Ci sono momenti nei quali il migliore antidoto per la stanchezza – fisica, psichica, intellettuale… – è un buon libro giallo o un buon thriller. Il problema, però, è sempre lo stesso: quello della scelta. Quale giallo? Quale thriller? Perché i lettori, tutti, lo sanno benissimo: la scelta sbagliata non “vince” la stanchezza, rischia soltanto di portarla a livelli insopportabili; anzi, alla stanchezza si può soltanto aggiungere una delusione cocente, mista a depressione galoppante. Ad ogni modo, il più delle volte bisogna sapersi accontentare, cogliendo le energie positive che anche un’opera complessivamente modesta può nascondere tra le sue pagine. Questo è il caso, in effetti, de Il maestro di scacchi, nuova avventura del giovane e svagato Max Perri, avvocato per destino familiare più che per passione.

Ad essere onesti, i fattori di potenziale e immediato “disincanto” sono svariati e dovuti ad elementi narrativi che replicano espedienti un po’ scontati: è da poco passato il 150° anniversario dell’Unità, e molti dei misteri che aggrovigliano l’intreccio poggiano le loro radici, guarda caso, proprio in pieno Risorgimento; passato e presente si articolano in rapide, ma numerose, sequenze, e la struttura del romanzo ne riesce un po’ troppo frammentata, al punto che spesso si rischia la confusione; la definizione dei caratteri di quasi tutti i personaggi è molto marcata, e in alcuni casi sembra di trovarsi di fronte a caricature stereotipate di modelli già sperimentati, come quello della giovanissima Chiara, un po’ dark, un po’ asociale, un po’ brillante e, naturalmente, un talento scacchistico e, al contempo, una ragazza “carina” e intelligente. Ma anche il prof. Terrani e tutta la “stirpe” della nobilissima e papalina famiglia Oderisi sembrano emergere da un cocktail già bevuto, un po’ Augias (I segreti di Roma) e un po’ Pérez-Reverte (Il club Dumas). Alla fine, poi, ma non proprio “alla fine” (purtroppo…), lo snodo dell’intrigo si intuisce facilmente e l’illusione di imminenti e tonificanti colpi di scena ne risulta smontata altrettanto semplicemente.

Tuttavia, ci sono ingredienti che compensano abbondantemente queste carenze e che rendono ancora una volta godibile il frame in cui si muove la penna dell’avv. Salvatorelli: che enfatizza con il giusto colore alcuni aspetti, comuni ma reali, dell’attività forense e del relativo ambiente; che crea, nella figura di Max, un “collega” che non si prende troppo sul serio, riesce istintivamente simpatico e interagisce alla perfezione con la sua squadra, Rita, Giulia-pancia (!) e HAL (alias Roberto: ecco, forse troppo zelante per essere un praticante di uno studio legale…); che ci racconta, sotto sotto, delle sue genuine passioni (per la musica, per il collezionismo, per una certa epoca storica, per un certo qual modo di guardare alla professione e alla vita quotidiana); che semina abilmente indizi per incuriosire il lettore affezionato a ritrovare gli stessi interpreti sulla possibile scena di un’eventuale prossima indagine.

Caina attende e Il collezionista ostinato erano forse migliori; ma non possiamo pretendere che Max Perri sia sempre sulla cresta dell’onda. Diciamo che, per ora, gli diamo appuntamento in qualche mercatino di Porta Portese e lo lasciamo gustarsi, di nascosto, un qualche quadretto di ottima cioccolata fondente. Un tipo come lui merita complicità e indulgenza.

Il sito dell’Autore

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Sia pur nel contesto di un racconto forse un po’ troppo lungo (pp. 486), Giorgio Caponetti offre al pubblico un’opera prima di tutto rispetto. Non è solo la storia di un’amicizia d’altri tempi, tra un grande cavallerizzo italiano, Federigo Caprilli, e il nobile ed integerrimo mecenate idealista cui si deve la fondazione della F.I.A.T. e dell’Automobile Club, il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio. È l’affresco di un momento di grandi trasformazioni, nella società come nella tecnica, nei valori come nella politica, nelle città come nel lavoro, nell’economia come nell’impresa.

In quest’ultima direzione, poi, il titolo non è soltanto una metafora. È anche la descrizione romanzata di eventi tanto noti quanto rimasti pur sempre ambigui: del fallimento della F.I.A.T. e – come dice l’Autore, una volta caduti i “puntini” – della fondazione della Fiat; delle conseguenti e crescenti fortune di Giovanni Agnelli, nonostante il difficile processo in cui era rimasto coinvolto proprio in seguito alle “stranezze” del crack cui era incorsa l’originaria compagine societaria dell’azienda; della morte misteriosa di Bricherasio, prima, e di Caprilli, poi; di un esiziale intreccio tra affari privati, politiche pubbliche e attività spionistiche, a ricordo di quante volte, sin dai primi passi dell’Unità, i nostri governanti sono stati attratti da speculazioni non sempre virtuose. E di come, a farne le spese, di solito, non sono soltanto talune importanti e lungimiranti figure, ma, assieme alla cosa pubblica, i comuni ed inconsapevoli cittadini, meri spettatori di rivoluzioni dirette da pochi interessati.

