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Classico giallo anglosassone, nella migliore tradizione della collana I bassotti, per la quale Polillo Editore propone da tempo, come si dichiara nella prima pagina, una “piccola biblioteca” di titoli presi prevalentemente dall’“età dell’oro del mistery”, tra il 1920 e il 1940. An Oxford Tragedy (1933) è il volume n. 105, a testimonianza di un successo che non si è esaurito e che conosce, nel pubblico, una certa fedeltà.

La miscela è quella consueta alla “buona cucina” della letteratura investigativa britannica: un delitto improvviso, diverse persone sospette, un poliziotto tanto metodico e professionale quanto lento e “scarso” di intuizioni, un indagatore d’occasione ma colto, raffinato e acuto, e capace, pertanto, di sciogliere da solo l’enigma e di farlo, innanzitutto, proprio in base all’uso esclusivo delle sue straordinarie capacità intellettuali.

Tuttavia, questo breve saggio della prosa di Masterman (che, come si apprende dalla scheda riportata nel risvolto del libro, fu autore di molte pregevoli “imprese”, ma di soli due gialli) non convince solo per il gusto cerebrale che si può provare nel tentare di seguire le elucubrazioni di Ernst Brendel, un visiting professor viennese che casualmente si trova ospite nel college in cui il misfatto viene compiuto (forse si può anche azzardare che lo sbocco finale della trama non è poi così sorprendente od originale).

La dote principale del romanzo, in realtà, consiste nella bella e pacata raffigurazione dell’ambientazione accademica, nella descrizione dei personaggi che la animano, nell’idea davvero riuscita di dare all’io-narrante le sembianze di un vecchio docente, Francis Wheatly Winn, Vicerettore e Tutore Anziano. A questo non si possono non attribuire i lineamenti, l’umanità e la “nobiltà” del meraviglioso Mr. Chips, interpretato da Robert Donat nel pluripremiato e “storico” film di Sam Wood (Goodbye, Mr. Chips!, 1939). Mr. Chips, certo, non insegnava in un college universitario. Ma Francis Wheatley Winn non può che avere, per chi legge, le stesse sembianze.

Questa volta, dunque, ad essere difficilmente dimenticabile non è l’investigatore; il vero “eroe” della storia è una tipica figura, compassata, bonaria e premurosa, di studioso e di insegnante, il cui profilo emana efficacemente tutta l’aura delle migliori tradizioni inglesi. Di queste tradizioni, del resto, Masterman è stato un vero alfiere, e piace pensare che abbia preso ampi spunti proprio dalla sua esperienza personale.

L’inizio di Goodbye, Mr. Chips!

Quali altri “bassotti” leggere? Tre (facili) indicazioni (ma solo per cominciare a prendere il vizio):

1. D.L. Sayers, Il segreto delle campane (n. 16)

2. M. Gilbert, C’è un cadavere dall’avvocato (n. 19)

3. J. Townsley Rogers, La rossa mano destra (n. 31)

Per continuare nel genere “accademico”…:

– T. Kyd, Assassinio all’Università (n. 43)

– M. Innes, Morte nello studio del rettore (n. 59)

– T. Fuller, Delitto ad Harvard (n. 73)

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Non è la prova migliore di Heinichen; forse è quella più scialba. Ma è anche quella più recente. Merita, allora, una segnalazione, perché, per chi non l’abbia ancora fatto, deve essere lo stimolo per leggere i sei titoli precedenti, tutti di ottima fattura e, tutti, magnificamente evocativi e coinvolgenti (I morti del Carso, A ciascuno la sua morte, Morte in lista d’attesa, Danza macabra, Le lunghe ombre della morte, La calma del più forte).

Le storie di questo scrittore tedesco, “trapiantato” in quel di Trieste e lì felicemente soggiornante e integrato, oltre che innamorato del fascinoso entroterra friulano, sono realmente avvincenti e saporite. Sono presentate come appartenenti al genere noir, e i titoli, in effetti, sembrano spiegare chiaramente il motivo di questa attribuzione.

