Un po’ per prepararsi all’imminente centenario della Grande Guerra, un po’ per fare un viaggio suggestivo nelle radici della cultura e della popolazione della Pedemontana veneta, e un po’ per calarsi nelle sensazioni di un ragazzo curioso e spontaneo al cospetto delle tragiche tracce del conflitto e di una maturità che aspetta soltanto il momento opportuno per sbocciare completamente. Ecco: questi possono essere alcuni buoni motivi per leggere il bel libro di Paolo Malaguti.

L’ultima di queste ragioni rappresenta anche la cornice di senso capace di ordinare la felice sequenza di immagini e di ricordi in cui si risolvono tutti i brevi capitoli: dall’infanzia alle pendici di una montagna presto destinata a diventare teatro di scontri decisivi e sanguinosi all’adolescenza del primo amore e di una spensieratezza che, di fronte al duro lascito di morte e di smarrimento collettivo, pareva perduta e che, invece, conosce, al pari della natura, una nuova fioritura. Ciò che resta impresso, però, non è l’itinerario complessivo, che in fondo si muove sul cliché del racconto di formazione. Sono le sue tappe a colpire il lettore, i singoli e specifici riquadri in cui esse si risolvono, una per una, e nei quali è possibile attingere ad una sensibilità stilistica e compositiva particolarmente affinata.

Con una mescolanza linguistica che ricorda un altro ottimo precedente della stessa casa editrice e che si presta in modo particolare a stimolare empatia e a tradurre anche la vicinanza emotiva dell’Autore, l’io narrante disegna luoghi e figure indimenticabili, a volte terribili, a volte struggenti nella loro statura quasi poetica. È terribile, infatti, ma efficacissima, la descrizione di ciò che il giovane protagonista vede durante la sua precoce attività di recuperante sui campi di battaglia del Monte Grappa (pp. 75 ss.); allo stesso modo, è estremamente ficcante e delicata la rievocazione del vecchio Michele e di Moro Frun (pp. 89 ss.), numi tutelari di universi – uno tutto sociale, l’altro tutto naturale – che per secoli sono cresciuti in reciproca armonia e che la guerra ha improvvisamente separato. E poi c’è il tratto lieve e rarefatto, ed armonioso, con cui viene descritta la città di Bassano, la sua peculiare posizione storica e geografica, i suoi “riti”, il suo ruolo (nel caso, tutto letterario) di scenario ideale per la coltivazione dell’intelligenza del nostro eroe. A sprazzi, il romanzo può anche suscitare qualche istante di autentica commozione, soprattutto nelle parti in cui compare la figura paterna, la sua silenziosa testimonianza, la sua discreta sollecitudine.

Paolo Malaguti – cui si deve, recentemente, anche un grazioso Sillabario veneto – riesce nell’impresa di consegnarci un meccanismo quasi perfetto e di farlo, per di più, riportando alla luce uno dei momenti più sconvolgenti della storia nazionale ed europea. Le percezioni che l’interprete di questo libro avverte di fronte all’oscenità della montagna ferita dalla guerra sono sempre ed esattamente quelle che ancora oggi si può provare calpestando quel medesimo terreno e sperimentando un interrogativo che da allora in poi non può più smettere di tormentare la nostra coscienza (p. 80): «In quella prima mattina di contatto brutale e quasi ferino con la guerra, avvertivo tutto l’immenso e pericoloso fascino del baratro aperto di fronte a me. Pendevo incerto sull’orlo di una voragine che aveva inghiottito generazioni intere, e ora, miracolosamente, si era inceppata proprio mentre mi aggiravo sul suo labbro tumido di sangue giovane. Con quale diritto mi apprestavo a vivere, io? Quale sorte lungimirante, o cieca del tutto, mi aveva destinato al respiro e al sole, condannando invece quelle marionette, ossute e incerte nell’abbrancare spasmodiche il filo spinato arrugginito, all’umiliazione più nera, all’oblio più anonimo?».