Complessivamente, si tratta di una bella lettura, che poggia anche su di un espediente letterario parzialmente riuscito: la voce dell’io narrante che “apre” il volume resta sempre presente, poiché, accanto alle vicende cronologicamente ordinate, ma sovrapposte, di Caprilli, Bricherasio e Agnelli, si snodano i ricordi immaginari dello scrittore bambino, il cui nonno, oltre ad insegnargli molte cose “da grandi”, si rivela pagina dopo pagina come uno degli attori principali sullo scenario della “Storia” che viene narrata. Ma il libro è interessante anche per le frequenti digressioni in dettagliate rievocazioni di fatti e di eventi salienti, oltre che di diversi e significativi personaggi della Torino dell’inizio del XX Secolo; così come per la costante ripresa dell’epopea del cavallo, per la quale l’Autore, pur indulgendovi per lunghi tratti, dimostra una passione solida e autentica, suscitando così curiosità anche nel più sprovveduto dei profani.

Ad ogni modo, il messaggio di questo nuovo romanziere è chiaro: la tecnologia può essere un vero strumento di emancipazione e di progresso, a condizione che la “cavalleria” e l’armonioso comporsi di virtù private e di virtù civili di cui essa può essere un valido simbolo non vengano oscurate dall’etica scivolosa dell’arricchimento soltanto egoistico o del tornaconto brutalmente personale.

L’Autore a Radio Capital

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L’inizio de La stella della redenzione, di Franz Rosenzweig, mi è sempre rimasto particolarmente impresso: “Dalla morte, dal timore della morte prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto”. Nel contesto di una potentissima, quanto oscura, proposta filosofica, questa affermazione rischia di risultarci soltanto astratta, troppo assoluta, inafferrabile. D’altra parte, in quell’incipit, non c’è traccia delle circostanze in cui quel libro è stato concepito: Rosenzweig lo ha compilato, pezzo per pezzo, sul retro di cartoline che spediva alla madre, mentre si trovava in trincea durante il primo conflitto mondiale. Era immerso, quindi, in una condizione nella quale quel pensiero non poteva abbandonarlo; sapendo tutto questo, cominciamo a capirlo un po’ meglio.

Anche Franco Arminio spedisce cartoline; o, meglio, le lascia spedire, con l’immaginazione, da persone senza nome, che sono già morte, e che ci consegnano, così, qualche frase sul loro decesso, su quello che sono stati costretti ad abbandonare, sul modo con cui le persone hanno reagito o, semplicemente, su come sono andate le cose. Ed anche Franco Arminio, nella Nota che segue alle sue 128 cartoline, rivela che “puoi scrivere intorno a questa cosa che forse regge tutto, intorno a questo niente che sorregge e corrode ogni cosa” soltanto “in quell’umore che ti viene dalla morte appena trascorsa”. Nel suo caso, il pensiero della morte viene in coincidenza con alcuni attacchi di panico. Per molti, quello stesso pensiero emerge allorché muore una persona cara.

Per un po’, dopo l’acquisto, ho considerato questo piccolo libro come qualcosa di intoccabile: avevo paura del suo contenuto, o forse dell’idea che ci si può fare, di solito, di un testo che rimanda chiaramente ad un qualcosa di cui mai si vorrebbe parlare. Invece la lettura di Cartoline dai morti si è rivelata un’esperienza tutt’altro che univoca o convenzionale. Perché il paesologo – e poeta – Franco Arminio, da par suo, non si è spinto a proporre interpretazioni universali, né ha voluto stimolare sentimenti di contrizione o di riflessione profonda. Si è soltanto proposto di fotografare esperienze possibili, spesso tragiche e strazianti, ma talvolta anche comiche e apparentemente surreali. Sicché si viene travolti da cartoline che sanno, allo stesso tempo, di casuale e di inevitabile, di imponderabile e di atteso, di realistico e di onirico, di sperato e di ignoto.

In questo la morte si scopre simile alla vita, come se ne fosse un vero completamento, così eccezionale in alcuni casi, così comune in altri, irripetibile e singolare sempre. Pur nella consapevolezza, quindi, che al segreto della morte ci si può avvicinare soltanto da vicino, Arminio ci consegna la chiave di uno scrigno che, una volta aperto, non può che essere pieno, paradossalmente, di episodi normali e di sensazioni ordinarie. Probabilmente è proprio vero: l’unico modo per esorcizzare la paura è riconoscere l’estrema naturalezza del suo oggetto.

