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Tra il ‘68 e il ‘69, l’Autore de Il male oscuro pubblica sulle pagine di un noto quotidiano (Il Resto del Carlino) alcuni brevi interventi, che lo vedono dialogare con il suo cocker spaniel Cocai (dal Merlin Cocai pseudonimo di Teofilo Folengo, famoso artefice maccheronico del Baldus e del Caos del Triperuno). L’ambientazione dei colloqui – pubblicati in autonomo volume solo negli anni Ottanta, all’interno una ricca e intelligente collana di Marsilio – ha come baricentro topografico la casa d’elezione dello scrittore, da lui stesso edificata sul suggestivo promontorio calabrese di Capo Vaticano. Gli argomenti trattati, innanzitutto, sono quelli caldi di quegli anni: la guerra in Vietnam, le grandi agitazioni studentesche e il conflitto generazionale, i posizionamenti geopolitici di Stati Uniti, Unione Sovietica e Cina, lo spettro della conflagrazione nucleare, le missioni spaziali. Naturalmente lo scrittore trevigiano trapiantato al Sud non poteva non affrontare anche la questione meridionale, l’industrializzazione del Mezzogiorno e la nascita della nuova Università della Calabria. Nel merito dei discorsi svolti, come nella sostanziale ironia dell’approccio, il Berto di tutti questi testi non è così distante da quello conservatore della Modesta proposta, che verrà pubblicata nel ‘71. E la sua penna si conferma sempre chiara, asciutta ed essenziale, segnata dalla ricerca stilistica che meglio possa esprimere un comune e convincente buon senso. Nessun cedimento a quelle che egli stesso concepisce solo come vane emozioni, ingenuità o strumentalizzazioni.

Ciò che, tuttavia, si nota immediatamente è il carattere quasi dubbioso delle meditazioni, che sono esposte alla conversazione critica e provocatoria di Cocai, in qualità di curioso deuteragonista. Ma anche di compagno, amico e confidente, e di tramite diretto con gli affetti e con l’amore per la figlia (la “diletta” di cui aspetta il ritorno per le vacanze estive). Escluso il cane / tutti gli altri son cattivi, verrebbe da dire, riprendendo una canzone di Rino Gaetano, che uscirà qualche anno dopo, nel ‘75. È un Berto smarrito, che prova, e comunica, solitudine. Non solo quella ideale e, per così dire, storica ed epocale (di fronte a una civiltà i cui sviluppi non riesce a decifrare); ma anche quella letteraria (difesa con ostinazione, come dimostra il pezzo polemico con Moravia) e quella personale (si avverte distintamente che il pensiero ricorrente per la figlia non è solo un escamotage per riproporre l’invariante padri e figli o per esprimersi sulle retoriche della contestazione e del movimentismo). Più che mai, l’abitazione appoggiata sulla cima di un promontorio mozzafiato, lungi dal rivelarsi foriera di illuminanti vaticini (l’etimologia della località va in questo senso, tenta di crederci anche l’Autore), sembra il romitaggio di un intellettuale che non vede né immagina più il suo posto nel mondo e si limita a osservare le cose con franchezza estrema. Questo è, tuttora, il valore aggiunto di una voce pienamente libera.

Una recensione (di A. Cellotto)

Una lettura critica

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Quattro voci si alternano per il racconto di una storia triste, che a sua volta è il nefasto evento catalizzatore che ne porta alla luce, e ne consolida, altre, ugualmente tristi. Di Dolores Driscoll – che vive assieme al marito semiparalizzato – sono le parole che aprono e chiudono la narrazione. È la guidatrice – da più di vent’anni – di uno scuolabus in un piccolissimo e povero paese dello Stato di New York, sulle montagne al confine col Canada, nell’America profonda che meno ti aspetti perché troppo vicina al dinamismo della ricca metropoli. Il monologo di Dolores, all’insegna della più straniata normalità, racconta della mattina nevosa in cui lo scuolabus è uscito di strada ed è scivolato in una sorta di laghetto artificiale, causando la morte di quasi tutti i bambini che vi erano trasportati. Il secondo testo segue la rievocazione di Billy Ansel, padre di due ragazzi deceduti, già vedovo e, prima ancora, veterano della guerra in Vietnam e gestore di una locale e popolare autofficina. Il mezzo di Billy, quella maledetta mattina, seguiva a ruota il bus. Non si era accorto della minima anomalia. Lo ascoltiamo riferire dei soccorsi, del suo stato di shock, della perdita abissale, forse presentita nella parte precedente della sua vita, come nella relazione segreta con la moglie del proprietario di un piccolo motel, madre di uno dei piccoli defunti. Compare poi un’altra versione, quella dell’avvocato Stephens, piombato sul posto alla ricerca di clienti arrabbiati, per imbastire una redditizia causa risarcitoria contro le istituzioni pubbliche che a vario titolo avrebbero potuto evitare o mitigare il sinistro. Ne seguiamo la sottile e determinata, e cinica, strategia di reclutamento, che attrae diverse famiglie, ma non Billy Ansel, che rifugge dall’idea che rivolgersi al giudice risolva ogni problema. Poi si presenta sulla scena Nichole, pressoché l’unica sopravvissuta, assieme a Dolores. Ex reginetta del ballo scolastico e cheerleader, ora si trova in carrozzina, insensibile dalla vita in giù. Il suo è il pensiero maturo e affilato di chi ha vissuto una tragedia. Soprattutto, però, è il veicolo di rivelazioni segrete, sempre taciute, da cui muove la spinta risoluta a porre fine a tutta la vicenda (quale?), e a fare a suo modo giustizia. È un epilogo, questo, che – come raffigura lei stessa nell’ultimo capitolo – Dolores apprende all’improvviso, a distanza di tempo, durante una rumorosa fiera di paese. La sua insperata redenzione di fatto la inchioda, assieme al lettore, a un orizzonte di generale e insuperabile compassione e compromissione.

