Tutti i generi della poesia contemporanea (da minimaetmoralia.it)

Condividi:
 

Gli Alleati risalgono l’Italia in modo irresistibile e il colonnello Martin von Bora, ex ufficiale dell’Abwehr, lascia Roma: deve raggiungere il suo nuovo comando sugli Appennini. Siamo nel giugno del 1944, la Wehrmacht sta cercando di assestarsi in prossimità della Linea Gotica. Bora, però, viene bloccato lungo il percorso, perché per lui gli ordini sembrano improvvisamente cambiati. Il suo passato lo richiama in sevizio. Senza che le SS lo sappiano, deve fermarsi a Faracruci, un piccolo paese sul massiccio del Gran Sasso, per tentare di recuperare un carteggio di importanza fondamentale, quello tra Mussolini e Churchill. Durante la prigionia di Campo Imperatore, l’ex Duce lo avrebbe consegnato in gran segreto a Luigi Borgonovo, un oppositore del regime confinato da anni nel remoto borgo abruzzese. Bora ha pochi giorni, perché non può permettersi che la sua missione venga vanificata dagli americani, dai partigiani o dallo stesso esercito tedesco. Ha capito, infatti, che anche nelle alte sfere dei comandi berlinesi si sta giocando una partita complessa; e lui, in fondo, sa da che parte stare. Tuttavia Borgonovo non vuole rivelare il suo segreto, e a complicare il tutto ci si mette anche un misterioso omicidio: nella piazza di Faracruci viene ritrovato il corpo morto di un uomo sconosciuto. Dal paese, nel frattempo, sono fuggiti anche i Carabinieri. Bora, unico ufficiale presente, si sente quasi costretto ad indagare, con la speranza di essere aiutato, in ciò, da Borgonovo, con cui vuole entrare in confidenza. Si apre in tal modo un giallo nel giallo, un mistero le cui radici affondano nel primo conflitto mondiale e negli intrighi più contorti della sparuta comunità locale, dei suoi notabili e dei poveri contadini che da sempre lavorano per loro. La detective story si articola ora per ora nel microcosmo di Faracruci, ma sullo sfondo delle grandi manovre militari e delle sorti fatali dell’Italia e della Germania.

La Pastor riesce sempre a confezionare storie interessanti e suggestive. Non c’è dubbio che il perno capace di farle tutte ruotare nella direzione giusta sia sempre il personaggio di Martin von Bora: uomo di nobile lignaggio, colto, intelligente, inossidabile. Il fatto che militi come braccio armato della Germania nazista contribuisce ad esaltarne, per contrasto, il fascino: non può non servire la sua Heimat, ma al contempo sente di doverlo fare negli unici modi che l’onore e la cultura gli suggeriscono. L’orrore lo ha percepito distintamente, ha attraversato la sua vita e la sua famiglia. E anche in questa storia il dissidio emerge in modo netto, tanto più che la missione segreta che gli è stata affidata proviene, con tutta probabilità, da quelle gerarchie che, avvertendo l’ormai prossima disfatta del popolo tedesco, cercano di procurarsi con ogni mezzo gli strumenti per una possibile trattativa con i futuri vincitori. Da questo punto di vista, Il morto in piazza andrebbe letto alternando le sue pagine alla visione di Operazione Valchiria. Sennonché sullo schermo irrompe anche il valore aggiunto del giallo, che, per rimanere sul piano cinematografico, sarebbe stato bello veder girato da Carlo Lizzani. Come sarebbe stato bello saperlo sceneggiato da Silone, perché il grumo che lo strano e inflessibile detective germanico si trova a dipanare è condito delle amare e invincibili pietanze della povertà, dell’interesse e del risentimento. Così collocato, Faracruci è un piccolo e simbolico laboratorio di un’Italia perennemente intricata e indifferente: accade di tutto ai suoi confini, ma la sua vita è sconvolta soltanto dalle vergogne quasi macchiettistiche e melodrammatiche della peggiore e immobile provincia. Ma non è soltanto per questo che le indagini di Bora sono avvolte come da una bolla, che il ritmo del romanzo è lento, che il tempo sembra quasi fermo, che le ore e le notti, sospese, scandiscono un’azione apparentemente estranea al teatro di guerra. Bora sta vivendo la fine di un’epoca e la sua creatrice non poteva scegliere una malinconia più accattivante.

