Un viaggio o forse un sogno (da labalenabianca.com)

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L’Autore di questo libro è il nipote di Ernest Hemingway. Quando il grande scrittore si è suicidato, John era nato soltanto da un anno: il nonno non lo aveva proprio conosciuto. Le sue memorie sono concentrate sul rapporto con suo padre, Greg, il secondogenito di Ernest. Ma la storia con Greg, se da un lato offre l’opportunità di mettere ordine in una galassia familiare assai complessa e conflittuale, dall’altro aiuta John a riconciliarsi con la figura di un padre eccentrico e bipolare, e proprio per questo di un Hemingway a tutti gli effetti. Non si tratta, evidentemente, del prototipo mitico del grande macho, del grande cacciatore, del grande eroe. Questa è la rivelazione de Una strana tribù. Perché Greg, che scrittore di fama non è stato (voleva fare semplicemente il medico), aveva pulsioni che in forma minore animavano anche Ernest. Attraversava, infatti, ricorrenti fasi depressive e maniacali; si travestiva da donna e aveva anche affrontato l’iter ormonale e chirurgico per cambiare il proprio sesso. I due, peraltro, Ernest e Greg, padre e figlio, avevano una relazione tormentata, di mutuo riconoscimento come di assoluta distanza: i loro carteggi ne sono la testimonianza più forte. È per questo che John ha cercato di approfondirla, dal momento che, ad un certo punto, anch’egli ha avuto modo di rompere con suo padre. Seguiamo, così, i tanti spostamenti e le tante peregrinazioni di Greg, come di John, tra la Florida, la California, il Montana… Ne viviamo i momenti di crisi, i fallimenti, i ricordi più teneri, le avventure quasi surreali. Saggiamo anche il significato che l’Africa ha sempre avuto nell’immaginario degli Hemingway. Soprattutto, sperimentiamo il percorso autocosciente di John, al quale forse, proprio come accadde al nonno, l’Italia ha donato la chance di dare una svolta alla propria esistenza.

Un’immediata osservazione riguarda un dettaglio che balza subito agli occhi e che, già da solo, suscita un po’ di commozione: un memoir sugli Hemingway non poteva che pubblicarlo un editore che porta il nome del famoso pesce (il marlin) de Il vecchio e il mare. È un libro, dunque, che, superficialmente, potrebbe dare l’idea di assecondare una certa tradizione, un certo stereotipo. E invece non è così. I ricordi e le ricostruzioni di John rivelano un’altra faccia della medaglia, una dimensione diversa e inattesa dell’essere Hemingway. O forse, a pensarci bene, un’immagine profondamente normale, fragile e umana, e per lo più inaspettata, come può essere quella di tante altre persone nel contesto di una famiglia come tante altre. Al di là di ciò, il libro stimola anche altre riflessioni. La prima origina da un rilievo tangenziale, proposto dall’Autore nel momento in cui afferma risolutamente che “Greg aveva molte cose in comune con la scrittura di suo padre e con il suo mito personale”. Secondo John, infatti, la consapevolezza sul problema del travestitismo consente di interpretare l’opera di Ernest in maniera innovativa, nella prospettiva, cioè, di una visione sovversiva del mondo e dell’immaginario americani; una visione di “critica sociale”, in cui la parte migliore di ciascuno emerge dalla sconfitta, non dal successo. È questo l’Hemingway che ti sorprende, il suo autentico profilo epico. La seconda riflessione si risolve in una domanda: a che cosa serve un memoir? E poi: perché leggerlo? Perché scriverlo? Tuffarsi nel passato aiuta a trovarsi, e a consolidarsi. La lezione vale per chi ne rende testimonianza diretta, come ci ha insegnato Proust, e come dimostra anche John. Ma vale anche per chi, da comune lettore, si addentri nelle vite altrui e, ciò facendo, scopra l’importanza di indagare un po’ più a fondo la propria. Quello di John è un libro coraggioso, onesto e, nella sua intimità, quasi toccante, che avrebbe sicuramente meritato un pubblico più ampio di quello che la sua collocazione editoriale gli ha potuto finora garantire.

