Prima di Natale è d’uopo accostarsi ad una tipica strenna natalizia, ad un titolo “buono per tutti i gusti” (e quindi per tutti i regali…). Perché non ricorrere, allora, all’inossidabile Piero Angela?

L’ultimo lavoro di questo perfetto divulgatore professionista non si propone di spiegarci quando e come è comparso l’uomo sulla terra, o quando e come è nato l’universo, oppure come è fatto e come funziona il nostro corpo. Le questioni sono altre e strettamente attuali: che cosa dovrebbe fare davvero la politica? Qual è il suo compito migliore? Come si possono fronteggiare le sfide della crisi e delle correlate necessità di crescita e di sviluppo? In qualche modo, per chi è stato fedele spettatore di Quark, Superquark e affini, la risposta di Angela è scontata. Perché si tratta della risposta di un vero amante della ragione e delle scoperte che essa consente e che ci permettono di arricchire la nostra esperienza e di aprirci prospettive sempre nuove.

Per Angela, infatti, la politica non dovrebbe soltanto occuparsi di litigare rumorosamente sui modi con cui la ricchezza viene distribuita, cercando, per questa via, di conservare o di ottenere i propri privilegi e il consenso di chi glieli concede; la politica dovrebbe occuparsi di produrre la ricchezza collettiva e, per fare ciò, di “curare” la manutenzione e l’aggiornamento del software cui si devono le idee che consentono quella produzione e che la spingono verso risultati sempre migliori e competitivi. Le difficoltà italiane, del resto, vengono ricondotte proprio alla sottovalutazione persistente della cultura scientifica, della ricerca e della scuola, ossia delle energie che permettono l’avviamento e il funzionamento di tutto quel complesso ecosistema artificiale in cui si risolvono le istituzioni sociali ed economiche.

È una lettura chiara, molto facile, corredata da analogie interessanti, metafore accattivanti, dati e argomenti noti ma spesso dimenticati o volutamente ignorati, esempi illuminati e suggerimenti quasi ingenui eppure assai evidenti. Sembra esserci, a prima lettura, almeno un punto debole: la scienza e la tecnologia sono date sempre e comunque per “assodate”; la politica non è altro che una meta-tecnica, uno strumento tanto fondamentale quanto correlato, si potrebbe dire, ad una sua intrinseca vocazione maieutica, quella di spingere gli uomini a valorizzare al meglio il loro meglio, e questo meglio viene indicato sempre nel superamento del confine. In verità questa impressione è solo apparente; Angela non pensa che esista un approccio epistemologico di “serie A” e che solo esso dovrebbe essere perseguito. Semplicemente, ci ricorda che senza le innovazioni e le rivoluzioni dell’ingegno la nostra vita sarebbe ancora radicalmente differente, difficile, anzi precaria, e che occorre risvegliare continuativamente quest’intima consapevolezza, per non rischiare di perdere la splendida possibilità di pensare anche cose, altrettanto vitali, che non sono scientifiche o tecnologiche.

Chi è Piero Angela?

Una recente presentazione del libro

Il sito di Superquark

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Intenso, complesso e, soprattutto, sentito: sono questi, in estrema sintesi, i tre caratteri fondamentali del saggio di Bencivenga, comparso già qualche anno fa in altra veste editoriale (Feltrinelli, 1992). Si tratta, è bene dirlo subito, di caratteri che ben si addicono ad una riflessione molto impegnata ed ambiziosa, che si apre con una vera e propria dichiarazione di intenti: «In questo libro voglio offrire un’idea articolata e coerente di essere umano e di società, non perché mi auguro che diventi la base di un nuovo pensiero unico ma invece come risposta positiva al non-pensiero che ci circonda, e al disorientamento e alla disperazione che il non-pensiero causa anche nelle persone migliori» (p. 6).

Lo svolgimento del programma è davvero denso e per Bencivenga non può che passare attraverso il confronto con Kant e la rivisitazione della concezione più comune e diffusa della soggettività e del modo con cui essa si pone in relazione con il mondo.

Il modello dell’io logicamente indipendente, primario ed autoreferenziale, di matrice cartesiana, è la causa prima di un radicato infantilismo politico, tanto sterile quanto pericoloso: esso ci porta, al massimo, a “tollerare” le diversità, e può svilupparsi in fenomeni di totale assimilazione progressiva del pensiero e dell’identità individuali, ma può anche alimentare episodi reattivi di virulenta riaffermazione di fondamentalismi religiosi o di localismi pseudo-culturali. L’unica alternativa credibile è l’accettazione faticosa e “drammatica” di un’identità necessariamente ed intrinsecamente plurale e differenziata, educata ed “allenata” ad essere sempre tale, essa stessa teatro e comunità di opzioni sempre diverse che dialogano tra loro.