Nonostante ciò è difficile attribuire ai casi e alle indagini del commissario Proteo Laurenti un’etichetta consolidata e univoca come quella. C’è del poliziesco e del giallo, infatti, ma c’è anche del “romanzo d’appendice”, talvolta del comico, e forse del reality e del pop.

Non è, quella di Heinichen, una Trieste solo immaginifica o sognante; è una città mitteleuropea che, pur parlando sempre attraverso i suoi miti e le sue innegabili peculiarità di confine, rimane comunque italiana, immersa nelle vicende sociali, economiche e politiche del nostro Paese. Queste sono viste, a loro volta, con la lente di un narratore germanico che, quasi sorprendentemente, coglie bene i vizi del Belpaese e i correlati stereotipi, ma attribuisce degenerazioni e corruzione anche ad altre nazioni e perfino all’Europa dell’allargamento. Forse sono queste le ragioni del successo che questi romanzi hanno avuto in Germania, per il cui pubblico sono stati scritti e concepiti, e poi “ridotti” anche in altrettanto fortunate fiction televisive.

A dire il vero, il successo non è mancato neanche in Italia. Heinichen è, ormai, una delle maggiori attrazioni di Trieste. Così come lo sono le figure incisive e “simpatiche” in cui si risolvono tanti dei suoi personaggi: l’ironica assistente Marietta, l’anziano e scorbutico medico legale Oreste John Achille Galvano, la piccola ma tenace ispettrice Pina Cardareto e, prima di lei, il fedele Sgubin, i figli di Laurenti e la bellissima moglie Laura, l’avvenente procuratrice croata Ziva Ravno o la bella e giovanissima Gemma. Non mancano, ovviamente, i “cattivi”, su tutti il terribile Drakic. Né difettano i luoghi simbolici e i riti, piccoli o grandi, di una città comunque misteriosa, abilmente calati nella topografia in cui si trova immersa tutta l’azione quotidiana del singolare poliziotto, un po’ padre, un po’ farfallone, un po’ perdigiorno, un po’ segugio.

Di Nessuno da solo, invece, si possono solo dire quattro cose: 1) L’avversario è Raffaele Raccaro, ricco e spregiudicato imprenditore; 2) La lettura suscita una insopprimibile voglia di caffè; 3) La penna dell’Autore regala ai fans un duplice ma fuggevole incontro tra Heinichen stesso e Laurenti, nell’androne di un bellissimo palazzo; 4) Il finale quasi tronco promette una ennesima e avvincente avventura.

La presentazione del nuovo libro (naturalmente… in Questura!)

Un documentario (in tedesco) su Heinichen e Trieste, in quattro parti: I, II, III, IV

Il sito dell’Autore

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È un libro di viaggio, composto con una scrittura chiara e schietta. Il motivo che ne consiglia la lettura consiste nel fatto che questo tascabile si occupa di uno dei tipici “viaggi per eccellenza”. Si tratta dell’attraversamento ferroviario dell’Asia sulla linea Transiberiana (9289 Km e sette fusi orari, da Mosca a Vladivostok), uno di quei viaggi, cioè, che sono ormai entrati nell’immaginario collettivo (l’omologo d’oltreoceano, ad esempio, è l’attraversamento degli Stati Uniti sulla mitica Route 66) e che consentono di stimolare sensi, immaginazione e conoscenze (in primis letterarie, visto che la Siberia è la Russia per antonomasia, quella profonda di cui hanno scritto i giganti Dostoevskij e Pasternak, ma anche quella dei gulag, di cui ci hanno raccontato Solzenicyn o Salamov).

È un libro, quindi, per chi ha sempre meditato, in cuor suo, di mettersi avventurosamente sulle orme del capitano Michele Strogoff, indimenticabile personaggio di Giulio Verne, impegnandosi in una “traversata” che si risolve, in verità, in un “lasciarsi attraversare” da emozioni diverse, da città sperdute, da culture e lingue differenti. E da una lentezza (il treno mediamente viaggia a non più di 60 Km/h) che riconcilia, quasi sorprendentemente, con un’acuita sensibilità ai cambiamenti, non solo del paesaggio, ma anche delle città, delle cose e delle persone, che ci appaiono sospese tra un passato davvero remoto di cui essere ancora alfieri, la Rivoluzione d’Ottobre che tutto ha permeato e spunti improvvisi di futuro.

