Premessa d’obbligo: anche l’Autore è cosciente del rischio che la sua ricostruzione venga travolta nel turbine del puro intrattenimento e delle tante ipotesi alla Voyager. Tuttavia, è evidente “che se non si vuole bloccare il progresso delle conoscenze una tesi non può essere rifiutata in quanto già ‘screditata’, se emergono argomenti nuovi a suo sostegno” (p. XI). Ma di quale tesi si tratta? 1. Che l’America è stata scoperta prima di Colombo. 2. Che ciò è dimostrabile attraverso un viaggio nella storia della geografia matematica e nella contingenza del collasso culturale che nel II secolo a. C. ha spazzato via dal Vecchio Mondo la consapevolezza e la diffusione delle scoperte scientifiche dell’età ellenistica. 3. Che la revisione sulle convinzioni finora dominanti sui possibili contatti transoceanici prima del 1492 e sul modo con cui circolano idee, dottrine ed invenzioni può contribuire anche alla critica di una concezione ancora altrettanto maggioritaria: quella che presuppone che, sulla Terra, le civiltà si siano evolute separatamente, nel rispetto di universali leggi biologiche e di invariabili itinerari sociali.

L’argomentazione di Russo – sempre chiara e interessante – parte proprio da quest’ultimo aspetto, per segnare, cioè, il campo nel quale collocare la rilevanza dei profili strettamente matematici che vanno a costituire il nucleo centrale del volume. Questo è dedicato ad illustrare le ragioni per le quali Tolomeo, diversamente da Eratostene, ha rimpicciolito le dimensioni del nostro pianeta. Per effettuare questo tipo di calcolo, infatti, era necessario avere alcuni punti di riferimento e verificarne le coordinate. Ma in ciò Tolomeo ha errato, finendo per collocare l’estremità allora conosciuta dell’ecumene alla latitudine in cui si trovano le isole Canarie ed ingenerando così la diffusione dell’idea secondo cui proprio quello era il limite delle esplorazioni compiute fino a quel momento. In verità, secondo le fondamentali acquisizioni di Eratostene e di Ipparco, quel limite doveva collocarsi alla latitudine in ci si trovano le Piccole Antille, nell’odierno Mar dei Caraibi; e quello, del resto, non poteva che essere il luogo in cui si trovavano le tanto famigerate e mitiche Isole Fortunate, di cui molte fonti antiche parlano e di cui non si può escludere la scoperta da parte dei grandi navigatori fenici e cartaginesi.

Il ragionamento che Russo conduce – e che viene accompagnato da illustrazioni molto efficaci, curate da Francesca Romana Capone – è puntuale e rigoroso ed è pertanto un’ottima fonte di nutrimento. La cosa più affascinante è trovarsi a constatare il sorprendente stato di avanzamento delle conoscenze scientifiche durante l’età ellenistica, ma anche l’altrettanto stupefacente facilità con cui, nel giro di pochi anni, quel patrimonio è svanito a causa degli sviluppi politici, sociali e culturali della romanizzazione del Mediterraneo e della chiusura che ad essa è seguita. È anche notevole cogliere la suggestione che, ad un certo punto, l’Autore lancia al pubblico italiano: perché il declino epocale che il Vecchio Mondo ha conosciuto in quella lontana occasione può leggersi come una delle radici prime della perdita del carattere unitario della conoscenza umana, e così della tradizionalissima tendenza peninsulare a concentrare prevalentemente la formazione del cittadino nell’approfondimento delle discipline umanistiche anziché nella stretta compenetrazione che esse devono sempre avere con quelle che oggi si ascrivono all’ambito delle scienze dure. Infine non lascia indifferenti vedere, ancora una volta, che il progresso e la sua lettura necessariamente lineare sono frutto di presupposizioni ideologiche superate: giacché è sempre troppo facile perdere la memoria, tornare indietro e imboccare ex novo binari che qualche altro saggio e accorto antenato aveva già percorso. Il libro di Russo è l’ennesima conferma del famoso detto di Bernardo di Chartres: siamo veramente come nani sulle spalle di giganti.

