Dal famoso autore di Fatherland e di altri bestseller è giunto quest’ultimo romanzo. Nella sua versione originale, Act of Oblivion, il titolo del libro richiama l’Act of Free and Generall Pardon Indempnity and Oblivion, approvato dal Parlamento inglese nel 1660, primo anno del governo “restaurato” di Carlo II Stuart. Si trattava di una sorta di amnistia (un regime normativo, per la verità, molto articolato e ricco di eccezioni) per i crimini variamente commessi durante la guerra civile e la “dittatura” di Oliver Cromwell. Da essa erano rimasti esclusi soprattutto i regicidi, coloro, cioè, che avevano partecipato alla condanna o sottoscritto l’ordine di decapitazione del re Carlo I e che, perciò, sono stati oggetto di una vera e propria caccia. Chi è stato catturato, poi, è stato sottoposto a un’esecuzione terribile e prolungata. Harris ricostruisce fedelmente la fuga e l’inseguimento di due regicidi, Edward Whalley e William Goffe, ex ufficiali dell’esercito puritano, realmente esistiti e tra loro imparentati. Essi non sono, però, gli unici protagonisti di queste vicende. C’è anche un personaggio di pura invenzione, un funzionario del Privy Council del sovrano e capo dell’intelligence, Richard Nayler, che, animato da una personale e inarrestabile sete di vendetta, cerca i fuggitivi ovunque e in ogni modo. La scena si divide tra l’Inghilterra e le colonie d’Oltreocenano, dove i due veterani, assistiti da alcuni correligionari, sono costretti a vagare da un nascondiglio all’altro e a vivere ora come reclusi, ora in stato quasi selvaggio. In un susseguirsi di illustrazioni d’epoca assai dettagliate e di accelerazioni quasi western, le avventure proseguono fino all’epilogo, nel 1674, quando si consuma un ultimo e drammatico regolamento di conti.

Il racconto ha alcuni pregi. Scava in una pagina di storia non troppo conosciuta e descrive abilmente luoghi, situazioni e persone, facendo calare il lettore assai bene nel tempo che fa da sfondo alla trama. Tratteggia in modo efficace il fervore e il milieu dei seguaci di Cromwell, spiegando indirettamente moltissime cose sui rapporti tra il retroterra ideologico delle rivoluzioni inglesi e la futura rivoluzione americana. Descrive, infine, con precisione, usando lo stratagemma del memoriale del colonnello Whalley, alcuni snodi critici dell’ascesa e delle aspirazioni largamente utopistiche del New Model Army. Nonostante ciò, in Oblio e perdono c’è qualcosa che, di primo acchito, non torna. Sicuramente manca di risolutezza, una pecca che si traduce in un ritmo molto lento e in intermezzi talvolta noiosi. Ma soprattutto c’è – ed è forse alla base di questa indecisione – una tensione non completamente risolta tra due obiettivi che costantemente si ripropongono e si alternano: da un lato, la decostruzione dei processi, anche psicologici, individuali come collettivi, di chi si ostina a restare ostaggio di pulsioni totalizzanti (il messaggio è: se fare giustizia è necessario, è altrettanto necessario superare il passato e abitare il presente); dall’altro, la riflessione su di uno stadio preciso dell’evoluzione delle istituzioni inglesi, presa come pretesto per valorizzare l’importanza di un’intera tradizione costituzionale e dei suoi equilibri complessi e concretissimi (e, così, della monarchia costituzionale inglese, indipendentemente dall’identità o dalla moralità del “reggente”). Il primo livello, ovviamente, non esclude il secondo. Anche se, nella narrazione, è proprio il primo che pare prevalere, specie nella conclusione, dove chi si salva – meglio: chi Harris immagina salvarsi – è chi appare oramai propenso a cominciare davvero una nuova vita. Occorre aspettare le ultime pagine per sciogliere il dubbio e quello che sembrava un difetto potrebbe anche risultare un pregio, visto che continua a far lavorare il lettore, anche a libro chiuso.

Un’intervista all’Autore

La Guerra Civile inglese secondo Alessandro Barbero

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In questo saggio – che è la rielaborazione di un discorso tenuto dall’Autore il 7 ottobre 2021 alla Biennale Democrazia – si ragiona distesamente, in modo colloquiale e piacevole, su che cosa sia una lezione. E su quali siano le implicazioni, o le ridondanze, di una possibile definizione. La riflessione comincia da uno spunto etimologico: la lezione è qualcosa che richiama l’atto del raccogliere, del mettere insieme persone e parole. Da un lato, è un’esperienza di socializzazione, dall’altro, di riflessione continua sul linguaggio, sulla sua idoneità ad animare le cose che ci circondano e sulla sua magia, intesa come capacità emancipante e veicolo di scoperta. La lezione naturalmente è anche un luogo di trasmissione, ma il professore non va inteso solo come fonte di informazioni standardizzate e omogeneizzanti: la lezione è vera lezione solo se è “tempo di scorrimenti di materia da un luogo a un altro, ciascuno con i propri diritti e doveri, cioè con la propria dignità da rispettare”. Da un simile punto di vista, la lezione non può risolversi nella ripetizione di testi o manuali, che, piuttosto, forniranno premesse o conoscenze utili per la lezione stessa. Soprattutto, però, la trasmissione compresa nella lezione non va concepita come un trasporto meccanico, bensì come una passeggiata, il tempo che ci si prende per praticare uno “sguardo intorno”, diverso da quello dello “sguardo mirato, puntato”; del resto, la lezione non procede necessariamente in linea retta, secondo una traiettoria prestabilita a tavolino, ma è sempre “in corso d’opera”. Può anche terminare prima che il suo fine sia raggiunto e può conoscere preziose digressioni, favorire, cioè, “fermentazioni” che vadano al di là di un programma e siano aperte a sguardi sintetici e all’utilizzo di linguaggi relazionali (con metafore, immagini, suggerimenti). 

