Nell’ufficio del rettore di un prestigioso college di Oxford, durante un’importante, ma sfortunata, cena – il cui ospite principale è un ricchissimo sceicco, potenziale eppure riottoso finanziatore per una nuova cattedra – viene ritrovato il cadavere seminudo di una giovane donna. L’indagine finisce casualmente nelle mani di una improvvisata e improbabile coppia di investigatori, Ryan e Ray. Che di cognome, per l’ironia della sorte, fanno entrambi Wilkins, ma sono completamente diversi, e non solo perché il primo è bianco e il secondo è di colore. Ryan, infatti, pur dotato di un istinto sorprendente, viene dai bassifondi, è totalmente indisciplinato, ha alle spalle un’infanzia difficile ed è ragazzo padre. Ray, invece, è benestante, ha studiato proprio ad Oxford, veste sempre elegante e si sforza di essere inappuntabile in ogni situazione. La dinamica, immaginabile, del loro rapporto è il sale del racconto. Pure lo schema della trama è assai prevedibile: una ridda di sospetti (c’entra direttamente il rettore? O forse lo sceicco? O c’entra Ameena, un’inserviente turbata da un passato oscuro?), con una serie di apparenze accattivanti (un nome misterioso, un anello ancor più strano, una serie di foto imbarazzanti, una pista mediorientale…). Il tutto è anche inframmezzato da un po’ di azione e dalle simpatetiche e umanissime vicende personali dei due detective, fino all’accelerazione dell’epilogo, che getta provvida luce – in modo del tutto classico – dove il lettore ormai non guarda più. Un omicidio a novembre, quindi, è il prototipo del giallo inglese 2.0: perché c’è un po’ di campagna con la sua nebbia, e perché l’assassino è sempre il maggiordomo, naturalmente; ma soprattutto perché quello che conta è la persuasiva caratterizzazione psicologica dei protagonisti (eroi di prossime avventure: questo romanzo è il primo di una serie, in patria fortunatissima); e perché lo scenario è pienamente calato nel contesto dei nostri giorni (questioni sociali, xenofobia, tratta di migranti, guerre, traffico di opere d’arte…), una cornice nel quale, ovviamente, come da copione ormai consueto, la progressiva crescita individuale e morale degli ispettori è criterio per sollecitare giudizi etici di più ampio respiro. Insomma, è un libro scontato, direbbe qualcuno. Tuttavia è quel genere di scontato che a volte si cerca appositamente e che, guarda caso, può accompagnare con un certo piacere gli attimi di pausa in queste prime giornate d’inverno.

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Nature is coming to kill you! (da theguardian.com)

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Emilio Salgari, perché la tigre ruggisce ancora (da carmillaonline.com)

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Turn the tables with our unity/ they’re neither moral nor mayority (L7)

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Le situazioni narrate in questi racconti sono le più diverse. È una rassegna umanissima, a tratti triste e malinconica, talvolta dolce e straniante, talaltra pacificante. Un uomo e una donna si avvicinano nel comune dolore che avrebbe potuto, viceversa, allontanarli per sempre. Due giovani adulti esorcizzano i diversi bilanci delle loro vite in un’avventurosa e improbabile pesca al pesce scorfano. Una coppia passa un intenso weekend in canoa, per poi tornare felice alla ordinaria quotidianità della vita cittadina. Due ragazzi inesperti e ingenui inseguono il sogno, concretamente assurdo, di diventare provetti allevatori, ma nel frattempo uno di loro matura un improvviso sentimento nel luogo e con la persona più improbabili. Una ragazza diventa adulta in una solitaria battuta di caccia. Un adolescente ricorda con gioia la felicità e la sorpresa di un evento naturale tanto atteso e arricchente. Una signora malata di cancro sogna e si commuove alla vicinanza di due bambini selvaggi e premurosi. Una bambina rievoca l’ultima e innocente gita con il padre. Un boscaiolo vive una piccola impresa notturna con le sue figlie e – in un altro racconto, immediatamente successivo – ricorda il suo crollo di alcolista e un momento, forse illusorio, di sperata rinascita. Un bambino rievoca la surreale grigliata di un enorme pesce gatto. Un allenatore di basket insegue la sua ossessiva vocazione sui campi delle squadre più periferiche. Un giovane si getta in un lago ghiacciato, lo stesso in cui è affogato suo padre, per recuperare un furgone che vi si è inabissato.

