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Con tutta probabilità, la sensazione di chi assume regolarmente un farmaco per ragioni terapeutiche è simile a quella che si può provare rileggendo Faulkner periodicamente e tastando così, ad intervalli regolari, il tono rinvigorente di storie che il panorama letterario che ci circonda non è in grado di avvicinare. L’effetto è immediato e sicuro, e ci consente di affrontare e sopportare per un po’ tante altre letture.

La sensazione è ancor più bella quando, per puro caso, si trova in una bancarella, ad un prezzo irrisorio, la prima edizione italiana (1955) di Requiem per una monaca, tradotto da Fernanda Pivano e inserito nella gloriosa collana I grandi narratori d’ogni paese della Medusa (Arnoldo Mondatori Editore). Galeotto è, questa volta, un fortunato ritrovamento, che non solo permette al bibliofilo di arricchire i suoi pochi cimeli, ma che apre la via al piacere di una riscoperta.

Certo questo Faulkner è quello maturo, forse il più “potente”, che si misura addirittura con una particolare rappresentazione teatrale in tre atti e che non ha timore di rendere del tutto espresso il fatale ma impossibile rimpianto di Temple Drake, protagonista inevitabilmente dannata: “Non è che non si debba mai guardare il male e la corruzione; a volte non se ne può fare a meno, non sempre si è messi in guardia. Non è neanche che si debba sempre resistere. Perché si deve incominciare molto prima. Si deve già essere preparati a resistere, a dire di no, molto prima che lo si veda; bisogna aver già detto no molto tempo prima di sapere cos’è” (p. 115).

Si tratta di un motivo davvero ossessivo, in molte delle opere di Faulkner. In questo romanzo, però, emerge davvero come la rappresentazione di una proiezione del tutto inattingibile. Al “peccato”, cioè, non si può sfuggire, così come la terra e gli uomini che la abitano non possono evitare di incontrare il loro destino e di restarne travolti. A chiarirlo e a dare un segnale, drammatico, di ultima speranza è Nancy Mannigoe, la bambinaia di colore, la reietta, l’assassina della figlia di Temple, la colpevole quindi, l’autrice dell’atroce delitto che ha commesso per amore e  per il quale viene giustamente condannata dal Tribunale di Jackson: “Non è che si debba. Non se ne può fare a meno. E Lui lo sa. Ma si può soffrire. E Lui sa anche questo. Non dice di non peccare. Si limita a chiedere di non farlo. E non dice di soffrire. Ma ne offre la possibilità. Offre il meglio che possa pensare, che si sia capaci di fare. E poi la salvezza” (p. 224).

Torna il desiderio di rileggere, quanto meno, anche la storia che più è connessa a quest’opera, Santuario, prima e autentica crime novel della tradizione americana, in cui vi sono tutti i prodromi della terribile vicenda oggetto del romanzo. Temple Drake, infatti, è la stessa Temple Drake che, da giovane studentessa, era stata sequestrata e tenuta ostaggio in un equivoco edificio di Memphis, dove tutto è cominciato… Ma questo è un altro (grande) libro.

Ad ogni modo, in ogni Faulkner, come sempre, c’è tutto Faulkner: la dimensione epica, la cornice leggendaria della Contea di Yoknapatawpa e delle sue indimenticabili genealogie di personaggi, tanto immaginaria e mitica quanto verosimile e radicata, l’epopea del Mississippi, della guerra di secessione e dei suoi invitti, la portata universale dei racconti e il loro tenore quasi biblico, la stretta connessione tra tutte le vicende e il senso onnipresente ed incombente della rovina, l’intreccio lussureggiante e disorientante, il rapporto, tutto ambiguo, tra i bianchi e i neri, nel quale i secondi assumono spesso il ruolo di inevitabile riferimento morale.

Che altro si può dire? Che Faulkner ha davvero ascoltato il suggerimento del suo “maestro” Sherwood Anderson (autore degli splendidi Racconti dell’Ohio, di Riso nero, di Un povero bianco): un vero scrittore deve scrivere soltanto delle cose che conosce; con quelle cose, con la vita e la storia della sua famiglia e del suo Paese, Faulkner ci consegna ogni volta dei veri capolavori.

William Faulkner on the Web

Le opere di Faulkner: una (parziale) classifica personale

  1. Assalonne, Assalonne!
  2. Mentre morivo
  3. Il borgo
  4. Luce d’agosto
  5. Go down, Moses
  6. Santuario
  7. Requiem per una monaca
  8. Le palme selvagge
  9. Sei racconti polizieschi
  10. L’urlo e il furore
  11. Non si fruga nella polvere
  12. Gli invitti
  13. La paga dei soldati
  14. Zanzare
  15. Pilone
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Ricordo di aver visto questa fotografia molto tempo fa, sulla prima pagina dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore. Non saprei citare il numero esatto e il periodo, ma questo è un dato, tutto sommato, irrilevante. L’unica cosa certa che rammento è la didascalia che era stata abbinata all’immagine: “filosofo al lavoro”. E in effetti l’uomo ritratto al lavandino, intento a pulire le stoviglie di casa, è Paul Feyerabend (1924-1994), uno dei maggiori filosofi della scienza, autore, tra l’altro, di Contro il metodo (1975, ed. it. 1979) e di La scienza in una società libera (1978, ed. it. 1981)

Spesso siamo erroneamente portati a pensare non solo che il lavoro intellettuale non abbia nulla a che fare con la quotidianità della “vita reale”, ma anche che le cose banali che ci circondano e che ci obbligano a confrontarci con semplici operazioni di routine non siano “serie” e costituiscano, anzi, degli impicci per qualsivoglia approfondimento di pensiero. La fotografia qui sopra è imperdibile perché ci ricorda, innanzitutto, che questa prospettiva è decisamente errata.

Ma la fotografia è imperdibile perché ci dice anche qualcosa di più, giovandosi, a proposito, con Feyerabend, di uno dei testimonial più credibili di questo valore aggiunto: non è forse vero che le idee migliori ci arrivano spesso in modo laterale od obliquo? Non è forse vero, cioè, che la Serendipity esiste e che non è affatto sbagliato creare o assecondare le condizioni affinché essa possa esprimersi al meglio? Probabilmente, ricordarsi, ogni tanto, di essere uomini necessariamente alla presa con incombenze non così “nobili” può fornirci l’occasione giusta, può darci, in altre parole, il contesto adeguato per la generazione di nuove e felici intuizioni.

Giulio Giorello e la Serendipità: una conferenza

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Intenso, complesso e, soprattutto, sentito: sono questi, in estrema sintesi, i tre caratteri fondamentali del saggio di Bencivenga, comparso già qualche anno fa in altra veste editoriale (Feltrinelli, 1992). Si tratta, è bene dirlo subito, di caratteri che ben si addicono ad una riflessione molto impegnata ed ambiziosa, che si apre con una vera e propria dichiarazione di intenti: «In questo libro voglio offrire un’idea articolata e coerente di essere umano e di società, non perché mi auguro che diventi la base di un nuovo pensiero unico ma invece come risposta positiva al non-pensiero che ci circonda, e al disorientamento e alla disperazione che il non-pensiero causa anche nelle persone migliori» (p. 6).

Lo svolgimento del programma è davvero denso e per Bencivenga non può che passare attraverso il confronto con Kant e la rivisitazione della concezione più comune e diffusa della soggettività e del modo con cui essa si pone in relazione con il mondo.

Il modello dell’io logicamente indipendente, primario ed autoreferenziale, di matrice cartesiana, è la causa prima di un radicato infantilismo politico, tanto sterile quanto pericoloso: esso ci porta, al massimo, a “tollerare” le diversità, e può svilupparsi in fenomeni di totale assimilazione progressiva del pensiero e dell’identità individuali, ma può anche alimentare episodi reattivi di virulenta riaffermazione di fondamentalismi religiosi o di localismi pseudo-culturali. L’unica alternativa credibile è l’accettazione faticosa e “drammatica” di un’identità necessariamente ed intrinsecamente plurale e differenziata, educata ed “allenata” ad essere sempre tale, essa stessa teatro e comunità di opzioni sempre diverse che dialogano tra loro.

