogna disporre di spazio e di solitudine. A ciò si aggiunga l’essere padroni del proprio tempo, il silenzio totale, una vita dura e lo spettacolo della bellezza naturale. La risultante di queste conquiste conduce direttamente alla capanna” (p. 88).

Se si raffrontano i motivi che emergono in questo libro con quelli, parzialmente sovrapponibili, di altre e recenti letture (quali Pecoranera, La tigre o Sulla Transiberiana; ma v. anche l’ultimissima fatica di Mauro Buffa, sulla linea ferroviaria transmongolica), sono queste a riuscire in qualche modo vincitrici: nonostante Tesson abbia sicuramente vissuto un’esperienza reale, il suo racconto è sempre rarefatto e ricercato, come capita spesso a molti reportage d’Oltralpe. Tuttavia, se si assume un punto di vista assoluto, Nelle foreste siberiane è il testo migliore che si possa compulsare davanti ai primi fuochi del caminetto invernale, provando un concentrato di emozioni tanto note e decantate quanto (troppo) facilmente omologabili tra le mode di determinate stagioni intellettuali (e non soltanto metereologiche). Come si suol dire, però, una domanda sorge spontanea: è proprio un caso che, di questi tempi di crisi, il fiuto per la steppa tenda a trovare nuove ragioni di affermazione?

Una recensione (di Fulvio Ervas)

6 mois de cabane au Baikal (il documentario girato dall’Autore)

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In questo insolito thriller nordico la sfida cui allude l’enigma del titolo si sdoppia: scoprire le ragioni della morte di Gaston Lund, un famoso professore danese ritrovato morto in uno sperduto isolotto di un fiordo islandese; decifrare il rompicapo che alla fine dell’Ottocento un giovane studioso ha costruito prendendo spunto dal Codex Flateyensis, un corposo libro in pergamena composto tra il 1387 e il 1394, complessa raccolta di saghe che prende il nome dall’isola (Flatey) in cui si snoda la trama del romanzo.

Kjartan è un neo-avvocato che il prefetto del Breiðafjörður ha spedito a Flatey per alcuni rilevamenti di carattere fondiario. Ma ciò che deve risolvere non è una questione burocratica, bensì lo strano caso del cadavere del noto esperto straniero, ritrovato tra gli scogli di Ketilsey da una locale famiglia di pescatori. È un caso difficile: non è inaspettato solo per lui; lo è anche per la piccolissima comunità dell’isola, popolata, tuttavia, da figure carismatiche ed enigmatiche, come quella del sacrestano, Þormóður il Corvo. Sia pur spalleggiato da Grímur, ufficiale del distretto, e da Högni, maestro di scuola, Kjartan entra ben presto in difficoltà, e quando si scopre l’identità del defunto le cose peggiorano ed entrano in scena nuovi e ambigui personaggi, che “generano” ulteriori e drammatici eventi, e che mettono nei guai lo stesso Kjartan, con il suo oscuro passato, e Johanna, il medico del villaggio ma, al contempo, la figlia di un celebre collega del povero Gaston Lund: entrambi, infatti, erano tra i massimi esperti del Codex Flateyensis… A complicare le cose, del resto, c’è anche il segreto dell’enigma “letterario” prodotto sulla base delle saghe islandesi: anche di questo Kjartan capisce poco, ma, come avviene per il lettore, le rivelazioni progressive (paragrafo per paragrafo) delle 39 domande in cui si snoda l’arcano gli consentiranno, se non di risolvere gli altri misteri, di fare i conti con le dure esperienze della sua giovinezza, ritrovare se stesso e intravedere la possibilità di un futuro più solido e felice.

