Uno storico racconta giovinezza, ascesa e peripezie di Marino Massimo De Caro, meglio noto come il “mostro dei Girolamini”: il parvenu nominato nel 2011 al ruolo di direttore della famosa e ricchissima biblioteca napoletana (che fu di Vico) dall’allora Ministro per i beni e le attività culturali; e colui che (come si è scoperto un anno più tardi) l’ha saccheggiata in lungo e in largo. Autentico parvenu, a dire il vero, De Caro non è. Proviene da una famiglia impegnata ed è stato egli stesso politicamente attivo, come portaborse di un senatore e come consigliere comunale. Al momento dello scandalo, poi, e giunto appena alla soglia dei quarant’anni, aveva già flirtato con i vertici, più o meno nobili, della sinistra e della destra, ed era anche entrato nelle grazie di un potente e discusso magnate dell’energia. A suo dire, addirittura, si è fatto complice efficiente degli intrighi più sottili e discussi degli apparati nazionali, russi e persino vaticani. In realtà, De Caro ha soprattutto dimostrato una precoce e tenace attrazione per il traffico illecito e la contraffazione di libri antichi: dalle prime esperienze adolescenziali alla successiva e inarrestabile escalation. È stato socio di una equivoca libreria basata tra Buenos Aires e Verona, ed è stato anche snodo iperattivo di una fortunata fabrica di falsi d’autore. In primis, di una portentosa quanto unica edizione del Sidereus Nuncius di Galileo, che per un po’ di tempo ha ingannato autorevoli studiosi. Quella galileiana, in effetti, è la passione che ha animato larga parte delle scorrerie di De Caro, impegnato sin dal tempo del servizio militare a trafugare esemplari autentici e rarissimi dalle collezioni pubbliche più prestigiose, e apparentemente inavvicinabili, dell’intero Stivale. È stato questo commercio, del resto, ad avviarlo verso una rete sempre più fitta di liaisons dangereuses. Ad un certo punto, comunque, con le vicende dei Gerolamini, i nodi sono venuti al pettine. Max Fox (il nickname Skype che lo stesso De Caro si è dato, e con cui ha lungamente comunicato con l’Autore) è stato presto risucchiato con tutto il suo pittoresco entourage in un vortice di plurime vicende giudiziarie, di fronte alle quali l’apparente e sopravvenuta resipiscenza e le lauree conseguite durante la detenzione a nulla sembrano servite.

Il libro si è subito trovato al centro di un vivace dibattito, nel quale un po’ di firme illustri si sono divise. In particolare, c’è chi ha accusato Luzzatto di essere stato troppo indulgente con il “mostro”, di averlo sostanzialmente assecondato e, indirettamente, capito. Qualcuno potrebbe anche aggiungere che, in questo caso, lo storico professionista è stato meno storico di quanto avrebbe potuto o dovuto: molto concentrato, più che su De Caro, sul suo rapporto, apertamente problematico e quasi personale, con il soggetto della ricerca; e assai sbilanciato, quanto alle fonti, sull’unilaterale rappresentazione del conclamato colpevole. Tuttavia c’è anche da dire che Luzzatto non ha neppure concepito un libro di storia (lo scrive testualmente: “quello che ho voluto scrivere è un non-libro-di-storia”, p. 249). Si è posto deliberatamente nella mente del suo impostore, accettando i rischi del “ricatto del testimone” (p. 279): ha fatto, cioè, uno sforzo di immedesimazione, in cui le lunghe interviste a De Caro non sono servite, né dovevano servire, a fare verità o giustizia. Lo scopo era quello di comprendere le ragioni e la cornice di una evidente deriva esistenziale, rappresentando (come in una “Cronaca del XXI secolo”: p. 265) la fitta rete di ulteriori, e non meno esiziali, interessenze, che ne hanno esaltato la traiettoria deviante. È su questo magma inquietante che lo storico punta il dito, perché permette di tracciare un quadro concreto – e a dir poco disperante – di alcuni ambienti: dalle spregiudicatezze del mercato del libro antico al sottobosco della politica, dalle ingenuità dell’accademia alle strategie della grande impresa. Nonostante l’accostamento con il Jean Valjean di Victor Hugo, davvero ardito (pur se andrebbe compreso anche questo, nel contesto della critica sociale che Luzzatto vuole stimolare), dal romanzo, in verità, De Caro non ne esce bene. Anzi, l’immagine che ne viene restituita è quella di un faccendiere incallito e quasi incosciente, di un anti-eroe per eccellenza: un modello dell’italianità più viziata e irrimediabile, per certi versi, ma anche un simbolo paradossale di anti-italianità, nel suo farsi egoistico e pervicace predone del patrimonio culturale, tesoro repubblicano per eccellenza. Comunque sia, alla fine della lettura, la condanna più forte sorge spontanea, e non può che essere il giudizio sconsolato di chiunque osservi il modo con cui un uomo ha deciso ripetutamente e invariabilmente di sciupare la sua vita.

Recensione (di Claudio Bartocci)

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In Praise of Public Libraries (da nybooks.com)

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Have you ever heard the words I’m singing in these songs? (Billy Corgan)

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Le lettere di Leopard da Londra (da doppiozero.com)

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C’era il mare… Ghe gera el mar… Mar-ghe-gera… Marghera! Neanche il narratore crede a questa pittoresca progressione etimologica. Però non c’è dubbio che, a darle credito, si comprende subito il nesso tra il romanzo e il suo titolo. Infatti, pur svolgendosi anche a Treviso, l’ennesima indagine dell’ispettore Stucky – per intendersi, quello del prosecco e di tante altre avventure – ruota soprattutto attorno a un certo luogo: ai noti cantieri navali della laguna veneta e ai resti di un Petrolchimico altrettanto, e tristemente, famoso. Ma in questo giallo il primo cadavere, quello di un noto giornalista locale, viene ritrovato nel capoluogo della Marca. È senz’altro un caso di avvelenamento, anche se per Stucky – che deve affrontare le temporanee mattane delle sue estroverse vicine di casa – ci sono tante cose che non quadrano. Nel frattempo, a Mestre, viene ucciso un ex sindacalista, pure questa volta una figura conosciuta. Se ne occupa Luana Bertelli, una collega che Stucky conosce bene, e che non crede alle apparenze: la morte dell’uomo non può essere stata l’accidente di un tentativo di furto, né è verosimile che il colpevole sia stato uno straniero. I due ispettori brancolano tra facili pregiudizi e piccole intuizioni, imbattendosi in personaggi di varia e ambigua estrazione, così diversi, e così insospettabili, da rendere improbabile qualsiasi collegamento. Poi sulla scena irrompe un terzo, strano, decesso, quello di un avvocato, che aveva rapporti con entrambe le vittime. Le indagini, dunque, finiscono per convergere e, grazie ad uno spunto della Bertelli, il baricentro della storia si sposta all’improvviso tra Marghera e Venezia, verso il magnetismo oscuro di uno spregiudicato e spietato animatore del rancore sociale.

In questo libro sembra un po’ affaticato, l’ispettore Stucky. Tant’è vero che, alla fine, il passo decisivo lo fa la Bertelli, vero fulcro del racconto. Non è che al nostro eroe manchino la consueta e scanzonata disinvoltura e lo sguardo un po’ obliquo, che gli consente sempre di intravedere la pista giusta. Anche i simpatici punti fermi del suo universo, poi, ci sono tutti: le sorelle di vicolo Dotti, lo zio Cyrus, il trio degli agenti Landrulli, Sperelli e Spreafico. Tuttavia l’iniziativa risolutiva sembra difettargli. C’è da chiedersi se questo sia un segno di stanca per il personaggio e il suo ciclo narrativo o se, invece, sia semplicemente la conseguenza, sul piano della trama, della scelta di un bersaglio sfuggente, fondamentalmente illogico, cresciuto come un virus incomprensibile sulle macerie materiali e morali della crisi. Che per Ervas – così, almeno, si può arguire –  non è soltanto quella dell’ultimo decennio. Il campo di battaglia, infatti, è simbolicamente posizionato in un territorio martoriato da una storia, lunga e dannata, di cortocircuiti imprenditoriali e ambientali; un territorio che, ciononostante, continua deliberatamente a non fare memoria, abbandonandosi alla ricerca e alla caccia diffuse, e quasi disperate, del capro espiatorio più vicino. È comprensibile, dunque, che Stucky – il più riflessivo, meditabondo e bonario Stucky di oggi… – sia meno pronto del solito, perché il nemico non è uno, ed è perciò disorientante. Come è altrettanto comprensibile, viceversa, che sia la tenacia di una donna irrequieta, che potrebbe anche rischiare di lasciarsi andare di fronte all’avversario, a diventare l’esempio dell’energia necessaria: per sconfiggere il risentimento tiranno che inchioda i molti alle loro fragilità e a un inutile disegno di vendetta. Sembrerebbe stanco, Ervas. Piace constatare che è più consapevole e motivato che mai.