Recensioni (di Claudio Giunta, Carlo Rovelli, Pietro Greco, Luciano Bossina)

L’Autore a Radio3

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Il fascino di questa baleneide è grandissimo. Dopo una tigreide altrettanto avvincente, Einaudi rende disponibile al pubblico italiano un ulteriore e ottimo pezzo di non-fiction su uno degli animali più misteriosi e affascinanti del mondo. Nel testo, certo, la presenza di Melville è ingombrante. Ma si tratta di uno spontaneo e mitico riferimento obbligato, che Hoare sa dipanare abilmente come filo rosso di innumerevoli e interessantissime divagazioni: letterarie, storiche, antropologiche, economiche, naturalistiche… Da Nantucket alle Azzorre, da Cape Code all’Australia, si viene condotti, a colpi di pinna, sui ponti delle navi baleniere, tra le pagine di Hawthorne e Thoreau, nelle profondità degli oceani, lungo le viuzze dei piccoli grandi porti del New England e dello Yorkshire, all’interno delle misteriose e bizzarre stanze di collezioni e musei più o meno famosi. La suggestione è totale, tanto che la lettura – specialmente se compiuta tra gli scogli, in una breve ma intensa pausa agostana – non può che suscitare un’impressione simile a quella provata dall’Autore al suo primo contatto con il mammifero gigante: ”La balena mi ha respirato addosso: è come un battesimo” (p. 30).

Questo bel libro è adatto, in primo luogo, a tutti coloro che siano attratti dalla curiosità di sapere quali e quante risorse potevano essere estratte dal corpo di una balena: bastano poche pagine per capire perché i cetacei sono stati per lungo tempo il grande motore delle esplorazioni e dei commerci più redditizi e arditi. Ma le sorprese per il lettore comune sono molteplici: le balene non sono tutte uguali, sono capaci di performances estreme, possiedono un complessissimo sistema di comunicazione e di caccia, sono assai longeve, tendono a dare un forte significato ai legami familiari e di gruppo. Soprattutto, poi, hanno sempre esercitato, per l’uomo, un’irresistibile forza magnetica e un efficacissimo fattore di circolazione di tecnologie e di idee, veri dispositivi euristici ed efficienti agenti globalizzanti prima che la globalizzazione venisse teorizzata; ovvero, e meglio, prove tangibili e vaganti di un’umanità universale che sempre è esistita e che oggi, davvero, non può più trovarci indifferenti. Ecco, dunque, perché occorre prendersi cura di questi giganti compagni di viaggio: essi sono i custodi di un patrimonio che ci riguarda molto da vicino.

Recensioni (di Fulvio Ervas, Luigi Mascheroni, Alberto Manguel, Nathaniel Philbrick, Rachel Cooke, Doug Johnstone, Jonathan Mirsky)

Il blog dell’Autore

Riascoltare (in formato audiolibro) e rivedere (nel kolossal di John Huston) Moby Dick

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Talvolta accade che non si entri in libreria “a colpo sicuro” e che, originariamente convinti di acquistare comunque qualcosa nei confini di una certa materia o di un certo genere, si finisca per non trovare quella cosa ed afferrare il primo titolo capace di evocare una qualche suggestione positiva, giusto per evitare che la delusione abbia il sopravvento. Anche L’occhio di Galileo ha seguito questa sorte: la mano lo ha agguantato rapidamente, d’istinto, semplicemente perché il riferimento al grande scienziato ha risuscitato il piacere, fresco e leggero, ma non banale, di una lettura fatta qualche anno fa (si trattava de Le galline pavàne di Galileo di Gian Paolo Prandstraller).