È un libro che, nonostante le apparenze, si dimostra particolarmente raffinato: è una sensazione che si prova spesso di fronte alla letteratura nordica contemporanea, ed anche in quella di genere; perché anche nei thriller scandinavi sono tante le cose originali, quindi un po’ lontane dai gusti più collaudati, continentali o anglosassoni che siano… e ciò è sempre e soltanto positivo. Questa volta il quid pluris del testo non si apprezza soltanto nell’abilità con cui l’Autore intreccia la duplice ricerca, quella investigativa e quella filologica. Il punto è che Ingólfsson torna alla durezza, alla bellezza e all’essenzialità del più tipico paesaggio islandese per ricordare – in primo luogo, certo, alla sua gente – che la relazione tra i grandi miti di una storia nazionale e il tempo presente è questione di equilibrio e di metabolizzazione, diremmo di maturazione. È un processo che non porta alla cancellazione o, viceversa, alla mitizzazione delle radici, ma ad esaltarne i valori forti e a nutrire gli animi di una comunità che deve affrontare lo smarrimento e le opportunità della società contemporanea, e che può farlo soltanto restando unita. Il pericolo maggiore, infatti, è l’autismo culturale, che genera fatalismo ed indifferenza: la semplice e naturale soluzione dell’enigma investigativo (per gli appassionati del giallo, forse, deludente) trova, così, una lineare spiegazione.

Uno sguardo nel Codex Flateyensis

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Ed è una realtà tutta mia e una strana atmosfera pervade la mente di sera (Amalia Grè)

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Questo è un libro curiosissimo, molto originale. Raccoglie trentotto brani in prosa, senza titolo e senza una data precisa, composti in un periodo molto lungo, dal 1928 al 1959. Si tratta di pezzi assai eterogenei: alcuni sono veri e propri racconti, altri hanno la forma del ricordo autobiografico, altri ancora paiono prove giornalistiche o stralci di reportage. Tutti, però, hanno un oggetto comune: il carattere e l’ambiente degli italiani, del Nord come del Sud, dei piccoli borghi di montagna come delle grandi città dell’arte e della cultura, della borghesia e della proprietà fondiaria come del più povero ceto contadino.

È pressoché impossibile, però, ricavare un’impressione generale o un filo rosso; anche l’interessante prefazione di Ernesto Ferrero non aiuta. Forse con Comisso il massimo che si può conseguire è il minimo risultato utile, ossia constatare una ricercata volontà, nell’autore, di rievocare determinare atmosfere, un po’ strapaesane, un po’ poetiche, un po’ malinconiche: quelle della casa di famiglia e del desco, dell’amicizia e della passione, delle piccole cose e della buona tavola. Sono anche, in un certo senso, prose del disarmo, connotate dallo sguardo irresoluto di un autore che della propria vita avrebbe voluto fare un capolavoro e che si è trovato, in seguito, alla costante ed inappagata ricerca di un ubi consistam in cui riconoscere se stesso, le proprie radici e il DNA del popolo cui sembra appartenere solo per sorte. Personalmente, non posso che segnalare due piccole gemme, davvero espressive di questa singolare personalità letteraria: il capitolo n. VII, che si potrebbe intitolare “Il bicchierino”, e il capitolo n. XXV, che dovremmo denominare “Un insolito carteggio”. La tenerezza domestica del primo e l’aura quasi mitologica del secondo costituiscono prove concrete dei due essenziali poli di attrazione di tutti i testi contenuti nel volume: della sapiente e resistente risorsa di una tenacia atavica, ma anche della necessità quasi romantica di proiettarsi in un irrazionale ideale di primitiva completezza.

Giovanni Comisso, alla fine, si conferma un rabdomante: si lascia guidare dall’intuito o, meglio, dall’istinto, dalle sensazioni che i paesaggi, i colori e le cose risvegliano, di volta in volta, nei suoi occhi, nella sua mente, nel suo corpo. Non concede mai nulla, direttamente, a riflessioni di più ampio respiro: semmai queste si stagliano soltanto sullo sfondo, in uno stato d’animo che sempre domina la scena, che formalmente occupa lo spazio di qualsiasi potenziale concetto o di qualsiasi eventuale rilievo critico, pure immediati, tuttavia, nelle sensazioni che inevitabilmente prova il lettore. È una scrittura da riscoprire, allusiva, sicuramente lontanissima da quella linearità di cui oggi si predicano le virtù. È un’intera esperienza di stile, e anche di vita, che si intravede nelle pagine di Comisso, quella di un primo Novecento che ha ostinatamente ma contraddittoriamente cercato di rinnovarsi in ambizioni destinate a rimanere comunque travolte.