I primi due capitoli (La Russia vista dal finestrino e Come oasi nel deserto) integrano un vero e proprio diario, tanto essenziale quanto autentico. Possono arricchire utilmente guide (come sempre c’è la Lonely Planet…) o appunti personali (magari raccolti sul web), per poter prepararsi ad affrontare di persona il lungo viaggio e per immaginare, in anticipo, quali possono essere i tempi e i passa-tempi, le scomodità e le curiosità, le tipologie dei compagni di viaggio, le tappe e i luoghi più significativi, le loro “storie” brevemente appuntate nei loro intrecci con il presente e con la “storia” da cui sono stati frequentemente travolti.

I capitoli successivi sono, invece, delle brevi ma efficaci istantanee: su come e dove si può dormire (ma non si tratta di indicazioni turistiche, bensì di impressioni sulle esperienze e sulle curiosità che offrono le molteplici e caratteristiche strutture ricettive che si possono incontrare: Una yurta per stanza); sulle immagini di Lenin e della Rivoluzione (che persistono come riferimenti culturali, tradizionali e quasi familiari: Lenin: testimone di nozze); sulle icone che non si possono trascurare (non le opere pittoriche, ma Santi, eroi e navigatori dello spazio); sui musei e sulle peculiarità naturalistiche e faunistiche (Guerra e rivoluzione); sulla Repubblica di Tuva (Om Mani Padme Hūm, vale a dire “Salve o Gioiello nel Fiore di Loto”, il più diffuso tra i mantra del buddismo); sul lago Baikal (Il mare della Siberia); sul cibo che si può acquistare durante il viaggio (Cucina casalinga alla fermata del treno); sulla situazione demografica e sulle impressioni finali degli altri viaggiatori (Cittadini ex sovietici e cittadini del mondo).

Non ci resta che fare qualche prenotazione e attendere di metterci al finestrino…

L’Autore presenta il suo libro

Specialisti della Transiberiana

Immagini di viaggio

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Il solo titolo di questa recentissima raccolta di Roberto Cogo prometteva un’esperienza di autentica distrazione. E, a lettura compiuta, la promessa è stata mantenuta. Ma, si badi bene, distrazione qui non è sinonimo di suggestione divertente o semplicemente rilassante. È sinonimo, forse paradossale, di immedesimazione. In che cosa si immedesima Cogo? E in che cosa ci si immedesima se si legge la sua poesia?

Tento una risposta immediata, quanto banale: nella natura. Ri-tento con una risposta un po’ più articolata, ma senz’altro più precisa: nelle ossa, nelle vene, nel sangue, nelle cellule della natura. Un obiettivo che si può raggiungere solo con esercizi di contemplazione, talvolta severi, talvolta sereni, talvolta, ancora, attraversati da una sottilissima e quasi atomica, particellare, ironia. In tutti i casi, si tratta di esperienze di viaggio, non solo interiore, poiché sono il frutto di spostamenti e di osservazioni, di “appostamenti” veri e propri.

Supplementi di viaggio, del resto, è il titolo del ciclo che apre il volume. Ed è subito fiume, si potrebbe dire, facendo un po’ scherzosamente il verso ad un famosissimo passo di Quasimodo. Nel fiume e attorno al fiume Cogo scova i luoghi di percezioni e di trasformazioni vitali, perché consentono la ricerca della parola, che il poeta sempre compie e che associa sempre ad un’occasione di nuovo inizio. Sono, poi, gli Schizzi d’Austria a costituire la vera gemma, preceduti da un proemio che più diretto non può essere e che non richiede alcuno sforzo esegetico: “senza alcun dubbio / preferire gli alberi e le nuvole / a politici e chierici e autorità varie – / stare seduti in giardino ad ascoltare / e percepire – non è disimpegno / ma disintossicazione”. Seguono così immagini geologiche, metereologiche, faunistiche, che si sovrappongono a soffi, suoni, rumori, ma anche a quadretti di spazi viennesi di vegetazione urbana (fantastici i cinque pezzi dedicati ai giardini della città) e all’immagine “complessiva” del Danubio.