Il punto di svolta, sul piano delle scelte politiche, consiste nell’imparare l’altro e, al contempo, nel diventarlo, scoprendosi così, quasi paradossalmente, come motivo ed occasione di tutela sia di quell’identità, sia della propria. In questa prospettiva, la società deve farsi integralmente scuola, «in cui non si arrivi mai a mettere la situazione sotto controllo, in cui non ci si lasci mai in pace, soddisfatti dalla competenza raggiunta, in cui ognuno sia per l’altro una costante provocazione: un constante invito a imparare di più, a chiedere di più a sé stesso, ad allargare le frontiere sempre solo temporanee del proprio soggetto» (p. 137). Né sono escluse, in questa mutazione di orizzonti – che Bencivenga definisce “copernicana” – altre interessanti, e sia pur delicate, conseguenze: «Per secoli, l’oggetto della politica è stato quel che uomini e donne hanno. (…) La rivoluzione concettuale che propongo ha come conseguenza che l’essere dell’uomo (e della donna) diventa il tema politico fondamentale, e una certa forma d’essere l’obiettivo politico qualificante» (pp. 137-138).

Nonostante l’Autore si proponga di fornire, in questo modo, una nuova possibilità per il pensiero politico di sinistra, il messaggio che illustra e i temi che pone non hanno un destinatario inevitabilmente specifico e connotato. Per tutti i cittadini, ma anche per i giuristi, e in particolare per gli studiosi della Costituzione e dell’azione dei pubblici poteri, la prospettazione esigente di cui parla Bencivenga può funzionare molto efficacemente quale ottica con cui guardare, con uno sguardo diverso ed altro, alle ragioni del pluralismo che la tradizione giuridica occidentale si propone di promuovere e di difendere, e ai difficili equilibri che il perseguimento di questa finalità sempre ripropone.

Da leggere prima di (o assieme a) questo libro: La filosofia come strumento di liberazione

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È complesso valutare con obiettività questo romanzo. Affrontare la Resistenza e le sue pagine “difficili” non è cosa indolore; specialmente se nelle pieghe di quelle pagine l’Autore si propone di scovarne le ombre, di rappresentarle senza paura, di ribadire comunque, proprio attraverso di esse, l’importanza di quell’esperienza e le ragioni che l’hanno sostenuta.

Si tratta, però, di un romanzo importante ed originale. Così come per altri versi era significativo, e ciò nonostante è stato quasi dimenticato, Le ragioni del sangue di Alessandro Gennari. Ma questa volta la virtù della narrazione non consiste tanto nel guardare a viso aperto il dramma e lo sconcio della guerra civile, bensì nel raffigurare la durezza della scelta partigiana come opzione oggettiva di riscatto personale. Valerio Varesi lascia le nebbie “consolidate” e fortunate del Commissario Soneri, protagonista di un genere forse fin troppo facile, per addentrarsi in un’oscurità che afferra anche le ossa e che lo rivela come solido scrittore “a tutto tondo”.

Gli eroi della trama sono sostanzialmente due, due partigiani divenuti tali per sottrarsi ad una condizione dalla quale desideravano soltanto scappare. Bengasi è il nome di battaglia di un ex militare, fuggito dal carcere durante un bombardamento e finito a comandare, solo per ardore di battaglia, le azioni sconsiderate di un gruppuscolo di patrioti affiliato alla brigata Garibaldi. Jim è il nome di battaglia di un ex galeotto, liberato dalla milizia fascista, ma a condizione che si infiltrasse nelle linee dei partigiani e ne svelasse i movimenti e le posizioni. Entrambi non credono a nulla, se non ad un brutale istinto di autoconservazione. Ma il primo scopre l’amore, e con esso riesce a dare per la prima volta un senso al proprio coraggio e, così, anche alla condanna con cui la ragione militare e politica lo travolge. Il secondo, che per timore di essere scoperto esegue la dura sentenza, rivela del tutto la sua pochezza e decide, fedele al suo pseudonimo, di immolarsi in un gesto apparentemente fine a se stesso ma capace di proiettarlo, e quindi paradossalmente di “salvarlo”, in una causa che pensava di non aver mai voluto, né potuto, abbracciare.

La cornice del racconto, che si svolge nel Parmense, sull’Appennino emiliano, ha tutti gli ingredienti del più classico e riuscito racconto sulla guerriglia della Liberazione. Il paesaggio è piccolo, ma al contenpo sembra grande, disorientante, misterioso,” padrone” e aggrovigliato di presenze incombenti. Le vite e le persone sono povere e disperate, ma esprimono anche la saggezza inconsapevole di una dignità decisamente superiore. Il conflitto mondiale e le sue dinamiche complesse sono certo presenti e avvolgenti, ma il fulcro di ogni esperienza non può che essere la relazione di uomini e di cose ancor più concreti e sospesi. I ruoli fissi non mancano, ma il commissario politico, Ilio, e l’agente inglese, Holland, risultano verosimilmente coscienti e presenti, ben radicati in una “montagna” leggendaria. La gioventù è, come sempre in questo genere di storie, dilagante e spietata, eppure appare comunque portavoce di una ricchezza inesauribile e piena di speranza.

Il vero messaggio “storico” è affidato alle parole dell’anziana Dora, che compare quasi alla fine, come se, voce del popolo offeso, fosse l’unica e legittima interprete di tutte le drammatiche vicende di quel periodo: «di santi e di diavoli ce n’è un po’ dappertutto. Per i neri c’è l’obbligo di arruolarsi e tutt’al più l’onore per quelli che ci credono. Ai partigiani, invece, non gliel’ha comandato nessuno di andarsi a cercare le schioppettate. Anche loro non sono tutti puliti, ma quei ragazzi che si fanno scannare per evitare che in futuro ci si scanni ancora, loro sì che meritano».

Il blog sull’Autore

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Arriva anche il tempo della perplessità… Cioè, arriva anche per un grande autore. In fondo, anche Stephen King ha vissuto stagioni difficili. Sta avvenendo la stessa cosa anche per Giorgio Faletti? Mi rendo conto che ci sono troppi “anche”… ma come resistere all’interrogativo più spontaneo: anche lui è un po’ in crisi?

Certamente Faletti non è King, questo va detto. Però è vero che Faletti, nel corso di questi ultimi anni, ha collezionato successi notevoli, raccogliendo un pubblico sempre più numeroso di aficionados. Eppure, l’ultima prova “breve” non convince. E forse è proprio la brevità, che dovrebbe invece rappresentarne l’ultima ed agognata conquista, a mettere in difficoltà un approccio narrativo finora fortunato.

Con ordine, si può dire, in primo luogo, che mentre il personaggio principale (Silvano Masoero, detto “Silver”) è interessante e convincente, meno ficcante è la trama in cui questo ex pugile corrotto si trova ad agire: la piaga del “calcio-scommesse” è troppo complessa, anche dal punto di vista sociale, per poter trovare uno specchio fedele nel racconto pedagogico di Faletti. Anzi, è proprio l’intento chiaramente pedagogico ad essere reso in modo non pienamente verosimile, poiché Il Grinta, il figlio del protagonista e l’idolo di una piccola squadra che sta per affrontare il big match per la promozione, difficilmente potrebbe rendersi autore, in una vita reale, del gesto finale che lo riabilita. Non si tratta, si badi, di una valutazione cinica o pessimistica; si tratta, viceversa, di un rilievo che si spiega nell’ambito di una riflessione sull’economia complessiva del romanzo, che presenta, già di per sé, profili poco credibili (ivi compreso lo stratagemma, in sé e per sé avvincente, di cui è autore l’“eroe” di questa storia).

In secondo luogo, poi, lo spazio delle poche pagine e del tempo assai ristretto in cui si svolge l’azione mal si addice alla tecnica che è propria del Faletti-scrittore, ossia alla “astuta” capacità di punteggiare il discorso con valutazioni / massime / considerazioni tanto suggestive quanto, a rigore, non del tutto essenziali per la riuscita della storia. È, questo, il punto di forza di un linguaggio e di un tono che hanno catturato molti lettori e che, sicuramente, costituiscono parte del “segreto” di Faletti. Vero è che il “segreto”, sulla “breve” distanza di 143 pagine, è troppo “grande” per non essere apertamente svelato e per non sembrare artificioso e sproporzionato.

Che dire ancora? Forse anche i passi falsi aiutano; anzi, è proprio il protagonista del romanzo, Silvano Masoero, ad insegnarcelo! Quindi non si può che augurare a Faletti di riconquistare il consueto passo che gli si addice.

Una recensione (invece) entusiastica di Antonio D’Orrico… a onore della par condicio!

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Succede sempre più spesso che la lettura di incoraggianti recensioni sia la base di promesse altissime che difficilmente vengono mantenute. Eppure, il nuovo libro del giovanissimo Giorgio Fontana, pur rappresentando, purtroppo, una delle tante conferme di questa constatazione, rimane comunque un’ottima e confortante “prova d’artista”.

Il disorientamento e il disappunto derivano dalla sola considerazione della storia che questo libro si propone di narrare. In una battuta: si tratta di un tema tanto significativo quanto “troppo facile”.

Doni, p.m. presso la Procura Generale di Milano, è una figura esperta, che ha sempre lavorato con diligenza, guidato da una stella polare fissa ed immutabile: fare le cose per bene, anche tra tanti colleghi mediocri, anche nel ricordo di un amico e magistrato prematuramente e drammaticamente scomparso. Ora, però, Doni deve affrontare il caso Ghezal e sostenere in appello l’accusa nei confronti di un immigrato apparentemente coinvolto in un tragico caso di cronaca nera. Ma una giovane giornalista freelance, un po’ ingenua e un po’ spiantata, non ci sta e cerca di avvicinarlo e di convincerlo a non fidarsi totalmente delle risultanze processuali. In Doni il dubbio si fa strada, allargandosi alle certezze, molto fragili, della sua vita privata, del suo rapporto con la moglie e con la figlia, del suo microcosmo fatto di abitudini e di sicurezze fin troppo fragili, borghesi e stereotipate. I conti con la vita sono ancora tutti aperti e la città viene in soccorso. Guidato dall’insistenza della giornalista, Doni indaga e scopre un’altra Milano, medita su se stesso e sulle ragioni del suo impegno quotidiano, anche se rischia di mettere a repentaglio la sua carriera e l’orto conchiuso di una tranquillità familiare solo formale…

Come si vede, si tratta di una situazione classica, quella dell’uomo di legge che si interroga sul rapporto tra la sua opera di interpretazione della legge e di applicazione di una “tecnica” e la “vita” che lo circonda, che è complessa, che non riesce a ridursi in fattispecie astratte e nella quale, nonostante ciò, l’umanità esige sempre molte risposte. Ma tutto questo è, come si diceva, un po’ troppo banale. Così come è banale l’idea che la crisi personale sia un’occasione per provare a ridare un senso ai propri affetti.

Il romanzo, invece, è vincente nello stile e nella scrittura, nelle descrizioni di Milano, nell’asciuttezza e nella freschezza di parole che sono sempre adeguate, calzanti, espressive ma misurate, nella definizione psicologica dei personaggi; ma anche in alcune intuizioni felici, come quella sulle “armi leggere”, verso cui la giovane giornalista invita anche il navigato p.m., come a significare che esiste un livello di coscienza civile, e per ciò solo eminentemente “giuridica”, che nasce certo dal fare ciascuno il proprio mestiere, ma dal farlo, innanzitutto, con animo sempre aperto e sensibile, senza timori e senza ruoli predefiniti. Con un attitudine che è accessibile, quindi, ad ogni cittadino.

In questo specifico punto, precisamente, Giorgio Fontana colpisce l’obiettivo, perché connette la dimensione pubblica a quella privata, in un andirivieni propriamente “salutare”, per noi tutti e, naturalmente, per il suo stesso personaggio, nel quale, credo, si debba riporre ancora un po’ di fiducia, dandogli tempo per crescere e dimostrare tutte le sue virtù.

Il blog dell’Autore

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Ci sono libri appassionanti e libri che, pur essendo appassionati, sono semplicemente, ma decisamente, utili. Il recente ritratto di Matteotti, comparso nella collana “Storica” di Longanesi diretta da Sergio Romano appartiene senz’altro ad entrambe le categorie. E si tratta, evidentemente, di una collocazione di tutto rilievo.

La passione si avverte direttamente dalla lettura ed è testimoniata da quello che può essere, in qualche modo, l’unico difetto del libro, ossia un certo ripetersi di concetti e di argomentazioni, a sigillo ricorrente di quanto l’Autore sente ciò che scrive. Viceversa, l’utilità del lavoro svolto da Gianpaolo Romanato si apprezza a tutto tondo, oggettivamente, e si esprime su tre livelli distinti.

Il primo livello si intravede da sé, perché ha a che fare con l’indubbia statura del soggetto, cioè del politico e dell’uomo che, forse più di ogni altro, è rappresentativo del pantheon di tutti coloro che si sono strenuamente opposti, fino alla fine, al fascismo. Riproporlo nuovamente non è una semplice occasione per rianimare il dibattito storiografico in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Su questo piano il saggio è ampiamente meritevole, poiché esce volutamente dalla tradizionale prospettiva mitologica, per disegnare un’immagine il più possibile realistica e contestualizzata di una personalità tanto vibrante quanto complessa. Da questo punto di vista, anzi, la decisione di soffermarsi, prevalentemente, sulla vita e sulla carriera politica di Matteotti, piuttosto che sul delitto che ne ha segnato la fine, è pienamente condivisibile. Così come è condivisibile la scelta di non tacere alcuna notizia, anche quelle più imbarazzanti e compromettenti.

Questo approccio ci consente di comprendere dove e quando si radica la biografia del personaggio, dove e quando matura, in Italia, la consapevolezza dello spirito sia radicale e riformista, sia rivoluzionario, e, allo stesso tempo, dove e quando si radica buona parte della storia del socialismo italiano e delle lotte, violentissime, che lo hanno visto protagonista e che nel “biennio rosso” (1919-1920) hanno fatto da incubazione per lo sviluppo del fascismo. Questo stesso approccio, poi, ci consegna immagini apparentemente contraddittorie, e per questo molto vive e credibili, del Matteotti politico intransigente, iperattivo ed instancabile, avvolto da un fervore quasi calvinista, per dirla alla Gobetti, ma anche del Matteotti marito lontano, dubbioso e malinconico, sul punto dell’abbandono di ogni impegno pubblico, così come del Matteotti uomo di mondo, colto e poliglotta, amante dell’arte, del teatro e della buona società.

Un secondo livello, su cui apprezzare la bontà del saggio, è quello della ricostruzione delle idee, del pensiero politico di Matteotti. Ne emerge una figura irriducibile, caratterizzata da una sorprendente unicità.

Nella sua lotta politica, Matteotti ci appare in crescente ed integrale dissidio con le altre formazioni politiche della sinistra (i socialisti massimalisti e i comunisti, da Matteotti chiamati espressamente in “correità” rispetto al fascismo), con la timidezza degli autorevoli, e sia pur ammirati, del riformismo socialista (Turati), e, più profondamente, con tutti coloro che, esponenti del trasformismo storico, hanno sempre strumentalizzato a loro favore le regole del consenso (Giolitti). Per altro vero, Matteotti ci appare anche sospeso e diviso egli stesso, tra la necessità di non perdere i consensi dell’elettorato contadino del Polesine, incline ad azioni spesso eccessive, e la necessità di difendere, a fronte del clima di crescente ed esasperata violenza ed intimidazione, la legalità, lo stato di diritto, la sopravvivenza dei diritti civili e l’importanza del ruolo del Parlamento come unica istituzione che può arginare la sopraffazione fascista e il degrado morale che la supporta.

In sostanza, la figura di Matteotti ci viene restituita nella sua storica esemplarità, come immagine, cioè, drammatica di una classe politica, allora del tutto minoritaria, che ha cercato fino all’ultimo di interpretare la crisi successiva al primo conflitto mondiale non tanto come luogo dell’eccezione e della rottura di ogni equilibrio, bensì come luogo per la sperimentazione, in situazione d’emergenza e di conflitto, di un’inedita azione rigenerante ed evolutiva; come luogo, in altri termini, di consapevolezza estrema di quelli che sono i problemi storici di uno Stato e di quelli che possono essere i modi migliori per affrontarli.

Il terzo livello che evidenzia tutte le virtù del libro è il grado di connessione, altissimo, tra il messaggio di Matteotti e la ricognizione delle costanti difficoltà del sistema politico italiano e della società civile di cui esso è espressione.

Ad esempio, la fiducia di Matteotti nell’importanza del partito e della sua funzione di tramite tra la società e il governo del Paese potrebbe sembrare, ai meno avveduti, un profilo vecchio, oltre che superato. Ma se si pone attenzione al fatto che per Matteotti avere fiducia nel partito significa concepire la lotta politica come competizione tra idee e tra programmi, piuttosto che tra singoli o tra gruppi di persone, allora la bontà dell’intenzione emerge in tutta la sua perdurante urgenza.