Il ricordo di Goffredo Parise

Il premio Comisso

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Una collezione di 264 netsuke è ciò che all’Autore rimane della storia intensa, gloriosa e anche drammatica della sua famiglia. Ripercorrerla significa seguire le tracce di una preziosissima raccolta di piccoli capolavori giapponesi, che da un certo momento in poi diventa partecipe delle tormentate vicende degli Ephrussi, dinastia di commercianti e banchieri di prim’ordine nell’Europa tra Ottocento e Novecento. Edmund de Waal, però, non si cimenta nel racconto con lo spirito claudicante del biografo principiante. Vi si immerge con il temperamento elaborato del critico e dell’artista, e non senza una certa sensibilità storica, unita ad una particolare attenzione per il costume e per la cronaca.

Seguire le orme del primo proprietario dei netsuke, Charles Ephrussi, nella Parigi degli Impressionisti, non è soltanto un modo per risvegliare la voglia di rileggere Proust: serve a capire molto dell’alta borghesia francese, dei suoi riti e dell’antisemitismo continentale, dovunque sempre strisciante. Del resto, sono gli orrori della persecuzione nazista e dell’incombente Shoah a sorprendere anche il ramo viennese della famiglia, completamente travolta assieme ai netsuke, nell’intimo del suo Palais sulla Ringstrasse, privata di ogni sua ricchezza e costretta ad un fortunoso esilio. Le peripezie di Viktor, della moglie Emmy e dei loro figli assumono un valore in tutto e per tutto simbolico, al pari del destino dei graziosi ninnoli nipponici, salvati dall’astuzia della fedele cameriera, portati dopo la guerra in Inghilterra dalla volitiva Elisabeth e poi ancora traslati nel paese del Sol Levante, dove Ignace “Iggie” Ephrussi avvia una nuova vita con il compagno Jiro.

Riesce facile capire il successo di questo libro. La scrittura è leggera e gradevole, senza essere banale; i dettagli non distraggono, anzi, rafforzano di pagina in pagina una curiosità che non può che essere crescente; le figure della famiglia Ephrussi, accompagnate da un corredo fotografico essenziale e suggestivo, suscitano vera partecipazione. Inoltre il lungo viaggio dei netsuke non corrisponde ad un esclusivo e specialistico interesse dell’Autore, che pure è un fine e riconosciuto ceramista; i netsuke vagabondi rinnovano le sorti dell’Ebreo errante e le sue tragiche peripezie, dagli shtetl dell’Ucraina alle rive del Mar Nero, da Odessa alle capitali del continente e ancora più in là. Quei netsuke non sono altro che potenti talismani, veicoli sapienti di memorie che, dopo gli orrori dell’ultimo Secolo, non si possono più cancellare.

Le parole di de Waal, alla fine, testimoniano la conquista individuale di una coscienza che deve essere collettiva: “Il problema è che (…) vivo nel secolo sbagliato per bruciare le cose. Appartengo alla generazione sbagliata per lasciar perdere. Penso ai libri di un’intera biblioteca sistemati con cura dentro casse e scatoloni. Penso a tutti i roghi appiccati da quegli altri, penso alla cancellazione sistematica delle storie, alle persone separate dai propri beni, e poi dai propri familiari, alle famiglie separate dai propri vicini di casa. E poi dal proprio paese” (p. 385). Da questo punto di vista, il regalo migliore che questa lettura può dare è la riscoperta di un tema che sarebbe stato caro a Walter Benjamin. Forse, anche nella casa di ciascuno di noi esistono dei netsuke: se ci è rimasto qualcosa della nostra famiglia e della nostra storia, anche solo qualche cartolina o un anello o un quadro o una poltrona, custodiamole con cura; perché le piccole cose hanno la forza di assorbire, di trasmettere e di illuminare esistenze intere. Distruggere o perdere queste cose, in fondo, è come ri-distruggere e ri-perdere le intelligenze che gli hanno dato significato.

Il Booktrailer

Due recensioni: Livia Manera e Mara Accettura

I netsuke dell’Autore

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Il secondo è importantissimo, forse più del primo, perché preannuncia la possibilità della conferma definitiva, che non potrà che arrivare, però, solo con il terzo… Non è un indovinello: è che, quando uno scrittore coglie nel segno anche con l’opera “seconda”, c’è da essere davvero speranzosi di poter godere di prossime e soddisfacenti letture. Il palermitano Enzo Baiamonte, radiotecnico ormai pentito e investigatore per diletto, era personaggio già ampiamente promosso ne Il libro di legno, precedente e sottile avventura d’esordio. Ora si ripete e, anzi, “debutta in società”: ha il coraggio di mostrarsi in pubblico anche con la sua graziosa e riservata compagna, la sarta Rosa; ma, soprattutto, ha deciso di munirsi di un ufficiale “patentino” da detective, per imboccare la strada di una vita nuova e palpitante, oltre che (incrociamo le dita e diamolo già per certo…) di una fortunata serie letteraria.