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Bioy Casares e gli altri (da succedeoggi.it)

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Italia incompiuta (da iltascabile.com)

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Per l’alto mare aperto (da succedeoggi.it)

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Liberio Fraterni è un postiglione trentenne che sfreccia con la sua diligenza lungo la Valle del Serchio. Trasporta la posta, naturalmente, da e per Lucca. Ma porta anche molti passeggeri, e le occasioni di incontrare qualcuno di celebre non gli mancano: trattandosi di una storia che si snoda dalla fine dell’Ottocento all’avvento del fascismo, Liberio ha modo di incrociare pure Pascoli e Puccini. Un giorno, in una fiera, acquista da uno strano trio di mercanti un cavallo nuovo, Balio, un destriero tutto nero, tanto veloce e fiero quanto intrattabile ed enigmatico. Da quel momento i due, l’uomo e il suo cavallo, diventano alleati inseparabili. Sfidano le intemperie più dure e neppure i banditi riescono a sorprenderli. Tra Balio e Liberio il legame è così forte da stabilire una vera e propria empatia, anche se faticosa e indecifrabile, perché Balio, sempre scalpitante, sembra alfiere di strani presagi. Nel frattempo Liberio ha un figlio, Amilcare, che però, innamorato del treno, della tecnologia e delle possibilità che i nuovi trasporti consentono, si allontana presto dall’orizzonte ancestrale cui è avvinta la sua famiglia, alla ricerca del progresso più vorticoso. E della guerra, occasione irripetibile di accelerazione, collettiva e individuale; tanto che si arruola volontario nei bersaglieri, lungo il fronte dell’Isonzo. Il primo conflitto mondiale, infatti, è cominciato, e per Balio e Liberio ci sarà occasione di una nuova avventura, anche se il destino della famiglia – per un attimo ricomposto, quasi per miracolo – dovrà comunque compiersi nel modo più doloroso. Nel nuovo secolo le vicende degli uomini non saranno più coordinate con l’incedere naturale delle cose e dei suoi più nobili testimoni.

Sono due i motivi per cui questo libro mi piace. Il primo – che forse è un po’ troppo personale – tira in ballo l’ambientazione: i luoghi suggestivi di una Garfagnana che sa presentare ancora oggi i segni e i colori di un tempo mitico e sospeso, di un paese profondo e in qualche tratto immutabile e, per questo, confortevole, quanto meno dal punto di vista emotivo. Mi è bastato leggere, nel romanzo, qualche toponimo per avere la sensazione di potermici cullare. In quella vallata le tracce di un certo passato si trovano, eccome. A Barga il caffè Capretz continua ad esistere. A Ponte a Moriano la stazione di posta, col cambio dei cavalli, pare ancora di vederla; basta fermarsi Da Erasmo, dove, se non fosse per un incombente cavalcavia di cemento, ci si sentirebbe veramente sbalzati in un’altra epoca. Un altro motivo per apprezzare il racconto di Pardini è il suo tono felicemente fiabesco. Pardini, infatti, vuole dirci qualcosa che va ben oltre la rievocazione di un momento storico e che riguarda il passaggio critico da un vecchio a un nuovo mondo e l’importanza di tenere aperto un canale di comunicazione. È Balio a portare il romanzo su quella lunghezza d’onda, sin dalla sua misteriosa comparsa. Liberio è attratto dall’aura magnetica del cavallo, ma allo stesso tempo è pervaso da una costante inquietudine, che proprio l’animale tende a risvegliargli in presenza di alcuni eventi: come se Balio fosse misura di uno speciale rapporto con la natura, tale da renderlo presago di tutto ciò che può drammaticamente alterare quel rapporto; e che può spostare troppo velocemente un senso del limite che andrebbe viceversa coltivato con cura. Sicché Pardini, in definitiva, ammaliandoci in veste di scrittore-aruspice, ci narra in modo efficace della sapienza empatica degli animali e del loro linguaggio come di un medium per ristabilire e preservare un contatto tanto antico quanto necessario.

Recensioni (di Bartolomeo Di Monaco; di Flavia Piccinni; di Maria Caterina Prezioso; di Bruno Quaranta)

Alcuni “ritratti” di Pardini: da nazioneindiana.com; da minimaetmoralia.it; da succedeoggi.it

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La sovranità in un mondo globalizzato (da ecb.europa.eu)

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