Il sito dell’Autrice

Condividi:
 

“Scuola” oggi è una parola della Neolingua? (da doppiozero.com)

Condividi:
 

Niente di nuovo man / tranne l’affitto per me (Adelmo Fornaciari)

Condividi:
 

Simone Weil e le parole che salvano la vita (labalenabianca.com)

Condividi:
 

Nel bel mezzo di una conferenza, un accademico, autorevole traduttore di Shakespeare, ha un momento di défaillance: la vista gli si oscura completamente. Il fenomeno lo ha preso alla sprovvista, lo smarrisce. Si ripete anche durante una lezione, nella quale ha l’impressione che i suoi studenti, apparentemente impegnati a discutere della propria, personale, percezione del Re Lear e del suo significato, si confrontino in realtà su di lui e sulla sua sorprendente caduta, ormai conclamata e inarrestabile. Nulla sembra più come prima, tutto risulta impossibile, anche le cose più minime. La routine quotidiana è improvvisamente cancellata. È una crisi vera, nera. C’è da chiedere aiuto alle persone più profonde: ad un amico prete, ad un amico fotografo, al nonno apparso in uno strano sogno. Il messaggio sembra chiaro: bisogna riscoprirsi, ritrovare se stessi, riconoscere le radici. O ripercorrere la mappa della città, cercare di trovare la bussola nei tracciati della geografia più prossima, da discutere ed esplorare con l’aiuto della famiglia. Ma tutto resta inesorabilmente difficile, e l’oscurità, lungi dallo sciogliersi, si trasforma in sogni grotteschi, accusatori, schiaccianti e angoscianti. La paura, addirittura, sembra materializzare anche una fine violenta, tragica, inattesa, inconcepibile. Poi c’è una voce, forse quella più scontata, quella più naturale: l’imperativo è rialzarsi, partendo dal piccolo ecosistema della casa, delle storie più intime e piccole. E con fatica, forse, la gamba si solleva dal suolo…

Questo breve romanzo è la cronaca di un deragliamento. Ma non si tratta di un incidente che può accadere a chiunque. Si potrebbe dire che, per perdere effettivamente la bussola, occorre esserne particolarmente dotati, averne coscienza, utilizzarla abilmente come proprio normale strumento, di lavoro e di vita, essersi affidati ad essa come a un riferimento indispensabile. Nessuno meglio di uno studioso può rischiare di farne reale esperienza: non tanto per la pesantezza specifica del senso della perdita, quanto per la crisi del presupposto di sicurezza estrema che la genera e che ne prepara tutta la gravità. È questo l’imputato, il grande drago, il mago che può guidare la sua vittima all’anticamera di un fatale abbandono paranoico. Il Prof. del racconto – che il protagonista sia un universitario è scelta più che azzeccata – tenta di guarire in modi diversi, e i suoi primi approcci sono forse un po’ ingenui, perché tradiscono una fiducia eccessiva, la volontà di conquistare nuovamente la certezza dei giorni migliori. Volendo scegliere una colonna sonora di questa prima fase terapeutica, con il Battiato de Il mantello e la spiga non si sbaglierebbe di molto. Ma “lascia tutto e seguiti” non è una soluzione così facilmente afferrabile, può essere, per l’appunto, una reazione velleitaria e presuntuosa. Occorre maggiore realismo, e proprio questo è il cuore di Atlas, che da racconto introspettivo, psicologico, si spoglia anche delle intenzioni del romanzo filosofico, per trasformarsi in una operetta morale dei nostri giorni. Atlas invita la nostra testa a ricordarci che da sola non ci può mai aiutare fino in fondo e che i deragliamenti, quindi, non si superano con il ritrovamento di una stella polare, ma si elaborano e si fronteggiano con la pazienza e l’esperienza, domestiche e affettive. Perché le ferite esistono, sono del tutto naturali e talvolta salvifiche, specialmente se si decide di lasciarle un po’ aperte e di far parlare il proprio patrimonio più intimo. La lettura di Atlas potrebbe turbare molti amici – molti colleghi – per i quali il libro potrebbe sortire lo stesso effetto che per Canetti ebbe la lettura del terribile memoriale di Schreber: ci si potrebbe rispecchiare, in tutto o in parte. Eppure sarebbe veramente positivo che tale turbamento si annidasse, anche solo per un attimo, nelle certezze di ciascuno.