Essa si traduce in obiettivi che tuttora non possono che essere condivisi: promuovere la politica italiana al di fuori delle dinamiche corporative, dei conflitti di interessi, degli opportunismi; riconoscere che la cornice degli organi costituzionali è l’indiscusso ambito nel quale muoversi ed ipotizzare soluzioni anche molto diverse, ma pur sempre rispettose di una comune ed indispensabile grammatica democratica; denunciare ed isolare con forza i persistenti tentativi di confondere l’interesse dei singoli o dei pochi con l’interesse generale. In questo senso, Matteotti è, ancor oggi, un italiano diverso.

Un ritratto di Giacomo Matteotti

La cronologia della vita

L’ultimo discorso alla Camera

Il delitto Matteotti: intervista al Prof. G. Sabbatucci

Il delitto Matteotti: un approfondimento da La Storia siamo noi

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“Da sempre gli uomini detestano la condizione umana. Si adattano male a quello che sono, si preferirebbero dèi, statue, magari alberi. Poiché odiano il vuoto vertiginoso da cui sono costituiti, si spacciano per più solidi, più densi, meno effimeri, si inventano delle radici. Oggi come ieri si definiscono attraverso un luogo di nascita, una famiglia, un clan, una nazione, una religione. Si incollano, si fondono, si legano a ciò che non è loro e che rimane, si attribuiscono consistenza, cercano di colarsi nel bronzo. Siccome rifiutano di accettare un’identità problematica, la sostituiscono con identità che vorrebbero senza problemi. Dimenticando di essere un uomo, ognuno si concepisce americano, cinese, francese, basco, cattolico, musulmano, omosessuale, ricco, povero… Come se l’uomo fosse ricoperto per intero da una maschera, come se un abito dissimulasse la condizione umana… Beethoven però non si fa abbindolare”.

Con questo estratto (p. 47), l’Autore “autopresenta” nel modo migliore e più incisivo il suo gradevolissimo lavoro.

Eric-Emmanuel Schmitt, del resto, ci ha già abituati a coniugare profondità e schiettezza. La parte dell’altro (il terribile romanzo sull’inevitabilità dell’“uomo” Hitler) e Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (che, forse anche per la sua dolce immediatezza, ha trovato una nota e fortunata trasposizione cinematografica) sono letture pressoché obbligate.

Da segnalare, invece, è la decisione di dedicarsi anche alla musica, con un vero e proprio ciclo, “Il rumore che pensa”, che ha già preso avvio con un’altra e precedente riflessione su Mozart (La mia storia con Mozart), e che, quanto agli annunci dello stesso Schmitt, promette di toccare Bach, Schubert e, speriamo, altri grandi maestri della Classica.

Le ragioni di Beethoven sono presto dette; sono “esplicitate” tout court nella citazione sopra ripresa.

Quanto bisogno ci sia, anche oggi, del corredo di valori (umanismo, eroismo, ottimismo) che l’universo del celeberrimo compositore sa evocare, in modo così unico e forte, è constatazione troppo banale. Da questo punto di vista, non si può che concordare con la frase da cui è formato il titolo stesso del libro e che si deve ad una magistrale ed iconica figura di insegnante di piano (dal nome altrettanto indimenticabile, Vo Than Loc), che lo scrittore dice di ricavare dai ricordi della sua adolescenza. Ascoltare Beethoven, in sostanza, aiuta ad avere fiducia, ed anche il breve racconto che segue alla riflessione più propriamente saggistica (Kiki van Beethoven) è la “messa in scena” di piccoli, ma al contempo grandi, episodi di redenzione individuale e collettiva.

Le ragioni di un’opera à la Schmitt, invece, non sono così scontate.

Essa non piacerà ai puristi del genere; e non entusiasmerà neppure il lettore mediamente colto. Nonostante ciò, questo approccio, che si arricchisce anche di semplicissimi inviti all’ascolto, facilitato dal cd allegato (nb: se ne consiglia l’utilizzo durante le prime colazioni di ogni giorno…), è il miglior viatico per riappropriarsi di significati che solo la musica può comunicare e che ci sono veramente essenziali.

Si può anche dire di più: non solo la Classica merita ambasciatori degni del suo Nome; tutta la Musica lo merita; perché ogni Nota, in fondo, ci accorda una volta di più e ci aiuta a metterci, o a ri-metterci, sul binario giusto.