 

Cinque cartoline scelte:

Stavo togliendo di mezzo le maglie dell’inverno. Mi ero stancato di piegarle una a una e di trovare un posto dove nasconderle. Nella mia casa c’erano troppe cose. Troppe maglie, troppe scarpe, troppi cappotti, troppe sciarpe. Sono caduto a terra stringendomi a un maglione. Era un maglione verde, uno che non mi ero messo mai.

Io passeggiavo, mangiavo poco, cercavo di non arrabbiarmi con nessuno. Non è servito a niente.

Tutto per colpa di una vacca che di notte stava in mezzo all’autostrada.

Nessuno mi aveva spiegato niente. Ho dovuto fare tutto da solo: rimanere fermo e muto, raffreddarmi, iniziare a decompormi.

Non c’è neanche il niente, almeno così mi pare.

 

Al cimitero con l’Autore

Il blog del paesologo Franco Arminio

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Devo dirlo subito, per evitare equivoci: non si creda che la segnalazione di questa lettura significhi necessariamente un elogio, in generale, della vita nella natura o, più precisamente, dei progetti di auto-sufficienza alimentare che si vanno diffondendo assieme ai tanti ecovillaggi che se ne fanno promotori. Sarebbe troppo banale, troppo generico e, in fondo, troppo buonista. Ma sarebbe, soprattutto, ingeneroso nei confronti dell’Autore, e ciò per due ragioni.

La prima: quella di Bonanni non è una storia percorsa da un malinteso afflato new age. Si tratta della cronaca di un percorso, tanto precoce quanto difficile, di auto-formazione contadina e, contemporaneamente, di crescita personale e di indipendenza dai legami familiari, oltre che di graduale tirocinio alla condivisione della propria esperienza. Il giovane Devis, in altri termini, non ci parla di presunzioni cariche di verità naturalistiche da declamare o diffondere in modo soltanto astratto; ci parla, con grande sincerità, di una vocazione dura e di una tenacia che può conoscere anche momenti di crisi e di perplessità, ma che dimostra, per ciò solo, un’intrinseca nobiltà. È un racconto vero, che, anche quando strizza l’occhio a suggestioni forse troppo classiche (Thoreau, London, Fukuoka…), vuole soltanto rendersi testimone di sensazioni, emozioni e riflessioni radicate, e quindi universali, anche se legate soltanto al primo orto, alla serra finalmente costruita, alla prima polenta, alla Carnia, a quei torrenti e a quei boschi, al freddo pungente dell’inverno, alla passione per la bicicletta, agli errori che tutti, invariabilmente, facciamo, alla battaglia quitidiana tra sogni, aspirazioni e necessaria umiltà…

Il secondo motivo, poi, per esprimere tutta la soddisfazione che questo libro può dare è di carattere intrinsecamente letterario: ci troviamo di fronte ad un giovane, nuovo e vero scrittore. Ed è un evento, questo, che bisogna sempre onorare con il dovuto rispetto. Perché Pecoranera è ben scritto, e le sporadiche ingenuità che lo percorrono, lungi dal generare delusioni improvvise e potenzialmente fatali, comprovano ulteriormente la spontaneità di un talento. Rem tene, verba sequentur, ammoniva Catone; e Bonanni pare aver metabolizzato del tutto la lezione, dimostrandoci che sa – verrebbe da dire, sulla sua pelle – ciò di cui parla ed offrendoci, così, stile e linguaggio realmente adeguati alla materia e ai momenti in cui si articola tutto il suo complesso itinerario psicologico.

Queste osservazioni, però, non intendono rivolgere a Devis la stessa frase su cui si ferma a riflettere alla fine volume: “Sei troppo intelligente per coltivare la Terra”. L’Autore, infatti, è così intelligente che la sua risposta sarebbe, ancora una volta, il semplice e disarmante invito che chiude il racconto (p. 199): “Dimenticatevi i massimi sistemi, le teorie che ci spiegano come dovrebbe andare il mondo, le prediche da fare e da subire. Non pensate a niente, se non a procurarvi pochi metri quadri di Terra, ovunque voi siate, che siano su un balcone o in mezzo ai rovi di una campagna dimenticata, da cui cominciare il vostro cambiamento. Se saranno pomodori o peperoni, mele o albicocche, fave o fagiolini, cavolfiori o biete, saranno loro, le piante, a condurvi per mano, a spiegarvi come si fa”.