Il dolce domani è un libro senza fondo, un pozzo di cui non si intravede la vertiginosa profondità. Perché per Banks non c’è punto d’arresto alla caduta. Lo scuolabus stesso, a ben vedere, non cessa di perdersi nelle acque ghiacciate, poiché si tratta di una soverchiante traiettoria anteriore, che poi (comunque) continua, e della quale l’incidente mortale è solo una delle possibili immersioni visibili. La dolcezza del titolo è, evidentemente, accettazione. Non, però, nel senso di fatale acquiescenza a quanto accaduto. Rabbia e dolore sono i sentimenti più comuni e forti. È, piuttosto, lo stato paradossalmente tranquillo di chi non può che vedere e volere nulla di diverso dallo scivolamento dannato, che – per quest’Autore, in particolare – assume una dimensione esistenziale e cosmica al contempo. Il dolce domani, per certi versi, è sinonimo di una dolce morte morale, di un auto-spegnimento lento e, più o meno coscientemente, deliberato. I personaggi, d’altra parte, oltre ogni fuggevole e ingannevole apparenza, sono avvinti in circuiti a rischio di deragliamento costante, se non già interrotti o dissestati. Al punto che l’incidente, pur nella sua tranciante violenza, diventa il modo privilegiato per produrre una serie trasversale di ulteriori fallimenti e di (troppo) tardivi ravvedimenti e prese di coscienza; e di un tagliente (e implacabile) regolamento di conti. Non c’è dubbio che ci si trova di fronte al canone tragico del più classico romanzo americano. Come è altrettanto chiaro che vi si isolano facilmente i caratteri e i ritratti ricorrenti di un’antropologia della sconfitta, quali sono tipici, in aderenza allo stesso canone, di note rappresentazioni della depressa provincia statunitense. Poi, però, si riscontra anche dell’altro. Un qualcosa che delinea in modo davvero imperdonabile quell’insano, e già detto, paradigma di colpevole accettazione: è l’autoreferenzialità totale degli adulti; di individui la cui disgrazia irredimibile sta tutta nel non volersi mai affrancare dalla propria irresponsabile assuefazione. E nel voler, anzi, trovare ragioni di riscatto in proiezioni e progetti puramente, e nuovamente, egoistici. Dal romanzo di Banks è stato tratto anche un film, assai fedele e premiato a Cannes nel 1997: da vedere.

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I motivi per procurarsi quanto prima questo piccolo libro di poesie sono tanti. Una buona sintesi sta nel messaggio (absit iniuria verbis) che l’Autore finisce per veicolare. Potrebbe suonare pressappoco così: a essere davvero seri, nella vita, bisogna non prendersi troppo sul serio. Sicché di messaggio (in effetti) non si dovrebbe discutere; si farebbe troppo torto a un Autore tanto cosciente quanto disincantato. Perché la saggezza di Pistolesi (il titolo coincide proprio con il concetto o, meglio, con l’approccio, e in fin dei conti ci si accorge veramente che non c’è – mai – differenza…) si risolve di per sé in un verso guizzante, divertito e divertente, spinto da un realismo ironico e autoironico. Che, però, non si lascia disorientare da alcunché e fila dritto al punto, anche quando pare smontarsi da solo. E che non ha neppure timori reverenziali; né paura di affermare, spietato, quello che conta, in modo efficace, se non assoluto. Lo preannuncia la (bellissima) citazione di Fortini, in apertura: “se continuiamo a non volere la verità / sarà terribile la nostra vita. / È bene che lo sappiamo una volta per sempre”.

Onestà estrema, innanzitutto, e specialmente verso se stesso. Può trattarsi di una sconsolata e preliminare constatazione, o negazione, politico-esistenziale, a mo’ di sintomatico proemio; delle reiterate difficoltà, e degli imbarazzi, di un amore tormentato e finito; della raffigurazione della paternità più iconica o del rapporto, e del sentimento, padre-figlio; della nostalgia per l’adolescenza che è stata; degli inganni temibili della solitudine; di una vera, e affatto timida, dichiarazione di poetica; o, meglio ancora, di una altrettanto vera, e autentica, scelta di vita e, dunque, di poesia. In quest’ultimo senso, mai quest’Autore pare soggettivamente a disagio. O meglio: mai risulta ordinariamente a suo agio, cosa che gli permette, liricamente, di orizzontarsi benissimo, navigando leggero, forte di una tradizione assimilata assai profondamente e di un ruolo che non ha alcuna sociale rilevanza, e che per ciò solo è il ruolo, poetico all’essenza, cui meglio può ambire, sereno. Non c’è dubbio alcuno: per dirla alla Aldo Nove (occorrerà tornarci presto), Pistolesi si è inabissato, lo ha fatto benissimo, e pure allegramente e, per questo, meno misteriosamente di quanto lasci intendere la lezione originaria. Lasciamoci contagiare, quindi; diventiamo saggi, anche solo per qualche ora.

Una selezione di testi e la Postfazione di G. Policastro (da leparoleelecose.it)



A mio padre dopo l’ennesimo tentativo di inventarci una confidenza

Onore a noi, dopotutto, che comunque

ci abbiamo provato, a fare questa cosa di parlare

l’uno con l’altro, sopra un aperitivo fuori tempo massimo

trovare parole che colmino un silenzio

lungo vent’anni, anzi ventiquattro, venticinque

quasi (sono vecchio, sono

vecchio!) – eppure esiste, la foto

in analogico da un’altra casa, da un’altra

vita, ci siamo noi due nella vasca

insieme, ridiamo, siamo

un padre e un figlio.



La saggezza (esercizi)

Mettere da parte questa lingua

impararne altre. Cominciare a nuotare, cucinare

più spesso. Dormire al pomeriggio

lavorare. Scrivere di cose sane

e quando il pensiero stringe e si fa terribile

cadere come corpo morto cade.



Se mai (poesia per B.)

Se mai dimenticheremo, nel grande gioco della normalizzazione e dell’età adulta,

lo schianto incredibile la collisione assurda 

che sono due persone quando s’incontrano, allora

buttateci pure via portateci dallo sfasciacarrozze, perché davvero non serviremo più a niente.

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Kenneth Patchen, il poeta inesorabile (da pangea.news)

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L’affollato palcoscenico del diritto (da leparoleelecose.it)

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Macchine ed ecologia (da indiscreto.org)

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Tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, l’esule Alberti, poeta spagnolo in fuga dal regime franchista, soggiorna anche a Roma. Prima in Via Monserrato, poi in Via Garibaldi. Diventa così un emozionato e curioso girovago: esperto di quello spazio singolare, al di là e al di qua del fiume, che da Trastevere passa per il rione Regola e arriva a Piazza Navona e poi a Piazza di Spagna. Roma, pericolo per i viandanti – pubblicato nel 1972 – è il frutto e la testimonianza, quasi diaristica, di quell’esperienza; oltre che dell’amicizia con Vittorio Bodini, che della raccolta è il finissimo traduttore. Vediamo Alberti, ironico e dissacrante, mettersi sulle tracce del nume ispiratore di Giuseppe Gioachino Belli; ascoltare rapito la voce dell’acqua che gorgoglia nelle fontane; schivare attento auto e spazzature (e fastidiosi odori) nei vicoli; frequentare ammirato altri artisti; osservare di soppiatto chiese e palazzi; fare la spesa a Campo de’ fiori; aggirarsi, e smarrirsi, nel buio, alla ricerca e alla captazione del mito, del sogno e della bellezza. Non ci sono pezzi mal riusciti in questa silloge, che del resto è punteggiata, sin dal principio, da esplicite invocazioni, o dediche, alla migliore e più grande tradizione iberica (Quevedo, Lope de Vega, Gongora, Cervantes). Quella di Alberti è una notevole prova di nobile ed elegante poesia.