 

Il primo brano scelto da Schmitt: Ouverture del Coriolano in do minore, Op. 62

Esecuzione dei Wiener Philharmoniker, diretti da Christian Thielemann

Esecuzione dell’Orchestra Mitteleuropea “Lorenzo Da Ponte”, diretta da Roberto Zarpellon

Un approfondimento speciale, dalla BBC

The Beethoven Experience

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Quali sono gli indicatori che ci consentono di misurare il modo con cui un paese accoglie gli stranieri e il relativo livello di integrazione? Studi sociologici, economici e giuridici si interrogano costantemente sul punto, e questo senza che si possa davvero registrare l’esistenza di posizioni condivise. Una detective story, però, può aiutarci. In che senso?

Carta straccia non è un masterpiece… È una storia scalcinata, con una trama interessante ma a tratti sconnessa. Un investigatore tedesco di Francoforte, un po’ “cialtrone” e disordinato, è ingaggiato dall’ordinario Sig. Weidenbusch: deve ritrovare Sri Dao, la giovane tailandese di cui quell’ometto spaventato si è innamorato; questa, con permesso di soggiorno scaduto e alla ricerca di un modo per poter restare in Germania, è scomparsa, rapita da coloro cui si era rivolta per ottenere documenti falsi. Chi sarà mai stato l’autore del rapimento? C’entra, forse, il suo precedente datore di lavoro, il direttore di un night? Comincia così l’avventura di questo tipico etno-thriller, un po’ hardboiled, e si snoda velocemente tra colpi di scena, macchiette, battute e situazioni sia comiche, sia violente. Anche il finale è interessante e, nonostante una traduzione forse non impeccabile, non lesina qualche sorpresa e dice molto su quale e quanta possa essere l’amicizia, e su quanto e quale possa essere l’amore. Ma tutto ciò non è il valore aggiunto del libro. Almeno nel senso di cui sopra.

Il vero motivo per cui questo giallo atipico è di fondamentale importanza è che il detective, certo, è tedesco, ma di origine turca. Si chiama Kemal Kayankaya, conosce a menadito i bassifondi della sua città e si permette di sbeffeggiare la xenofobia ridicola dei suoi insospettabili vicini di casa, l’arroganza della “crema” dei criminali autoctoni, oltre che la protervia delle figure apparentemente più austere della polizia locale, svelandone le ipocrisie, le presunzioni e la povertà morale.

Ecco, il grado di integrazione di una società è presto detto: se essa ci consente di avere simili e deliziose figure di detective, allora, forse, non tutto è perduto, e possiamo sorprenderci a constatare che le parole e i sentimenti più dolci sono quelli di chi, come Sri Dao, non parla la nostra lingua, conosce poche e frammentate parole inglesi, ma ha soltanto voglia di vivere normalmente.

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Anche le opere prime possono sorprendere, e questo soprattutto quando sono date alle stampe da piccoli e volenterosi editori.

Certo, il romanzo di Luca Valente ha, apparentemente, molti ingredienti per risultare la mera riedizione di alcuni clichés particolarmente indigesti: c’è un killer seriale, che lascia sulle sue vittime un codice, a prima vista, indecifrabile; c’è un profilo maniacale che riporta, guarda caso, alla follia nazista; c’è un mistero storico che sembra snodarsi sui ritmi di una delle più tipiche e sconsolanti puntate di Voyager; c’è un richiamo, forse un po’ eccessivo, al soprannaturale.

Invece, si è rivelato giusto non fidarsi delle apparenze, assecondare l’intuito, prendere il volume dallo scaffale della libreria e fidarsi, viceversa, delle parole: la scrittura è convincente, il plot per nulla scontato, il ritmo avvolgente, il finale inatteso. Anche i personaggi, specialmente la coppia dei due “indagatori”, sono convincenti.

E poi c’è un equilibrato mescolarsi della “grande storia”, il Medioevo ma anche la Seconda Guerra mondiale e la Resistenza, con la “piccola storia”, quella di cose e persone che interagiscono e “soffrono” anche nel racconto e che contribuiscono, allo stesso tempo, al mosaico dei grandi eventi sul cui sfondo si svolge parte della vicenda.

C’è del fantastico e dell’immaginario, nel testo, però c’è anche una rappresentazione pacata e consapevole di un momento, quello della guerra partigiana, tra i più dolorosi e drammatici. Le storie degli occupanti e dei liberatori, tra memoria collettiva e memoria individuale, raramente sembrano così realistiche.

L’aspetto più interessante, tuttavia, è l’ambientazione.

