François insegna letteratura francese in un’importante università parigina ed è specializzato nel diciannovesimo secolo. È il massimo esperto dell’opera di Huysmans, al quale ha dedicato i lavori che gli hanno meritato la cattedra. La sua quotidianità di accademico e di scapolo si divide tra le lezioni, la scrittura di qualche articolo per una rivista specialistica e i pasti precotti, consumati in solitudine nel suo centralissimo appartamento. In questo quadro socialmente autoreferenziale, l’unica variazione è il rapporto con la giovane Myriam, l’ultima delle sue tante avventure. Quella di François, evidentemente, è una condizione di autentico galleggiamento, se non di noia. Ma i tempi in cui vive – in un futuro prossimo e non molto lontano rispetto al presente – paiono scossi da evoluzioni inaspettate. In Francia le elezioni presidenziali sono imminenti e si respira l’aria di un conflitto del tutto inedito. Il Fronte Nazionale è cresciuto ed è dato per vincente, ma il partito della Fratellanza musulmana sta superando la sinistra, accreditandosi per il secondo turno come unico concorrente, magari in soprendente alleanza con i liberali e con la Gauche. È il momento della paura e del riposizionamento, per una fetta consistente della società civile e soprattutto per gli intellettuali e per lo stesso François, che devono fare i conti con i possibili vantaggi che può comportare lo schierarsi dalla parte del presumibile vincitore. Sarà poi così brutto vivere in un regime favorevole all’Islam? Mentre il paese è attraversato da disordini e pericoli di vario genere, anche per effetto delle azioni di guerriglia di un fantomatico Movimento identitario, il nostro docente vaga nella provincia francese e cerca riparo in Huysmans, provando a ripercorrerne la strada di decadenza e redenzione. Ma anche Myriam lo lascia, per trasferirsi in Israele con la sua famiglia (dato il clima non del tutto favorevole per gli ebrei, a prescindere da quale sarà il vincitore delle elezioni), e l’aridità dell’esistenza di François non ha altro sviluppo se non quello della dolce resa nelle braccia del più forte, quelle di una nouvelle vague islamica che si sta appropriando sin d’ora di tutte le istituzioni culturali e formative. La sottomissione si fa irresistibile.

È il romanzo che più ha fatto discutere in questo primo scorcio d’anno: un po’ per la tragica coincidenza tra l’uscita in libreria e l’assalto armato alla redazione di “Charlie Hedbo”; un po’ per la prospettiva quasi profetica sul modo in cui la società colta dell’Occidente potrebbe ben presto arrendersi ad un’egemonia di matrice musulmana. Sono nuances che hanno assicurato al testo curiosità e successo, e che hanno subito consegnato l’Autore ad un rigoroso programma di protezione. Tuttavia Houellebecq si può capire solo con Houellebecq, e il fulcro di questa sua ultima storia non è tanto nell’impostazione distopica (di per sé affascinante), bensì nella costruzione del debosciato protagonista e nella scelta del parallelo con l’eroe letterario del decadentismo francese (peraltro significativamente incompiuto: François non riesce a convertirsi). Lo sguardo critico del romanzo – che, se si vuole, rispetto ai precedenti, può anche apparire più deludente, privo, cioè, del consueto sale che rappresenta, in uno con la sua ferma determinazione à la Céline, la cifra inconfondibile di Houellebecq – è sempre lo stesso, ancora una volta: la vacuità e l’abiezione che si nascondono nell’insensibilità di vite dominate dal benessere e dalla presunzione. È solo, dunque, per una pura (anche se azzeccata) coincidenza “fantastorica” che la sottomissione in parola ha a che fare con il timore (oggi senz’altro serpeggiante) per il successo, a forti tinte identitarie, di un nuovo paradigma socio-politico. Questa diversa sottomissione, infatti, non va confusa con il presagio di un dominio islamico sull’Europa; essa deriva dallo stato di esiziale abbandono cui è predisposto un individuo già privo di personalità, eppure convinto di una sua superiorità razionale. A duecento anni dalla morte di de Sade, l’impressione che la sottomissione di Houellebecq sia innanzitutto il frutto della medesima e cronica patologia del soggetto moderno, quale messa in scena dallo spietato Marchese, è confermata dalla lucida descrizione che ne fa uno degli interlocutori di François, il preside Rediger: che, non a caso, pur riconoscendo che i suoi nuovi “correligionari” musulmani “potrebbero giudicarlo blasfemo”, affronta di proposito la prospettiva erotica e masochistica, e si spinge in un confronto tra la sottomissione dell’uomo a Dio “come la contempla l’Islam” e la sottomissione della donna all’uomo “come la descrive Histoire d’O” di Pauline Réage (alias di Dominique Aury). Ecco, quindi, “l’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta”. Non è dei migliori, questo Houellebecq, certo; ma non c’è niente di male nel dire che, talvolta, un buon libro si può rivelare anche sotto la forma del più stagionale dei bestseller.