Il volume a Un libro tira l’altro (radio24)

Il Museo Hemingway

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Il fantasma di Eymerich (da ilprimoamore.com)

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Uno storico racconta giovinezza, ascesa e peripezie di Marino Massimo De Caro, meglio noto come il “mostro dei Girolamini”: il parvenu nominato nel 2011 al ruolo di direttore della famosa e ricchissima biblioteca napoletana (che fu di Vico) dall’allora Ministro per i beni e le attività culturali; e colui che (come si è scoperto un anno più tardi) l’ha saccheggiata in lungo e in largo. Autentico parvenu, a dire il vero, De Caro non è. Proviene da una famiglia impegnata ed è stato egli stesso politicamente attivo, come portaborse di un senatore e come consigliere comunale. Al momento dello scandalo, poi, e giunto appena alla soglia dei quarant’anni, aveva già flirtato con i vertici, più o meno nobili, della sinistra e della destra, ed era anche entrato nelle grazie di un potente e discusso magnate dell’energia. A suo dire, addirittura, si è fatto complice efficiente degli intrighi più sottili e discussi degli apparati nazionali, russi e persino vaticani. In realtà, De Caro ha soprattutto dimostrato una precoce e tenace attrazione per il traffico illecito e la contraffazione di libri antichi: dalle prime esperienze adolescenziali alla successiva e inarrestabile escalation. È stato socio di una equivoca libreria basata tra Buenos Aires e Verona, ed è stato anche snodo iperattivo di una fortunata fabrica di falsi d’autore. In primis, di una portentosa quanto unica edizione del Sidereus Nuncius di Galileo, che per un po’ di tempo ha ingannato autorevoli studiosi. Quella galileiana, in effetti, è la passione che ha animato larga parte delle scorrerie di De Caro, impegnato sin dal tempo del servizio militare a trafugare esemplari autentici e rarissimi dalle collezioni pubbliche più prestigiose, e apparentemente inavvicinabili, dell’intero Stivale. È stato questo commercio, del resto, ad avviarlo verso una rete sempre più fitta di liaisons dangereuses. Ad un certo punto, comunque, con le vicende dei Gerolamini, i nodi sono venuti al pettine. Max Fox (il nickname Skype che lo stesso De Caro si è dato, e con cui ha lungamente comunicato con l’Autore) è stato presto risucchiato con tutto il suo pittoresco entourage in un vortice di plurime vicende giudiziarie, di fronte alle quali l’apparente e sopravvenuta resipiscenza e le lauree conseguite durante la detenzione a nulla sembrano servite.

Il libro si è subito trovato al centro di un vivace dibattito, nel quale un po’ di firme illustri si sono divise. In particolare, c’è chi ha accusato Luzzatto di essere stato troppo indulgente con il “mostro”, di averlo sostanzialmente assecondato e, indirettamente, capito. Qualcuno potrebbe anche aggiungere che, in questo caso, lo storico professionista è stato meno storico di quanto avrebbe potuto o dovuto: molto concentrato, più che su De Caro, sul suo rapporto, apertamente problematico e quasi personale, con il soggetto della ricerca; e assai sbilanciato, quanto alle fonti, sull’unilaterale rappresentazione del conclamato colpevole. Tuttavia c’è anche da dire che Luzzatto non ha neppure concepito un libro di storia (lo scrive testualmente: “quello che ho voluto scrivere è un non-libro-di-storia”, p. 249). Si è posto deliberatamente nella mente del suo impostore, accettando i rischi del “ricatto del testimone” (p. 279): ha fatto, cioè, uno sforzo di immedesimazione, in cui le lunghe interviste a De Caro non sono servite, né dovevano servire, a fare verità o giustizia. Lo scopo era quello di comprendere le ragioni e la cornice di una evidente deriva esistenziale, rappresentando (come in una “Cronaca del XXI secolo”: p. 265) la fitta rete di ulteriori, e non meno esiziali, interessenze, che ne hanno esaltato la traiettoria deviante. È su questo magma inquietante che lo storico punta il dito, perché permette di tracciare un quadro concreto – e a dir poco disperante – di alcuni ambienti: dalle spregiudicatezze del mercato del libro antico al sottobosco della politica, dalle ingenuità dell’accademia alle strategie della grande impresa. Nonostante l’accostamento con il Jean Valjean di Victor Hugo, davvero ardito (pur se andrebbe compreso anche questo, nel contesto della critica sociale che Luzzatto vuole stimolare), dal romanzo, in verità, De Caro non ne esce bene. Anzi, l’immagine che ne viene restituita è quella di un faccendiere incallito e quasi incosciente, di un anti-eroe per eccellenza: un modello dell’italianità più viziata e irrimediabile, per certi versi, ma anche un simbolo paradossale di anti-italianità, nel suo farsi egoistico e pervicace predone del patrimonio culturale, tesoro repubblicano per eccellenza. Comunque sia, alla fine della lettura, la condanna più forte sorge spontanea, e non può che essere il giudizio sconsolato di chiunque osservi il modo con cui un uomo ha deciso ripetutamente e invariabilmente di sciupare la sua vita.