Non è un caso che Gian Mauro Costa sia stato affiancato a Sciascia e a Camilleri. Di quest’ultimo ha assunto la disposizione “colorita” per l’uso di espressioni dialettali e il compiacimento divertito per una sicilianità bonaria e a suo modo solida e moralmente integra. Dello scrittore di Racalmuto ha mutuato il profondo interesse per l’analisi socio-culturale e per la decostruzione dei modelli, delle prassi e delle abitudini su cui si sono costruiti e vicendevolmente rafforzati degrado civile e malavita mafiosa. Questi sono anche i due poli attorno ai quali ruota la nuova avventura di Baiamonte, che un po’ suo malgrado, un po’ per la singolare ed ostinata umanità che lo contraddistingue, si trova ad organizzare le “luminarie” di una sagra rionale gestita dai boss locali e, nel contempo, a ricostruire le strane ed allucinate vicende di un giovane garzone disadattato. Le due strade, naturalmente, si incontreranno, tra le stucchevoli (ma sofisticate ed allusive) canzoni neomelodiche della festa di piazza, le “ammazzatine” dei clan e i traffici di droga, le tombe del cimitero cittadino e i conti (da saldare) di una vecchia e drammatica rapina…

Come sempre, comunque, ciò che rende valida una figura alla Baiamonte non è una trama od un soggetto; Baiamonte piace, e non può che essere così, perché, in tutta la sua “splendida” mezza età, legge fumetti, gioca a carte con gli amici, ascolta musica beat ed è un “giovanotto” inguaribilmente scanzonato. Difficile non affezionarsi.

Un approfondimento sull’Autore

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Time is on my side (Yes it is) (The Rolling Stones)

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Nel Palace Hotel di Fort Romper, Nebraska, si incrociano casualmente le strade di cinque uomini: lo Svedese, un uomo dell’Est, un cowboy, il giovane Johnnie e suo padre, Pat Scully, che è anche il proprietario di questo singolare albergo dipinto di azzurro, immerso nel selvaggio West e in una furiosa tempesta di neve.

La situazione è subito ambigua, carica di tensione, perché lo Svedese sembra animato da un comportamento innaturale, da una paura che gli altri avventori non riescono a comprendere, quasi che su di lui penda il rischio di un’inevitabile sventura. Un po’ di whiskey ne cambia l’umore, che presto si fa sfrontato e provocatorio. Così, durante un banale gioco di carte, il destino si ripresenta e i nodi vengono drammaticamente al pettine: “All’improvviso risuonarono tre parole terribili: ‘Tu stai barando!’ Sono situazioni, queste, che confermano come gli ambienti non abbiano la benché minima predestinazione. Qualsiasi stanza può essere buona per una tragedia o per una commedia. Quel particolare, piccolo locale adesso sembrava odioso come una camera di tortura: le espressioni assunte dagli uomini l’avevano trasformato all’istante” (p. 35). Non è, tuttavia, il duello che segue a questa scena a far sì che la dura sorte dello Svedese si realizzi. Certo, ha accusato il figlio di Scully e lo ha battuto, e il cowboy e lo stesso Scully non sono per nulla contenti. Ma la notte dello Svedese si evolve diversamente. Una volta andatosene dall’albergo, si reca in paese, e qui si consuma, quasi inaspettatamente, ciò che si poteva presentire sin dall’inizio del racconto.