Recensioni (di Alessandro Baricco, di Fabrizio Sinisi, di Giuseppe Rizzo, di Emmanuel Carrère)

Un’intervista all’Autore

Un’intervista al traduttore

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Un noto slogan pubblicitario interroga i telespettatori chiedendo loro se gli piaccia “vincere facile”. A chi non piacerebbe? Dopo la lettura di questo saggio, confezionato sulla base del testo di una conferenza replicata in più occasioni, si può dire che la cosa piace anche a Salvatore Settis. Perché Se Venezia muore ha tutto per strizzare l’occhio ad un pubblico sensibile, colto e attivo, e quindi anche per convincerlo – e radicarlo ulteriormente – sulla bontà delle tesi che vi sono sviluppate. Che si tratti di interrogativi forti, infatti, e su piano teorico largamente fondati, non c’è dubbio. Per quale motivo una città così ricca di tradizioni gloriose e di testimonianze artistiche e culturali altrettanto preziose dovrebbe abbracciare un modello omologante e globale di sviluppo urbano? Per quale ragione dovrebbe assecondare la propria trasformazione in un parco di divertimenti accerchiato da vistose quanto inutili vestigia di cemento? Perché dovrebbe perdere i suoi abitanti e la sua memoria? E perché la comunità locale dovrebbe smarrire la coscienza del proprio diritto alla città, consegnandone le sorti a committenze e progettisti completamente sradicati? In definitiva, l’analisi pare davvero convincente – “sounds good”, si direbbe – al punto che il capoluogo lagunare assurge plasticamente a prototipo perfetto di un caso che può riguardare, ormai, tante altre città storiche e che si presta, dunque, a simboleggiare in modo suggestivo i capisaldi delle nobili battaglie che l’Autore ha dimostrato di voler condurre finora (da Paesaggio Costituzione Cemento a Azione popolare. Cittadini per il bene comune).

A ben pensarci, però, l’approccio proposto da Settis – che sulle chiare e dichiarate orme di Henri Lefebvre, rilancia senza infingimento i toni impegnati di un classico del pensiero marxista degli anni Settanta – rappresenta ancora tutti i limiti di chi è forte nella pars destruens e debole, se non muto, nella pars construens. Non si può, certo, credere, ad esempio, che il rimedio alle tendenze degeneranti dell’architettura contemporanea possa consistere nella formulazione di un “giuramento di Vitruvio”, sul calco di quello, più noto, di Ippocrate. Ma soprattutto, di fronte alle tesi di Settis, non si può resistere all’impressione che, per far sì che i cittadini si riapproprino del loro spazio e dei relativi tesori, sia indispensabile presupporre che essi si diano tuttora come corpo autocosciente, con l’eventualità che i loro progetti si rivelino molto meno virtuosi di ciò che dall’alto della critica si può soltanto supporre. D’altra parte è assai evidente – e tanto più lo è nel caso veneziano – che di una simile collettività vi è poca traccia e che il più delle volte essa assume le fisionomie di un corpo tanto sfaccettato e frammentato quanto conservatore, nostalgico e campanilistico (giacché, come è noto, anche il riferimento alla storia, alla civiltà e alla loro tutela può scivolare nel più comodo degli alibi come della più inutile delle pose). Allo stesso tempo, è inevitabile riconoscere che la vita di una città passa per mutazioni costanti, che possono alimentarsi anche soltanto di sovrapposizioni, riusi o camouflages, ma che, come tali, ambiscono comunque a cercare identità nuove, potenzialmente molto distanti dal canone originario. I molti e curiosi nomi delle calli e dei campi di Venezia continuano a tradire un brulichio di esperienze, di vicende, di commerci e di mestieri, sovrapposti e mai del tutto compiuti. La città, in sostanza, non può nutrirsi soltanto di grandi speranze, poiché ruota, ancora e sempre, attorno ad un’insopprimibile esigenza di concretezza e di futuro effettivamente afferrabili. Se proprio si vuole percorrere la strada di una riscoperta reticolare della città, allora, rispetto alla (pur) condivisibile (ma astratta) istanza di (un?) bene comune, meglio affidarsi ad una diversa microfisica del potere e alla resistenza di tanti piccoli fatti, come sta avvenendo con successo in altrettanti Comuni italiani. Il tempo della retorica può anche aspettare.

Un’intervista all’Autore

Un’altra lettura del saggio

Per continuare a riflettere sul tema: P. Maddalena, Il patrimonio, bene comune degli italiani. Proprietà collettiva, proprietà privata e interesse pubblico (2014); P. Berdini, Le città fallite. I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano (2014); S. Marini (Edited by), Future Utopia (2015).

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Nella Gerusalemme di fine 1959, Shemuel Asch, giovane e goffo intellettuale socialista, sta lavorando a una tesi di dottorato su “Gesù in una prospettiva ebraica”. È in difficoltà: non riesce ancora a capire quale possa essere questa prospettiva, che tuttavia lo affascina; la ragazza lo ha lasciato, per sposarsi con un suo ex; e ancora, come se ciò non bastasse, la ditta del padre è fallita, così la sua famiglia non può più aiutarlo a pagarsi gli studi e l’alloggio. Decide, allora, di abbandonare la ricerca e di rispondere a un annuncio che ha letto in un caffè. Si trasferisce in una vecchia casa ai confini della città, dove deve badare a un anziano, malato e loquace signore, Gershom Wald, tenendogli compagnia, e dove conosce Atalia Abrabanel, che vive con il vecchio e che sembra custodire molti e grandi misteri. Le cose, in effetti, stanno proprio in questo modo. Perché Atalia è la figlia di colui che gli israeliani considerano un grande traditore, dell’uomo, cioè, che si era opposto alla creazione del nuovo Stato. Il padre Shaltiel sognava la convivenza pacifica tra ebrei e arabi; per questo era stato trattato come i cristiani avevano trattato Giuda, l’apostolo prediletto dal Cristo e il più infedele al contempo, la figura su cui Shemuel, il dottorando in crisi, medita incessantemente. Ma ciò che più lo assilla – stretto tra la preoccupazione per le sorti del suo tormentato Paese e la valenza decisiva dell’interpretazione del ruolo di Giuda – è il fascino di Atalia, la sua triste e cinica bellezza, di cui è destinato a conoscere fino in fondo la sensuale profondità e le drammatiche ragioni. Come nei migliori racconti filosofici, la risposta a tutti gli interrogativi di Shemuel viene sulla strada del deserto e sta nell’individuazione dell’unico interlocutore possibile, se stesso.