Recensione (di Claudio Bartocci)

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In Praise of Public Libraries (da nybooks.com)

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Have you ever heard the words I’m singing in these songs? (Billy Corgan)

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Le lettere di Leopard da Londra (da doppiozero.com)

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C’era il mare… Ghe gera el mar… Mar-ghe-gera… Marghera! Neanche il narratore crede a questa pittoresca progressione etimologica. Però non c’è dubbio che, a darle credito, si comprende subito il nesso tra il romanzo e il suo titolo. Infatti, pur svolgendosi anche a Treviso, l’ennesima indagine dell’ispettore Stucky – per intendersi, quello del prosecco e di tante altre avventure – ruota soprattutto attorno a un certo luogo: ai noti cantieri navali della laguna veneta e ai resti di un Petrolchimico altrettanto, e tristemente, famoso. Ma in questo giallo il primo cadavere, quello di un noto giornalista locale, viene ritrovato nel capoluogo della Marca. È senz’altro un caso di avvelenamento, anche se per Stucky – che deve affrontare le temporanee mattane delle sue estroverse vicine di casa – ci sono tante cose che non quadrano. Nel frattempo, a Mestre, viene ucciso un ex sindacalista, pure questa volta una figura conosciuta. Se ne occupa Luana Bertelli, una collega che Stucky conosce bene, e che non crede alle apparenze: la morte dell’uomo non può essere stata l’accidente di un tentativo di furto, né è verosimile che il colpevole sia stato uno straniero. I due ispettori brancolano tra facili pregiudizi e piccole intuizioni, imbattendosi in personaggi di varia e ambigua estrazione, così diversi, e così insospettabili, da rendere improbabile qualsiasi collegamento. Poi sulla scena irrompe un terzo, strano, decesso, quello di un avvocato, che aveva rapporti con entrambe le vittime. Le indagini, dunque, finiscono per convergere e, grazie ad uno spunto della Bertelli, il baricentro della storia si sposta all’improvviso tra Marghera e Venezia, verso il magnetismo oscuro di uno spregiudicato e spietato animatore del rancore sociale.

In questo libro sembra un po’ affaticato, l’ispettore Stucky. Tant’è vero che, alla fine, il passo decisivo lo fa la Bertelli, vero fulcro del racconto. Non è che al nostro eroe manchino la consueta e scanzonata disinvoltura e lo sguardo un po’ obliquo, che gli consente sempre di intravedere la pista giusta. Anche i simpatici punti fermi del suo universo, poi, ci sono tutti: le sorelle di vicolo Dotti, lo zio Cyrus, il trio degli agenti Landrulli, Sperelli e Spreafico. Tuttavia l’iniziativa risolutiva sembra difettargli. C’è da chiedersi se questo sia un segno di stanca per il personaggio e il suo ciclo narrativo o se, invece, sia semplicemente la conseguenza, sul piano della trama, della scelta di un bersaglio sfuggente, fondamentalmente illogico, cresciuto come un virus incomprensibile sulle macerie materiali e morali della crisi. Che per Ervas – così, almeno, si può arguire –  non è soltanto quella dell’ultimo decennio. Il campo di battaglia, infatti, è simbolicamente posizionato in un territorio martoriato da una storia, lunga e dannata, di cortocircuiti imprenditoriali e ambientali; un territorio che, ciononostante, continua deliberatamente a non fare memoria, abbandonandosi alla ricerca e alla caccia diffuse, e quasi disperate, del capro espiatorio più vicino. È comprensibile, dunque, che Stucky – il più riflessivo, meditabondo e bonario Stucky di oggi… – sia meno pronto del solito, perché il nemico non è uno, ed è perciò disorientante. Come è altrettanto comprensibile, viceversa, che sia la tenacia di una donna irrequieta, che potrebbe anche rischiare di lasciarsi andare di fronte all’avversario, a diventare l’esempio dell’energia necessaria: per sconfiggere il risentimento tiranno che inchioda i molti alle loro fragilità e a un inutile disegno di vendetta. Sembrerebbe stanco, Ervas. Piace constatare che è più consapevole e motivato che mai.

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Bioy Casares e gli altri (da succedeoggi.it)

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Italia incompiuta (da iltascabile.com)

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