Nei tredici testi che formano questa raccolta si incontrano storie – per lo più assai semplici, se non essenziali – di lutti, amicizie, speranze, amori complicati, amori perfetti, fallimenti, malattie, passioni e affetti fondamentali. Di per sé, è tutto lineare e, in un certo senso, quasi prevedibile. Rick Bass non vuole sorprendere il lettore. Si ha l’impressione, piuttosto, che intenda rappresentare l’emozione dei suoi personaggi di fronte ai loro stessi pensieri o condizioni. In una cornice, però, nella quale l’ambiente circostante e il paesaggio – spesso colti all’americana, nella fisionomia più autentica, selvaggia e perturbante – sono chiamati a esaltare ogni sfumatura o anche a funzionare come inevitabili forze catalizzatrici delle energie che percorrono le esistenze individuali. L’oceano, il bosco, i cavalli, i vitelli, il puma, il mulo, i pesci, il fiume, la prateria, gli alberi, la montagna, la tempesta… svolgono tutti la funzione di reagenti indispensabili, di elementi senza i quali i personaggi proprio non si comprendono, né evolvono all’interno della dimensione che pure gli è stata assegnata dall’Autore. Per questa ragione si può affermare che quella di Bass è una scrittura ecosistemica: perché la natura svolge una funzione centrale, di diapason per il corpo e per lo spirito; ma soprattutto perché tutto è avvolto in un’interazione generativa costante e in una complessiva dinamica adattativa. La vita delle rocce non è soltanto un distillato della migliore letteratura statunitense contemporanea; è un esperimento originale, in cui intenzioni e oggetto della narrazione si compenetrano e si esaltano a vicenda, suscitando un sentimento che va al di là dell’empatia e che non è forzato definire assimilazione.

Recensioni (di D. Lambruschini; di G. Montieri)

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Il professore che ha dato le leggi fondamentali della stupidità umana (da ytali.com)

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Marco Armiero, dalla parte del Vajont (da labalenabianca.com)

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In giro a Milano con i poeti, come Raboni (da ilpost.it)

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Che dire di Giorgio Vigolo? Il primo impatto, più di trent’anni fa, non era stato proprio positivo. Le sue traduzioni di Hölderlin mi erano parse difficili, forse un po’ artificiose e quasi démodé, tanto che da allora gli ho sempre preferito Enzo Mandruzzato. Ma di fronte a quelle pagine, l’attrito, fonte come sempre di una ostinata curiosità, mi ha condotto subito alla magnifica edizione mondadoriana dei sonetti del Belli. È lì che ho cominciato a conoscere Vigolo veramente – così colto, così sofisticato – scoprendo anche che è stato egli stesso un raffinatissimo poeta (a proposito: lo scorso anno Le Lettere ha compilato una suggestiva selezione di alcuni dei suoi pezzi migliori). Mai, però, avevo ancora letto i racconti de Le notti romane. Li ho recuperati, casualmente, nell’edizione originaria Bompiani del 1960, sulla cui copertina cartonata campeggia (azzeccatissima) la riproduzione di un quadro di Eugène Berman, Il grande palazzo d’angolo. L’opera è stata riedita nel 2015 da EdiLet.

Si tratta di testi sospesi tra il ricordo fantastico e deformato (Il guardacacciaIl Plutone casareccioIl mistico luccioIl pavimento a figurine), la rievocazione onirica di epoche e riti del passato (Le notti romaneLa cena degli spiriti), il richiamo ispirante di spazi e atmosfere di una città che è presente quanto remota (Avventura a Campo dei fioriLa bella mano), e l’introspezione autoanalitica (Il palazzo di campagnaUn invito a pranzoIl nome del luogo). Alcune trame e atmosfere sono degne del migliore Edgar Allan Poe. Ma il titolo del volume riecheggia un illustrissimo, italianissimo precedente. E la Roma che vi fa da sfondo, in effetti, è città passatada tempo, se non da secoli. Meglio, è fuori dal tempo e basta, visto che è questo che postula l’ostinata e inattuale visione dell’Autore. Che, tuttavia, parte sempre da un tuffo personale e profondo in un dettaglio o in un’immagine, alla ricerca delle radici dei luoghi e della storia, tra le leggende e le voci che hanno incorporato e che possono far provvidamente riemergere, solo al volerli cercare. O, piuttosto, al volervisi abbandonare, come accade nel sonno e nel sogno, anche quando avviene ad occhi aperti, esplorando vie, piazze, mercati, edifici e squarci di cielo.

La sensibilità di Vigolo, eremita di Roma, è tutta compendiabile in questa attitudine costantemente contemplante: “Allora, rallento il passo e mi metto a scrutare, con attenzione estrema, facciate, porte e vetrine; questo mi procura, sulle prime, momenti di vera delizia e il movimento interno, ingenuo, d’una speranza che ondeggi dentro di me e mi sollevi e mi porti sú, nell’aria magica e rubata di quella irripetibile avventura. Poi il ricadere è amaro, in fondo ai duri letti di strade della città, di nuovo svanita al vero, tornata al falso di tutti i giorni che sembra si possa toccare e invece non esiste affatto” (da Autobiografia immaginaria, p. 64). È esattamente così. Per questo scrittore – il cui stile denso ed elegante si è forgiato nella lingua erudita della prima metà del Novecento – il presente quotidiano è ciò che di più distante vi può essere. La realtà, infatti, con la verità che porta con sé, si nasconde agli occhi dei più, perché ha fondamenta misteriose, che solo l’invenzione letteraria può toccare.

Recensioni (di M. Onofrio; di A. Ronci)

Alcune poesie di Vigolo, su YouTube

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Ecco 7 motivi per cui questo libro diventerà il tuo preferito (da esquire.com)

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