Le chiavi di lettura di questo romanzo sono diverse, eppure tra loro comunicanti. Un primo motivo è quello che intreccia il discorso sulla fondazione dello Stato di Israele e sull’azione della classe politica che l’ha realizzata con l’enigma del significato della figura di Giuda negli avvenimenti della morte di Gesù e della nascita del cristianesimo. Seguendo un canone tanto famoso quanto obliquo, Giuda viene rappresentato come l’autore di un tradimento necessario, tanto provvidenziale quanto capace – in prospettiva ebraica, per l’appunto – di concretare l’evento da cui è sorta e prosperata un’ideologia nuova e irresistibile, ma eccessiva. Eccessiva e, quindi, degenerata quanto lo sono l’origine e la sorte sempre e irrimediabilmente conflittuali di uno Stato che non riesce a evitare la violenza e che, nel dialogo con gli altri popoli medio-orientali, non sa ripercorrere la chance che Gesù aveva proposto alla sua gente. Da questo punto di vista, Oz si conferma, innanzitutto per il suo Paese, una voce risolutamente critica e controcorrente: è agli israeliani di oggi che parla, a quella società complessa e multiculturale che, ora più che mai, cessata l’età eroica del sionismo militante e della sua vincente espressione laburista, è attraversata da forti e pericolose radicalizzazioni identitarie. E che, come Shemuel, deve cominciare a farsi delle domande, senza attendere che una soluzione giunga improvvisa dall’esterno. Esiste, poi, anche un’altro livello narrativo, ben più sofisticato, tutto racchiuso nel faticoso e ingenuo rapporto tra il giovane dottorando e Atalia. È il piano, o il campo, del risentimento, che alla seconda impedisce di amare davvero, e che non si rivolge solo contro coloro che hanno mandato a morire il giovane marito, poiché la sua genesi è, per prima cosa, nella percezione dell’indifferenza del padre. Qui la lezione di Oz si complica, nonostante il nesso con la rievocazione di Giuda sia strettissimo: è sempre il mistero dell’amore a farla da padrone, e in questo secondo caso si comprende che non può mai trattarsi di un istinto esclusivamente intellettuale, né di una pulsione unilaterale, bensì di una pratica concreta, che si alimenta di una relazione di ascolto reciproco e di una dimensione emotiva e corporea fragile e incommensurabile. Va detto che, soprattutto per il lettore europeo, l’ultima fatica del grande scrittore israeliano può non sembrare all’altezza delle opere precedenti. Tuttavia è solo un’impressione, dovuta alla sublimazione in immagini estremamente semplici di un’interrogazione profonda, personale e collettiva, nella quale ogni personaggio è molto al di là di ciò che apparentemente incarna. Ci sono tanti libri che, per risultare appaganti, esigono di essere letti almeno due volte. Per lo più è un difetto; nel caso di Giuda è il marchio di una fabbrica che si conferma particolarmente affidabile.

Un’intervista all’Autore

Oz presenta il libro

Recensioni (di Sivan Kotler, di Paolo Perazzolo, di Giulia Maselli)

Un ritratto di Oz

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Nella penisola italica del Terzo Millennio, la trama del nuovo Satyricon segue un canovaccio simile a quello utilizzato nel I sec. d.C. da Petronio. Giuseppe, giovane letterato in attesa di un fantomatico posto da ricercatore in un ateneo del Nordest, viene coinvolto in una serie di improvvise e mirabolanti peripezie. Comincia tutto per avventura, sulla strada di una festa in collina, alla quale Giorgio, suo collega, e Lucia, promettente e avvenente laureanda, sono stati invitati assieme al loro mentore, il brillante Prof. Colòt (anche se lui stesso, “appena può dice Còlot, più Mitteleuropa, gli pare”). Da quel momento in poi niente è come potrebbe essere. Un casolare si rivela un (vero) casino; c’è una bimba cinese che sembra impazzita; irrompono i suoi parenti, improvvisamente violenti e determinati, e un vassoio d’oro spunta dal nulla. Prende avvio così un viaggio periglioso, con molti colpi di scena e incontri grotteschi, dalla Pedemontana veneta a Bologna, da Roma alla Sardegna. Naturalmente, come era accaduto allo sventurato Encolpio, anche Giuseppe è colpito nella sua virilità, abbrutito da un surreale incantesimo. E naturalmente, anche in questa versione, il Satyricon è campionario di figure equivoche e spregiudicate, caricature del peggio della società che ci circonda: un gruppo di aspiranti giovani intellettuali, tanto svegli quanto cinici e alienati, e passibili di comparire a buon diritto nell’Apocalisse da camera di Andrea Piva; un mercante d’arte volgare e disposto a tutto; una setta allucinata di pazzi erotomani; uno zio ricco, losco e pervertito; un rispettabile e avido dottore di provincia; una schiera di avvenenti donne mature, tatuate, siliconate e scatenate; un imprenditore di grasso successo, eccessivo e ignorante comme il faut; un professore glamour e avvitato nei suoi sogni più fatui… Un pizzico di redenzione, alla fine, fa capolino, ma si propone, come tutto ciò che è accaduto, in forma di accidente benvoluto ma privo di senso, e veicolato da una sacerdotessa fedele e improbabile al contempo.