Il punto di svolta, sul piano delle scelte politiche, consiste nell’imparare l’altro e, al contempo, nel diventarlo, scoprendosi così, quasi paradossalmente, come motivo ed occasione di tutela sia di quell’identità, sia della propria. In questa prospettiva, la società deve farsi integralmente scuola, «in cui non si arrivi mai a mettere la situazione sotto controllo, in cui non ci si lasci mai in pace, soddisfatti dalla competenza raggiunta, in cui ognuno sia per l’altro una costante provocazione: un constante invito a imparare di più, a chiedere di più a sé stesso, ad allargare le frontiere sempre solo temporanee del proprio soggetto» (p. 137). Né sono escluse, in questa mutazione di orizzonti – che Bencivenga definisce “copernicana” – altre interessanti, e sia pur delicate, conseguenze: «Per secoli, l’oggetto della politica è stato quel che uomini e donne hanno. (…) La rivoluzione concettuale che propongo ha come conseguenza che l’essere dell’uomo (e della donna) diventa il tema politico fondamentale, e una certa forma d’essere l’obiettivo politico qualificante» (pp. 137-138).

Nonostante l’Autore si proponga di fornire, in questo modo, una nuova possibilità per il pensiero politico di sinistra, il messaggio che illustra e i temi che pone non hanno un destinatario inevitabilmente specifico e connotato. Per tutti i cittadini, ma anche per i giuristi, e in particolare per gli studiosi della Costituzione e dell’azione dei pubblici poteri, la prospettazione esigente di cui parla Bencivenga può funzionare molto efficacemente quale ottica con cui guardare, con uno sguardo diverso ed altro, alle ragioni del pluralismo che la tradizione giuridica occidentale si propone di promuovere e di difendere, e ai difficili equilibri che il perseguimento di questa finalità sempre ripropone.

Da leggere prima di (o assieme a) questo libro: La filosofia come strumento di liberazione

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Aureo libretto, direbbe qualcuno, forse anche a conferma (o a discolpa?) del fatto che, Per 2 Sole Poesie, si può pensare di spendere legittimamente La Bellezza di 3 Euro e di provare contemporaneamente la sensazione, come si suol dire, di aver fatto ciò nonostante un affare. Le Edizioni Nottetempo, d’altra parte, tradiscono raramente, e quest’ultima occasione non smentisce la regolarità di una soddisfazione sempre puntuale. La patria e L’angelo labiale, infatti, sono due piccoli capolavori, due veri sassi, come sempre promette la collana cui appartiene anche questo volumetto, due colpi precisi e destinati ad andare a segno veloci.

Che cosa sia la patria, questo è l’oggetto della prima lirica. La risposta è una poesia pulita e di sapienza, con un tono di ricerca, apparentemente tutta soggettiva, in verità oltremodo oggettiva. E realmente universale, poiché tocca interrogativi e sensazioni che sono davvero di noi tutti. Chi è che non ambisce, partendo, comunque, solo da se stesso, a conoscere l’identità della propria patria? Chi è che non vi attribuisce sembianze apparentemente diverse e contraddittorie? Chi è che non si lascia turbare, in questo percorso, dall’incombenza di delusioni sempre imminenti e dalla constatazione che la patria pare assumere una fisionomia tanto fragile? Chi è, infine, che non sente la patria se non a contatto con le esperienze più semplici, quotidiane ma fondamentali che ci circondano? Possono essere i gesti di chi cerca il nostro riconoscimento, possono essere le vibrazioni del vento, può essere la foto che il paesaggio ci impone di osservare. Dobbiamo semplicemente metterci in ascolto.

C’è qualcosa, nell’intenzione dell’Autrice, di spiccatamente buddista. Al principio lo sguardo è quello tipico dell’approccio occidentale e della sua immensa tradizione filosofica: domina la tendenza a proiettare l’uomo e la sua figura su qualunque oggetto, anche sulla patria, a mo’ di personificazione femminile di un’idea, così come lo era la Filosofia, con le sue vesti stracciate, nella celebre opera di Severino Boezio. Tuttavia, nel movimento del pensiero e delle parole che gli danno forma, l’io smarrito e quasi rassegnato della poetessa sembra svuotarsi e cercare il satori, il luogo e il momento dell’illuminazione, che viene dalle cose, dalla loro predominanza, dal loro patrimonio di energia positiva. Si può dire che la seconda lirica svela del tutto questa prospettiva: il silenzio è il medium di un’esperienza e di un’onestà totali, che rivelano, così, anche una patria diversa e più intima.