Il Progetto Pecoranera

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Dopo aver letto, diversi anni fa, Difesa dell’intolleranza (2002), mi sono quasi affezionato all’urticante inattualità (intesa, però, in senso tecnico) di questo singolare pensatore sloveno, che si dice ancora seguace di Lenin e che cerca di riproporre il comunismo sul piano dello scenario globale. Del resto, con un look da vero guru e con una fama da popstar della filosofia e della sociologia, Žižek ha conquistato schiere di ammiratori sempre più numerosi ed è diventato anche l’oggetto di indagini scientifiche vere e proprie: esiste, addirittura, un International Journal of Žižek Studies. Eppure, spogliato delle soluzioni o degli orizzonti che propone come unica via d’uscita e che abbracciano talvolta l’adesione a quella che, con Alain Badiou, definisce Idea Eterna della Giustizia Rivoluzionaria, lo sguardo di Žižek, che si cimenta anche con la psicanalisi e con la critica cinematografica, ci mette sempre di fronte, in modo tanto acuto quanto impietoso, alla ineludibile presa d’atto delle moltissime contraddizioni del nostro tempo e della società in cui viviamo.

Benvenuti in tempi interessanti è il motto che l’Autore riprende da un augurio cinese e che rivolge, ironicamente, a tutti quegli intellettuali, apparentemente radicali, che preconizzano sviluppi catastrofici e che, in verità, non desiderano altro che giustificare la loro elevata vocazione a fronte di una realtà nella quale si trovano perfettamente a proprio agio. Ma è proprio questa realtà che Žižek vuole prendere di mira, invitandoci a sottoporla sempre ad una dura critica, svelandone la natura alienante e barbarica, in un gesto di riaffermazione decisa dell’uso pubblico della ragione.

Sono poche le cose che resistono alle argomentazioni di Žižek. L’ideologia economica – sostiene – è diventata egemonica, in ogni ambito, anche laddove si ritiene di delimitarla o di razionalizzarla: ogni sforzo in tal senso, infatti, ne tradisce il successo e il consolidamento (interessanti, ad esempio, le osservazioni sul cloud computing, come fenomeno di estrema privatizzazione del general intellect, o sul cd. “capitalismo naturale”, forma raffinata di conquista delle sensibilità individuali mediante la creazione di preziosi prodotti “ecologici”). Paradossalmente, oggi, ad essere rivoluzionario, e quindi tanto più appetibile, è il capitalismo stesso, all’atto del suo innegabile trionfo. Trasformazioni sociali radicali sembrano del tutto impossibili; tuttavia, per Žižek, occorre insistere nel rinnovamento dello sforzo profondo al cambiamento e nel riconoscimento, nuovamente, dell’attualità di una chiave di lettura dichiaratamente comunista.

A tal proposito sono notevoli i punti, siano o meno condivisibili, in cui si cerca di ripercorrere, con intelligenza, le ragioni del fallimento del socialismo reale e di spiegare, in particolare, l’approccio di Lenin e il suo confronto con quello di Stalin (pp. 53 ss.); ma lo sono anche quelli in cui si dimostra che un fallimento di un’esperienza non significa necessariamente la fine di ogni tentativo e che si dovrebbe, così, riproporre, continuativamente, lo “spirito egualitario mantenuto vivo nell’arco di migliaia di anni di rivolte e sogni utopici” (91 ss.). Non mancano, però, nel testo, anche un capitolo interessantissimo sulla Cina “capitalista” (pp. 63 ss.) ed uno, non meno godibile, sullo scontro tra cultura occidentale e cultura islamica (pp. 107 ss.).

Nella chiusa Žižek chiarisce inequivocabilmente i termini della sua proposta, che ambisce a sostituire, in un movimento antagonista, un framework dominante con un altro (p. 128): “Comunismo oggi non è il nome di una soluzione, ma il nome di un problema: il problema dei commons in tutte le sue dimensioni – i commons nella natura come sostanza della nostra vita, il problema dei nostri commons biogenetici, il problema dei nostri commons culturali (‘la proprietà intellettuale’) e, ultimo ma non meno importante, il problema dei commons quale spazio universale di umanità da cui nessuno dovrebbe essere escluso. Qualunque sia la soluzione, dovrà risolvere questo problema”. Si può anche non stare con Žižek; ma, certamente, non lo si può ignorare. Per chiunque voglia affrontare le grandi questioni del presente e del futuro, è Žižek a costituire un problema.

Pillole di Žižek… su Internazionale

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Stefano De Conti è un poliziotto risoluto e a suo modo affascinante, che bada al sodo e che non si lascia certo intimidire. Ma c’è un passato drammatico alle sue spalle, un evento tragico da cui cerca di fuggire: la diffidenza dei colleghi e le aperte ostilità del capo non sono certo un problema, né può esserlo l’indagine delicata che gli viene subito assegnata, all’atto del suo insediamento presso la Questura di Venezia. Si è trasferito in laguna, infatti, seguito da Bruno, anziano e fedele maggiordomo di famiglia, una figura sollecita e quasi paterna, l’unica persona che gli è rimasta dopo i lutti, profondissimi, che vuole lasciarsi alle spalle e che ne hanno determinato la partenza dalla sua città, Torino.