Se Petronio aveva inscenato una satira impietosa nei confronti delle scuole di retorica del suo tempo, Villalta – che da tempo dirige un apprezzato festival letterario – rappresenta in modo smaliziato un aperto j’accuse rivolto alla sterilità del mondo accademico. È chiaro, in realtà, che è il contesto sociale, economico e morale a fungere da bersaglio, in molte delle sue emanazioni più trash e macchiettistiche, e così anche nella sua sete inestinguibile di facile e inappagante guadagno. Ma il dito è puntato risolutamente sull’incapacità di del ceto pensante nazionale e delle sue avanguardie, che, anziché interpretare il ruolo di traino consapevole che gli sarebbe congeniale, accettano la logica più disperante delle cose e godono egoisticamente nel lasciarvisi fagocitare in forma febbrile. La voce della verità è consegnata a Giuseppe-Encolpio, che talvolta, anche nell’ingenuità con cui vive la sua sventura, si dimostra parzialmente cosciente: “La verità è che non c’è più furore. Non ci sono più i furori che trascinano le vite dentro un destino”. D’altra parte, nelle alterazioni emozionali della plastificazione, di una quotidianità temporizzata e agita dall’esterno, e degli artifici materiali e sensoriali più spinti, “nessuna divinità ci porta via” e “nessuna parola di alito e argilla” ci può più soccorrere. Quando è il racconto collettivo a venire meno, quando la storia stessa volge al termine senza plausibili spiegazioni razionali, allora non c’è spazio che per la più autoreferenziale delle finzioni, perché, alla fine, “se vogliamo davvero diventare noi stessi (…), dobbiamo inventarci tutto”. Tuttavia, queste invenzioni, le uniche possibili, tradiscono solo un senso di frustrante emulazione di ciò che è impossibile raggiungere, restando incatenate alla replica ciclica di trame da rotocalco o da tv spazzatura. Non è un caso, in proposito, che a questo romanzo manchi un vero, e maximus, Trimalcione: perché, nel quadro di una completa decadenza, al Satyricon degli anni 2000 la tagliente genialità dei classici può farsi solo desiderare e i personaggi possono esclusivamente sperare di realizzare sogni meramente proibiti. In definitiva, nonostante le premesse di copertina non fossero le migliori (nel 2014 era già uscito un altro romanzo con lo stesso titolo…), il libro è gradevole e l’Autore riesce a convincerci, oltre che sul piano dell’inventio, con una prosa sorniona, leggera e vorticosa.

L’Autore parla del suo libro

Recensioni (di Gian Paolo Polesini, Stefano Fornaro, Ida Bozzi, Alessandro Banda)

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Il giovane Sebastiano cresce nella provincia piemontese, prima presso la “Casa d’Infanzia Alba Radiosa”, poi sotto la custodia dello zio Alvaro, cercatore d’oro alloggiato all’”Osteria del Genio con Locanda”, in riva al fiume. I brevi capitoli del libro descrivono il ricordo di quei giorni e dei molti personaggi di quel “mondo piccolo”, specchio del Paese dell’immediato dopoguerra. Ma Sebastiano racconta anche il modo con cui il romanzo stesso è stato concepito e più volte rifiutato dall’editore. La narrazione, poi, è spezzata da squarci sulla memoria dell’Italia della disfatta, che già all’indomani della fine del conflitto e della Resistenza pare aver completamente rimosso l’esperienza scomoda del fascismo. L’idole nazionale, i suoi falsi miti e la sua cronica, risoluta, incapacità di autocoscienza sono i veri imputati del processo che Vassalli vuole allestire. La loro sintesi perfetta è letteralmente incarnata nelle figure dei genitori di Sebastiano: il padre autoritario, meschino e pronto a tutto; la madre fiaccata dalle prevaricazioni del marito e imbambolata da un ingenuo sogno di redenzione che ha radici solo nella ricchezza materiale. Tuttavia, nel tempo stesso del racconto (il presente), l’Autore scopre che il padre, proprio lui, definito “l’infame autore dei miei giorni”, è ancora vivo e vegeto, riabilitato anche agli occhi delle istituzioni che ne avevano certificato la pazzia e pronto a perpetuare la sua violenza e il suo cinismo anche al di là di ogni prevedibile e liberatoria morte naturale. Il lascito della riflessione è amaro e sconsolato; la tara è genetica e irrimediabile; non resta che un ripiegamento quasi intimistico e archeologico, come testimoniano le parole dello zio Alvaro, autentico anti-eroe di questa storia così complessa e così profonda: “Viviamo per quelle poche pagliuzze di felicità che rimangono in fondo alla memoria come l’oro sul fondo della bàtea”.