Una recensione (di Gianni Giolo)

Il Monte Grappa nella controffensiva italiana dopo Caporetto

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Un piccolo editore di Vittorio Veneto ripropone questo romanzo del 1932, opera ponderosa di una delle figure più interessanti del panorama letterario italiano di quegli anni. Gian Dauli (alias del vicentino Giuseppe Ugo Virginio Quarto Nalato) è stato noto e valente scrittore, ma si è distinto, soprattutto, come direttore editoriale (con la Modernissima e con Corbaccio) e come editore (con la Delta, la Dauliana, Aurora), traducendo e pubblicando le opere di grandi autori stranieri (Conrad, Chesterton, Celine, Stevenson, Schnitzler, London, solo per citarne alcuni; ma Dauli, solo per inciso, è anche il primo a portare in Italia alcune opere sudamericane e ad introdurre nell’organizzazione delle case editrici italiane una strategia ed un organigramma di tipo industriale).

“Gira la rua? La rua gira!”: questo ripeteva ossessivamente un compagno di classe, un po’ suonato, di Giovannino Penta, cinico, ambiguo e sfortunato protagonista di questo libro. Infatti la vita gira, sempre, come la ruota, con esiti imprevedibili, e la famiglia Penta, stirpe benestante di contadini fattisi borghesi, viene puntualmente travolta da un feroce destino di multiple e recidive sconfitte e di inevitabili degradazioni personali, che del resto conducono anche Giovannino allo sbando e poi alla morte. È proprio questo smaliziato e debosciato anti-eroe a ripercorrere, peraltro consapevolmente, tutti gli stadi di una vera e propria epopea di disgrazie familiari e sociali, di fallimenti, sperperi, incesti, adulteri e violenze. A leggere il romanzo – che attinge largamente a ricordi personali e che non manca, quindi, di offrire un verace ritratto della realtà vicentina a cavallo tra Ottocento e Nocevento – non ci si stupisce affatto che Dauli avesse familiarizzato con Federigo Tozzi: vi si riscontra la stessa attenzione, quasi morbosa, per le psicologie più corrotte e decadenti, e per un’ambientazione che cerca di essere il più possibile realista.

Nelle prime pagine del romanzo – che permettono a Gian Dauli (v. qui a lato) di ricorrere al tradizionalissimo artificio del manoscritto ritrovato – si descrive bene questo lunghissimo racconto: “la storia degli ultimi cinquant’anni della borghesia barcollante tra lo scetticismo, il materialismo e il sensualismo; la storia dell’epoca turbata dalle macchine, travolta dalla velocità, stroncata dalla guerra” (p. 23). Ma c’è anche dell’altro, e non lo si può soltanto sintetizzare nel tema trasversale – onnipresente nella narrazione e nei gesti ripetuti delle principali figure che la animano – del degrado morale e sessuale. Questa insistenza si deve ad una sensibilità intellettuale particolarmente diffusa nell’Italia di allora, e in parte è anche riconducibile alle illusioni positiviste da cui lo stesso Nalato era stato fortemente impressionato.

La Rua, in verità, è ancora interessante perché parla anche oggi, forse con una sincerità che per certi versi ci potrebbe risultare addirittura disarmante. Anche oggi, purtroppo, assistiamo al ripetersi – al ri-girare – di una storia di generazioni che, in un Paese che è stato capace di oculati risparmi, di incrollabile tenacia, di forte crescita e di fruttuosa intraprendenza, pare non siano in grado, ancora una volta, di alternarsi in modo armonico e di passarsi il testimone giusto. Riesce difficile ritrovare la solidità e l’operosità dei nostri nonni; la ruota di ambizioni troppo facili o di miraggi esclusivamente di superficie ci espone costantemente al rischio di cadute rovinose e irrimediabili. Nulla è scritto, però; e la vita di Giovannino Penta è un monito che non possiamo più dimenticare.

Una recensione (di Cesare De Michelis) NB: di fatto è anche la Presentazione del libro…

L’Autore nel Dizionario Biografico Treccani

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Sergio Campailla è da anni il curatore, per Adelphi, dell’opera omnia di Carlo Michelstaedter (1887-1910), una delle figure più tragiche della filosofia italiana del Novecento. Il giovane pensatore goriziano, infatti, è morto suicida all’indomani della conclusione della sua tesi di laurea, La persuasione e la rettorica, che ne rappresenta il più noto e tormentato lascito intellettuale. Ne Il segreto di Nadia B. – che reca come sottotitolo la precisazione “La musa di Michelstaedter tra scandalo e tragedia” – il bravo e attento studioso dell’Università di Roma Tre torna, con piglio di vero scrittore, su alcuni dettagli della biografia del Suo Autore per ricavarne un’inchiesta avvincente, che si dipana tassello dopo tassello e che lui stesso concepisce “come un romanzo russo”.

La missione di Campailla è molto chiara: ricostruire la fine altrettanto drammatica e la vita avventurosa di Nadia Baraden, fiamma indimenticabile ed indimenticata di Michelstaedter, mai ricambiato nel suo slancio. Ne emerge una figura così forte dall’aver condizionato in modo decisivo sia l’intensità del pensiero di Carlo, sia l’esito infausto della sua esperienza di uomo. Anche Nadia si è suicidata, pochi anni prima, nel centro di Firenze, avvelenandosi e sparandosi un colpo di rivoltella. E prima di compiere questo terribile gesto, Nadia ne ha comunicato l’intenzione anche a Carlo, con una brevissima, ma esplicita, lettera che, per Campailla, lo ha “in-ca-te-na-to” (p. 200) al suo destino.

Già sposata con una spia zarista (il Baraden che le dà il cognome), Nadia Haimowitch emerge dalle cronache del tempo come un’eccentrica studentessa della celebre Scuola del Nudo, una donna giovane e affascinante, di famiglia ebraica, con un passato insospettabile di rivoluzionaria e di condannata in Siberia e poi all’esilio. Ammirata dalla buona borghesia fiorentina e corteggiata dalla nobiltà locale, rappresenta un lato misterioso che l’Italia dell’inizio del Novecento ancora non può capire e che percepisce, anzi, come spazio dell’esotico o del nevrotico. Nadia, però, è l’eroina incompresa e proto-tipica di uno sconvolgimento politico che presto infiammerà tutta l’Europa e che ne rende la testimonianza un’icona della stessa persuasione che Michelstaedter ricercava come ideale assoluto. Per Campailla, in definitiva, Nadia è stata, per Michelstaedter, ciò che Lou Salomé è stata per Nietzsche. Capirci qualcosa di più non è, quindi, un affare trascurabile.

Il libro è una specie di congegno ad orologeria, il cui ticchettio cresce di intensità passo dopo passo. Ritagli di giornale e documenti recuperati in archivi pubblici e privati si mescolano ai ricordi del giovane studioso, ai primi sguardi, negli anni Settanta, tra le carte gelosamente custodite dalla sorella di Michelstaedter. Deduzioni e ricostruzioni puntuali si intrecciano, poi, a piccoli ma suggestivi schizzi sulla società dell’epoca e sui tanti ed inquietanti tabù che la percorrevano e di cui è stata vittima anche Nadia. Ma senza dubbio il merito del saggio è riportare attenzione attorno ad esperienze individuali irripetibili, che oggi, paradossalmente, ci appaiono come il più chiaro presagio delle inquietudini di un secolo intero.

L’Autore presenta il volume

Il sito dell’Autore

Una poesia di Michelstaedter su Nadia (da C. Michelstaedter, Poesie, Milano, Adelphi, 1987, p. 43):

Sibila il legno nel camino antico

e par che tristi rimembranze chiami

mentre filtra sottil pei suoi forami

vena di fumo.

O caminetto antico quanto è triste

che nella nera bozza tua rimanga

la legna che non arde e par che pianga

di desiderio,

ma dal profondo della sua poltrona

socchiusi gli occhi, il biondo capo chino

stese le mani al foco del camino

Nadia ride.

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Prima di riuscire ad apprezzare, il 2 gennaio, una leggera spruzzata di neve, il 30 dicembre, durante una breve passeggiata montana, sono stato sospinto in un’atmosfera tutta novembrina, complici  i sorprendenti “caldi” di questi giorni invernali di festa. Non c’era atmosfera più adatta per abbordare questo singolare libretto, le cui poesie sono in gran parte di ispirazione autunnale.

Il piccolo fascicolo è formalmente votato all’anonimato più assoluto e la quarta di copertina, autoironica e quasi farsesca, potrebbe anche farci pensare alla dimensione dello scherzo. Nonostante ciò, la poesia di questo Autore non scherza: c’è del mestiere, e ci sono anche immagini e filoni tradizionali e sperimentati, che dimostrano una particolare consapevolezza. Si può anche arrivare a dire di più: dei diciannove pezzi brevi che compongono la raccolta è difficile individuare quello meno riuscito degli altri. Che cosa importa, quindi, dell’identità di chi scrive?

