Con l’8 settembre ‘43, in Italia, tutto finisce e, al contempo, tutto comincia. Il fascismo è caduto a luglio e la nuova fase è l’anticamera per un vuoto vero e proprio. La fuga del Re, la “svestizione” di larga parte dell’esercito e l’occupazione del suolo nazionale da parte delle grandi potenze in conflitto abbattono il vecchio Leviatano e lasciano spazio a una situazione di diffusa anomia. In questo contesto, per chi si fa partigiano, prendere le armi e far parte di una banda significa assumere il rischio della morte per affermare uno spazio di autonomia, partecipazione e libertà, in nome di una sovranità da ricostruire dal basso, su basi completamente diverse. Dietro questa ricerca di sovranità si prefigura il modello di un nuovo cittadino. Per una buona parte della guerra di Liberazione, infatti, la “Costituzione dei fucili” non si riduce ad una serie di piccoli eserciti di partito, ma dà vita a un originalissimo dinamismo istituzionale; un’esperienza che cerca di distinguersi e di legittimarsi anche mediante un’ossessiva e rigorosa ricerca della giustizia. Da questo punto vista, si tratta di un elemento da inserire senz’altro nella catena di fattori costituenti che porteranno alla fondazione dell’ordinamento repubblicano. Eppure, secondo l’Autore, si tratta anche di un’energia che tende gradualmente a spegnersi: in parte per la tendenza dei partiti antifascisti a coordinarne e assorbirne la forza; in parte per la parallela resurrezione della vecchia struttura dello Stato; in altra parte per la tensione normalizzatrice che anche nell’Assemblea Costituente privilegia il ruolo principale delle formazioni politiche. Oltre a ciò, a non cogliere la valenza ispiratrice della lotta partigiana sono anche i giuristi. Salva qualche rara eccezione (non solo Piero Calamandrei, ma anche il “primo” Vezio Crisafulli e il Giovanni Miele di Umanesimo giuridico), o tendono a interpretare quella lotta come espressione di un momento di “caduta” o si propongono espressamente di ricostituire una continuità “di apparato” e agevolare una ricostruzione ufficiale.

Storia partigiana della Costituzione è il sottotitolo di questo saggio intenso e originale. La specificazione, però, consente di anticipare soltanto in parte l’importanza dei contenuti del libro e del metodo di ricerca e di riflessione da cui è stato ispirato. Non si tratta di una storia della Resistenza, né del tentativo di riannodare i fili della guerra di Liberazione con le riflessioni e i “risultati” della Costituente. Anzi, per Filippetta quei fili risultano per larghi tratti interrati o addirittura interrotti. Il valore aggiunto del testo risiede, in primo luogo, nell’utilizzo della teoria dell’ordinamento giuridico per spiegare la rilevanza istituzionale delle scelte partigiane, individuali come collettive; in secondo luogo, nel recupero della memorialistica e delle fonti letterarie, unitamente ad una puntuale documentazione d’archivio; in terzo luogo, nella dimostrazione concreta che il dialogo interdisciplinare tra ricerca storica e scienza giuridica è particolarmente fruttuoso. In relazione a quest’ultimo profilo, il libro può considerarsi come una mappa capace di riunire in un legame sinergico i vari approfondimenti che negli ultimi anni sono stati compiuti sul rapporto tra Resistenza e diritto pubblico: di fatto, fa emergere gli snodi salienti di una tipica transizione, di una situazione che corrisponde anche ad una categoria di raccordo, conosciuta dalla storiografia, dalle scienze sociali e dagli studi giuridici. Da questa visuale l’Autore riesce sia a delineare la fenomenologia plurale – e pluri-potente, oltre che extravagante – del (di ogni) potere costituente, sia a spiegare il carattere ambiguo e mutante della (di ogni) dottrina giuridica della crisi, oscillante per definizione tra prospettive apocalittiche e sperimentazioni autoriflessive e pionieristiche. C’è poi un altro dettaglio: l’allusione conclusiva ad una forma di postura giuridica ideale della Resistenza, ad una “Resistenza giuridica perfetta”, che quasi traduce nella rievocazione dell’esperienza giuridica della transizione la lettura “normativa” avanzata da una efficace e conosciuta interpretazione storica. Così facendo, Filippetta prova che c’è sempre una scelta, anche per il giurista.