L’oro del mondo è del 1987 e anticipa i grandi successi de La chimera (1990), Marco e Mattio (1992), 3012. L’anno del profeta (1995) e Il cigno (1996), che a loro volta rappresentano carotaggi, in forma di favola, di una medesima indagine. Le movenze eccentriche di questo romanzo saranno nuovamente testate in Cuore di pietra (1996), che chiude così un primo ciclo di meditazioni: si rinnoveranno ancora nella forma espressa e sperimentata del romanzo storico (Un infinito numero. Virgilio e Mecenate nel paese dei Rasna, 1999; Stella avvelenata, 2003), in opere ulteriormente ibride e originali (come L’italiano, 2007; o Le due chiese, 2010) e in satire controcorrente e divertite (come può essere considerato Comprare il sole, 2012). Da un certo punto di vista, quindi, L’oro del mondo è una chiave di lettura di grande importanza, un passepartout privilegiato per l’intera opera di Vassalli (che da ultimo ha ripreso con efficacia l’amato filone storico: Terre selvagge, 2014). Nel libro non troviamo le lunghe passeggiate del Piovene de Le Furie, ma l’esigenza di ripiegamento e di dialogo interiore sembra la medesima, al punto che, curiosamente, L’oro del mondo getta luce anche sull’importanza del romanzo dello scrittore vicentino. In quest’edizione – che è accompagnata, in appendice, da un testo inedito in cui l’Autore racconta la genesi tormentata del testo e della sua pubblicazione, e rende omaggio all’insperata attenzione riservatagli al tempo da Giulio Einaudi e da Natalia Ginzburg – si può apprezzare con maggiore consapevolezza il tono di una poetica determinata e militante. Vassalli non si limita a sferzare gli italiani e i loro inestinguibili vizi; oggetto della critica sono il gran circo della cultura ufficiale, il conformismo e il provincialismo dei “poeti organizzati”, la tendenza di chi può capire e sapere a marginalizzare le esperienze di scavo e di autoanalisi di cui il Paese avrebbe bisogno e di cui solo la letteratura può farsi efficace traduttrice.

Il contesto autobiografico de L’oro del mondo

Un altro e bellissimo libro di Vassalli: La notte della cometa

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Estate 1981: Giacomo Colnaghi è sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano e sta indagando sulla morte di un uomo politico, assassinato da un gruppo terroristico. Fa la spola tra la metropoli stretta dall’afa, Saronno – il suo paese natale – e la costa ligure, dove si trovano la moglie e il figlio per una breve vacanza. È un magistrato atipico; vuole capire, al di là della ricognizione degli eventi e dell’interpretazione delle norme e della loro applicazione. Ha dei riferimenti molto forti: il magistero di Guido Galli, ucciso da poco più di un anno per mano di Prima linea; le riflessioni scomode di Dante Troisi, il cui diario lo colpisce nel profondo; il ricordo del padre Ernesto, giovane contadino morto da partigiano e da piccolo-grande eroe incompreso di un’Italia ancora da venire. Proprio la storia del padre si alterna al racconto delle investigazioni, degli interrogatori e dei tormenti, anche personali, di Giacomo, il cui assillo non è quello di compiere un dovere astratto e formale, bensì di cercare la giustizia, al costo – se necessario – di riuscire a perdonare: “Eccezioni sempre, errori mai”, questo è il motto che dirige le sue azioni. Colnaghi è sempre alla ricerca, e si confronta con i suoi più cari amici, il libraio Mario e il giudice Doni, che, però, non riescono a cogliere fino in fondo le ragioni della sua inquietudine, né ad evitare l’avverarsi di un destino sempre temuto e quasi atteso.

Con questo romanzo – che unito al precedente Per legge superiore, forma un “dittico ideale”, secondo la definizione data dallo stesso Autore – Fontana ha vinto il Campiello 2014. I motivi del successo si intuiscono: l’intreccio con un filone molto gradito in questi ultimi anni (la produzione letteraria sulle vittime del terrorismo è stata tanta e di ottima qualità); una scrittura semplice, asciutta e rigorosa (e quindi molto adatta all’esigente registro etico e civile del testo); uno sguardo originale e interessante (che alla semplicità – o quasi assenza – di una trama da svolgere sovrappone con efficacia lo scavo psicologico e deontologico). Come per il libro del debutto, tuttavia, si prova una sensazione di incompiutezza, un inappagamento che non si può superare con la sola constatazione di un indubbio talento compositivo. A questo stile, pensandoci bene, manca una spina dorsale; gli difetta, in altre parole, una verità, che, in letteratura, non può mai essere quella dei puri fatti, o delle questioni morali riconosciute o largamente dibattute, o degli interrogativi socio-politici ficcanti perché giudicabili come intrinsecamente intelligenti. In letteratura, ciò che conta è innanzitutto la persuasione, non l’aspirazione a raggiungerla, per quanto fresca, nobile e determinata. Senza la persuasione traspare solo una certa paura, il timore di non avere o di esprimere una tesi, di non saper sostenere una lettura deliberatamente unilaterale. Chiarire che cosa si nasconde dietro il gesto del fare giustizia; comprendere il perché delle molte e perdute occasioni di nascita collettiva di uno specifico e virtuoso carattere nazionale; svelare l’intima ambiguità dei racconti, per quanto diversi, sulla Resistenza o sugli Anni di Piombo; testimoniare l’umanità e la fragilità di chi rappresenta lo Stato e la sua forza: tutte queste operazioni sono certamente meritevoli; e Fontana sembra essersi messo sulla strada giusta, per questo non può che piacere. Ma convincerebbe ancor di più se avesse il coraggio di tendere un indice e di mostrarci senza vergogna una nuova e possibile versione delle cose.