Come si sarebbe detto in altri tempi, l’aura di questi componimenti è tutta pervasa da un clima di malinconia e di insoddisfazione, di stupore inappagato per una perfezione che è delle cose e che, tuttavia, nessun interprete umano può raggiungere. L’ambientazione autunnale non fa altro che enfatizzare questi sentimenti, anche se talvolta la combinazione tra la fascinazione assoluta per un ordine segreto e l’ambizione frustrata dell’artista si trasformano in rabbia determinata, in invettiva nei confronti dell’ineffabile ma aggrovigliata semplicità della terra. I pezzi su Dino Campana e Vincent Van Gogh rivelano che la pazzia può essere un canale privilegiato, un modo di assimilarsi integralmente e con successo, finalmente, alla sorprendente ed agghiacciante follia della natura. Alla fine, sono gli affetti, come sempre, a non tradire, a permettere un minimo conforto: un bacio rubato nel freddo e nel buio può dare il più grande e forse unico sollievo, e l’istintiva attenzione per i propri figli è il segno che almeno loro possono avere ancora l’illusione di capire e cambiare il mondo.

L’Editore

Due poesie scelte…

Odio madre natura, mi fa schifo.

Te, quel poco di sterco e qualche poesia

che riesci a produrre con grande fatica

li tieni da conto come fossero oro.

Lei abbonda di ogni tesoro

e lo spreca, lo butta.

Miliardi di pigne, conchiglie,

pietre bianche, rotonde, nere.

Fiori da riempire all’orlo

mille petroliere.

Li butta, la stolta. Ha le mani bucate,

l’orrenda mignotta, sfondate.

E il vento, le onde, non si fermano mai.

E le nevi perenni, la luce del sole,

e la notte e il giorno, la pioggia che cade.

Gli atomi eterni, un milione d’inverni.

I falchi, le balene, i ghiri,

l’acqua che bevi, l’aria che respiri.

——————————–

Il sole si abbassa,

si piega a leccare la strada.

La massa di foglie secche

è un cane senza padrone.

Non c’importa

il freddo dell’androne,

la porta nera di legno vecchio.

Fuori tutto scurisce, secca.

Tienimi stretto.

Sei l’unica nota intonata

nell’orribile stecca.

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Sia pur ambientata a Torino, capitale italiana dell’esoterismo, l’ultima produzione di Massimo Tallone non racconta certo una vicenda dark, e questo è un merito. Il fantasma è solo il punto d’avvio delle fantasie, fin troppo reali, dell’anziana governante Annetta, vera protagonista del libro, oltre che ininterrotta e simpatica voce narrante di un giallo di per sé abbastanza scolastico.

La storia, infatti, non è originalissima. Nella soffitta di un pittore defunto, poco apprezzato in vita, ma ora prossimo ad una stagione di successi postumi, ci sono strani rumori notturni. La domestica di Maria Doro, sorella dell’artista, ingaggia per suo conto il signor Piola, eccentrico antiquario, affinché scopra l’arcano; nel frattempo, il giovane Corrado, figlio di Maria, muore misteriosamente, cadendo proprio dalla scala che porta alla soffitta. Piola, dunque, architetta un piano per smascherare fantasma e assassino al contempo, dando così il via ad una serie di sviluppi forse un po’ scontati, e con un finale nel quale, come sempre, il colpevole è comunque “il maggiordomo”, ossia la figura apparentemente più innocua e insospettabile.

Però, come si anticipava, c’è Annetta, e questo ci basta: c’è il suo pratico buon senso sabaudo, c’è il suo solido realismo, ci sono le sue impagabili osservazioni-divagazioni da tipica portinaia di palazzo perbene, c’è il suo costante, nostalgico e amabile sguardo al marito Meo, taciturno compagno premorto e perdurante e tenero riferimento di tutta una vita. Annetta, poi, è l’emblema del carattere subalpino e, come tale, la portavoce ideale di alcune fondamentali istituzioni, come l’impareggiabile merenda sinòira.

