L’Autore si occupa di cultura e letteratura classiche; insegna al Bard College, vicino a New York. Questo libro è il resoconto di un suo corso, dedicato interamente all’Odissea. Ma non si è trattato di tenere un corso come gli altri: vi ha partecipato anche suo padre Jay – un matematico ottantenne – e lo ha fatto in modo attivo, esprimendosi con franchezza e partecipando alla discussione con gli studenti. In questo modo, la rievocazione e l’analisi del viaggio di Ulisse si sono subito trasformati nell’occasione per compiere un altro viaggio, alla riscoperta di ciò che è il rapporto tra un padre e un figlio, scavando nelle motivazioni che hanno spinto il vecchio Jay ad essere lì, nella sua storia personale e nelle storie della famiglia Mendelsohn. Nel racconto l’itinerario dell’eroe omerico e la decifrazione dei suoi tanti significati si alternano costantemente al dialogo tra Daniel e Jay. Per i due protagonisti l’Odissea assume un significato così grande da spingerli a mettersi davvero sulle tracce del re di Itaca, imbarcandosi in una crociera nel Mediterraneo. A ben vedere, anche la rilettura del poema si colora integralmente di questa prospettiva: Telemaco si istruisce e diventa adulto sulle orme del padre, apprendendo che cos’è veramente una famiglia; poi, solo in un secondo momento, entra in scena Ulisse, che prima di poter ritornare a casa deve sperimentare tutti i limiti della sua ambizione individuale, rigenerandosi di quella consapevolezza che è indispensabile al ricongiungimento; quindi comincia il tema del ritorno e del riconoscimento, e della vendetta, che si consuma collettivamente, al solo scopo di ricostruire un’unità originaria, in cui Ulisse, finalmente, ritrova non solo il figlio e la sposa, ma anche suo padre Laerte.
Dopo la monumentale prova de Gli scomparsi, ormai diventato una pietra miliare del suo genere, Mendelsohn continua a convincere. Un’Odissea, infatti, è un libro efficacissimo, specialmente quando fornisce momenti di divulgazione alta e suggestiva: su che cosa sia la filologia; sulla rilevanza e sulla continuità, tra gli accademici, della relazione tra maestri e allievi; su quanto sia importante, nell’interpretazione di un classico, il confronto continuo tra lettori nuovi e lettori esperti; su quanto questa interazione stimoli intuizioni capaci di indicare significati ancora sconosciuti; e soprattutto su come l’esperienza del rapporto personale con la grande letteratura, se presa sul serio, riesca a dirci molto sulla nostra vita. Quest’ultima prospettiva è il perno su cui Mendelsohn fa ruotare tutto il racconto. Ciò che gli interessa, infatti, è l’interazione con il padre, e il poema omerico ne è il catalizzatore ideale, che gli permette di interrogarsi a fondo e di indagare nel passato e nel presente, alla conquista di una dimensione intima mai veramente compresa. Ad un masterpiece della tradizione antica si può chiedere anche questo, ed è tale virtù taumaturgica a renderne la lettura tuttora impareggiabile: abbandonarvisi è come ritrovarsi. L’Odissea, di recente, va forte proprio per questo: nel libro di Mendelsohn gli interrogativi che pone l’èpos tracciano la strada per un percorso psicanalitico; nel bestseller pressoché coevo di Sylvain Tesson (Un’estate con Omero) le avventure dell’astuto re di Itaca costituiscono la migliore compagnia per un vero romitaggio mediterraneo. Di questi tempi, evidentemente, gli scrittori, pur parlando di sé, danno prova di essere ottimi stregoni: forse lo smarrimento diffuso che ci circonda, se preso sul serio, se guardato, cioè, dal didentro, può dare l’opportunità di ritrovare la tanto agognata strada di casa.
Recensioni (di Lorenzo Alunni; Massimiliano De Villa; Giulio Galetto; Dwight Garner; Marta Pellegrini; Emily Wilson)
Schio, 1970. Una mattina di maggio Emilia Bettàle, giovane operaia tessile momentaneamente impiegata come domestica, scompare misteriosamente. Il maresciallo Piconese comincia le indagini, ma lo scenario si fa subito indecifrabile. Qualche giorno prima, infatti, c’è stato un furto in una chiesa di una piccola frazione montana: esiste forse un nesso? Sembrerebbe di no, anche perché il contesto in cui si muoveva Emilia è molto diverso. Il sospettato numero uno, infatti, è il suo fidanzato, Giorgio Chemello, che si è dato latitante. Ma i loro amici, Federica Smiderle, Marco Béber e Gildo Sperotto, non ci stanno; pensano che Emilia avesse scoperto qualcosa su strane manovre all’interno delle fabbriche locali e sull’esistenza di qualche cellula terroristica. Del resto proprio in quel periodo l’auto di un importante dirigente d’azienda era stata incendiata, con una rivendicazione fin troppo esplicita. Il fatto è che è sparito anche Rizzo, il socio pugliese di Giorgio, e che a complicare ulteriormente le cose c’è anche l’entrata in scena del vecio Penso, un ex partigiano che sembra saperla assai lunga su trame oscure e depistaggi. Lo stesso Piconese non sa come orientarsi, tanto più che si verificano altri due attentati incendiari, che calamitano anche l’attenzione dei nuclei speciali della polizia. Tuttavia il maresciallo, durante un breve periodo di ferie quasi forzate, incappa in alcune importanti scoperte e l’indagine conosce presto un’accelerazione, con susseguirsi di nuove vittime e colpi di scena, e con un epilogo nel quale nulla è scontato.