Soprattutto – e pure oggi, quando tante cose paiono cambiate – questo libro è un efficiente apriscatole sentimentale: il che equivale a dire la bacchetta tuttora funzionante per chi intenda provare a scoprire Roma come un rabdomante del demone che le è segretamente impiantato. Perché Alberti ha compreso bene che per entrare nella città occorre lasciarsi catturare e guidare dalle vibrazioni che sono alimentate dai tanti battiti e dalle altrettante contraddizioni che la attraversano: tra alto e basso, sublime e volgare, luce e oscurità, pieno e vuoto, caducità ed eternità. È come entrare in un circolo vizioso, un anello di ricorrenze, inseguimenti e illusioni, rappresentato al meglio in alcuni dei Notturni qui offerti da Alberti, capace di formulare in versi quasi un algoritmo del disorientamento; o di accendere, se si vuole, una centrifuga che ammalia e disperde e infine riporta al punto di partenza: che in definitiva è il rapporto con se stessi, traguardato nella misura sempre variabile tra la posizione di sé e il miracolo di tante cose, piccole e grandi, brutte e graziose. Pericolosa, quindi, è Roma per chi vi fa approdo, perché suscita stupore, abbaglia e al contempo abbatte e disorienta, sferzando di banale, osceno e grottesco ogni possibile esaltazione. Ma proprio nel mezzo insiste l’occasione per accedere alla meraviglia e scoprirsi. E Alberti è pronto a indicarcela.

Alberti a Roma (da un documentario in lingua spagnola)

Ricordi su Alberti (da Teledurruti)



È un reato…?

È un reato sedersi al mattino

a udire la parola delle fonti,

diventare un rumore, essere l’eco

di un sussurro infinito assorto in sé?



È un reato far scivolare sugli alberi

lo sguardo, e poi calarlo giù dai rami,

rovesciarlo sul prato, distaccarlo

da un fiore per fissarlo su altri fiori?


Vagare ciechi amanti, ormai dimentichi

di quell’ora mortale che li accerchia,

sognar che il sogno può essere sogno

di un’altra vita senza soprassalti?



È un reato che tutto questo appaia

un reato, mentre il reato vero

è il nostro tempo che non dà respiro

a compiere ogni giorni tali crimini?

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Che cos’ho nella testa / Che cos’ho nelle scarpe (Equipe 84)

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Jorge Luis Borges, l’artefice di lezioni indimenticate (da quadernidaltritempi.eu)

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In questo piccolo romanzo del 1988 – l’ultimo scritto da Chatwin prima della morte – si racconta di un certo Utz, morto a Praga negli anni Settanta. La storia comincia con il mesto funerale del protagonista: scarno, malinconico e un po’ surreale. Ma, subito dopo, la trama riparte da un tempo anteriore: dall’anno che aveva preceduto l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati sovietici. Precisamente da quando l’io narrante entra in scena, nelle vesti di appassionato ed esperto d’arte, e di collezionismo, cui un amico consiglia di incontrare, per l’appunto, l’enigmatico Utz. Proveniente da una piccola e incerta nobiltà terriera dei Sudeti, Utz – che vive in un piccolissimo appartamento, assistito dalla sua governante – è stato in grado, sin da giovane, di raccogliere una formidabile raccolta di porcellane di Meissen; un patrimonio prezioso, che ha saputo difendere e incrementare a più riprese, anche durante l’occupazione nazista e poi, a guerria finita, di fronte alle mire del sopraggiunto regime socialista. 

Al suo più giovane interlocutore Utz racconta moltissime cose: sui misteri del Golem, sulle passioni (e ossessioni) artistiche della casata di Sassonia, sui segreti alchemici della porcellana… E gli fa incontrare anche un pedante ed eccentrico amico, il paleontologo Orlik. Le strade si dividono, e tuttavia la storia continua, perché Utz cerca in ogni modo di conciliare la sua morbosa attrazione magnetica per la collezione e la volontà di liberarsi dal clima oppressivo del regime, immaginando anche di fuggire all’Ovest. Ciò che il narratore viene a scoprire, però, è che, alla scomparsa di Utz, anche le porcellane svaniscono. Dove saranno mai finite? Chi se ne sarà impossessato? Sono forse andate distrutte? Di più non è lecito dire, di questo libro. Non solo per non privare il lettore della sorpresa dell’epilogo, bensì perché sono le tante (studiatissime) divagazioni che lo preparano meticolosamente alla comprensione del giusto significato: evidenziando, cioè, quanta e quale cura di sé occorre per non scivolare – non importa se laici o religiosi – nella più esiziale delle idolatrie. 

In questa direzione, Utz, apparentemente così diverso dall’altro Chatwin (quello dei viaggi), è l’opera forse più rappresentativa, perché fondamentalmente teorica, di un’etica di abbandono e nomadismo strutturali, concepiti ad antidoto per il male più grande delle cose; patologia che l’Autore conosceva assai da vicino, vista la vicinanza estrema tra il tema trattato in Utz e l’originaria militanza dello stesso Chatwin quale dipendente di una famosa casa d’aste. Un’ultima notazione: dal libro è stato tratto un film delizioso, che, diversamente da ciò che accade di solito, è molto fedele allo scritto. Vale quasi la pena (così è stato per me) partire da lì.

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