Recensioni (di Giacomo Giossi, Francesca Visentin, Angela Arbore-Giovanni Zaccaro, Paolo Nori, Clotilde Bertoni)

La genesi del romanzo nelle parole di Fontana

Un’intervista a Fontana

Il sito dell’Autore

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Chi sono i radical chic “all’italiana”? Di certo non sono quelli che Tom Wolfe aveva battezzato così nel 1970, sul Magazine del New York Times. Sono molto più comuni e avvicinabili di quello che sembra, anche se ne hanno per tutti e per tutto, perché sono interpreti, come i primi, di una visione del mondo. Per spiegarcelo, Daniela Ranieri ce ne presenta alcuni prototipi sulla terrazza romana della sua amica Luciana e li fa interagire, lasciandoli dialogare liberamente di cucina, arte, cultura, letteratura, arredamento, sesso, politica, religione, viaggi… Ogni capitolo è un appuntamento tematico con questa singolare dimensione antropologica e con i commenti – ora seri e quasi scientifici, ora divertiti – che l’Autrice formula in ogni occasione, un po’ per agevolare la comprensione del lettore, un po’ per suscitarne l’ironia. Ma il testo ci aiuta anche a chiarire, tra tanti e inevitabili sorrisi, come e perché sia possibile che nel popolo della sinistra nazionale si siano generate le posizioni sofisticate e oligarchiche, e intimamente contraddittorie e parassitarie, che caratterizzano il complesso, e nient’affatto minoritario, universo degli aristocratici democratici. Grandi conclusioni, alla fine, non sono possibili, ma la climax che cresce lungo tutto il testo esplode in sette pagine definitive, di intensa e dettagliata fisionomia dei radical chic e della loro (disperante) eredità morale e intellettuale. Le ultime righe sono più esplicite che mai: “Sono giustamente duri con chi possiede solo soldi e nessuna cultura e nessuna sensibilità, ma con la stessa durezza dimenticano, disprezzano o ignorano chi non ha nulla di nulla. Hanno capito che la Storia non è affatto finita, e con uno svolazzo della mano e un sorrisetto il più possibile asprigno hanno aggiunto «Purtroppo!»”.

Questo libro è come una quiche da competizione: pietanza raffinata dalla preparazione apparentemente facile, che non sempre riesce bene. In tal caso il risultato è decisamente fragrante, perché la sfoglia tiene la cottura. Daniela Ranieri, infatti, scrive bene; adatta perfettamente lo stile alla materia, composta com’è da un mix di ricercatezze esemplari, tremendi luoghi comuni e vuoti svolazzi da gossip. Siamo di fronte ad una scrittrice col martello (l’allusione nietzscheana non è per nulla casuale, visto il titolo dell’ultimo capitolo…), che, senza indulgere ad una gravitas quanto mai rischiosa, fa satira e ricerca sociologica insieme. Soprattutto, però, la Ranieri, nel suo ritratto impietoso della sinistra borghese, riesce ad essere convincente con totale e irriverente spontaneità, perché sin dall’inizio si confessa essa stessa complice compromessa del mondo che non la persuade più: “la mia mente è una villa in rovina fuori dall’Impero, anzi: l’isolotto rotondo dentro questa, anzi, meglio: la mia mente è un prato di sterpi di ferrovia, lontano, con dentro, semisepolto, qualche reperto, due o tre colonne di templi pagani, il resto incenerito di un sacrificio; alle spalle ha un giardino di un monastero benedettino, e il ventre e la groppa gonfi di catacombe”. La parte migliore dello spettacolo allestito dall’Autrice è quella “Sulla politica, il voto e la rappresentanza”, non solo per il fatto che l’analisi è scopertamente più profonda, ma anche per la ragione che si intravede assai bene l’origine del vuoto pneumatico: se non c’è più differenza tra destra e sinistra, allora anche gli ideali di progresso possono farsi settari e sprezzanti. Viene da pensare, in fondo, che quella radical chic sia una super-filosofia: la dimensione che una larga fila di perdenti ha saputo e vuole ancora costruirsi per cercare di mascherare la propria incapacità di cambiare la società e per ritagliarsi, in un contesto così povero, un posto al sole meno banale di quello che le potrebbe altrimenti spettare.

