“E altre storie su Rimbaud, Kafka, Joyce, Leopardi, Proust, Dante, Woolf, Hopper, Tolstoj, Caravaggio, Keats, Evans, Vermeer, Radiohead, Mozart”: così recita la lunga prosecuzione del titolo di questa piccola antologia di saggi brevi. Ma non si tratta di interventi critici. Sono, piuttosto, agili divagazioni, nelle quali l’Autore, anziché proporsi nel ruolo di esegeta, incrocia singoli episodi più o meno conosciuti della vita di diversi artisti (scrittori, poeti, pittori, musicisti), mettendoli in rapporto diretto con le loro creazioni. E non mancando, però, di parlare anche di sé: della sua relazione con questi artisti e con le situazioni che hanno affrontato o le emozioni che hanno saputo incarnare. Ogni testo, quindi, finisce per ospitare e mescolare spezzoni biografici e spunti autobiografici, dimostrando quanto gli apprendistati e le esperienze culturali possano determinare a fondo quello che siamo o, meglio, quello che siamo diventati nel tempo. D’altra parte Soli eravamo, che riprende nel titolo un noto verso del Canto V dell’Inferno dantesco, riferito alla vicenda amorosa di Paolo e Francesca, non ha altro scopo che quello di rammentarci quanto l’arte possa esserci galeotta, al pari del libro su cui la celebre coppia finì per scambiarsi le prime, irrimediabili, tenerezze. Sicché, è il caso di dirlo con forza, non siamo per nulla soli. In modo del tutto fortuito ho frequentato le pagine di Coscia parallelamente alla lettura del più recente Altre Samarcande di Paolo Deidier, che è il memoir di una vera educazione poetica, punteggiata di letture, incontri e delicatissimi ritratti (di Amelia Rosselli, Dario Bellezza, Piero Bigongiari, Nelo Risi, Luciano Erba, Biancamaria Frabotta). Anche qui si ha l’opportunità di accedere a una galleria letteraria tutta sentimentale, ed ancora più suggestiva, visto che Deidier rievoca conoscenze e consuetudini di prima mano. È un libro molto diverso, dalla prosa ricercata e trasognata, scandita per aneddoti e istantanee. Ma l’estrema intimità dell’approccio permette di portare in piena luce quale sia l’umore giusto per apprezzare fino in fondo il viaggio di Coscia.

Recensioni (di G. Giglio; di N. Vacca)

Un’intervista a Fabrizio Coscia

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Come incantesimati (da leparoleelecose.it)

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Noialtri girardiani (da iltascabile.com)

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Carlo Levi, L’orologio (da doppiozero.com)

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Il titolo di questo saggio è del tutto e chiaramente esplicativo del suo contenuto. Esprime, infatti, ciò che si propone di fare l’Autore. Che raccoglie e analizza una serie di spunti letterari e filosofici, e in minima parte anche religiosi e cinematrografici, per concentrarsi sulla descrizione di un’antropologia alternativa a quella dominante. Se è vero che quest’ultima non fa altro che incentivare al successo, alla visibilità sociale, all’attivismo imprenditivo, al riconoscimento collettivo, si può, tuttavia, identificare nella tradizione occidentale un filone di pensiero che invita al semplice e puro sentimento dell’essere. La Porta muove, primariamente, dal romanzo dell’Ottocento, con Austen (e la Lady Bertram di Mansfield Park) e Gončarov (con il suo Oblomov), ma anche con Tolstoj (e la decostruzione dell’immagine di Napoleone sul campo di battaglia di Guerra e Pace). Poi gradualmente arrivano gli altri, e sono tanti: Wordsworth, Simone Weil, Epicuro, Manzoni, San Tommaso, Montaigne, Pontiggia, Kafka, Spinoza, Orwell, Chesterton, Horkheimer, Wenders… Per non dimenticare, direttamente dalla Torah, gli estratti sapienziali del Pirqei Avot. Quella di La Porta non è un’esposizione sistematica, né una costruzione retorica. Richiama il gusto della conversazione. Non è un caso che la si possa anche ascoltare online, piacevolmente scandita in alcune puntate della trasmissione di Radio 3 Uomini e Profeti. All’evidenza, certo, il materiale utilizzato è molto eterogeneo, dal quale il ragionamento pesca liberamente, non solo per dimostrare l’esistenza diffusa di un’ispirazione e di un modello di vita differenti. Lo scopo è invitare i lettori a conoscerne la ricchezza e la profondità, e anche a sperimentarne le declinazioni pratiche. Queste, peraltro, non sono per nulla scontate, visto che il vivere “nascostamente” o l’assumere la prospettiva del “senso comune” possono anche risultare azioni sovversive o di resistenza. L’Autore non inventa nulla di nuovo (molto si avvale, esplicitamente, degli itinerari critici di Lionel Trilling), eppure ci si trova di fronte a un testo di grande valore, perché afferma con forza che le idee e la letteratura possono davvero cambiare la nostra esistenza.