Il libro dell’astrofisico Luminet, però, non ha come protagonista Galileo (che pure compare nella copertina). Il personaggio principale è Johannes Kepler (1571-1630), Giovanni Keplero, uno degli altri “Costruttori del cielo”, ossia uno dei grandi scienziati – oltre a Galileo e Keplero, anche Copernico, Tyco Brahe e Newton – cui l’Autore francese ha deciso di dedicare l’omonimo ciclo di profili biografici, ora in corso di traduzione italiana con il sostegno del Segretariato Europeo per le Pubblicazioni Scientifiche. La sorpresa non indispettisce, poiché, salvo qualche iniziale ed evidente difficoltà di “decollo” narrativo, questo gradevole romanzo storico tratteggia un affascinante ritratto del famoso mathematicus imperiale, della sua vita e del suo carattere, delle sue ricerche e delle sue opere, della sua famiglia e dei suoi diversi interlocutori politici. Può valere anche come un godibile ripasso di fisica e di geografia astronomica, tanto per ricordarsi, ad esempio, come e perché sono così importanti le leggi di Keplero, e quali siano le acquisizioni che esse hanno consentito rispetto alle tesi di Copernico, Brahe e Galileo.

La storia di Keplero è tutta abilmente orchestrata dallo scrittore francese. L’espediente di individuare l’io narrante nella figura di John Askew, un immaginario diplomatico inglese, consente di avere l’occasione per descrivere la cornice storica e di evidenziare come il progresso delle scienze sia sempre stato al centro di snodi e di interessi politici ed economici di primaria importanza, oltre che di grandi conflitti religiosi. Proprio a quest’ultimo riguardo, poi, è altrettanto riuscito il modo, indiretto ma insistito, con cui si cerca di raffigurare quali e quanti siano stati i condizionamenti che le autorità confessionali del tempo hanno potuto esprimere nei confronti del dialogo accademico e dei suoi maestri. Tuttavia, ciò che meglio può coinvolgere il lettore è la sovrapposizione costante tra le traversie familiari di Keplero (che, come Galileo, viveva davvero in tempi difficili…) e lo sviluppo di un itinerario spirituale mai domo: di sperimentazione, di confronto e di riflessione parimenti continui, di insolita tenacia intellettuale e morale, di vocazione pura e destinata a compiersi in un tenace disegno di studio, sempre ed ancora rinnovato, dalle “fondamenta” dei lavori giovanili all’ambiziosissima Harmonices Mundi, capace di spaziare sino alla musica.

È questo, d’altra parte, il precipitato della lettura: è l’idea che il metodo scientifico possa serbare sempre ed ancora grandissime scoperte, a condizione che si voglia raccogliere il “testimone”, che si voglia, cioè, seguire la passione, il rigore, la pazienza, ma anche la curiosità e la creatività che la ricerca richiede a tutti i suoi adepti. L’immagine che chiude il romanzo – quella di John Askew, che, dopo aver raccontato tutta la storia al piccolo Isaac Newton, gli regala il bastone che era di Keplero e, prima di lui, di Brahe – è molto di più che una mera invenzione letteraria.

Pillole di storia dell’astronomia

Un carteggio accademico tra ‘500 e ‘600…

Harmonices Mundi di Keplero

Jean-Pierre Luminet al Festival della Scienza

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cosa ne sanno più gli italiani dell’immergersi e nuotare nei fiumi e nei / torrenti – del gusto della sospensione e del galleggio – un sedile di / pietra dove starsene a scrutare la volta dei rami e delle foglie – là dove / balugina una luce riflessa tra penombre e spiragli di cielo… Non sono parole di Franco Arminio (che non è nuovo a queste pagine), ma è l’inizio dell’ultima raccolta versi di Roberto Cogo (che anche non è una voce sconosciuta). Ho fatto così tante “orecchie” a Terracarne (non a caso è già stato segnalato tante volte), che davvero non saprei da dove cominciare per esprimere qualcosa su questo recente zibaldone del noto paesologo di Bisaccia (Irpinia d’Oriente). Quindi ho scelto l’esordio di un riuscito poemetto del bravo poeta vicentino (Dell’immergersi e nuotare. Wild swimming), perché, mi sembra che riesca ad evocare al meglio il senso ultimo di una ricerca forse comune e altrimenti difficile da spiegare.