È in una lezione di questo tipo che si acquisisce l’occasione per sperimentare l’unità del sapere e per apprendere che non vi sono scienze veramente neutrali. Ed è sempre in questa lezione che si misura l’opportunità di restare in equilibrio fra finalità di pura istruzione e finalità educativa, di ammaestramento: perché essa è luogo di auto-formazione, di libero e responsabile scrupolo e spirito critico, da mettere alla prova tra complessità e razionalità, ovvero, come scrive efficacemente Zagrebelsky, tra lo spirito di Gerusalemme e lo spirito di Atene. Ciò può accadere, però, solo se la lezione rimane il luogo in cui volersi occupare di cose differenti da quelle che, fuori dall’aula, ci assordano quotidianamente. Chiedere silenzio alla classe, prima della lezione, assume dunque un senso particolare. Le lezioni, non a caso, avvengono proprio nelle classi, che sono sempre diverse l’una dall’altra, sono specchio della società e possono rivelarsi sia laboratori di esperienze democratiche, sia incubatori di sopraffazioni. In classe, poi, non si deve semplicemente stare, occorre esserci. Molto dipende dal professore, che nella classe deve saper far risuonare la propria voce, al di fuori di qualsiasi routine didattica. Alla fine di un percorso di lezioni, verranno, di solito, esami e voti, che pure non rappresentano lo scopo di quel percorso: in astratto, forse, potrebbero essere anche aboliti, anche se è vero che costituiscono tuttora soglie mediamente oggettive per dare un valore riconosciuto al merito.

Quella di Zagrebelsky, all’evidenza, è una lezione sulla lezione, che viene messa in pratica con gli stessi toni e metodi che il libro intende suggerire. Quindi è un esempio di come si potrebbe concepire una lezione, almeno per l’Autore. È anche una carrellata di grandi riferimenti intellettuali (Lemkin, de Maistre, Calamandrei, Florenskij, Levi, Condorcet, Talleyrand, Bobbio…) e di rinvii e suggerimenti alla migliore tradizione pedagogica (non solo italiana). Vale, in certo senso, come concentrato ripasso, cui ogni insegnante potrebbe rivolgersi per trovare o rinfrescare motivazioni e prospettive. Due sono gli aspetti che colpiscono. Il primo riguarda ciò che il volume non dice, e che tuttavia si può ricavare semplicemente. Perché è palese che le condizioni prime affinché sia praticabile un modello di lezione come quello prefigurato nel testo hanno a che fare con la difesa di uno spazio riservato di azione e comunicazione, un rapporto speciale tra docenti e studenti, che a sua volta non può che poggiare su una forte autonomia di orientamento intellettuale e scientifico delle istituzioni in cui quel rapporto si svolge. La realtà non è sempre, o non è più, coerente con questi presupposti. L’altro punto che merita di essere sottolineato è che La lezione è un esemplare, e ottimo, prodotto generazionale. È la perfetta filosofia della lezione, che, scherzando con un noto motivo hegeliano, diremmo giungere, come la nottola di Minerva, al tramonto storico di un’esperienza, nel chiaroscuro di un fenomeno formativo grandioso, tessuto da grandi Maestri. Saranno in grado, i contemporanei, di ripercorrere e rinnovare i fili di questa trama?

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In questo romanzo la vicenda immaginata da Andrea Tarabbia lo vede diretto protagonista, nella parte di uno scrittore che sta affrontando un periodo un po’ disorientante della sua vita. Si sente seguito ogni tanto da un serpente nero e guizzante, e decide di rivolgersi a uno psicanalista, il dottor P. Quest’ultimo lo riceve a casa, in uno studio attiguo alle sue stanze private. È così che ne conosce la moglie, la bellissima Silvia, e scopre la peculiare situazione della coppia. Lei frequenta il giovane Marcello, ragazzo bellissimo, ma violento, e affiliato a una pericolosa organizzazione di estrema destra. Il dottore, invece. ha una relazione con una donna del Nordest, e ogni tanto si allontana per passarvi del tempo. Entrambi sanno perfettamente quali sono le esperienze vissute dal proprio partner. Tarabbia, che ben presto viene in contatto con Marcello e diventa anche confidente del dottor P., comincia a frequentare il manipolo di attivisti di cui Marcello è il leader. Ne è in qualche modo attratto, ne conosce i membri, viene coinvolto in qualche azione e in altrettante riunioni, che si tengono al Babij Jar, un covo dal nome sinistro, pieno di animali e rettili imbalsamati, di cimeli fascisti e neo-fascisti, e di un archivio che tiene traccia, se così si può dire, degli “eroi di riferimento”. La storia dello scrittore inquieto – che, pure, ha dei trascorsi con una ragazza moldava di nome Anna – si intreccia con il percorso di una relazione aggressiva e morbosa, alla quale Silvia si sottomette sempre di più, fino all’esito pressoché inevitabile e, forse, previsto sin dal principio.