Una recensione (di F. Coscia)

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Ci venni una volta quassù / e quassù son rimasto (Milly)

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Sotto il segno di Empedocle (da mimesis-scenari.it)

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Giocare a basket nell’Ungheria sovietica (da ilrifugiodellircocervo.com)

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Il nuovo Tao della fisica (da indiscreto.org)

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Un anziano si reca a una manifestazione di protesta contro la chiusura di un vecchio cinema nel centro di Madrid. Il suo unico amico, Osorio, lo definisce un inguaribile conservatore. In effetti, lo assalgono e lo preoccupano grigi pensieri: sui tempi che cambiano, i malanni che sopraggiungono, la scomparsa delle librerie, la solitudine affettiva, la crisi della sessualità, la trasformazione della città. E sulla perdita della memoria, visto che all’improvviso non ricorda più la strada di casa e comincia a vagare, assopendosi di tanto in tanto su qualche panchina o all’interno dei giardini pubblici. Nel frattempo, sempre le medesime paturnie lo tormentano, e così anche i “venti” di una importuna flatulenza. Spariranno anche i musei? Saranno, forse, sopraffatti dagli spettacoli multimediali? Svanirà del tutto lo spirito critico, come già è accaduto per il buon cibo? Poi gli sovvengono il ricordo, quasi affettuoso, di un dialogo con un gruppo di giovani “squilibrati”, seguaci vegetariani e asessuati di un movimento pacifista, e un’amara riflessione sulla libertà, che pare tanto accessibile quanto perduta, in un mondo che vive solo di annunci e informazioni, senza stampa e, paradossalmente, senza la religione di un tempo. Finalmente, quando arriva la sera, torna un po’ di memoria, e pure l’agognato rifugio privato si fa ritrovare, ma gli ultimi passi sono faticosi e complicati, in un crescendo di sensazioni che dalla calma dell’approdo porta ad un vertiginoso e definitivo risucchio.

Anche in questo (ultimo e finora inedito) racconto Vargas Llosa non abbandona i temi che più lo hanno visto impegnato negli ultimi anni: la parabola declinante della cultura occidentale; l’emersione di tensioni individualistiche sempre più polarizzanti; la diffusione di un clima sociale aperto soltanto in apparenza, eppure subdolo e uniformante. A prima lettura il testo è semplice, quasi elementare. Ma non sfugge che il protagonista non è solo l’alter ego dell’Autore, bensì l’immagine di una collettività intera: disorientata, malinconica, fragile, destinata oramai ad una fine, certa ma con sviluppi generali intrinsecamente ignoti. Allo stesso modo, non si può ignorare il nesso tra questa versione letteraria e un Vargas Llosa già sperimentato, quello de Il richiamo della tribù. Che è libro che va studiato in parallelo, perché – al di là delle tante speculazioni che spesso sono state alimentate dal conservatorismo dello scrittore peruviano, specie sulla scorta di un itinerario politico indirizzatosi sempre più verso destra – offre una rappresentazione schietta dei timori e delle ansie che avevano da tempo caratterizzato le spontanee convinzioni dell’Autore, stringendolo in un’appassionata promozione di valori liberali di diversa estrazione e tra loro non sempre coerenti. Comunque sia, I venti ha un merito prevalente: darci il privilegio di continuare a dialogare con una delle figure più grandi della letteratura dell’ultimo secolo e con un pensiero che sempre si è distinto per disturbante sincerità e risolutezza.

Recensioni (di D. Brullo; di S. Tedeschi)

Una (personale) classifica (top 5 di Vargas Llosa, che tutti dovrebbero leggere)

  1. Conversazione nella Cattedrale
  2. La città e i capi
  3. La festa del caprone
  4. La Casa Verde
  5. La guerra della fine del mondo
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