Tallone, in fondo, è un ottimo disegnatore: anche con riguardo agli altri personaggi, dimostra una certa capacità compositiva, riesce, cioè, a delinearne i tratti in modo molto evocativo e compiuto, trascinando con essi, nell’intreccio, l’atmosfera o il milieu di cui dovrebbero essere l’archetipo. Peccato, tuttavia, per la trama, decisamente troppo “facile”. Si tratta, ad ogni modo, di un Autore rodato, che probabilmente merita ulteriori frequentazioni: visitare il catalogo della “premiata ditta” F.lli Frilli Editori per credere.

Intervista a Massimo Tallone (Salone del libro 2012)

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E ancora proteggi la grazia del mio cuore adesso e per quando tornerà l’incanto (Vinicio Capossela)

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Questa raccolta di racconti – con un assaggio, verso la fine, di qualche poesia – è come un agrume composto da tanti spicchi, aspri e dolci al contempo. Non è un’antologia, ma una selezione di pezzi variamente connessi, quanto meno per il fatto che il loro protagonista è sempre Zachar, immagine dell’autore medesimo. Nella quarta di copertina, in effetti, si legge “romanzo fatto di frammenti”; e così è, quasi fosse un collage di momenti diversi, di estratti di una vita talvolta semplice, talvolta violenta, talvolta indecifrabile. In sostanza, è come se ci trovassimo di fronte a differenti fotogrammi del processo formativo e della personalità, anche più intima, dello stesso scrittore. Il quale, peraltro, si rivela ottimo e solido erede della grande tradizione russa.

Ciascuno dei nove racconti meriterebbe almeno un breve cenno. Il primo è la storia di un amore chimicamente immediato che arriva a farsi promessa di qualcosa di più grande, con due livelli di lettura e con le immagini, a quelli intrecciate, di un’altra storia e di un dolce e metaforico rapporto tra Zachar e alcuni cuccioli di cane. Il secondo racconto offre il titolo al libro, e ciò avviene correttamente, perché l’inquietudine acerba del giovane personaggio rappresenta efficacemente l’humus su cui sarà destinata a stendersi l’esperienza disorientante e fertilizzante della vita, quella, cioè, dei racconti successivi. Del resto, Karlsson e Demonio e gli altri sono proprio esempi di iniziazioni, all’umiltà, da un lato, e, dall’altro, alla coscienza dei rapporti sociali. Ruote, poi, è una storia di amicizia e di sentimenti autentici quanto ingenui, ma anche di finale e scioccante avvertimento sulla inevitabile necessità di diventare davvero uomini. Sei sigarette, eccetera segna le difficoltà del passaggio alla maturità, e Non succederà niente è la sintesi perfetta della precarietà fatalmente incombente che minaccia anche il raggiungimento delle felicità familiari, apparentemente più semplici ed elementari. Se Il quadrato bianco, infine, è un salto all’indietro, ossia all’infanzia e alla dimensione del gioco, esso è tale solo per ricordarci quanto la dimensione rassicurante dell’innocenza possa convivere con la precoce scoperta della sua insufficienza e della sua tragica incapacità di proteggerci fino in fondo. Il sergente, che chiude il volume e che ritrae Zachar sul fronte ceceno, non è soltanto un quadro dell’insensatezza della guerra o l’ultima e più dura conferma della condizione precaria di ogni uomo: è il bilancio smarrito di chi si è arruolato per trovare se stesso e si è, però, ri-trovato nella stessa irrequietezza e nella stessa nudità dell’adolescenza, privato, per giunta, dell’amor di Patria, eppure consapevole dell’esistenza una “russicità” perduta e di una sensibilità profonda che neanche la libertà dei paesi “più liberi” può restituire al suo popolo.