Ad essere degna di nota, però, non è solo questa prima parte (non che sia definita così dall’Autore, ma in qualche modo lo può tranquillamente essere). Anche la seconda (scandita in tre momenti: Alfabeto naturale, Ulivi a mare e Achill Poems) è assai originale. Non solo perché si tratta di poesie tradotte da “colleghi” poeti irlandesi o scritte direttamente in inglese e riviste da questi volenterosi amici e ospiti anglofoni (il fatto, certo, meriterebbe da solo un ampio commento; sia sufficiente rallegrarsi della perdurante esistenza di una comunità letteraria davvero fraterna come quella composta da Cogo, Paul Durcan e John F. Deane). Ciò che torna a sorprendere il lettore è l’estrema ricchezza dell’immedesimazione e il tentativo di ripeterla, quasi come una preghiera, in altri luoghi, così apparentemente diversi, ed anche nei luoghi vicini alla topografia “di casa” (molto belli, ad esempio, i componimenti sul torrente Leogra, sul Timonchio e sull’Astico).

Correttamente l’Editore Ladolfi propone questo libro di Cogo nella collana Perle poesia: di una perla, effettivamente, si tratta. Ma per coglierla occorre capire che è necessario farsi conchiglia, sentirsi valva e custodire, abbracciandolo, questo piccolo tesoro di resistenza biologica.

 

Da Schizzi d’Austria:

alte donau 2

 

una sognante immersione

nel grande azzurro del fiume – ripercorrerne

un tratto preso nel vortice del suo fluire

 

sentirne la forza calare nelle vene – la scossa

di un intimo gelo spandersi per tutto il corpo

 

queste acque sempre presenti – seguirle

al fiume lontano come all’inquieto torrente

a due passi da casa – soli baluardi alla sciocchezza

 

Identikit del poeta

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Jake Epping è un insegnante di una scuola del Maine e viaggia indietro nel tempo, “rapito” da una missione da compiere: cambiare alcuni eventi del passato. In verità, è Al Templeton, gestore di un fast food e strano mentore di Jake, a rivelargli quale sia il misterioso passaggio per il viaggio e gli accorgimenti da seguire, ma solo per una finalità precisa, quella di migliorare l’andamento della storia, mutandone il corso in un solo e specifico punto, la morte di John Fitzgerald Kennedy. Al, infatti, è malato e non può realizzare questo sogno. Tuttavia Jake ha anche l’opportunità di migliorare la vita di due persone, salvandole da eventi terribili, e, poiché il “buco” che gli consente di andare indietro lo porta al settembre del 1958, pensa di avere margini utili per farcela.

Eppure, il tempo non vuole essere modificato. La fatica che Jake deve affrontare, infatti, è enorme e i rischi sono continui, crescono quanto più ci si avvicina alla realizzazione effettiva della trasformazione voluta. In caso di errore, poi, la possibilità di ritentare è sempre disponibile, ma tornare nel passato significa cancellare, ogni volta, tutto ciò che si è fatto. Jake è determinato, e sa anche che deve limitare al minimo i suoi sforzi, pena “l’effetto farfalla”, una concatenazione di modificazioni, anche impercettibili, che rischiano, però, di dare al futuro una fisionomia del tutto imprevedibile. Riesce nel suo intento di salvare le esistenze di Harry Dunning e di Carolyn Poulin e si trasferisce in Texas, per capire se è vero che proprio Lee Harvey Oswald ha ucciso il Presidente e, in caso positivo, per impedirglielo, se del caso anche uccidendolo.

Della trama – che si sviluppa in ben 768 pagine – non è opportuno dire altro, se non che Jake si innamora e scopre una dimensione davvero consona alla sua personalità, così lontana dal suo vero passato personale ma così vicina, al contempo, alla vita già percorsa. Jake si realizza, così, in una dimensione in cui dovrebbe essere solo un estraneo; è combattuto se restare o meno definitivamente nel passato; rischia la vita in più occasioni e avverte che con il passato, così come con il futuro, non si può mai scherzare e che, probabilmente, è meglio riportare tutto all’origine, facendo sempre tesoro delle esperienze vissute, anche se irrimediabilmente perdute. Perché, in fondo, tutto è destinato a ripetersi, in meglio ma anche in peggio.