I percorsi di questi due Autori paiono intrecciarsi. Arminio vaga tra piccoli e “grandi” paesi del Sud, e cerca spesso il dettaglio, per trarne tutte le energie che possono nascondersi alla vista e all’udito di chi non riesce più ad accorgersene, perché immerso nell’“autismo corale” della civiltà urbana (“Si va nei luoghi più sperduti e affranti e sempre si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare”: p. 12). Cogo si immerge e nuota, prevalentemente nelle sue terre del Nord-Est, in qualunque specchio d’acqua che gli consenta di tastare la sensazione di estrema fratellanza, se non di unione, tra fibre ed umori personalissimi, da un lato, e la superficie dei fondali, i colori degli alberi, il canto veloce degli uccelli, dall’altro (nelle vene gelate circola la chimica che inebria – acque gelide di / vita fin sotto le montagne impattano sulla pelle – scivola il velluto di / un vento smeraldino sul corpo minerale – l’eco di un ritorno al / luogo segue un tuffo senza indugio – nuoto e mutamento: p. 17).

A loro modo, poi, sia Arminio, sia Cogo sono scienziati, rigorosi applicatori di un metodo che ben si può dire sperimentale e che, difatti, li espone direttamente alla presa diretta di cose e di sensazioni, così come all’alternativa tra riscontro e falsificazione costanti delle rispettive intuizioni. Per il primo il laboratorio è fatto di tanti nomi, sconosciuti, quelli dei paesi che visita e ri-visita, in Lucania, o tra Puglia e Molise, o nel Cilento, o in Irpinia, ma anche notissimi, quelli dei paesi che sono stati fagocitati dall’immensa periferia di Napoli. Il suo spirito è quello del rabdomante, che cerca la vena segreta e ancora inesausta, e che alla desolazione o al caos non oppone alcuna facile ricetta, accontentandosi, semplicemente, di raccogliere lui stesso e di capire, saggiare o ricordare. Anche per Cogo si tratta di ricordare, in particolare di ricordare e di ritornare: il suo sistema è quello della ripetizione seriale, della messa alla prova, della tensione dell’arco del corpo, per riemergere in una dimensione primitiva e primigenia, e vivere l’occasione di poterla afferrare (sarà pace e foglie – sarà luce e giorno in silenzi di usignolo – il ritmo / delle cicale a remare nel torrente – saranno ancora una volta / spessori di terra e quiete contro un cielo di fatti azzurri – sarà roccia e / sabbia lambita da un riflusso di luna – sarà tutto o niente: p. 18).

Il paesologo e il poeta, infine, sono animati da una chiara intenzione costruttiva, poiché il fine delle loro indagini consiste nel rendere attingibili le potenzialità di cui scrivono e nel tracciare, così, una mappa di ri-generazione, personale e collettiva. Arminio lo afferma con tutta l’onestà di chi vuole individuare un percorso, senza il timore di essere frainteso: “La paesologia continua il suo cammino, staccando ogni suo filo dalla paesanologia. La questione non è la questione meridionale, non è la difesa dei piccoli paesi e neppure il loro abbellimento, non è la vocazione al recinto, al campanile, e soprattutto non è il lamento allo sviluppo che non c’è stato, su chi se n’è andato, su ciò che eravamo e non siamo più. È un modo di stare al mondo facendosi tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo”: p. 330). Cogo, analogamente, è limpido e cristallino, si getta nelle acque anche quando tutti hanno mollato, quando è possibile un wild swimming di settembre (p. 28), che non è, quindi, l’esperienza della frescura estrema nella calura agostana, è il dialogo sempiterno con gli elementi, per immergersi di nuovo e provare effettivamente che cosa significhi lo scrosciare del cielo al tramonto, per respirare, in definitiva, l’immensa periferia dell’universo (p. 30).

Non so se Arminio e Cogo si conoscano, ma sarebbe davvero curioso vederli dialogare in riva ad un lago e osservare insieme, oltre il canneto, un antico campanile, nell’orizzonte impolverato dal rumore di una superstrada. In questo scenario questi due volumi si sono incontrati e, credo, piaciuti. Perché con loro il Nord e il Sud si toccano e finiscono per incontrarsi e per attraversarsi reciprocamente, con tutta la diversità e con tutta la somiglianza delle insperate risorse di cui dispongono.