Accostato, talvolta, a Turgenev e a Dostoevskij, Prilepin, classe 1975, è un narratore spontaneo, istintivo, diretto, ma anche attento e suggestivo, senza essere tuttavia artificioso e, soprattutto, senza incorrere negli ormai tipici prodotti delle scuole di scrittura: che vogliono convincerci con la tecnica e che, difettando di una vera passio narrativa, non riescono più a riproporsi dopo la lettura dell’ultima pagina. Probabilmente, per Prilepin l’aggettivo giusto è autentico, perché si ha davvero l’impressione che ci voglia dire delle cose che ha vissuto e sentito realmente, e ciò perché ritiene che esse non gli appartengano esclusivamente e possano, invece, manifestare un disagio ed una nostalgia comuni, e (contemporaneamente) un’ebbrezza di natura collettiva, anche politica. Zachar, in sostanza, si vede come l’alter ego di un popolo e di una generazione che sempre ha cercato e sperato la libertà, ma che mai ha saputo accontentarsi di quella puramente esteriore e che, quindi, può ribellarsi in ogni tempo e in ogni modo a chi cerca di strumentalizzarne le aspirazioni. Una riflessione apparentemente estemporanea del sergente, nel racconto conclusivo, è la base di un vero manifesto: “la peggiore assenza di libertà è quando non puoi compiere facilmente la scelta più importante, non quando c’è poca indulgenza per capriccetti banali, che si riducono in genere al diritto di vestirsi in un certo modo, uscire la notte a ballare e poi non lavorare di giorno, o se proprio devi lavorare, fare qualcosa di strano, inutile e incomprensibile” (p. 215). Leggiamo Prilepin, dunque, per capire la Russia di oggi, i suoi tanti vuoti e lo spirito che in essa continua a confrontarsi e ad alimentare qualche residua ed amara speranza. E che, per giunta, potrebbe insegnare qualcosa anche a noi occidentali.

Un’intervista (da Liberazione)

Un’altra intervista (da Marcotropeaeditore)

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Un esperto giornalista – che è da tempo un instancabile viaggiatore, come provano i tanti reportage su Repubblica – propone una visione verticale dell’Europa, dall’estremo Nord di Kirkenes, in Norvegia, fino allo stretto del Bosforo, alle porte di Istanbul e del Mediterraneo. L’equipaggiamento è essenziale; l’idea è quella di muoversi, se possibile, soltanto con i mezzi pubblici. Disagi e contrattempi, infatti, non costituiscono necessariamente un problema, ma la chiave per incontri e scoperte altrimenti inaccessibili.

L’itinerario di Rumiz è il risultato di un’aspirazione di ricerca progettata quasi con ostinazione: è vero, la cortina di ferro non c’è più, ma il confine può essere ancora un elemento indispensabile; è per questo che occorre seguirne le tracce e gli spostamenti, e non c’è niente di meglio, per capire che cosa è stata e che cosa può essere oggi l’Europa, che “buttarsi” alle sue più tormentate estremità e percorrerne i contorni più frastagliati e desolati, più carichi di ogni più forte sensazione, naturale o artificiale che sia. È in questo tipo di intuizioni che si può saggiare il gusto, il senso e la profondità di un’eredità culturale che, nel centro del Continente, non è più disponibile, sommersa da un lifestyle sempre più uniforme ed omologante.

Negli appunti dello scrittorie triestino – aedo del meticciato culturale, per diritto di nascita orgogliosamente ribadito – curiosità e momenti salienti non mancano. Sono molto suggestive le descrizioni delle Penisola di Kola, della Carelia e degli uomini che la abitano, così come delle Isole Soloveckij e dell’intensa e primordiale religiosità ortodossa che pervade, anima e spiega lande ancora selvagge. Dopo il pezzo sulle Terre di mezzo (Estonia, Lituania e Lettonia), il capitolo migliore, probabilmente, è quello sulla “città di Kappa”, Kaliningrad. Anche molte immagini restano facilmente impresse, come quelle dei treni russi, popolosi universi che si muovono costanti ed inesorabili (bellissima la descrizione di una carrozza-tipo a p. 72).

Tuttavia, ciò che più colpisce è il modo con cui l’autore raccoglie le testimonianze, dirette o indirette, dell’immenso, diffuso e silenzioso lascito dell’ebraismo in una fascia territoriale incerta ed attraversata da un dinamismo storicamente instancabile e crudele, capace, tra pogrom, guerre, Shoah e persecuzioni staliniste, di travolgere e cancellare una magna pars del cuore europeo e dell’anima che l’ha fatto pulsare per secoli. “La memoria: ecco il tema chiave” (p. 120). Ecco, in definitiva, l’antidoto, per evitare anche oggi che ignoranza e vuoti nazionalismi riportino alla luce terribili reticolati di violenza e spingano l’Europa a superare confini che non vorrebbe mai più oltrepassare.