In questa cornice, si apre l’indagine introspettiva, che non è, però, quella che De Conti riesce a portare brillantemente a termine dopo diversi appostamenti e dopo essersi guadagnato, “a spallate”, il rispetto, e il timore, del nuovo ambiente di lavoro. Si tratta della ricostruzione della propria vita e della propria professione, in una città nuova e particolare; ma si tratta, soprattutto, di fuggire da una minaccia terribile e ancora incombente, che rischia di essere addirittura irrimediabile e di portare il protagonista alla più completa disperazione.

Andrea Tralli compone un romanzo che, in verità, non ha un inizio e una fine determinati. Tuttavia non è detto che ciò costituisca un difetto. In modo implicitamente astuto, Omicidio in Sestiere Castello (il titolo si basa sul fatto che l’omicidio su cui De Conti indaga è avvenuto in quella parte di Venezia) è una specie di “prologo”, che promette senz’altro ulteriori puntate, nel presente, nel futuro e forse anche nel passato. Perché la lettura di questo insolito giallo-thriller non risolve ogni questione: vorremmo sapere, infatti, che cosa è realmente successo a Torino, quali sono le sequenze degli eventi che hanno portato alla morte di Marta, moglie del protagonista, e qual è la caratterizzazione dei “nemici” da cui De Conti sta cercando di scappare; ma vorremmo anche sapere se il tormentato poliziotto troverà in Giorgia o in Carla, le due figure femminili che incontra in questo libro, una reale possibilità di riconquistare se stesso. La prima sfida narrativa di Tralli è, quindi, riuscita; suscita curiosità ed aspettativa, con la complicità di una Venezia sempre suggestiva. C’è solo da augurarsi che le attese siano ben riposte.

Un assaggio del libro…

Il sito dell’Autore

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Una vicenda semplice, e straordinaria allo stesso tempo, si svolge nel bel mezzo del genocidio armeno del 1915. Due donne, Anoush e Kohar, ed un bambino, Hovsep, unici sopravvissuti armeni di un villaggio completamente distrutto dall’esercito turco che ne ha sterminato la popolazione, si imbattono nel famoso Msho Charantir, il Libro dei Sermoni vecchio di settecento anni e custodito nel monastero di Surp Arakelots, fondato nel IV sec. da San Gregorio l’Illuminatore. Si è misteriosamente salvato dall’incendio che è stato appiccato anche al convento. Le donne decidono di portarlo con sè, nella loro lunghissima fuga dal terrore, aiutati da una coppia di greci, Eleni e Makarios, e scortati da un altro superstite, Zacharias, un anziano cui i carnefici hanno tagliato la lingua.

Il nucleo della storia non consiste nel suo finale, nel salvataggio riuscito, nella consegna del Libro ai monaci di Etchmiadzin. E neanche nel ricordo, terribile, del genocidio, delle barbarie che lo hanno caratterizzato, della sorte, altrettanto dura, che è toccata ai pochi salvati. La narrazione si muove ad una profondità maggiore, attorno ad altri poli: la provvidenziale assistenza dell’Angelo muto, che protegge, guida e soccorre l’impresa tenace dei protagonisti, che ne intravedono la presenza e che sempre vi confidano; l’importanza, sempre salvifica, che la memoria collettiva riveste anche per il diverso, anche per colui che non condivide gli stessi motivi di resistenza o di fuga, e quindi anche per Eleni, che, pur essendo greca e pur celando nel suo cuore gli stessi sogni del compagno, capisce e condivide il destino dei fuggiaschi armeni, potendolo fare, innanzitutto, come donna.

Nonostante il Libro di Mush sia la rielaborazione di una leggenda sorta su fatti realmente accaduti, esso è anche un racconto che sa di fiaba e che, forse implicitamente, vuole farsi insegnamento sulla memoria e sui simboli che la testimoniano: sono cosa preziosa, di inestimabile valore, come l’antico manoscritto, perché consentono di tener saldo il legame con le proprie radici e con la propria identità, perché permettono, anche a chi ha perso tutto, di cominciare una nuova vita e di trasmettere l’energia di speranza che rende questo nuovo inizio davvero possibile.

Dopo il fortunatissimo La masseria delle allodole (2004), seguito dagli altri successi di La strada di Smirne (2009) e Il cortile dei girasoli (2011), Antonia Arslan torna a parlarci degli armeni, della loro antichissima cultura e del genocidio che li ha travolti. Ma le sfumature del Libro di Mush sono tantissime; non c’è soltanto un concentrato di epopee individuali e familiari, o di sapienza millenaria. In fondo, con quest’ultima prova, compatta e attraversata da una solida serenità di scrittura e di ispirazione, la bravissima autrice padovana ci riporta, indirettamente, all’origine di tutto il suo impegno e di tutto il suo sforzo: alla traduzione e cura (2004) de Il canto del pane, di Daniel Varujan, che, ora lo sappiamo, si può definire, senz’altro, come il “Libro di Mush della poesia armena”.