Jake avverte la verità, con una specie di intuizione degna del miglior Nietzsche, in un attimo immenso in cui si sente davvero felice: “È la totalità, pensai. Un’eco tanto vicina alla perfezione da non poter dire quale sia la prima voce e quale il ritorno della voce-fantasma. Per un momento tutto mi fu chiaro, e nei momenti in cui accade, vedi quant’è sottile il mondo. Non lo sappiamo tutti quanti, in cuor nostro? È un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita” (p. 559). Che senso ha, dunque, alterare questo complesso palcoscenico?

Gli affezionati lettori di King troveranno nel libro molta della tensione che ne caratterizza lo stile inconfondibile, e saranno anche felici, per una parte del romanzo, di tornare nel passato dello stesso scrittore, nei luoghi e tra i motivi inquietanti di IT, sua grande opera. Oltre a ciò, tuttavia, chi avrà il coraggio di affrontare la mole del romanzo avrà l’occasione di compiere un viaggio negli States più profondi, con colonne sonore, immagini e luoghi davvero mitici. E i più attenti si accorgeranno che, se è vero che il protagonista è costantemente inseguito da assonanze e da strani presentimenti, perché il passato insegue sempre una legge di intrinseca armonizzazione, anche King vuole infonderci un senso di pesante ed opprimente déjà vu, utilizzando platealmente pezzi di storie o di film già noti (Ritorno al futuro vi dice qualcosa?), oppure nomi letterari e cinematografici altrettanto celebri e classici (qual è, ad esempio, lo pseudonimo che il protagonista sceglie nel passato?).

Direttamente dalla soundtrack del libro: Glen Miller, In The Mood

La presentazione del romanzo dalla voce del suo Autore

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Every morning I walk towards the edge (Björk)

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È un film del 1954, con un Sordi davvero molto bravo. Si tratta, in particolare, dell’ultimo pezzo, il più bello, di una trilogia, i cui primi due titoli sono Anni difficili (1948) e Anni facili (1953). Luigi Zampa l’ha girata prendendo spunto da racconti di Vitaliano Brancati, che ha partecipato largamente anche alla stesura della sceneggiatura. Ci sarà un sequel nel 1962, per un’ultima “puntata”, meno riuscita: Anni ruggenti. In quest’ultimo caso il soggetto verrà da un racconto di Gogol’.

Non sono i riferimenti letterari, però, gli unici motivi che possono indurci a rivedere L’arte di arrangiarsi. Le ragioni di interesse sono altre.

Innanzitutto Sordi. Certamente, infatti, l’“Albertone nazionale” – che, all’interno della serie, compare solo in questa occasione – offre una performance davvero degna di tutti i suoi successi, anche di quelli futuri: in qualche modo, infatti, il protagonista adotta gesti, movenze ed espressioni che si ritroveranno in tanti film con (o di) Sordi (specialmente in quelli girati sempre da Zampa, su tutti ne Il vigile, del 1960, e ne Il medico della mutua, del 1968). Da questo punto di vista, è una commedia davvero riuscita, proprio perché “cannibalizzata” da un attore in splendida forma. Ma in questo caso scopriamo anche che la commedia non è necessariamente un genere “leggero” e che Zampa si conferma come un Maestro di questo singolare approccio impegnato.

Infatti, l’importanza de L’arte di arrangiarsi risiede soprattutto nella rappresentazione / denuncia di una certa immagine – icasticamente sintetizzata anche nel titolo – del trasformismo italico, causa quasi genetica di una sconfortante e “resistente” continuità tra tutte le fasi storiche del Paese.