Si può prendere un libro famoso, a suo modo misterioso, e trarne ispirazione, oggi, per una specie di libro gemello? Il continente bianco realizza quest’operazione, scopertamente, muovendo da L’odore del sangue – l’ultimo e particolarissimo romanzo, postumo, di Goffredo Parise – e riscrivendolo, con alcune variazioni e con prospettive che, naturalmente, sono nuove, eppure invitano alla rilettura più attenta dell’originale. Quello di Parise è romanzo segnato da una maggiore insistenza individuale e psicologica, di scavo su desideri, pulsioni erotiche, aspettative e fragilità personali, quasi fossero orizzonti irredimibili. Anche il libro di Tarabbia è attraversato da una pluralità di destini, di esistenze cacciate e ricacciate nelle proprie strade da una qualche forza di gravità. Ma talvolta si ha l’impressione che nella penna di questo Autore si nasconda anche un interesse maggiormente “collettivo”. L’odore del sangue che evoca è parzialmente altro rispetto a quello di Parise. O meglio: è lo stesso, ma Tarabbia vuol farci capire che “tutti” lo possiamo avvertire; e che, al di là delle notazioni che Cesare Garboli aveva dedicato all’incombenza della morte dell’Autore stesso, come motore del romanzo parisiano, ci troviamo di fronte a un’esperienza molto più “diffusa” e “prossima” di quanto si possa immaginare. L’immersione di Tarabbia, così, diventa un po’ anche la nostra. È questa la cifra de Il continente bianco, che è un medium per comprendere più a fondo, ed esplodere, la grandezza de L’odore del sangue. Ne è anche un’ottima sceneggiatura: un plot già pronto per una trasposizione cinematografica che potrebbe funzionare assai bene.

Recensioni (di L. Illetterati; di S. Mariani; di G. Raccis; di D. Valentini)

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È ogni volta un bel dono poter leggere un grande scrittore. Anche quando ci si imbatte in un racconto che forse non è mai stato veramente ultimato. Insomma, Dostoevskij è sempre Dostoevskij. Qui si cimenta con una trama sospesa tra la realtà e l’immaginazione più spinta. È la storia di un funzionario pubblico, uno come tanti, che si reca con la moglie a vedere l’esotica attrazione del momento, giunta dall’Europa per inaugurare quello che oggi diremmo un centro commerciale. Si tratta di un coccodrillo, esibito da una coppia di avidi e fastidiosi mercanti tedeschi, madre e figlio. La bestia pare tranquilla, immobile e indifferente a ciò che la circonda, ma all’improvviso ingoia il funzionario, che sparisce nelle sue fauci. In verità l’uomo non è morto, ma parla dal ventre del coccodrillo, ostenta salute e sicurezza, vagheggia presuntuoso un futuro di prosperità economica e grandi successi per sé e la consorte, e preconizza nuove e risolutive visioni del mondo, capaci di cambiare il destino dei popoli. La voce narrante è quella di un collega di lavoro del funzionario mangiato dal coccodrillo. Da un lato ripercorre stupefatta e preoccupata l’accaduto, cercando di ricondurlo a una qualche razionalità; dall’altro misura le reazioni vacue della bella sposa dello sventurato amico, dei suoi conoscenti e degli altri colleghi. I quali, tutti, percepiscono certo la straordinarietà del caso, ma restano avvinti nel ruolo di inguaribili e disarmanti macchiette borghesi, avviluppati anch’essi nel propri piccoli desideri e meschini individuali.

Nei brevi appunti che Serena Vitale dedica a quest’opera, definita da Dostoevskij una “birichinata letteraria”, si possono apprezzare tante cose. Si può scoprire, ad esempio, che – a dispetto delle rimostranze del suo stesso Autore – il racconto era stato considerato dai contemporanei come una parodia delle vicende accadute a Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, intellettuale e rivoluzionario risucchiato dalle prigioni zariste della Siberia. Forse è vero – più in generale – che la sferzante ironia che percorre la storia intera si scaglia su ciò che di moderno stava invadendo Pietroburgo e la Russia alla metà del XIX secolo, e sulla mentalità che i gusti di matrice occidentale e il “principio economico” – così lo chiama Dostoevskij – stavano diffondendo. Il coccodrillo, quindi, è il campione, l’immagine ficcante di questa cultura virale, con la sua capacità egemonica e, per l’appunto, fagocitante: una forza irresistibile, che si impadronisce delle persone, come se fosse una possessione, e che non trova certo opposizione nel carattere molle, fatuo e debosciato della gente di Pietroburgo. Anch’essa è bersaglio diretto di Dostoevskij. Si diverte a ridicolizzarla, a denunciarne la povertà morale di fronte alla logica prevalente del tornaconto personale, del profitto e del consumo, già allora raffigurato come fattore disgregante di ogni ordine sociale. E pure di qualsiasi idea di verità, alla stregua di ciò che si verifica nella nostra modernissima e tecnologica società dell’informazione: nelle pagine dei quotidiani la vicenda dell’uomo mangiato dalla bestia viene riportata, a seconda della testata (e ciascuno sceglie naturalmente quella che più gli è congeniale), in variazioni completamente dissonanti, fantasiose, se non irriconoscibili. Forse che siamo davvero finiti tutti nelle viscere di un rettile implacabile? Dostoevskij continua a interrogarci.

Recensioni (di M. Archetti; di M.C. D’Alisa; di D. Gabutti; di A. Gnocchi; di A. Pagliuso; di V. Parisi)

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In questo piccolo libro si tracciano alcune coordinate per interpretare e gestire un ampio fenomeno, del quale l’Autrice cerca di offrire, innanzitutto, una mappatura sintomatica. Il fenomeno è quello della contestazione, distruzione o rimozione di monumenti. È ciò che accade quando non vengono più percepiti come simboli positivi e condivisi, ma, all’opposto, assumono la sostanza di disvalori da rigettare. Pensiamo alle statue dei dittatori o di chi ha combattuto dalla parte “sbagliata”, di chi si è arricchito con la tratta degli schiavi o di chi si è reso colpevole della dominazione e dell’estinzione di popoli interi; oppure, ancora, alle rappresentazioni magniloquenti di regimi oppressivi o alle architetture espressive di ideali altrettanto distruttivi. A volte si tratta di manufatti qualificabili (anche) come opere d’arte, a volte no. Comunque sia, sorge sempre un interrogativo: è giusto fare tabula rasa? Non occorre soltanto misurarsi con le declinazioni spaziali della cancel culture. Occorre ragionare, prima di tutto, su che cosa sia un monumento e sulle logiche che possono animarne conformazione, dimensione e collocazione. Lisa Parola prova a seguire sin dall’inizio questa traccia, guardando a basamenti e piedistalli come ai media perfetti delle politiche usualmente verticali, impositive e unilaterali – spesso di matrice etnica e “maschile” – che hanno promosso, innalzandolo, un certo simulacro a proprio simbolo. Poi il volume fornisce una sorta di galleria, un racconto dei tanti episodi (noti e meno noti) di crollo o trasformazione di alcuni monumenti. Quindi passa a un resoconto di come in diversi casi il monumento possa essere oggetto di riscoperta o riqualificazione per mezzo di operazioni artistiche di originale contestualizzazione. La convinzione che pagina dopo pagina si forma inevitabilmente il lettore è che la tesi sia questa: la via d’uscita non è l’eliminazione o l’abbattimento, bensì lo spostamento o lo slittamento di senso, attività che consentono di superare la prevaricazione dell’affermazione originaria, come la sua sopravvenuta caducità, con un gesto di stratificazione documentale. Con un gesto, cioè, che, non indulgendo nel puro e semplice, e di per sé logico, actus contrarius, non ripete a ritroso il metodo della monumentalizzazione e può, invece, fornire motivi per un momento di partecipazione, di dibattito e di apprendimento collettivi. È un approccio valido per ogni ipotesi di patrimonio dissonante. Un esempio interessante che mi viene subito alla mente – e che, non a caso, è richiamato anche dall’Autrice – è l’installazione realizzata a Bolzano sul fregio ornamentale di un grande palazzo concepito e costruito durante il fascismo. Essa consiste nella sovrapposizione al relativo bassorilievo – assai paradigmatico della retorica del Ventennio – di una scritta che la sera si illumina, recita “nessuno ha il diritto di obbedire” ed è proiettata in tre lingue (oltre all’italiano, il tedesco e il ladino). Un volta rivisto, il monumento, all’evidenza, diventa altro, pur non scomparendo e, anzi, riemergendo, in parte quale veicolo di un messaggio istituzionale nuovo, in parte quale testimonianza storico-culturale di un passato da conoscere, assimilare e superare. E il superamento non è damnatio memoriae, è processo di digestione culturale. In questa prospettiva, è vero che il testo di Lisa Parola – che forse a tratti è eccessivamente descrittivo – non aggiunge molto alla lezione già desumibile da alcune (poche ma lucidissime) pagine di Jacques Le Goff o dal famoso saggio di Alois Riegl sul culto moderno dei monumenti. Ha il merito, tuttavia, di lanciare un sasso per l’avvio, anche in Italia, di un dibattito più cosciente e, soprattutto, più sistematico, nel quale, come accade da tempo negli Stati Uniti, pure la competenza dei giuristi può scoprirsi più pertinente di quanto si possa immaginare.

Due interviste all’Autrice (qui e qui)

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È un’opera postuma di Vitaliano Trevisan, scomparso all’inizio di quest’anno. Ed è sicuramente un Trevisan a tutti gli effetti, con tutto il suo consueto carico di ispirata, disperata e disorientante radicalità, e con il denso repertorio di suggestioni e rimostranze interiori e sociali che è tipico di questo Autore. Bene ha fatto, dunque, l’editore a pubblicare Black Tulips, possa o meno considerarsi formalmente compiuto. Sostanzialmente, lo è a pieno titolo. Come sempre, in Trevisan, la trama è formata dal racconto di concrete esperienze personali, tappe vere e proprie di un articolatissimo percorso esistenziale e dei suoi periodici crolli. Questa volta lo scrittore vicentino rievoca il suo viaggio nella prostituzione. Da frequentatore abituale, per così dire. Anche se poi si è trattato pure di una spedizione vera e proprio, in Nigeria, perché – come gli diceva Ade, una delle prostitute nigeriane da lui conosciute e poi espulsa dal nostro paese – u must c with your own eyes. Pertanto Trevisan – che si carica risolutamente sulle spalle anche lo stigma che la prostituzione porta con sé – è partito per Lagos, per immergersi e vedere, scortato da Ade e da Amen e Mudia, amici e accompagnatori della ragazza, ma anche potenziali soci d’affari in un’improbabile commercio di pezzi di ricambio per auto usate. Black Tulips è il taccuino che Trevisan non ha tenuto allora, e che, tuttavia, si ricostituisce ora tra frammenti, avvertenze e note a piè di pagina, in cui si rinvia anche a lavori inediti o comunque non pubblicati. Ne risulta una sorta di diario extra vagante e a tratti stordito, che, attorno ai ricordi dei diversi incontri notturni in quel di Vicenza e alla colonna portante del viaggio (quasi conradiano), sviluppa una pioggia di osservazioni: di carattere psicologico, storico, sociologico, etico. Alla Nigeria, Trevisan oyibo, l’uomo bianco che andando a prostitute ha anche imparato un po’ di pidgin english, si consegna: si fa guidare per mano tra venditori ambulanti e poliziotti spietati, si lascia avviluppare dal caldo, dalle lunghe attese e dallo sfiancante go-slow del traffico di Benin City e Lagos, rischia di suscitare una rissa paradossale di fronte a una chiesa costruita da imprese italiane, sfida platealmente un fondamentalista islamico, sfiora un terribile e inquinatissimo insediamento di palafitte, osserva cadaveri abbandonati per giorni lungo le strade. Naturalmente il racconto è ricco di informazioni: sulle ragioni, sulle origini e sui modi della prostituzione nigeriana; sulla storia della Nigeria, sul suo assetto cleptocratico e sulla vocazione costantemente estrattiva della sua classe dirigente e dei governi occidentali; sui pregiudizi e sugli ipocriti moralismi che alimentano le più comuni idee sulla prostituzione tour court. Ciò che più convince, però, e in parte quasi stupisce, è che, al di là delle varie critiche, rampogne o invettive – che ci restituiscono ancora una volta il timbro inconfondibile di questa scrittura, dall’inclinazione costantemente abrasiva – Trevisan rievoca momenti personalissimi di autentica e disarmata autenticità. È una condizione che potrebbe dirsi anche felice. Cosi, ad esempio, si riscopre egli stesso quando commenta le foto sorridenti di uno sgangherato beach party africano; oppure quando il rapporto sessuale con una prostituta si trasforma in un gesto reciproco di compassione e di inaspettato e insospettabile abbandono. Sicché Trevisan, nel suo viaggio, anziché perdersi in un heart of darkness, si è guadagnato attimi di forte umanità e consapevole naturalezza. È quello che ha sempre cercato. E non c’è dubbio che questo è il modo migliore di ricordarlo.

Recensioni (di D. Brullo; di L. Vicenzi)

Vitaliano Trevisan: due ricordi (qui e qui)

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Con tutta probabilità questo libro è la lettura più interessante dell’anno, almeno finora. Tra il 2014 e il 2018 un giornalista (Luca Fiori) ha intervistato a più riprese un noto artista (Giovanni Frangi). Dopodiché un critico (Giovanni Agosti, che ha seguito larga parte del percorso di Frangi, sul quale ha anche raccolto una serie di saggi) ha assemblato il testo, corredandolo di numerose immagini. Il risultato – edito alla fine del 2021 – è un volume assai originale: in parte autobiografia; in parte catalogo e “scrigno” iconografico; in parte flusso di coscienza sulla vita e sull’arte in generale. Quest’ultimo aspetto è quello più accessibile, più diretto. Discutendo di influenze, di ispirazioni, di tecniche e di opere (proprie come altrui), Frangi non manca di affrontare temi che definire classici sarebbe riduttivo. Lo fa in qualche passo sintomatico, quando si chiede, ad esempio, che cosa sia il suo mestiere: “l’arte ha un compito o è un’esigenza? Sono solo domande aperte, tutte le risposte sono buone. Come essere o non essere, credi in Dio o non ci credi, piove o non piove, m’ama o non m’ama… Io sono convinto che l’arte abbia una sua fisicità necessaria”. Ma lo fa anche quando si sofferma sul processo creativo: “Io prendo un’idea e la trasformo. Non è importante dove la prendi, dove la vai a cercare, ma dove la porti”. Non sono questi, però, i tratti più accattivanti del volume. Ciò che è meritevole di particolare attenzione – oltre ad alcune formidabili foto, fra cui una (splendida) di Sandro Penna e quella di “uno dei quadri più belli del mondo” (Frangi dixit) – è quanto il comune lettore non può pensare, trovare o immaginare per suo conto, e può, dunque, soltanto apprendere: sulla nascita e sull’evoluzione del percorso del pittore; sui temi prediletti (tangenziali, paesaggi, isole, giardini, ninfee, alberi); sull’importanza dell’atelier, come giusto luogo di lavoro; sul rapporto con galleristi e committenti, e con il critico di fiducia (che altri non è che il curatore del testo); sulle esperienze e sulle esposizioni più importanti (si racconta anche di quella, a suo modo piccola, presso il Mart di Rovereto, dove ho visto un Frangi per la prima volta); sulla relazione con lo zio famosissimo (Giovanni Testori) e sulle tante e notevoli conoscenze (Aldo Busi o Alda Merini, ad esempio); e poi sui quadri e sugli artisti preferiti; e ancora sulla luce e sul colore… Naturalmente tutto questo è avvincente per chi vuole avere esattamente queste notizie (com’è per coloro che sono fan di Frangi, quorum ego). Ma lo dovrebbe essere anche per altri. Perché è una prova di come qualsiasi itinerario di pensiero si nutra sempre di incontri, spazi, interferenze, intersezioni: di eventi in cui solo la forza dell’inatteso consente il passo ulteriore e motiva la buona riuscita dello studium, dell’applicazione costante e intelligente. L’intervista, inoltre, ha il pregio di nobilitare il genere che rappresenta: le testimonianze orali e il loro montaggio illuminano vie d’accesso altrimenti non praticabili. E anche questa, come sanno bene molti storici, è lezione di non poco conto. Detto sommessamente, al termine di questo breve pezzo: anche i giuristi potrebbero guadagnare qualcosa.

Recensioni (di D. Dall’Ombra; di M. Recalcati)

Un’intervista all’intervistatore (da artslife.com)

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Genly Ai è stato inviato dall’Ecumene – enorme alleanza che riunisce più di ottanta mondi – sul pianeta Inverno, così definito perché interessato da una glaciazione pressoché globale. La sua missione è creare un contatto pacifico e convincere i Getheniani (questo il nome che si danno gli abitanti di Inverno) a far parte di Ecumene. È un compito davvero impegnativo, poiché la civiltà di Inverno è molto singolare e spiazzante. Inoltre, mentre l’inviato ha la fisiologia e la sessualità tipiche delle stesse genti che popolano la Terra, i Getheniani, anche se simili agli umani, in certi periodi possono costantemente virare dal genere maschile a quello femminile. Ai loro occhi, pertanto, l’inviato assume le sembianze di qualcosa di strano, di pervertito. Genly, ad ogni modo, si trova sul pianeta Inverno da diverso tempo. In particolare è sbarcato nel regno di Karhide, uno degli “stati” presenti su Gethen. Pur essendo entrato nelle grazie di Estraven, il ministro più autorevole, potente e vicino al re, non è ancora riuscito a persuadere i suoi interlocutori sulla bontà di un dialogo con l’Ecumene. Le cose, tra l’altro, si mettono improvvisamente male. Estraven viene accusato di tradimento e condannato all’esilio. Genly, allora, si rivolge a un’altro stato, Orgoreyn, rivale di Karhide e dotato di un’organizzazione politica del tutto diversa. Ma anche lì la sua missione rimane ostaggio delle dinamiche di potere interne alla classe dirigente, tanto che Genly viene addirittura catturato e costretto, di fatto, a lavori forzati. Tutto sembra perduto, ma Estraven ricompare proprio su Orgoreyn, salva Genly e lo guida in un’epica e lunghissima traversata sul ghiaccio. Comincia un viaggio avventuroso, che costituisce il vero centro del romanzo e, in una sorta di diario in cui le voci dei due protagonisti si alternano, conduce all’epilogo della storia e fa da sfondo a un processo di reciproca e profonda comprensione. Al termine, gli emissari di Ecumene sbarcheranno a Karhide e Genly Ai racconterà le gesta di Estraven alla famiglia e alla tribù che, dopo la condanna del re, lo avevano bandito.

Si tratta di uno dei libri più famosi di una celebrata “maestra” della letteratura di fantascienza. E non c’è dubbio che contribuisce a dimostrare il motivo di tanta autorevolezza. La Nota dell’autrice, che fa da schietta e lucida premessa, contiene una dichiarazione di poetica: “La fantascienza non prevede; descrive”. Il senso di tale proposizione lo spiega Nicoletta Vallerani nella sua Postfazione: “È  questo che insegna la creazione immaginaria: ipotizzare mondi che potrebbero insegnarci qualcosa sul nostro”. Da un lato, dunque, l’universo di questa scrittrice è – con rigorosa attinenza al mainstream del genere letterario in questione – inequivocabilmente tutto inventato, e lo è meticolosamente. La tecnica di affiancare alla storia vera e propria brevi capitoli con la narrazione di leggende o miti della tradizione getheniana amplifica la sensazione di immersione in una realtà così lontana, eppure quasi afferrabile. Nonostante ciò, il racconto, remotissimo, e collocato per lo più in un tempo futuro ma irriconoscibile, esprime situazioni che non riescono mai ad esserci veramente estranee. La missione di Genly Ai e il suo incontro con Estraven ci parlano direttamente. Svelano, in un crescendo, che nella relazione intersoggettiva le differenze si abbattono e la virtù, il coraggio, l’onore, la paura ci rendono tutti più simili di quanto non possa sembrare. Più di tutto, Le Guin dimostra che – usando sempre le parole di Nicoletta Vallorani – “le categorie che intendiamo come determinanti non lo sono affatto, ed è possibile progettare una cultura che da esse prescinda”. È questo l’umanesimo assoluto della scrittrice americana. Che, sintomaticamente, si distingue dalle trame di palazzo e si alimenta nel confronto con le potenze molto più estreme della natura. Non c’è da dubitare che, nel 1969, anno della sua pubblicazione, questa prospettiva significasse qualcosa di rivoluzionario, specialmente per quelle che oggi si definiscono pacificamente questioni di genere. Letto oggi, La mano sinistra del buio – come è tipico della migliore letteratura – espande la propria forza anche oltre, in numerose e proficue direzioni.

Recensioni (di P. Matarazzo; di M. Morellini; di M. Tagliaferri)

Worlds of Ursula K. Le Guin (di A. Curry)

I libri di Ursula K. Le Guin (da esquire.com)

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A Comisso torno con frequenza, quasi in ogni stagione. Un gatto attraversa la strada offre l’ennesima occasione per riconfermare le ragioni di una passione. Si tratta di una raccolta di racconti, vincitrice del Premio Strega nel 1955. È stata ripubblicata quest’anno da La Nave di Teseo, cui si deve il merito di aver intrapreso una sistematica riedizione delle opere dello scrittore trevigiano. Qui lo possiamo gustare al massimo delle sue abilità di narratore breve. Su queste capacità – vi si soffermano anche Guido Piovene (nel bel testo collocato come postfazione, prima della nota bibliografica di Nico Naldini) e Paolo Di Paolo (nella breve prefazione) – si è detto molto: che a Comisso basta un oggetto, una figura, un animale, un albero, uno sprazzo di mondo per imbastire subito una storia; che le sue storie sono dei proto-sillabari di un’Italia ancora “antica”, schizzi di persone e sentimenti semplici e spontanei, e modelli di certo e nobile riferimento per la scrittura futura dell’amico-allievo Goffredo Parise; e anche che il suo stile, a volte lineare e facilissimo, a volte più espressivo, e a volte ancora sorprendente (specie nelle apparenti anomalie, anche grammaticali, che qua e là si palesano) sembra corrispondere appieno – in un gioco di perfetta armonia tra forma e sostanza – al vitalismo inesauribile, e inesausto, che lo contraddistingue. E si potrebbe continuare. Ciò che più colpisce è la tecnica pittorica. Comisso, che di grandi artisti è stato amico, scrive come se dipingesse, utilizzando parole, frasi e ritmo come se fossero pennellate, istintive, uniche e immodificabili, aliene dalla consuetudine del ritocco ammiccante o ricercato. Quelli dei racconti sono schizzi naturalissimi. Talvolta assumono sembianze allegoriche, perché sintetizzano in modo paradigmatico la fisiologia, o l’esiziale patologia, di pulsioni elementari (come in Occhiali da sole o ne Il sospetto o ne L’ostessa maligna). Talaltra hanno un’implicita intenzione edificante, a suggello di messaggi profondi, ma anche a ritratto di un Paese che oggi non c’è più (esemplari La nuova padrona, Due soldati di regioni lontane, La prova d’amore). Non a caso, in qualche momento, lasciano anche trasparire nostalgia e solitudine, le vere coordinate emotive di questo bellissimo libro (evidenti in Un ingrato destino, L’ozio di Marco, La mano del controllore, Al mare). A tratti, invece, sanno essere ironici e quasi comici, perché ridicolizzano la vanità cui si appigliano certe piccole speranze, specie quando si fondano sul senso della propria, controllata autosufficienza (La disdetta di un timido; L’alpino solitario). Infine (e sono così gli ultimi otto pezzi) si rivelano allegramente libertini, se non licenziosi, in una specie di crescendo istintivo, cui l’Autore stesso non sa resistere. La chiave di volta di questo intreccio è scoperta più che mai: infatti, il racconto che dà il titolo alla raccolta è pienamente rappresentativo del mood dello scrittore. Comisso gioca con la più nota delle superstizioni per mettere nero su bianco, in modo apparentemente divertito, la reiterata frustrazione sensoriale cui è condannato. Meglio (o peggio…): cui non può che essere – o sentirsi sempre – condannato, perché la realtà che lo circonda e le esperienze che essa gli può dare, purtroppo, non sono più quelle di un tempo, né quelle che vorrebbe. È il Paese, certo, che, pur recando ancora tracce visibili di una realtà che fu, sta inesorabilmente cambiando. Soprattutto, però, è la giovinezza, con tutte le sue illusioni, ad essersene andata.

Recensione (di R. Carnero)

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Sono quattro i testi che compongono questo libro. Nel primo l’Autore gioca con i ricordi e con la tormentata vita sentimentale del giovane Stendhal. Ne ripercorre il tragitto durante la campagna d’Italia, al seguito di Napoleone. Si sofferma sul senso immediato di scoperta e su quello successivo, di endemico smarrimento, che lo scrittore prova, sia visitando il campo della battaglia di Marengo, sia di fronte alla reiterate insoddisfazioni amorose. Di questo racconto assume un valore centrale la rievocazione, quasi onirica, di un breve voyage, che Stendhal intraprende fino a Riva del Garda, al seguito di una delle sue numerose amanti. Nel secondo pezzo, invece, Sebald ricostruisce due peregrinazioni autunnali, da lui stesso compiute nel 1980 e nel 1987. In un caso narra del percorso che da Vienna, dopo una passeggiata in un borgo vicino con il poeta Ernst Herbeck, lo ha portato dapprima a Venezia, guidato sulle orme di Casanova da un misterioso veneziano di nome Malachio, e poi a Verona, dalla quale tuttavia è presto fuggito in treno verso il Brennero, assalito dall’inquietudine che alcune coincidenze sembrano avergli comunicato. Nel viaggio successivo, Sebald torna sui propri passi, ma svolge anche alcune digressioni: a Padova, a vistare la cappella degli Scrovegni; sulle tracce di Kafka, da Desenzano e lungo la costa orientale del Lago di Garda, fino a Limone, dove è ospite di una magnetica albergatrice e smarrisce il passaporto; e a Milano, dove si reca al consolato tedesco per ottenere nuovi documenti. A Verona soggiorna felicemente alla Colomba d’Oro, rivede i luoghi che lo avevano spaventato e si intrattiene a lungo con un cronista locale, alla ricerca della ragione delle sue originarie paure, per poi concludere con il ricordo del libro di Franz Werfel su Verdi, donato dallo stesso scrittore ad un Kafka oramai morente. Il terzo testo del volume è tutto su Kafka, in particolare su di un suo misterioso ed erratico itinerario, che nel 1913 lo ha visto partire da Vienna per Trieste, e poi risiedere per un qualche tempo a Venezia, ripartendo infine per Desenzano e Riva del Garda. Sebald si sofferma sul soggiorno di Kafka in una clinica sul lago e alla raffigurazione di un fatto tragico accaduto proprio allora sovrappone una storia inventata dallo stesso Kafka, dalla quale estrapola tutto lo struggimento dello scrittore per la sua esiziale incapacità di trovare l’amore. L’ultimo brano di Vertigini è intitolato Ritorno in patria ed è il prodotto di una reverie, che vede l’Autore raggiungere il suo paese natale, in Baviera, ai confini con l’Austria, e fermarsi nella medesima locanda in cui la sua famiglia ha vissuto per diversi anni. L’occasione gli offre la possibilità di scolpire biografie e disavventure di tanti e diversi personaggi del borgo, e di ricordare alcuni momenti salienti della sua formazione infantile. Il finale rientro in Inghilterra, a Londra, è motivo di nuove, portentose visioni e di una conclusiva conflagrazione, in cui esistenza individuale e universalità si confondono definitivamente.

Di Sebald, forse, tutti conoscono Austerlitz, il romanzo più rappresentativo. Molti avranno sentito parlare anche de Gli anelli di Saturno. O di Storia naturale della distruzione. Sono grandi libri, che hanno dato al loro Autore visibilità e riconoscimento internazionali. Vertigini non è da meno. Anzi, le prose che vi sono raccolte si possono dire esemplari del particolare metodo Sebald. Da un lato, è un metodo che per lo scrittore funziona un po’ come il metodo Stanislavskij per un attore. Sebald fiuta una via, un’occasione di redenzione, e la percorre con certosina pazienza e abbandono, come se fosse un copione, fidandosi degli indizi che gli possono dare le vite e le storie altrui. Il punto è che Sebald non si limita alla rappresentazione: si cala in quegli indizi, se ne lascia attraversare, si immedesima fino alla vertigine (per l’appunto), che è la porta per la comprensione di un grado di verità altrimenti non verbalizzabile, né (probabilmente) pensabile. Da un altro punto di vista, ma coerentemente con questa tendenza all’immersione esistenziale, il metodo Sebald è anche un metodo panletterario. Lo scavo della lettura e della scrittura impone lo scavo nello sguardo, sicché ogni soggetto letterario, potenzialmente, diventa medium dell’invenzione e della correlata esperienza redentrice. E ciò perché nel soggetto è possibile immaginare di ripercorrerre i tratti e di ricostruire la memoria della realtà, e dunque, così facendo, così fantasticando, di maturare le competenze necessarie a ricomporre la propria. L’esperienza diventa tanto più vertiginosa quando i livelli di lettura si sovrappongono, alludono l’uno all’altro, strizzano l’occhio all’osservatore e lo attraggono – in un gioco di allusioni e di richiami reciprocamente magnetici – nell’occhio di un ciclone. Che, da letterario, diventa concretissimo, perché è la concretezza delle emozioni ad averlo alimentato. In Vertigini i rimandi sono evidenti, molteplici e ammalianti: Stendhal e l’amore, in Italia e a Riva del Garda; Kakfa e la malattia, in Italia e a Riva del Garda; Sebald che viaggia come Stendhal e Kafka, e si stordisce di digressioni, di dettagli, di immagini, di oggetti (che, nel metodo Sebald, sono tipicamente riprodotti nel testo); Sebald nuovamente, che ripete il suo viaggio, perché, a quel punto, vuole “controllare meglio” i “fugaci ricordi” e “riuscire magari a mettere per iscritto qualcosa al riguardo”; e poi il ritorno a casa, quella delle origini lontane e in parte dolorose, e, nelle ultime pagine, quella che lo ha accolto, straniero a se stesso, alla sua stirpe e alla sua nazione. Ecco, leggere un libro di Sebald dà la sensazione che ci si possa conoscere e salvare ubriacandosi di letteratura. Sensazione bellissima.

Il culto di W.G. Sebald (di L. Coppo)

Sebald, l’ultimo romantico (di M. Freschi)

“Il ricordo ci dà le vertigini” (di V. Punzi)

“L’improvvisa incursione dell’irrealtà” (di C. Angier)

Un documentario su Sebald

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