Un’intervista all’Autrice

Daniela Ranieri ospite di Melog

Recensioni (di Andrea Pomella, Alessandro Gnocchi, Michele Masneri, Francesco Pacifico)

Dai radical chic ai nuovi snob: un pezzo di Alessandro Piperno

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Waltari è l’autore del romanzo storico da cui è stato tratto l’holliwoodiano The Egyptian (1954), di Michael Curtiz, con Edmund Purdom nei panni del medico Sinuhe. Non manca annata in cui il kolossal cinematografico venga ancora riproposto nel palinsesto domenicale di molte emittenti. Eppure, oggi, dell’abilità narrativa dello scrittore finlandese ci si ricorda poco, ed è un bene che Iperborea ne stia ripubblicando le opere più famose: di taglio storico, per l’appunto, com’è anche il caso de Gli amanti di Bisanzio; o di matrice poliziesca, come in Chi ha ucciso la signora Skrof?, e come negli altri gialli in cui compare, da protagonista, il corpulento e scorbutico commissario Palmu. Nella Helsinki degli anni Trenta, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Palmu si muove accompagnato dal suo assistente. È un esperto detective della vecchia scuola, un Nero Wolfe nordico, tutto fiuto e intuizioni, che tendo, però, senza comprenderne il motivo, ad immaginarmi come il Jack Frost della vecchia serie tv. I delitti in cui si imbatte – pur se costruiti sullo schema del più classico (e anglosassone) enigma da crime story – sembrano la rappresentazione plastica dei segni dei tempi e di una decadenza morale e sociale ben più diffusa, che l’Autore pare descrivere con sconsolata rassegnazione. Chi ama I Bassotti della Polillo è avvertito: in questo libro non troverà una pari soddisfazione. La trama e le astuzie del narratore sono tutte di maniera, e a prima lettura ne riescono un po’ sviliti sia il puro svago intellettuale (che, come si è detto, non è il fulcro della narrazione), sia la critica dei costumi (che, viceversa, lo sarebbe e che, tuttavia, è quasi ammorbidita o annegata dallo stanco trascinarsi di un commissario troppo mordace e consapevole). Probabilmente, tuttavia, è nella medietas di questi toni il segreto del giallo, perché i suoi colori, le sue immagini, le sue situazioni paiono tutti, e appositamente, usati e abusati, stanchi e prevedibili, inevitabilmente consumati.

Sin dalle prime pagine, del resto, irrompe sulla scena un’umanità piccola, dapprima sullo sfondo degli appartamenti del condominio in cui avviene il fattaccio e poi attorno al cadavere della defunta. La vecchia signora Skrof sembra morta per un tragico incidente, soffocata nella notte dal gas della sua modesta cucina. Ma Palmu non ci casca, poiché alcuni dettagli gli fanno subito comprendere che si tratta di un assassinio, secondo il perfetto e tradizionalissimo cliché della stanza chiusa. A dire il vero, i potenziali colpevoli non mancano; sono anche troppi. Troppe persone, infatti, sono interessate alle ricchezze nascoste della signora Skrof. Quella del commissario, quindi, diventa subito una tipica indagine per sottrazione, in cui gli alibi sono sempre deboli e tanti, quante sono le ingenuità del suo giovane praticante, nel ruolo altrettanto noto della spalla sprovveduta e impacciata. Palmu, nel frattempo, si diverte a giocare con tutti i personaggi come il gatto con il topo, e a smontare progressivamente il palco delle deduzioni più scontate. Chi è, dunque, il colpevole? Sarà stato il sedicente reverendo Mustapää, santone di una setta cui l’acida signora Skrof intendeva donare molte delle sue insospettabili sostanze? O sarà stato suo nipote Kaarle Lankela, aviatore spericolato e paladino del gossip cittadino? O forse l’omicidio è opera dell’altra nipote, la bella, ma infelice, Kristi? E che non ci sia stata, invece, la mano dell’avvocato Lanne, lo storico, e bene informato, consulente di famiglia? Coerentemente con l’intento pedagogico dell’Autore, la verità non emerge da un gioco di virtuosismi logici; la si può intravedere nell’aridità della vita e dei progetti della vittima, dominati, anche post mortem, dalla gelida disciplina del denaro e della sua accumulazione. Come suggerisce Luca Scarlini – che firma la postfazione a questo romanzo – la storia della morte della signora Skrof è una versione finnica, e quasi divertita, di un drammatico meccanismo sociale di “delitto e castigo”. Con la differenza, tuttavia, che, questa volta, la follia di una vendetta tutta personale ha l’ostentata vuotezza di un posticcio gesto dadaista: perché, in una società allo sbando, la povertà di certi rapporti non risparmia neanche i presunti giustizieri e l’enfasi erroneamente romantica delle loro azioni. Così anche quello che sembra un finale un po’ artificioso assume all’improvviso un’intelligenza del tutto insperata.

La riscoperta di Waltari (v. gli articoli da Il Manifesto, La Stampa, Il Giornale, Avvenire)

L’Associazione Mika Waltari

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Björn cambia impiego e si trasferisce in un altro ufficio, dove è convinto di potersi presto distinguere e di scalare la gerarchia interna: sente di essere più sveglio, più metodico e più produttivo dei suoi nuovi colleghi. In una delle sue piccole – e rigorose – pause orarie, entra per sbaglio in una stanza, tra il bagno e l’ascensore. Quel luogo gli è congeniale, ci torna sempre più spesso. Ma il suo comportamento viene percepito come qualcosa di eccentrico, e Björn è convinto che questa diffidenza non sia altro che la prova della sua maggiore professionalità. Perché tutti sostengono che la stanza non esista e che lui sia completamente pazzo; anzi, l’ingresso nella sua (presunta) stanza gli viene anche formalmente interdetto. Decide, così, di passare all’azione e di mettersi in mostra, al punto che quasi riesce a convincere i suoi capi che le indubbie abilità che sta effettivamente dimostrando possono esprimersi al meglio solo nella stanza, solo nel luogo, cioè, che agli altri sembra inesistente. La situazione si fa esplosiva, fino all’epilogo che, sorprendentemente, pur apparendo inevitabile, mette d’accordo tutti; e che, naturalmente, non si può svelare.