Stephen Crane non è un Autore che si capisce “al volo”. Quando avevo letto Il segno rosso del coraggio (1895) – da molti ritenuto il primo grande romanzo moderno sulla guerra (reperibile anche on line) – ero rimasto disorientato. Avevo compreso che vi erano già illustrate le stesse accuse che di lì a poco avrei letto anche ne Il fuoco (1916) di Henri Barbusse o ne La paura (1930) di Gabriel Chevallier o ne Un anno sull’altipiano (1938) di Emilio Lussu. Che si trattasse della Guerra Civile Americana o della Grande Guerra, le esperienze di un giovane soldato erano perfettamente comparabili, nello smarrimento e nell’eroismo, ma anche nella scoperta di orrori indicibili e nella tragica consapevolezza di essere “carne da cannone”. Però nel libro di Crane c’era qualcosa in più, qualcosa di diverso, di intimamente legato ad un addebito specifico e inafferrabile, che non si nutriva esclusivamente di condivisibili istanze di rivendicazione sociale o di denuncia umanitaria.

Forse questo addebito aveva a che fare con la verità crudele che in The blue hotel (1898), questo perfetto congegno narrativo, viene affermata in chiusura dall’uomo dell’Est: “Anche il peccato viene da una specie di collaborazione tra le persone (p. 63)”. Ecco, probabilmente la morale è proprio questa: non c’è mai un solo carnefice, e spesso colui che si ritrova a rivestire il ruolo del colpevole è solo l’ultimo anello di una catena assai aggrovigliata, nella quale non basta essere stati meri spettatori per poter essere veramente assolti. È l’umanità ad essere dannata, e nella grande letteratura non c’è niente di più americano di questa terribile acquisizione.

Una recensione

Il testo in lingua originale

Una piccola scheda video su Stephen Crane

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È il libro che quest’anno ha vinto il Premio Campiello e che senz’altro può appagare una sensibilità trasversale a diverse fasce di lettori. Gli ingredienti giusti ci sono tutti: è una saga di famiglia, ambientata in una terra piena di contrasti e storicamente difficile; è un racconto di passioni, sentimenti e rivendicazioni socio-culturali; è un viaggio alla ricerca delle proprie radici e dei misteri su cui poggiano; è un dialogo tra un padre ed un figlio; è un esperimento di mescolanza linguistica e di sinergia semantica; è un atto d’amore nei confronti delle ricchezze straordinarie che l’Italia custodisce nella profondità del suo passato.

La genealogia degli Arcuri è ripercorsa dalle parole dell’ultimo maschio della stirpe, la chiara voce dello stesso Autore, anch’egli originario della Calabria e trapiantato in Trentino. Ma il personaggio principale è il Rossarco, una collina profumata che la determinazione della famiglia ha reso fertile nel corso dei decenni. Sul Rossarco, ed alla sua ombra, accadono tutti i principali fatti del romanzo, ed è il Rossarco, infatti, ad attirare le attenzioni di Paolo Orsi, uno dei più importanti archeologi dell’Italia unita. La sua ricerca, quella dell’antico insediamento di Krimisa e dei tesori della Magna Graecia, si intreccia in modo decisivo con la vita di Michelangelo, il padre dell’io narrante, e di sua sorella Ninabella. Sono molti gli accadimenti, tristi e felici, che i due si trovano ad affrontare, sullo sfondo di una società ancora arretrata, che, tuttavia, ambisce a migliorarsi e “riscattarsi”, nonostante povertà, ignoranza, sfruttamento e prevaricazione sembrino cifre immodificabili di una condizione destinata a ripetersi anche nel futuro. La rivelazione conclusiva, dovuta ad un improvviso e rovinoso evento, suggella il vero e diretto lascito del libro, anticipato, sin dall’inizio (p. 20), dalle parole del colto e attento Orsi: “Questi luoghi sono ricchi fuori e dentro. Solo chi è capace di amarli sa capirli e apprezzarne la bellezza e i tesori nascosti. Gli altri sono ciechi e ignoranti. O disonesti e malandrini che pensano solo alle loro tasche”.

Forse la lettura può ispirare un senso di déjà vu (o sarebbe meglio dire di déjà lu). Eppure la sintesi di istinto, cuore, fervore ideale e politico tiene. L’Autore, infatti, si abbevera del migliore meridionalismo, personificato anche nella figura di Umberto Zanotti Bianco, fatto interagire direttamente con i protagonisti della narrazione, e quindi del tentativo di coniugare crescita civile ed economica con crescita culturale e morale, saldandole entrambe alle radici di un impegno collettivo e diffuso che esige da secoli di trovare credibili punti di approdo. La lezione, naturalmente, non vale soltanto per il Sud; vale per tutta l’Italia.

Una lunga serie di recensioni (dal sito dell’Autore)

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