Una breve intervista a Franco Arminio

Le poesie di Roberto Cogo

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Il libro della giungla è anche la nostra storia: sotto molti aspetti, anche noi, come Mowgli, siamo stati educati dagli animali selvatici. L’idea che siano stati gli animali a insegnarci a leggere può apparire paradossale, ma ascoltare dei cacciatori esperti che analizzano il segno di una tigre non è così diverso dall’ascoltare degli specialisti di letteratura che decostruiscono un racconto” (p. 282). Questa è solo una delle tante osservazioni “ficcanti”, e stimolanti, che sono disseminate nel non-fiction di John Vaillant, un libro pluripremiato che finalmente si offre anche al pubblico italiano.

Alla base c’è un fatto realmente accaduto, una caccia alla tigre, avvenuta nel dicembre 1997 nel territorio del Primorje (nell’estremo lembo orientale della Russia, a nord di Vladivostok). Il terribile felino dell’Amur ha aggredito e ucciso due cacciatori, e l’Ispettorato Tigre, una sorta di guardia forestale iper-specializzata, indaga sulle ragioni degli attacchi e sul modo con cui prevenire ulteriori pericoli per la popolazione locale: raramente la tigre attacca gli uomini, all’origine della sua improvvisa “pazzia” ci dev’essere qualcosa, forse l’episodica alterazione di un ordine ancestrale…

Vaillant, però, non si è limitato a raccontare l’indagine. Ne ha raccolto e tradotto il contesto, quello di una regione unica al mondo, di una terra di frontiera in cui non solo uomini e animali, ma anche popoli e culture, si sono sempre scontrati. Si susseguono, così, pagine ricche di osservazioni antropologiche, etologiche, geografiche, geopolitiche e storiche; ma anche di testimonianze, interviste, racconti, profili di esploratori e cacciatori leggendari, scorci suggestivi di paesaggi e di caratteri, di usanze e stili di vita, di orgoglio e di miseria. E, naturalmente, di tigri e di grandi felini, non solo siberiani, ma di tutto il globo: perché il loro rapporto con l’uomo può essere un ottimo modo per addentrasi nei misteri dell’evoluzione e per comprendere che la sopravvivenza di talune specie è inestricabilmente connessa con le ragioni che hanno reso egemone il nostro genere.

Il libro può sortire una conseguenza inaspettata: per tutti coloro che, come me, hanno cominciato la loro esperienza di lettori proprio sulle pagine delle grandi avventure del bosco e della foresta, l’ultima pagina del libro di Vaillant è sola la prima di tante possibili ed avvincenti riscoperte. Una su tutti: J.O. Curwood, Cacciatori di lupi (Giunti-Marzocco, 1984; certo, forse le poche edizioni ancora disponibili sono reperibili solo nelle biblioteche, ma è sempre possibile leggerne gratuitamente l’originale inglese, scritto nel 1908).

Di che cosa stiamo parlando: la tigre dell’Amur

Il libro presentato dal suo Autore

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Prima di Natale è d’uopo accostarsi ad una tipica strenna natalizia, ad un titolo “buono per tutti i gusti” (e quindi per tutti i regali…). Perché non ricorrere, allora, all’inossidabile Piero Angela?

L’ultimo lavoro di questo perfetto divulgatore professionista non si propone di spiegarci quando e come è comparso l’uomo sulla terra, o quando e come è nato l’universo, oppure come è fatto e come funziona il nostro corpo. Le questioni sono altre e strettamente attuali: che cosa dovrebbe fare davvero la politica? Qual è il suo compito migliore? Come si possono fronteggiare le sfide della crisi e delle correlate necessità di crescita e di sviluppo? In qualche modo, per chi è stato fedele spettatore di Quark, Superquark e affini, la risposta di Angela è scontata. Perché si tratta della risposta di un vero amante della ragione e delle scoperte che essa consente e che ci permettono di arricchire la nostra esperienza e di aprirci prospettive sempre nuove.