Condividi:
 

Grazia Deledda, la ruvida faccia della realtà (da lindiceonline.com)

Condividi:
 

1937: l’Impero è stato proclamato da poco più di un anno, ma l’Etiopia è ancora un paese in rivolta. La conquista di Addis Abeba non è stata sufficiente. Nel Goggiam è in corso una vera e propria sollevazione, che camicie nere, truppe coloniali e bande organizzate non riescono a sedare. Al Vice Re Graziani arrivano anche notizie inquietanti, storie di condanne sommarie e sparizioni, forse all’origine della rabbia dei ribelli. E dire che lo stesso Graziani, dopo aver subito un attentato, aveva inaugurato una repressione spietata. Ora teme di perdere il controllo della situazione, e si vede costretto a vederci più chiaro e a inviare una spedizione segreta, comandata da Vincenzo Bernardi, abile e stimato graduato della Giustizia Militare. Lo accompagnano il tenente Valeri e il fedele Welè, sciumbasci a capo della scorta armata. Il loro è un lungo e pericoloso viaggio nel “cuore di tenebra” dell’Africa italiana, dove tutto è ambiguo e poco decifrabile, e dove le minacce sono costanti. La resistenza della popolazione locale è forte e fiera, e gli occupanti italiani sembrano mossi da istinti poco virtuosi, se non da disegni indecifrabili e potenzialmente eversivi. Anche l’esercito pare comandato da ufficiali indolenti, timorosi e inadeguati, tanto che Bernardi e Valeri si trovano improvvisamente travolti dalla terribile disfatta delle truppe che avrebbero dovuto domare il nemico. Feriti e imprigionati dai ras del territorio, riescono a salvarsi per circostanze apparentemente miracolose, il cui oscuro significato riusciranno a comprendere soltanto molti anni dopo, a guerra finita: sarà il vecchio generale Badoglio a spiegare a Bernardi i retroscena di tutta quella strana vicenda.

Gli Autori hanno costruito un thriller storico di tutto rispetto, prendendo spunto da fatti realmente accaduti, qui reinventati con respiro cinematografico. La verosimiglianza c’è tutta, custodita dal montaggio accurato di un fitto apparato di dispacci militari, tratti da comunicazioni originali dell’epoca. È assai minuziosa anche la descrizione delle operazioni sul campo, degli scontri armati e dei corpi che vi sono coinvolti. Non sono meno efficaci le figure, a loro modo esemplari, che animano la trama, e che la dicono lunga, meglio di molte ricostruzioni storiografiche, sulle ambizioni, sulla crudeltà e sulla mediocrità della milizia occupante e dei suoi comandi. La leggenda del buon italiano ne riesce nuovamente smascherata. Naturalmente spiccano, per distinzione, i due protagonisti, Bernardi e Valeri, che non sfigurerebbero neanche nei romanzi di Leonardo Gori: coraggiosi, onesti e tenaci come il capitano Bruno Arcieri; un esempio di un’italianità leale, con la schiena dritta, che – come si desume dal racconto – dev’essere stata particolarmente rara. Va detto che il libro, pur avallando la tesi che da tempo cerca di accreditare l’idea di un esercito non del tutto al servizio del regime, lascia intravedere anche un giudizio negativo sulla monarchia e sui suoi più alti ufficiali. Come se la disfatta dello Stato sia stata anche il frutto di una contesa mai risolta tra fascismo e casata reale, a volte conniventi, altre volte l’un contro l’altra armati, anche a colpi di intelligence. Il romanzo, ad ogni modo, ha anche qualche punto debole: è un po’ troppo lungo, in primo luogo; e le vicissitudini, in patria, delle fidanzate dei due ufficiali paiono sostanzialmente posticce, troppo estranee al cuore dell’intrigo poliziesco e istituzionale. Dopodiché è un copione dal quale David Lean avrebbe potuto realizzare un Lawrence d’Arabia in salsa tricolore: e questo basta.

Recensioni (di Maurizio Crosetti; di Antonio D’Orrico; di Alessandro Gnocchi; di Igiaba Scego)

Il libro a Fahrenheit

Condividi:
 

Le periferie di oggi, luoghi della creatività e del “prodigio estetico” (da illibraio.it)

Condividi:
 

Viva il maestro neoplatonico (da ilsole24ore.com)

Condividi:
© 2026 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha