Max Weber. Una vita politica (da leparoleelecose.it)

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Lui è un professore che vuole imporsi come scrittore. Cerca luogo e ispirazione giusti per ideare storie di sostanza, alzare il livello e produrre qualcosa di più di racconti da pubblicare sui giornali di provincia. Lei è una Voce, la musa ispiratrice, la compagna ideale, votata alla di Lui ambizione. Gli procaccia una piccola e vecchia stazione in disuso, nel mezzo della pianura padana, e lo lascia vagare nelle campagne, selvatico, di modo che le trame possano emergere. E in effetti Lui comincia a concepirne una, finalmente valida. Ma la sua inquietudine cerca riconoscimento. Così Lei lo aiuta a raggiungere il modello tanto ammirato: a viaggiare nel tempo, fino a Santo Stefano Belbo, in Piemonte, per conoscere Cesare Pavese. La magia riesce, i viaggi si ripetono, i due si piacciono e si frequentano, e pure i loro personaggi si intrecciano e, anzi, si conoscono proprio, palesandosi direttamente a chi li ha creati. Lui, però, animato anche dalle suggestioni di uno strano sogno (che apre il romanzo), vuole spingersi oltre, in un crescendo tanto folle quanto fallimentare. Spetta al lettore, di qui in poi, scoprire fino in fondo il senso del titolo e del romanzo stesso. Che – va evidenziato – è una bella scoperta, pur se esige una certa pazienza, per farsi condurre lentamente per mano, in un’atmosfera rarefatta, da un periodare composto e raffinato. Nel merito si possono avanzare due opinioni. La prima: l’Autore riesce a rappresentare in modo molto efficace le frustrazioni e i pericoli più profondi che qualsiasi aspirante narratore fronteggia (e probabilmente anche qualsiasi intellettuale), soprattutto quando si lascia pervadere solo dal daimon che lo possiede. La seconda: questo libro si serve ottimamente della figura e dell’opera di uno dei più iconici scrittori della prima metà del Novecento italiano, e così facendo lo ripropone oggi – meritoriamente – all’attenzione di un pubblico (ahimè) disabituato alle ambientazioni e ai sentimenti più elementari e autentici.

Recensione (di S. Calzini)

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Le storie di Claudio Magris (da ytali.com)

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I lost myself in a familiar song / I closed my eyes and I slipped away (Boston)

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Louis-Ferdinand Céline, l’inedito Londra ora in Italia (da ansa.it)

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Il caso De Angelis, “una verità senza verità” (da ilponterivista.com)

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Simone Weil filosofo inascoltato (da unacittà.it)

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Sellerio ha ripubblicato il secondo romanzo di Barbero, che risale al 1998, quando era uscito con Mondadori. Leggerlo oggi, in effetti, è operazione interessante. Sicuramente perché tutto ciò che è Russia negli ultimi anni è diventato ben più che tristemente attuale e urgente. E se lo storico e divulgatore più simpatico e apprezzato sulla piazza è stato in grado, a suo tempo, di costruire un giallo ambientato a ridosso della fine dell’era sovietica – di quello snodo, cioè, a cui tutti riconducono le svolte geopolitiche che ai giorni nostri vengono rimesse in discussione – ebbene è il caso di ripigliarselo. Ci si potrebbe capire qualcosa. Anche perché il libro è disseminato di un trasversale presagio di sventure (dall’intreccio tra affari e politica al deflagrare dei fondamentalismi). L’azione si svolge nel 1988. C’è una trama principale, se così si può dire: quella di una giovane storica, Tanja, che, complice la perestrojka di Gorbacëv, prova a fare luce su certi processi sommari svoltisi a Baku in piena era staliniana. Nel frattempo, però, a indagare su Baku, e precisamente sull’omicidio di un influente religioso islamico, c’è il giudice Lappa, fedelissimo e ligio funzionario della Procura generale. Questo filone narrativo, puntualmente, si interseca al primo, lasciando spazio a tanti altri personaggi: Oleg, giornalista smaliziato; Mark, attore di origine ebraica; un potente viceministro, vicino di casa di Lappa; un malavitoso in forte ascesa; e soprattutto il generale Yusuf-zade, vertice del KGB in Azerbaijan. Nel 1988 il finale pare quasi incoraggiante, ma non è veramente così, visto che nelle ultime pagine, e siamo già nel 1991, si capisce che al vecchio impero se ne va sostituendo un altro, e non necessariamente migliore.

Le notizie, a questo punto, sono due. E, come sempre, una è buona e l’altra è cattiva. Quest’ultima riguarda il romanzo preso letteralmente come romanzo. Che per Barbero non è al livello di quello (premiatissimo) del debutto del 1996. Romanzo russo è troppo lungo e troppo lento; e senza i “misteri” che le due trame incrociate avrebbero potuto ben costruire. Ma qui soccorre la notizia buona. In primo luogo, il faticoso viaggio che Barbero impone al lettore è materialmente fecondo. Lo è nel senso complessivo del discorso-bilancio, non privo di gusto ironico e macchiettistico, su che cosa ha significato, socialmente e culturalmente, all’interno del paese, il crollo dell’Unione Sovietica. Lo è, poi, nella prospettiva di un tentativo efficace di messa in scena (nei pensieri e nelle posture dei molti protagonisti) dei diversi sentimenti – di condanna del passato, di nostalgia, di paura per il futuro, di rivendicazione, di spregiudicata speculazione – che hanno animato quel momento (emblematico e rivelatore, in generale, il quasi monologo del filosofo Čimut-Dorzev, da p. 196). E lo è, infine, per l’invito implicito a considerare la ricerca della verità storica come un presupposto essenziale allo sviluppo democratico di qualsiasi popolo. Più di tutto, Romanzo russo esemplifica assai bene – come già constatato per Alabama – uno dei segreti più importanti dell’Autore, ossia la sua spiccata, e rara, capacità mimetica: l’abilità di aderire all’oggetto dello studio e del racconto, comunicando l’impressione di saperlo fare con le parole e le sfumature più congeniali. Ci si accorge, per tale via, che il romanzo è “russo” anche perché vi aleggia stilisticamente lo spirito di Gogol’, di Dostoevskij, di Bulgakov, di Pasternak. Anche questo non è poco.

Recensione (di P. Dalmazzo)

Un’intervista all’Autore

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Dalla penna di Hook ben quattro ArtCrimeStory (da il giornaledellarte.com)

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“Questi sono / i miei fiumi”, recita una celebrata e conosciutissima poesia di Ungaretti. Questi sono i miei treni e le mie stazioni, potrebbe dire Montieri. Che è apprezzato poeta, oltre che sincero e appassionato scrittore di calcio. Qui raccoglie un’eterogenea galleria di immagini e di storie – personali e non – a soggetto ferroviario. Da un lato, racconta di sé, del suo rapporto con il treno, dei paesaggi, dei luoghi e delle persone che ha incontrato, e delle emozioni che ha provato. Dall’altro, coglie l’opportunità per comunicare quanto le strade ferrate facciano parte dell’esperienza e della cultura collettiva, e siano collettori di piccoli e grandi eventi: psicologici, storici, tecnologici. Che sia al finestrino, in sala d’attesa o seduto al proprio posto in carrozza, l’Autore scopre, ricorda, fantastica, riflette. Basta un corrimano alla stazione di Verona, o la condivisione improvvisata con altri viaggiatori di una partita di calcio in streaming sul proprio pc, o un dialogo con una misteriosa signora sul treno che va da Cividale a Udine, o la visione di una piccolissima stazione in Toscana, o l’ascolto delle storie partigiane sul sabotaggio del ponte ferroviario di Ivrea: tutto ciò che è legato al treno diventa un tramite, un mezzo, o rito, di passaggio che va al di là del trasporto fisico, uno strumento per ricordare, commuoversi, approfondire, appassionarsi. Ma anche un messaggio o un ambasciata, che prepara al punto d’arrivo o predispone all’avventura o al ritorno, verso casa e incontro agli affetti. Qualcuno di questi testi o è un po’ didascalico (così si può dire, ad esempio, per il pezzo sulla Portici-Napoli) o un po’ troppo atteso (come quello sulla strage di Bologna) o eccessivamente idealizzante (lo si potrebbe dire quello sulla stazione Torino Porta Nuova). Ma le pagine sono sempre facili, scorrevoli, suadenti. E tra un paragrafo e l’altro viene spontaneo guardare lontano e…mettersi in marcia.

Al termine della lettura mi sorprendo a tentare un esercizio. Che cosa mi viene in mente, subito, se penso al treno? La “stazione internazionale” di Primolano, strutturalmente intatta, al vecchio confine tra Italia e Austria, lungo la Valsugana; un amico che sa tutto sulle ferrovie tedesche e programma le sue ferie sui loro binari e orari; nel grandissimo film di David Lean, l’immagine di Jurij Živago sul treno verso gli Urali, mentre guarda di notte fuori da una fessura del carro merci in cui è stipato assieme alla famiglia; Luigi (Alois) Negrelli, ingegnere ferroviario, e primo originario progettista del canale di Suez, il cui busto si trova al binario 1 della stazione di Trento; Il treno russo di Anna Maria Ortese, ma anche il Poema ferroviario di Erofeev; alzarsi e uscire per prendere il treno alle 5.43 del mattino, due o tre volte al mese, in quello che alla fine è il momento migliore della giornata; la vecchia casetta del casellante sulla linea Venezia – Bassano del Grappa, tra Resana e Castelfranco Veneto, che per anni ho visto abitata da una piccola famiglia africana; un lunghissimo viaggio da Birmingham ad Aberystwyth, in Galles, a bordo di una carrozza della Virgin Trains; l’entrata nello scompartimento di una numerosa, affamata e rumorosa famiglia turca, a Losanna, nel viaggio notturno coi miei genitori sull’Orient Express verso Parigi, avevo sei anni; i miti intramontabili della Transiberiana e della Transmongolica; l’angolo dei libri usati messi in vendita nel Bar Buffet della Stazione di Feltre; il benemerito treno guasto che costringe Zbigniew Herbert a una improvvisa e provvidenziale fermata serale nella “ nebbia, da cui scriverà Rovigo Libro semplice, lineare e suggestivo, questo di Montieri. Eppure indirettamente ipnotico e per ciò solo efficace.

Recensioni (di L. Mazzoni; di S. Miglio; di P. Perlini)

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