Antonia Arslan, il genocidio armeno e il Libro di Mush

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Quella di Kurt Erich Suckert (1898-1957: Curzio Malaparte è un nom de plume) non costituisce un’esperienza facilmente riassumibile.

Arruolato nella Legione straniera, militante attivo durante il Primo conflitto mondiale, fascista della prima ora e giornalista di grande successo, Malaparte coltiva costantemente relazioni ed idee “pericolose”. Queste lo rendono presto avverso al regime e lo portano al confino, sull’isola di Lipari, ma, al contempo, gli consentono di continuare ad esprimersi comunque, sotto altro pseudonimo, sulle pagine del Corriere della sera, di combattere, poi, come ufficiale nell’esercito italiano e di diventare, a guerra finita, non solo un collaboratore attivo degli Alleati, ma anche un autore di grande successo, ormai consacrato in Italia come all’estero (Kaputt, 1944, e La pelle, 1949, sono considerati, a ragione, due veri capolavori).

Una figura controversa, dunque. L’unica cosa che, forse, gli si può unanimemente riconoscere è lo sguardo diretto, impertinente, capriccioso e acuto delle migliori intuizioni, condite con una singolare capacità di scrittura.

Di tali qualità è specifica dimostrazione questo piccolo libro, che Adelphi finalmente ripubblica. Risale al 1931; il testo originale compare, per la prima volta, in Francia. In Italia sarà dato alle stampe soltanto nel 1948. Le ragioni di questo ritardo sono presto dette: proporre, in quei tempi, una lucida e spietata analisi del modo con cui è possibile assumere il potere all’interno di uno Stato – prendendo a riferimento anche l’ascesa di Mussolini e l’incombente pericolo hitleriano – non era, evidentemente, un’operazione indolore. D’altra parte, è da questa iniziativa che anche le “sfortune” di Malaparte prendono avvio, dal momento che, a causa di essa, viene subito rimosso dal prestigioso incarico di direttore de La Stampa.

Tuttavia, il testo non è un atto d’accusa nei confronti delle nascenti dittature; o forse lo è implicitamente. Malaparte, in realtà, vuole semplicemente spiegare, quasi fosse il più freddo studioso di anatomia, come, nello Stato moderno, le questioni sulla conquista del potere si debbano considerare, innanzitutto, questioni di tecnica; e come la “ragione” del suo libro non sia quella “di discutere programmi politici, sociali ed economici” di quegli uomini che si sono proposti di sovvertire l’ordine costituito, “bensì di mostrare che il problema della conquista e della difesa dello Stato non è un problema politico” e “che l’arte di difendere lo Stato è regolata dagli stessi principi che regolano l’arte di conquistarlo” (p. 261).

Segue una galleria vivissima di personaggi storici (Napoleone, il generale Pilsudski, i tedeschi Kapp e Bauer, Trockij e Stalin, Mussolini e Hitler) e di colorite ricostruzioni (del 18 brumaio, della crisi polacca del 1920, delle acute crisi della Repubblica di Weimar, della Rivoluzione d’Ottobre, dell’avvento del fascismo e delle velleità del futuro Führer), nelle quali l’Autore cerca di dimostrare che, di fronte alle tecniche messe in atto dai rivoluzionari del contesto moderno, le soluzioni di polizia, di controllo dell’ordine pubblico e della sicurezza, sono del tutto insufficienti, e che, per farvi fronte, non è necessario discutere degli obiettivi che quelle rivoluzioni vogliono porsi, ma è necessario, piuttosto, e paradossalmente, curare la patologia con altra patologia, muoversi da perfetti e cinici tattici. A questo proposito, sono impressionanti, davvero, le pagine su Mussolini (e sulla sua spregiudicata ed esiziale “intelligenza marxista”: 196 ss.) e quelle su Hitler (e sulla sua “morbosa” follia: 241 ss.). E non stupisce che il primo abbia messo al bando quest’opera e che il secondo l’abbia condannata al rogo.