È una storia semplicissima, ambientata in una qualunque amministrazione pubblica. È scandita in capitoli molto brevi ed è raccontata, passo dopo passo, dallo stesso protagonista. Ed è la cronaca unilaterale, e paradossalmente lucida, di un processo di inabissamento conclamato e irrimediabile: quella di Björn è una patologia, il dato risulta evidente sin dalle prime pagine; si tratta solo di capire quale può esserne l’esito. Da questo punto di vista, lo sguardo di Karlsson è asettico e acutissimo. Da un lato, mette in luce l’egotismo assurdo di una personalità che vive le reazioni di chi la circonda come la manifestazione di una studiata strategia mobbizzante. Concepito in tal modo, il libro esprime una visione che è tutt’altro che politicamente corretta e che va ben al di là degli stereotipi – e dell’abbondantissima letteratura – sul carattere alienante delle dinamiche burocratiche. Dall’altro lato, però, il romanzo evidenzia anche le ambiguità in cui può incorrere chi è chiamato a rivestire ruoli di responsabilità, tra la necessità di governare e comprendere le aspettative di chi è normale e la possibilità di sfruttare cinicamente le eccentricità delle risorse potenzialmente più pericolose. La stanza è un’ottima prova anche dal punto di vista tecnico: al termine della lettura ci si accorge che, nel dipanarsi della vicenda, anche i vuoti sono significativi, specialmente i “non detti” delle prime pagine, che si torna volentieri a riscoprire. Proprio alla fine, infatti, ci tormenta un interrogativo: perché Björn ha cambiato lavoro? Secondo il suo “ex capo”, si trattava di “fare un passo avanti”. Forse è ciò che è veramente – e sinistramente – accaduto…

L’inizio del romanzo

Recensioni (da ilfattoquotidiano.it e da The literary Tree)

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Ho deciso di accostarmi a questo libro in occasione di un viaggio a Napoli. Di Rea avevo già letto lo splendido L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè scomparso e mai più ritrovato. Anche Mistero napoletano mi ha colpito, lasciandomi, tuttavia, un senso di sottile e ambivalente inquietudine, e che nonostante ciò direi comunque positivo. Rea riesce ad intrecciare con efficacia il viaggio sentimentale, l’indagine giornalistica e il saggio socio-politico, facendo perno, però, sulla ricostruzione dolorosa di una tragedia personale e familiare. Il racconto della drammatica traiettoria di Francesca Spada, giornalista della sede partenopea de L’Unità, e della sua doppia e tumultuosa relazione, con il partito comunista e con Renzo Lapiccirella, colto e irregolare compagno della medesima redazione, diventa così il pretesto per raccontare della Napoli degli anni Cinquanta, delle gabbie costrittive di un PCI ancora avvinto dallo stalinismo, della militarizzazione forzata di una città in tal modo condannata a non conoscere più un vero e proprio sviluppo. Si tratta di uno scorcio appassionante, in cui si rievocano le divisioni tra la frangia amendoliana del partito e le proposte destabilizzanti del cd. “Gruppo Gramsci”, tra le tesi di un meridionalismo forse un po’ troppo ambiguo e quelle di un approccio più radicale, teso a porre nuovamente al centro dell’attenzione la questione dell’unità dello Stato come questione della garanzia presupposta di qualsiasi rivoluzione democratica della società nazionale.

Tutta la narrazione, però, è funzionale ad un unico scopo: comprendere le ragioni del suicidio di Francesca, e quindi riviverne il carattere, le ambizioni, i desideri e l’istinto quasi romantico per un comunismo ribelle e anticonformista. Nell’affresco di Rea, che l’ha conosciuta e ne è stato amico, l’epilogo della storia di Francesca ha la forma di un sacrificio estremo al Moloch di un’organizzazione che l’ha sempre rifiutata, e anche di un assurdo atto d’amore per la salvezza politica di Renzo e dei loro figli. In definitiva, Francesca muore da sconfitta e da eroina allo stesso tempo, e choc e commozione sono inevitabili, perché preparati sin dall’inizio da un’indagine talmente intima e sofferta da suscitare la partecipazione più acuta. In questa prospettiva, la scelta di articolare il discorso come se si trattasse di un diario è particolarmente azzeccata. Ma la sorpresa più grande è che la lettura stimola la più universale nostalgia per tutti i sogni civili e sentimentali della giovinezza; anche di chi, pur non avendo vissuto i dolori, i timori e le grandi speranze del dopoguerra, può accorgersi all’improvviso di aver conosciuto il sua, personale, eroe e di aver sperimentato il sapore amaro di una sconfitta morale e sociale apparentemente ineluttabile. Mistero napoletano, comunque, può essere anche una formidabile fonte di riflessione: su figure geniali e pressoché mitologiche, come Renato Caccioppoli, e sull’esistenza di una napoletanità alternativa ad ogni stereotipo e mitteleuropea, possibile faro, mai realmente acceso, di una comunità intellettuale nazionale che ha sempre e fin troppo amato il potere e l’istituzione.

Una vecchia recensione di Erri De Luca

Per continuare a seguire il racconto di Ermanno Rea: Il caso Piegari

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