Recensioni (di A. De Benedictis; di S. Calamandrei)

Resistenza e Costituzione per Giovanni Filippetta

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Da creatore di miti a mito egli stesso: Roald Dahl (da quadernidaltritempi.eu)

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Sherlock Holmes: ombre cattoliche fuor di metafisica (da avvenire.it)

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Sereno è / dare un calcio ai grattacapi e poi (Giampiero Anelli)

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Il popolo degli alberi di Hanya Yanagihara è un libro strepitoso (da rivistastudio.com)

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Bufalino e la poesia (da ilrifugiodellircocervo.com)

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Dalla Calabria la new wave della narrativa (da pangea.news)

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Il maggiore Richard è un reduce, ha combattuto in due grandi conflitti. Ora è sposato con Teresa e cerca un lavoro. Chiede aiuto a un ex commilitone, Twinnings, che pare avere le mani in pasta e sapere a chi rivolgersi. Richard, infatti, non riesce ad adattarsi al “nuovo” mondo che le guerre hanno dischiuso. È ancora radicato in quello “di ieri” e prova una sincera nostalgia per la scuola militare, il cameratismo, la cultura del cavallo e dell’onore. Ma sa che quel tempo è definitivamente tramontato e, soprattutto, che ha bisogno di dare certezze alla moglie, che tanto confida nel suo valore. Accetta, pertanto, la proposta di Twinnings, che gli procura un colloquio per un impiego, non ben definito, alle dipendenze del grande Zapparoni, il ricco e misterioso imprenditore che in quel momento ha più successo. Il magnate, in particolare, suscita l’ammirazione continua dei ragazzi e degli adulti, per i robot sofisticatissimi che costruisce e per le sue mirabolanti produzioni cinematografiche. Richard avverte già che lo aspetta qualcosa di ambiguo e pericoloso, anche perché Caretti, l’uomo che dovrebbe sostituire nella factory di Zapparoni, è misteriosamente scomparso; e perché i dipendenti ultraspecializzati di quell’azienda, pur pagatissimi, paiono legati al loro principale da un vincolo sostanzialmente inscindibile. Nonostante ciò Richard si presenta alla casa del famoso tycoon, dove viene letteralmente preso in contropiede. Da un lato si ritrova in una villa i cui ambienti e panorami lo riportano al passato che tanto rimpiange e lo avvolgono in una sensazione quasi piacevole. Dall’altro si scopre a fronteggiare direttamente l’imperscrutabilità di Zapparoni, che, dopo averlo messo alla prova sul terreno inatteso della tattica bellica, lo lascia in balìa delle curiose ed efficientissime api che sorvolano la tenuta. Mentre si rilassa e ripiomba così, ancora una volta, nella rievocazione del tempo che fu, Richard fa una improvvisa scoperta, che lo sconvolge e gli fa temere per la propria vita. Prova a reagire, istintivamente; ma alla fine accetta di essere assunto alle dipendenze del nuovo mago tecnologico e di godere da subito della promessa di conforto che questa scelta comporta.

Ritmato da una scrittura rapsodica e a tratti ammaliante – che cospira in modo efficace alla riproduzione dello stato mentale del suo protagonista – Le api di vetro è un tipico libro di Jünger. La spina dorsale è tutta autobiografica, intima e retrospettiva. È la speculazione, non priva di malinconia, di un uomo che rimpiange una dimensione cosmica che non può mai aver veramente raggiunto, neppure nella sua pur ricca esperienza di vita vissuta, e che tuttavia anela a conseguire e quindi a indicare a chi lo vuole ascoltare. La polpa del racconto, però, ciò che incarna la spina dorsale, si risolve in un’allegoria sull’impossibilità definitiva dell’agognato traguardo. Non solo per Jünger: è l’umanità nel suo complesso a dover soccombere, specie di fronte alla forza demiurgica della società tecnologica e dei suoi profeti. Il mondo, infatti, ha fatto un salto mortale, abbracciando un gioco le cui potenze non si lasciano comprendere fino in fondo e sono, tuttavia, capaci di attirare ciascun individuo in un meccanismo di irresistibile sinergia. Ecco dunque il punto: “la perfezione umana e il perfezionamento tecnico non sono conciliabili”; l’una via esclude l’altra, ma – come dimostra la parabola del maggiore Richard – la prima è inattingibile e la seconda, perniciosa, è fortissima e suadente, e consente il godimento di istanti di illusione e di felicità. Istanti che Jünger, ovviamente, cerca in altro modo: nella sua ossessione per l’osservazione (che spiega i suoi particolarissimi hobbies, coltivati per tutta la vita: l’entomologia e la geologia); e nella pratica effettiva, quotidiana, del suo auto-escludersi, del suo essere (per sua stessa definizione) un “anarca”. Non stupisce che questo autentico Zarathustra abbia avuto col nazismo più di qualche compromesso, né che tra i suoi interlocutori intellettuali vi siano stati sia Carl Schmitt, sia Martin Heidegger. Specie il dialogo con il grande filosofo dimostra il carattere plumbeo e ustionante del terreno in cui ci si muove; un soggetto che tuttavia ha saputo stimolare anche felici e ironiche ricostruzioni, come in Fernando Acitelli: con Oltre la linea. Jünger e Heidegger a Wembley, facendo il verso ad un noto argomento di confronto tra i due Autori, è stato in grado di spiegarli, e umanizzarli davanti ad una partita di calcio. Con momenti veri, questi si, di afferrabile serenità.

Recensione (di I.A. Chiusano)

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Intervista alla Libreria Dante & Descartes editore (da lindiceonline.com)

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I‘d like to share some air with you (RHCP)

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