Quanto all’Italia, due passaggi fanno, ancora una volta, riflettere, a prescindere dall’attendibilità storica delle tesi in essi sostenute: “Verso la fine del 1920 il problema che si poneva al fascismo non era quello di combattere il governo liberale o il partito socialista, che, con la sua progressiva parlamentarizzazione, turbava sempre più la vita costituzionale del paese, ma quello di combattere le organizzazioni sindacali dei lavoratori, che costituivano la sola forza rivoluzionaria capace di difendere lo Stato borghese contro il pericolo comunista o fascista” (p. 213); “Chi avrebbe mai immaginato che Mussolini, così buon patriota quando conduceva la lotta contro i comunisti, i socialisti e i repubblicani, sarebbe diventato dall’oggi al domani un uomo pericoloso, un ambizioso senza pregiudizi borghesi, un catilinario deciso a impadronirsi del potere anche contro il Re e contro il Parlamento? Era colpa di Giolitti se il fascismo era diventato un pericolo per lo Stato. Bisognava strozzarlo in tempo, metterlo fuori della legge fin dal principio, schiacciarlo con le armi come era stato schiacciato D’Annunzio” (pp. 232-233).

Qual è, in definitiva, il messaggio che questo pamphlet, così provocatorio, consegna ai posteri? Ce lo dice, senza fronzoli, lo stesso Malaparte: “La particolare natura dello Stato moderno, la complessità e la delicatezza dei problemi politici, sociali ed economici che è chiamato a risolvere, ne fanno il luogo geometrico delle debolezze e delle inquietudini dei popoli, e aumentano le difficoltà che si debbono superare per provvedere alla sua difesa. (…) L’opinione pubblica di quei paesi, nei quali l’opinione pubblica è liberale e democratica, ha torto di non preoccuparsi dell’eventualità di un colpo di Stato. Una tale eventualità (…) non è da escludersi in nessun paese” (pp. 40-41).

Un’intervista al curatore di questa edizione (Giorgio Pinotti)

Una scheda su Curzio Malaparte

Tutto su Malaparte

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Romanzo colto e raffinato, “costruito” con tecnica e con sapienza compositiva di stampo mitteleuropeo. Giorgio Manacorda – stimato germanista e valente poeta – si cimenta con la narrativa e regala ad un pubblico esigente un’opera prima di tutto rispetto.

Il protagonista, Giorgio, è un poliziotto che indaga su fatti drammatici e controversi di lotta armata e di scontri tra formazioni di estrema destra e formazioni di estrema sinistra. L’Italia è lo scenario naturale di questi conflitti, ma non si tratta del paese “storico”, bensì di un’Italia immaginaria, collocata in un tempo tutto artificiale, in cui, dopo le contestazioni studentesche della fine degli anni Sessanta e degli anni Settanta, una Giunta militare ha preso il potere. Inoltre, a fare da vero perno di tutta la vicenda, e così di tutta l’indagine poliziesca, non sono tanto gli Anni di piombo, quanto un viaggio nella memoria e nell’adolescenza: un viaggio che può chiarire le ragioni oscure di quegli Anni e che Giorgio sente di dover compiere, a Berlino, per ricostruire l’origine di alcuni fatti violenti e per capire Andrea, suo vecchio compagno di collegio in una scuola d’élite di quella grande città tedesca.

Andrea, precisamente, è coinvolto in questi fatti, e così lo è anche, se non soprattutto, Silvestro, suo fratello, che era stato nello stesso collegio e che, come Andrea e come Giorgio, ne aveva sperimentato la dura e inevitabile iniziazione, lungo il corridoio di legno (l’Holzgang) che separava le camerate degli allievi più giovani da quelle degli allievi più grandi. La “cellula” di amici e “compagni”, rivoluzionari in nuce, era nata lì, nell’ambiguità promiscua delle tradizioni e dei riti degli studenti.

Si attraversa, quindi, una successione di “tempi” diversi; per buona parte, Giorgio racconta le cose che scopre per mezzo della riproduzione di alcune lettere, scritte da Andrea ad un caro amico, un editore tedesco al quale era legato, e con il quale aveva lavorato, sempre a Berlino, dove era tornato per sfuggire alla spirale degli Anni di piombo. Andrea parla, in quelle lettere, del suo rientro in Italia, della sua ricerca di Silvestro, della ricostituzione che questi aveva fatto dell’antica “cellula”, ma con finalità del tutto diverse, anzi, del tutto opposte a quelle originarie. E in queste rievocazioni spuntano una strana figura di donna, amori e frequentazioni altrettanto oscuri e simbolici, tradimenti e sequestri, delitti e sopraffazioni. Così come emerge, quasi per contrasto, anche la solidità di un’esistenza tanto semplice e reale quanto apertamente tradita, che, fino alla fine, rappresenta, in una figura femminile, un’interlocuzione sicura. Riuscirà Giorgio a ritrovare Silvestro e a bloccarne la furia rivoluzionaria? Riuscirà soprattutto, a scoprirne le ragioni? Quali sono i segreti che sono rimasti impigliati nel corridoio di legno e che costituiscono l’unica e “vuota” giustificazione di tanta violenza?