Rosario “Sasà” Scimone (questo è il nome del personaggio principale) ne è l’orgoglioso e consapevole prototipo, capace di passare da uno schieramento politico all’altro, di tradire i suoi sodali e i suoi stessi parenti e amici, di agevolare sistematici e profondi conflitti di interesse, di sposarsi solo per convenienza economica, di farsi riformare, con frode, sia in occasione del primo conflitto mondiale sia prima del secondo, di diventare socialista, e poi fascista, per puro opportunismo, di riscoprirsi quindi comunista, per accreditarsi nell’Italia repubblicana, di tentare la via dello spettacolo e del successo, solo per corteggiare un’aspirante attrice e per trarne qualche vantaggio personale…

Il CV di Scimone, in sostanza, è una vera rassegna di vizi atavici e di propensioni radicate in buona parte della classe media, ed è anche la traccia simbolica del tentativo, destinato peraltro a fallire costantemente, di fiutare e di assecondare l’affare, lecito o illecito, più redditizio, assunto a sua volta, e paradossalmente, a mito, ad ideale tanto irraggiungibile quanto disponibile ad altri pochi eletti. Non è un caso che il “povero” Scimone finisca anche in galera, si riproponga come fondatore di un partito e, alla fine, si ritrovi a fare il venditore ambulante.

C’è da chiedersi, poi, nell’Italia del 2011, se, nel disegnare il cursus honorum di Scimone, punteggiato da appalti truccati, mazzette e speculazioni edilizie, vi fosse dell’intelligente preveggenza, oppure se esso non risultasse, già allora, l’indigesta descrizione satirica dello “stato della nazione”. Una risposta, forse, la può offrire la circostanza che il primo atto della trilogia, Anni difficili, fu accusato, in Parlamento, di “disfattismo nazionale”. Ma è significativo anche che la critica avesse lamentato, come veri e propri vizi, l’andatura volutamente frammentaria della storia e la dimensione intrinsecamente proteiforme del ruolo impersonato da Sordi. Il film di Zampa, quindi, non è solo bello e divertente; è anche “urticante”, parola che spesso fa rima con “importante”.

Scimone è il rappresentante di un ceto che, proprio perché consumato da un arrivismo fine a se stesso, non può mai riuscire, rimanendo condannato, nel proprio stato di mediocre egoismo, ad ambire a modelli niente affatto virtuosi (si potrebbe dire, a “non-modelli”). È “medio”, questo ceto, non tanto perché è quello “borghese”: se pensiamo a quanto “seria” può essere la borghesia e a quanto sia stata importante nella modernizzazione dell’Italia unita, non si potrebbe certo dire che sia tale quella impersonata da Sordi (è tale, invece, quella rappresentata, nel film, dalla figura del cognato e del suocero di Scimone; per capirne qualcosa di più sarebbe opportuno rileggere gli ottimi spunti di Arturo Carlo Jemolo, ripubblicati proprio quest’anno da Nino Aragno Editore ne Il malpensante). Questo ceto è “medio”, in definitiva, perché, indipendentemente dalla sua estrazione, decide di appiattirsi sugli istinti più volgari, di fare della furbizia la propria vocazione, di accontentarsi della propria ignoranza, in una parola, di “non crescere” e di “godere” in modo rapace delle fatiche altrui e delle vie talvolta complesse dell’interesse pubblico.

Se si vuole provare che cosa può accadere se l’Italia si guarda allo specchio, allora ci si può concedere una bella serata in compagnia di questo film, tra risate assicurate e sensazioni, viceversa, poco rassicuranti.

Il film in rete!

Il cinema di Zampa (dalla Cineteca di Bologna)

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Se per voi il Natale è un classico cartone animato…

Se per voi il Natale è una canzone un po’ ironica

Se per voi il Natale è un momento di riflessione tragicamente fantozziana

Se per voi il Natale è qualcosa da ricordare

Se per voi il Natale è un apologo sul Natale

Se per voi il Natale è come un incubo

Se per voi il Natale è un po’ teatrale

Se per voi il Natale è un’ottima occasione per improvvisarsi antropologi

Se per voi il Natale è un momento buono per il blues

Se per voi il Natale è un bel canto tradizionale…

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Prima di Natale è d’uopo accostarsi ad una tipica strenna natalizia, ad un titolo “buono per tutti i gusti” (e quindi per tutti i regali…). Perché non ricorrere, allora, all’inossidabile Piero Angela?