Per Angela, infatti, la politica non dovrebbe soltanto occuparsi di litigare rumorosamente sui modi con cui la ricchezza viene distribuita, cercando, per questa via, di conservare o di ottenere i propri privilegi e il consenso di chi glieli concede; la politica dovrebbe occuparsi di produrre la ricchezza collettiva e, per fare ciò, di “curare” la manutenzione e l’aggiornamento del software cui si devono le idee che consentono quella produzione e che la spingono verso risultati sempre migliori e competitivi. Le difficoltà italiane, del resto, vengono ricondotte proprio alla sottovalutazione persistente della cultura scientifica, della ricerca e della scuola, ossia delle energie che permettono l’avviamento e il funzionamento di tutto quel complesso ecosistema artificiale in cui si risolvono le istituzioni sociali ed economiche.

È una lettura chiara, molto facile, corredata da analogie interessanti, metafore accattivanti, dati e argomenti noti ma spesso dimenticati o volutamente ignorati, esempi illuminati e suggerimenti quasi ingenui eppure assai evidenti. Sembra esserci, a prima lettura, almeno un punto debole: la scienza e la tecnologia sono date sempre e comunque per “assodate”; la politica non è altro che una meta-tecnica, uno strumento tanto fondamentale quanto correlato, si potrebbe dire, ad una sua intrinseca vocazione maieutica, quella di spingere gli uomini a valorizzare al meglio il loro meglio, e questo meglio viene indicato sempre nel superamento del confine. In verità questa impressione è solo apparente; Angela non pensa che esista un approccio epistemologico di “serie A” e che solo esso dovrebbe essere perseguito. Semplicemente, ci ricorda che senza le innovazioni e le rivoluzioni dell’ingegno la nostra vita sarebbe ancora radicalmente differente, difficile, anzi precaria, e che occorre risvegliare continuativamente quest’intima consapevolezza, per non rischiare di perdere la splendida possibilità di pensare anche cose, altrettanto vitali, che non sono scientifiche o tecnologiche.

Chi è Piero Angela?

Una recente presentazione del libro

Il sito di Superquark

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Ricordo di aver visto questa fotografia molto tempo fa, sulla prima pagina dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore. Non saprei citare il numero esatto e il periodo, ma questo è un dato, tutto sommato, irrilevante. L’unica cosa certa che rammento è la didascalia che era stata abbinata all’immagine: “filosofo al lavoro”. E in effetti l’uomo ritratto al lavandino, intento a pulire le stoviglie di casa, è Paul Feyerabend (1924-1994), uno dei maggiori filosofi della scienza, autore, tra l’altro, di Contro il metodo (1975, ed. it. 1979) e di La scienza in una società libera (1978, ed. it. 1981)

Spesso siamo erroneamente portati a pensare non solo che il lavoro intellettuale non abbia nulla a che fare con la quotidianità della “vita reale”, ma anche che le cose banali che ci circondano e che ci obbligano a confrontarci con semplici operazioni di routine non siano “serie” e costituiscano, anzi, degli impicci per qualsivoglia approfondimento di pensiero. La fotografia qui sopra è imperdibile perché ci ricorda, innanzitutto, che questa prospettiva è decisamente errata.

Ma la fotografia è imperdibile perché ci dice anche qualcosa di più, giovandosi, a proposito, con Feyerabend, di uno dei testimonial più credibili di questo valore aggiunto: non è forse vero che le idee migliori ci arrivano spesso in modo laterale od obliquo? Non è forse vero, cioè, che la Serendipity esiste e che non è affatto sbagliato creare o assecondare le condizioni affinché essa possa esprimersi al meglio? Probabilmente, ricordarsi, ogni tanto, di essere uomini necessariamente alla presa con incombenze non così “nobili” può fornirci l’occasione giusta, può darci, in altre parole, il contesto adeguato per la generazione di nuove e felici intuizioni.

Giulio Giorello e la Serendipità: una conferenza

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