C’è qualcosa, poi, in questi versi di Patrizia Cavalli, che ricorda Andrea Zanzotto: per la felice commistione di intuizioni felici e di sentimenti innati, per il radicamento biologico del linguaggio, per l’intrinseco messaggio morale e civile, per la consuetudine con una sensibilità tanto rara e al contempo tanto casalinga. Chiedersi che cosa sia la patria nel 2011, 150° anniversario dell’Unità, non è certo originale; ma chiederselo senza retorica alcuna, nell’anno in cui, per pura casualità, è scomparso il grande poeta di Pieve di Soligo è un’occasione da non perdere.

 

Da La patria:

Capita a volte

che hai un mezzo pomeriggio in una delle tante

belle città italiane di provincia.

Vai dove devi andare, non hai voglia

di fare la turista, e anzi scegli

stradine laterali, senza gente;

camminando t’imbatti in uno slargo

con una chiesa, di quelle un po’ neglette,

spesso chiuse; sei già in ritardo, ma guardi

la facciata che sonnecchia, e subito

i tuoi passi si allentano, si disfano,

si fanno trasognati finché non resti

immobile a chiederti cos’è

quel denso concentrato di esistenza

sorpresa dentro un tempo che ti assorbe

in una proporzione originaria.

Più che bellezza: è un’appartenenza

Elementare, semplice già data.

Ah, non toccate niente, non sciupate!

C’è la mia patria in quelle pietre, addormentata.

 

Notizie su (e poesie di) Patrizia Cavalli

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Me ne stavo qui con gli occhiali al soffitto a innamorarmi dei colori delle cose (Ivano Fossati)

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È complesso valutare con obiettività questo romanzo. Affrontare la Resistenza e le sue pagine “difficili” non è cosa indolore; specialmente se nelle pieghe di quelle pagine l’Autore si propone di scovarne le ombre, di rappresentarle senza paura, di ribadire comunque, proprio attraverso di esse, l’importanza di quell’esperienza e le ragioni che l’hanno sostenuta.

Si tratta, però, di un romanzo importante ed originale. Così come per altri versi era significativo, e ciò nonostante è stato quasi dimenticato, Le ragioni del sangue di Alessandro Gennari. Ma questa volta la virtù della narrazione non consiste tanto nel guardare a viso aperto il dramma e lo sconcio della guerra civile, bensì nel raffigurare la durezza della scelta partigiana come opzione oggettiva di riscatto personale. Valerio Varesi lascia le nebbie “consolidate” e fortunate del Commissario Soneri, protagonista di un genere forse fin troppo facile, per addentrarsi in un’oscurità che afferra anche le ossa e che lo rivela come solido scrittore “a tutto tondo”.

Gli eroi della trama sono sostanzialmente due, due partigiani divenuti tali per sottrarsi ad una condizione dalla quale desideravano soltanto scappare. Bengasi è il nome di battaglia di un ex militare, fuggito dal carcere durante un bombardamento e finito a comandare, solo per ardore di battaglia, le azioni sconsiderate di un gruppuscolo di patrioti affiliato alla brigata Garibaldi. Jim è il nome di battaglia di un ex galeotto, liberato dalla milizia fascista, ma a condizione che si infiltrasse nelle linee dei partigiani e ne svelasse i movimenti e le posizioni. Entrambi non credono a nulla, se non ad un brutale istinto di autoconservazione. Ma il primo scopre l’amore, e con esso riesce a dare per la prima volta un senso al proprio coraggio e, così, anche alla condanna con cui la ragione militare e politica lo travolge. Il secondo, che per timore di essere scoperto esegue la dura sentenza, rivela del tutto la sua pochezza e decide, fedele al suo pseudonimo, di immolarsi in un gesto apparentemente fine a se stesso ma capace di proiettarlo, e quindi paradossalmente di “salvarlo”, in una causa che pensava di non aver mai voluto, né potuto, abbracciare.