L’ultimo lavoro di questo perfetto divulgatore professionista non si propone di spiegarci quando e come è comparso l’uomo sulla terra, o quando e come è nato l’universo, oppure come è fatto e come funziona il nostro corpo. Le questioni sono altre e strettamente attuali: che cosa dovrebbe fare davvero la politica? Qual è il suo compito migliore? Come si possono fronteggiare le sfide della crisi e delle correlate necessità di crescita e di sviluppo? In qualche modo, per chi è stato fedele spettatore di Quark, Superquark e affini, la risposta di Angela è scontata. Perché si tratta della risposta di un vero amante della ragione e delle scoperte che essa consente e che ci permettono di arricchire la nostra esperienza e di aprirci prospettive sempre nuove.

Per Angela, infatti, la politica non dovrebbe soltanto occuparsi di litigare rumorosamente sui modi con cui la ricchezza viene distribuita, cercando, per questa via, di conservare o di ottenere i propri privilegi e il consenso di chi glieli concede; la politica dovrebbe occuparsi di produrre la ricchezza collettiva e, per fare ciò, di “curare” la manutenzione e l’aggiornamento del software cui si devono le idee che consentono quella produzione e che la spingono verso risultati sempre migliori e competitivi. Le difficoltà italiane, del resto, vengono ricondotte proprio alla sottovalutazione persistente della cultura scientifica, della ricerca e della scuola, ossia delle energie che permettono l’avviamento e il funzionamento di tutto quel complesso ecosistema artificiale in cui si risolvono le istituzioni sociali ed economiche.

È una lettura chiara, molto facile, corredata da analogie interessanti, metafore accattivanti, dati e argomenti noti ma spesso dimenticati o volutamente ignorati, esempi illuminati e suggerimenti quasi ingenui eppure assai evidenti. Sembra esserci, a prima lettura, almeno un punto debole: la scienza e la tecnologia sono date sempre e comunque per “assodate”; la politica non è altro che una meta-tecnica, uno strumento tanto fondamentale quanto correlato, si potrebbe dire, ad una sua intrinseca vocazione maieutica, quella di spingere gli uomini a valorizzare al meglio il loro meglio, e questo meglio viene indicato sempre nel superamento del confine. In verità questa impressione è solo apparente; Angela non pensa che esista un approccio epistemologico di “serie A” e che solo esso dovrebbe essere perseguito. Semplicemente, ci ricorda che senza le innovazioni e le rivoluzioni dell’ingegno la nostra vita sarebbe ancora radicalmente differente, difficile, anzi precaria, e che occorre risvegliare continuativamente quest’intima consapevolezza, per non rischiare di perdere la splendida possibilità di pensare anche cose, altrettanto vitali, che non sono scientifiche o tecnologiche.

Chi è Piero Angela?

Una recente presentazione del libro

Il sito di Superquark

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10 titoli per accompagnare l’inizio degli studi giuridici… (in ordine alfabetico… quindi da affrontare “a piacimento”!)

F. Benvenuti, Il nuovo cittadino. Tra libertà garantita e libertà attiva, Venezia, 1994

S. Cassese, I tribunali di Babele. I giudici alla ricerca di un nuovo ordine globale, Roma, 2009

A. France, Crainquebille (1900-1901), Palermo, 1992

P. Grossi, Prima lezione di diritto, Roma-Bari, 2007

I. Kant, Scritti di storia, politica e diritto, Roma-Bari, 2009

H. von Kleist, Michael Kohlhaas (1810), Venezia, 2003

F. Santoro Passarelli, Dottrine generali del diritto civile, Napoli, 1964

S. Satta, Il mistero del processo (1949), Milano, 1994

C. Schmitt, Terra e mare (1942), Milano, 2002

S. Weil, La prima radice (1949), Milano, 2007

2 titoli (ancora) per cominciare a studiare davvero…

R. Bin, Come si studia il diritto, Bologna, 2006

S. Turow, Harvard, facoltà di legge (1977), Milano, 1995

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