L’Autore scrive di luoghi e di fatti che conosce da vicino, che ha modo di approfondire quotidianamente come giornalista e come storico locale. La geografia, del resto, è uno degli aspetti più significativi e decisivi per la buona riuscita di un romanzo, ne va di mezzo il rispetto dell’aureo canone della verosimiglianza, qui realizzato in modo felice.

In questo caso, viene subito voglia di visitare l’Alto Vicentino e la Pedemontana veneta, di passeggiare per Schio, di salire la strada che attraverso la Val Leogra porta a Valli del Pasubio e a Folgaria, e di continuare o cominciare a studiare la storia e le storie di quei paesi, di quelle valli, di quelle montagne. Ancora una volta, si potrebbe dire, proprio quei paesi, quelle valli e quelle montagne: le stesse che ci avevano già fatto scoprire un altro “nuovo” e fortunato scrittore (Umberto Matino, in La valle dell’orco e in L’ultima anguana). Anche questa è una buona notizia, quasi un auspicio per un uguale e rapido successo di pubblico.

Niente di meglio, quindi, che prendere questo libro e dedicare qualche giorno alla riscoperta di un genius loci inatteso ma sempre fedele.

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Il “Professore”, così lo hanno sempre chiamato sin dalle prime riunioni politiche, è il protagonista di questo lungo racconto, ed è, in verità, un correttore di bozze. Proofs è anche il titolo originale del libro, nel quale si intravedono le tracce di una riflessione che non è solo quella di una generazione o di uno specifico ceto intellettuale, e che, anzi, il tono del discorso ci dice essere certamente condivisa dall’Autore, quasi in prima persona.

Il tema è difficile e spinoso.

Anche correggere bozze, d’altra parte, è un lavoro difficile; occorre un’attenzione estrema, una ricerca di perfezione che è tanto apprezzabile quanto maniacale, oltre che fisicamente dolorosa ed estenuante. Ma è un lavoro, questo, che riesce congeniale proprio a chi si sforza di realizzare la verità, di portare su questa terra il messaggio salvifico della cultura, di affrancare l’umanità oppressa da qualsiasi forma di dominio.

Così vuole “lottare” anche il Professore, “compagno” critico e per questo presto espulso dal Partito, ma ancora fedele agli ideali di sempre, che continua a coltivare assieme ad un gruppo di altri irriducibili. In un’Italia che si intravede pagina dopo pagina.

Un evento, però, attraversa la loro vita e la Storia, il crollo del muro di Berlino, cui il Professore assiste in diretta tv e di cui discute, in una lunga passeggiata notturna, con Padre Carlo, un sacerdote bonario e a suo modo eccentrico, perché comunque partecipe delle sorti degli stessi ideali. E questo dialogo è il fulcro del racconto.

La questione è presto detta: il gioco comunista non esiste più, finalmente, ma il trionfo della libertà coincide con il trionfo del lato peggiore, consumistico e volgare, del capitalismo. Forse gli orrori del socialismo reale sono stati solo errori? Forse c’era del buono? O era solo utopia, ricerca innaturale, e per ciò solo violenta, di un’umanità inesistente?

Steiner mette in scena uno “scontro tra titani”, tra opposte visioni del mondo. Letto oggi, il dialogo è come se mettesse in campo, da un lato, con il Professore, lo Slavoj Žižek più ispirato, o se si vuole il marxista-leninista che ancora, nuovamente, attende la rivoluzione, dall’altro, con Padre Carlo, una versione cattolica ed incarnata delle lezioni di Isaiah Berlin sui traditori della libertà individuale, ovvero il credente che aspira, certo, ad una prassi terrena della carità, ma senza che l’uomo ambisca a dominare sull’altro uomo.

L’esito della discussione brucia nelle viscere del correttore di bozze, che nel frattempo si accorge che anche il suo mestiere volge al tramonto, travolto anch’esso dall’evoluzione tecnologica e da una “barbarica” esigenza di velocità comunicativa. Ma non tutto è perduto, il viaggio che il Professore compie a Roma è una fine ed un inizio, allo stesso tempo, celebrazione offesa di una morte (quella del Partito) e adesione istintiva ad una pulsione rigenerante (quella di un rapporto occasionale ma necessario). La fiducia, in definitiva, resta ancora intatta, e l’approdo al cosiddetto “riformismo” pare una docile confessione di realismo, come dimostra un epilogo dai toni quasi comici.

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