La cornice del racconto, che si svolge nel Parmense, sull’Appennino emiliano, ha tutti gli ingredienti del più classico e riuscito racconto sulla guerriglia della Liberazione. Il paesaggio è piccolo, ma al contenpo sembra grande, disorientante, misterioso,” padrone” e aggrovigliato di presenze incombenti. Le vite e le persone sono povere e disperate, ma esprimono anche la saggezza inconsapevole di una dignità decisamente superiore. Il conflitto mondiale e le sue dinamiche complesse sono certo presenti e avvolgenti, ma il fulcro di ogni esperienza non può che essere la relazione di uomini e di cose ancor più concreti e sospesi. I ruoli fissi non mancano, ma il commissario politico, Ilio, e l’agente inglese, Holland, risultano verosimilmente coscienti e presenti, ben radicati in una “montagna” leggendaria. La gioventù è, come sempre in questo genere di storie, dilagante e spietata, eppure appare comunque portavoce di una ricchezza inesauribile e piena di speranza.

Il vero messaggio “storico” è affidato alle parole dell’anziana Dora, che compare quasi alla fine, come se, voce del popolo offeso, fosse l’unica e legittima interprete di tutte le drammatiche vicende di quel periodo: «di santi e di diavoli ce n’è un po’ dappertutto. Per i neri c’è l’obbligo di arruolarsi e tutt’al più l’onore per quelli che ci credono. Ai partigiani, invece, non gliel’ha comandato nessuno di andarsi a cercare le schioppettate. Anche loro non sono tutti puliti, ma quei ragazzi che si fanno scannare per evitare che in futuro ci si scanni ancora, loro sì che meritano».

Il blog sull’Autore

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Arriva anche il tempo della perplessità… Cioè, arriva anche per un grande autore. In fondo, anche Stephen King ha vissuto stagioni difficili. Sta avvenendo la stessa cosa anche per Giorgio Faletti? Mi rendo conto che ci sono troppi “anche”… ma come resistere all’interrogativo più spontaneo: anche lui è un po’ in crisi?

Certamente Faletti non è King, questo va detto. Però è vero che Faletti, nel corso di questi ultimi anni, ha collezionato successi notevoli, raccogliendo un pubblico sempre più numeroso di aficionados. Eppure, l’ultima prova “breve” non convince. E forse è proprio la brevità, che dovrebbe invece rappresentarne l’ultima ed agognata conquista, a mettere in difficoltà un approccio narrativo finora fortunato.

Con ordine, si può dire, in primo luogo, che mentre il personaggio principale (Silvano Masoero, detto “Silver”) è interessante e convincente, meno ficcante è la trama in cui questo ex pugile corrotto si trova ad agire: la piaga del “calcio-scommesse” è troppo complessa, anche dal punto di vista sociale, per poter trovare uno specchio fedele nel racconto pedagogico di Faletti. Anzi, è proprio l’intento chiaramente pedagogico ad essere reso in modo non pienamente verosimile, poiché Il Grinta, il figlio del protagonista e l’idolo di una piccola squadra che sta per affrontare il big match per la promozione, difficilmente potrebbe rendersi autore, in una vita reale, del gesto finale che lo riabilita. Non si tratta, si badi, di una valutazione cinica o pessimistica; si tratta, viceversa, di un rilievo che si spiega nell’ambito di una riflessione sull’economia complessiva del romanzo, che presenta, già di per sé, profili poco credibili (ivi compreso lo stratagemma, in sé e per sé avvincente, di cui è autore l’“eroe” di questa storia).

In secondo luogo, poi, lo spazio delle poche pagine e del tempo assai ristretto in cui si svolge l’azione mal si addice alla tecnica che è propria del Faletti-scrittore, ossia alla “astuta” capacità di punteggiare il discorso con valutazioni / massime / considerazioni tanto suggestive quanto, a rigore, non del tutto essenziali per la riuscita della storia. È, questo, il punto di forza di un linguaggio e di un tono che hanno catturato molti lettori e che, sicuramente, costituiscono parte del “segreto” di Faletti. Vero è che il “segreto”, sulla “breve” distanza di 143 pagine, è troppo “grande” per non essere apertamente svelato e per non sembrare artificioso e sproporzionato.