L’Autore a Fahrenheit (Radio3)

Da leggere (dello stesso Autore): La leggenda dei monti naviganti

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Talvolta accade che non si entri in libreria “a colpo sicuro” e che, originariamente convinti di acquistare comunque qualcosa nei confini di una certa materia o di un certo genere, si finisca per non trovare quella cosa ed afferrare il primo titolo capace di evocare una qualche suggestione positiva, giusto per evitare che la delusione abbia il sopravvento. Anche L’occhio di Galileo ha seguito questa sorte: la mano lo ha agguantato rapidamente, d’istinto, semplicemente perché il riferimento al grande scienziato ha risuscitato il piacere, fresco e leggero, ma non banale, di una lettura fatta qualche anno fa (si trattava de Le galline pavàne di Galileo di Gian Paolo Prandstraller).

Il libro dell’astrofisico Luminet, però, non ha come protagonista Galileo (che pure compare nella copertina). Il personaggio principale è Johannes Kepler (1571-1630), Giovanni Keplero, uno degli altri “Costruttori del cielo”, ossia uno dei grandi scienziati – oltre a Galileo e Keplero, anche Copernico, Tyco Brahe e Newton – cui l’Autore francese ha deciso di dedicare l’omonimo ciclo di profili biografici, ora in corso di traduzione italiana con il sostegno del Segretariato Europeo per le Pubblicazioni Scientifiche. La sorpresa non indispettisce, poiché, salvo qualche iniziale ed evidente difficoltà di “decollo” narrativo, questo gradevole romanzo storico tratteggia un affascinante ritratto del famoso mathematicus imperiale, della sua vita e del suo carattere, delle sue ricerche e delle sue opere, della sua famiglia e dei suoi diversi interlocutori politici. Può valere anche come un godibile ripasso di fisica e di geografia astronomica, tanto per ricordarsi, ad esempio, come e perché sono così importanti le leggi di Keplero, e quali siano le acquisizioni che esse hanno consentito rispetto alle tesi di Copernico, Brahe e Galileo.

La storia di Keplero è tutta abilmente orchestrata dallo scrittore francese. L’espediente di individuare l’io narrante nella figura di John Askew, un immaginario diplomatico inglese, consente di avere l’occasione per descrivere la cornice storica e di evidenziare come il progresso delle scienze sia sempre stato al centro di snodi e di interessi politici ed economici di primaria importanza, oltre che di grandi conflitti religiosi. Proprio a quest’ultimo riguardo, poi, è altrettanto riuscito il modo, indiretto ma insistito, con cui si cerca di raffigurare quali e quanti siano stati i condizionamenti che le autorità confessionali del tempo hanno potuto esprimere nei confronti del dialogo accademico e dei suoi maestri. Tuttavia, ciò che meglio può coinvolgere il lettore è la sovrapposizione costante tra le traversie familiari di Keplero (che, come Galileo, viveva davvero in tempi difficili…) e lo sviluppo di un itinerario spirituale mai domo: di sperimentazione, di confronto e di riflessione parimenti continui, di insolita tenacia intellettuale e morale, di vocazione pura e destinata a compiersi in un tenace disegno di studio, sempre ed ancora rinnovato, dalle “fondamenta” dei lavori giovanili all’ambiziosissima Harmonices Mundi, capace di spaziare sino alla musica.

È questo, d’altra parte, il precipitato della lettura: è l’idea che il metodo scientifico possa serbare sempre ed ancora grandissime scoperte, a condizione che si voglia raccogliere il “testimone”, che si voglia, cioè, seguire la passione, il rigore, la pazienza, ma anche la curiosità e la creatività che la ricerca richiede a tutti i suoi adepti. L’immagine che chiude il romanzo – quella di John Askew, che, dopo aver raccontato tutta la storia al piccolo Isaac Newton, gli regala il bastone che era di Keplero e, prima di lui, di Brahe – è molto di più che una mera invenzione letteraria.

Pillole di storia dell’astronomia

Un carteggio accademico tra ‘500 e ‘600…

Harmonices Mundi di Keplero

Jean-Pierre Luminet al Festival della Scienza

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Don’t go chasing waterfalls, please stick to the rivers and the lakes that you’re used to (TLC)

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