Le domande esigono di trovare una risposta solo per mezzo della lettura, che non è sempre facile e che, in questa difficoltà, cerca talvolta una sorta di autocompiacimento, un effetto certamente studiato, per dare senso e densità alle allusioni filosofiche e psicanalitiche di cui si nutre tutto il romanzo. Ma una cosa si può dire subito: nel racconto, per l’appunto psicologico, e a volte anche un po’ “claustrofobico”, di Manacorda emerge un’ipotesi ricostruttiva anche sugli Anni di piombo e sui “vuoti” che comunque si nascondevano dietro la declamata forza rivoluzionaria delle passioni e delle ideologie. Il problema della costruzione artificiale di una vita e di un’identità, a partire da uno scollamento esistenziale “forte” e “primitivo”, ne rappresenta il nucleo centrale. È un tema, questo, che sicuramente merita ancora operazioni di memoria e di riflessione, e che nel libro, misurandosi con l’abisso, vuole palesarsi, come per assurdo, nella più estrema delle sue possibili esasperazioni.

L’Autore presenta il suo libro

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Negli anni Settanta Ivan Illich, acutissimo filosofo austriaco, si era servito della bicicletta per spiegarci che i tempi della democrazia non sono quelli dell’automobile e che il ritmo del movimento è una potente metafora degli assetti sociali e politici del mondo. L’importante saggio Energie, vitesse et justice sociale (1973), ripubblicato in italiano non molti anni fa per Bollati Boringhieri, con il titolo Elogio della bicicletta (2005), costituisce tuttora un riferimento anche per tutti coloro che ipotizzano che ogni sviluppo dell’economia presente e futura debba essere affrontato con la strategia della “decrescita”. Ma  è un “classico” che può offrire altri motivi di riflessione, perché la bicicletta è un mezzo per rielaborazioni anche molto personali e per testare particolari abilità (non a caso, con il testo di Illich si era aperta, nel 2010, anche la prima edizione di un concorso nazionale, “Talenti per il futuro”, dedicato a giovani studenti che vogliano mettersi alla prova nell’ambito del sapere umanistico-giuridico).

La bicicletta, quindi, nasconde da tempo segreti, spunti, immagini ed argomenti che ai più, forse, risultano ancora insospettabili, pur nella loro perdurante ed inesauribile forza. Pedalo dunque sono – che non è certo immemore del precedente di Illich – ce lo ricorda e ripropone quello che, precisamente, si può definire come il valore euristico di questo elementare mezzo di locomozione, che aiuta a spostarsi, non solo fisicamente, ma anche con la mente, indicando nuove prospettive e nuove possibilità di pensiero. Lo evidenzia bene il curatore, nella sua Introduzione, dove rivela la finalità del testo (dedicato al filosofo Franco Volpi, morto in un incidente di bicicletta): “accogliere la filosofia come pratica quotidiana, trasferirla sul sellino della bicicletta e condurla alla scoperta del mondo che circonda le nostre giornate, scegliendo di meravigliarsi secondo i giusti ritmi” (pag. 6).

Seguono sette pezzi agili di sette autori diversi, ciascuno con un background differente; sette “pedalate”, dunque, oppure sette ciclisti che si muovono assieme, in gruppo, ma ognuno con il suo stile personale, come usualmente procedono le formazioni che ogni domenica vediamo sfrecciare lungo le strade, o come normalmente si sviluppano e si associano, alla ricerca di un qualche ordine, tutte le nostre idee. Ma quali sono, piuttosto, le suggestioni che questi sette itinerari sviluppano? Senza rivelare i segreti che alimentano la spinta dei contributi raccolti nel volume, è possibile contrassegnarli con una sola frase, una, cioè, per ogni capitolo:

1. La bicicletta come esperienza proporzionale del tempo e dello spazio;

2. La bicicletta come scoperta dell’intelligenza intrinseca della slow bike;

3. La bicicletta come chance evolutiva;

4. La bicicletta come strumento rivoluzionario di efficienza strategica;

5. La bicicletta come medium di crescita interiore;

6. La bicicletta come laboratorio intensivo di esperienza;

7. La bicicletta come sede di pratiche ciclistiche e di altrettante pratiche auto-riflessive.

Ci sono altre ragioni per impegnarsi nella lettura di questo libro? A tale riguardo non resta che fornire, “per la sola cronaca”, una breve conclusione: ieri si è corsa la 103ª edizione della Milano-Sanremo; ha vinto l’australiano Gerrans, secondo, tra i “canguri” di sempre, ad occupare il gradino più alto del podio in questa grande classica primaverile. La grande stagione ciclistica è ufficialmente aperta! Et de hoc satis.

Genealogia di un libro

I. Illich, Energia ed equità (testo fornito dalla Biblioteca del Consorzio della Quarantina…)

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