Che dire ancora? Forse anche i passi falsi aiutano; anzi, è proprio il protagonista del romanzo, Silvano Masoero, ad insegnarcelo! Quindi non si può che augurare a Faletti di riconquistare il consueto passo che gli si addice.

Una recensione (invece) entusiastica di Antonio D’Orrico… a onore della par condicio!

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10 libri scelti semplicemente ed arbitrariamente, 10 titoli proposti senza un ordine prestabilito, 10 letture importanti e formative

Santi Romano, L’ordinamento giuridico, Pisa, 1917 (ma se ne consiglia la lettura nella 2ª ed. del 1946, Firenze, che è corredata da un apparato di note critiche)

La formazione di quest’opera nell’importante ed autorevole lettura di S. Cassese

Sulla figura e sul valore dell’opera di Santi Romano nello studio del diritto pubblico in un recente contributo di A. Sandulli

Il celebre saggio di Santi Romano su Lo Stato moderno e la sua crisi (da Scritti minori, I, Milano, 1950, 311 ss.)

C. Schmitt, Verfassungslehre, Berlin, 1928 (ed. it. Dottrina della Costituzione, Milano, 1984)

Profilo dell’Autore

Carl Schmitt nella cultura italiana in un intervento di C. Galli

Il testo del volume, in una recentissima edizione in lingua inglese

A. Hamilton, J. Madison, J. Jay, The Federalist Papers (October 1787-August 1788) (ed. it. curata da M. D’Addio e G. Negri, nella traduzione di B.M. Tedeschini Lalli: A. Hamilton, J. Madison, J. Jay, Il Federalista, Bologna, 1998)

Il testo on line, dalla Library of Congress

L.A.H. Hart, The Concept of Law, Oxford, 1961 (ed. it. Il concetto di diritto, Torino, 2002)

Profilo dell’Autore

Su Hart e sulle teorie dei diritti nell’ambito della dottrina anglosassone, in una riflessione di B. Celano

H. Kelsen, General Theory of Law and State, Cambridge-MA, 1945 (ed. it. Teoria generale del diritto e dello Stato, Milano, 1994)

Profilo dell’Autore

La validità delle costituzioni scritte. La teoria della norma fondamentale da Kelsen a Hart, di O. Chessa

L.L. Fuller, The Morality of Law, New Haven-CT, 1964 (tr. it. La moralità del diritto, Milano, 1986)

Profilo dell’Autore

Il Rule of Law e le relazioni tra diritto e morale nel dibattito tra Hart e Fuller, di A. Sciurba

W.N. Hohfeld, Fundamental Legal Conceptions As Applied in Judicial Reasoning, New Haven, 1919 (ed. it. Concetti giuridici fondamentali, Torino, 1969)

Un bel ricordo dell’Autore

Il testo on line

R. Dworkin, Taking Rights Seriously, Cambridge-MA, 1977 (tr. it. I diritti presi sul serio, Bologna, ed. integrale 2010)

Profilo dell’Autore

R. Orestano, Introduzione allo studio del diritto romano, Bologna, 1987

Profilo dell’Autore

Per contestualizzare il volume: Tendenze attuali della storiografia giuridica italiana sull’età moderna e contemporanea, di A. Mazzacane

G. Gorla, L’interpretazione del diritto (1941), Milano, rist. 2003

Profilo dell’Autore

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Succede sempre più spesso che la lettura di incoraggianti recensioni sia la base di promesse altissime che difficilmente vengono mantenute. Eppure, il nuovo libro del giovanissimo Giorgio Fontana, pur rappresentando, purtroppo, una delle tante conferme di questa constatazione, rimane comunque un’ottima e confortante “prova d’artista”.

Il disorientamento e il disappunto derivano dalla sola considerazione della storia che questo libro si propone di narrare. In una battuta: si tratta di un tema tanto significativo quanto “troppo facile”.

Doni, p.m. presso la Procura Generale di Milano, è una figura esperta, che ha sempre lavorato con diligenza, guidato da una stella polare fissa ed immutabile: fare le cose per bene, anche tra tanti colleghi mediocri, anche nel ricordo di un amico e magistrato prematuramente e drammaticamente scomparso. Ora, però, Doni deve affrontare il caso Ghezal e sostenere in appello l’accusa nei confronti di un immigrato apparentemente coinvolto in un tragico caso di cronaca nera. Ma una giovane giornalista freelance, un po’ ingenua e un po’ spiantata, non ci sta e cerca di avvicinarlo e di convincerlo a non fidarsi totalmente delle risultanze processuali. In Doni il dubbio si fa strada, allargandosi alle certezze, molto fragili, della sua vita privata, del suo rapporto con la moglie e con la figlia, del suo microcosmo fatto di abitudini e di sicurezze fin troppo fragili, borghesi e stereotipate. I conti con la vita sono ancora tutti aperti e la città viene in soccorso. Guidato dall’insistenza della giornalista, Doni indaga e scopre un’altra Milano, medita su se stesso e sulle ragioni del suo impegno quotidiano, anche se rischia di mettere a repentaglio la sua carriera e l’orto conchiuso di una tranquillità familiare solo formale…

Come si vede, si tratta di una situazione classica, quella dell’uomo di legge che si interroga sul rapporto tra la sua opera di interpretazione della legge e di applicazione di una “tecnica” e la “vita” che lo circonda, che è complessa, che non riesce a ridursi in fattispecie astratte e nella quale, nonostante ciò, l’umanità esige sempre molte risposte. Ma tutto questo è, come si diceva, un po’ troppo banale. Così come è banale l’idea che la crisi personale sia un’occasione per provare a ridare un senso ai propri affetti.

Il romanzo, invece, è vincente nello stile e nella scrittura, nelle descrizioni di Milano, nell’asciuttezza e nella freschezza di parole che sono sempre adeguate, calzanti, espressive ma misurate, nella definizione psicologica dei personaggi; ma anche in alcune intuizioni felici, come quella sulle “armi leggere”, verso cui la giovane giornalista invita anche il navigato p.m., come a significare che esiste un livello di coscienza civile, e per ciò solo eminentemente “giuridica”, che nasce certo dal fare ciascuno il proprio mestiere, ma dal farlo, innanzitutto, con animo sempre aperto e sensibile, senza timori e senza ruoli predefiniti. Con un attitudine che è accessibile, quindi, ad ogni cittadino.

In questo specifico punto, precisamente, Giorgio Fontana colpisce l’obiettivo, perché connette la dimensione pubblica a quella privata, in un andirivieni propriamente “salutare”, per noi tutti e, naturalmente, per il suo stesso personaggio, nel quale, credo, si debba riporre ancora un po’ di fiducia, dandogli tempo per crescere e dimostrare tutte le sue virtù.

Il blog dell’Autore

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The Cat Concerto (1947)

È un classico cartoon, prodotto da Fred Quimby, nato, guarda caso, lo stesso giorno in cui è morto Franz Liszt (31 luglio 1886).

L’omaggio a questo grandissimo compositore è sempre doveroso, tanto più quest’anno, in cui cade il bicentenario della nascita (22 ottobre 1811; v. i festeggiamenti che sono organizzati nel suo paese natale di Raiding, in Austria, così come quelli che gli sono tributati in Ungheria, la tanto amata terra d’origine).

Il pezzo che il gatto Tom cerca di eseguire, disturbato in continuazione dal topolino Jerry, è la seconda (in Do diesis minore) delle 19 celeberrime Rapsodie ungheresi, scritte, complessivamente, tra il 1846 e il 1885.

C’è, peraltro, un precedente, molto vicino nel tempo e allo stesso modo rigorosamente imperdibile: Rhapsody Rabbit (1946), con il divertentissimo Bugs Bunny, che è (anche) “tormentato” da un topolino dispettoso e che si esibisce negli stessi gesti che saranno poi di Tom. Ma Liszt è stato sempre amato dai cartoons: anche Topolino si era già esibito nello storico e splendido episodio The Opry House (1929); e così farà anche Woody Woodpecker in Convict Concerto (1954). Che dire inoltre di Rhapsody in Rivets (1941)?

Il semplice piacere che queste brevissime animazioni sanno dare è un’ottima scusa, quindi, per ascoltare tutta l’opera di Liszt!

Navigare alla ricerca della musica di Liszt…

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