If you want to stay just like you are / You know I think you really should (J.M. Peterik)

Condividi:
 

“Dare un indirizzo al mondo non è un atto neutrale”: così si conclude questo saggio, il cui scopo è argomentare quanto e perché tracciare e nominare vie e spazi pubblici sia un’operazione significativa. L’impianto non è teorico. Il libro è una rassegna molto articolata di esperienze, di case studies che vengono raccontati uno dopo l’altro con sguardo curioso e piglio narrativo. Passo dopo passo scopriamo, ad esempio, che ci sono progetti che cercano di assegnare indirizzi a tutti coloro che vivono nelle baraccopoli di Calcutta, per consentirne l’accesso alle misure sociali stabilite dalla legislazione indiana. Apprendiamo anche che la mappa di una città si può rivelare determinante per individuare la fonte di un’epidemia e rimuoverla (come nella Londra dell’Ottocento), o accertarne i responsabili (come ad Haiti). E constatiamo che alle spalle di un preciso disegno di strade e di viali vi sono progetti di riforma o di costituzione ex novo di intere e nuove comunità (come a Philadelphia). Gli indirizzi, poi, sono fattori che in molti contesti, influenzando il valore degli immobili (come a New York), possono essere anch’essi commerciabili. In altri casi, invece, sono comunque percepiti come negativi: perché aiutano le istituzioni a rintracciare, tassare, sanzionare i singoli individui; o perché si sovrappongono a modalità di localizzazione radicate ed espressive di tradizioni culturali profonde (come in Giappone o in Corea); o perché portano con sé l’affermazione di identità storicamente complesse, oggi valutate come discriminatorie o rappresentative di valori negativi o di una passata testimonianza di sopraffazione e dolore. Una buona parte del volume è dedicata proprio a quest’ultimo problema, di ricorrente attualità, perché simbolico di istanze di giustizia che ancora faticano a trovare un vero, metabolizzato accoglimento. Mask, soprattutto, si sofferma sul rapporto tra toponomastica e tensioni razziali, negli Stati Uniti o in Sudafrica, e in questa seconda ipotesi il capitolo è davvero tutto da leggere, con grande attenzione, perché evidenzia il nesso molto stretto tra storia, politica e diritto. L’Autrice, infine, dimostra anche che il potere pubblico non è più il vero monopolista degli indirizzi. Esistono start up e colossi della rete che sono ormai in grado di rintracciare con estrema precisione ogni luogo del pianeta e di condizionare, per lo più anche positivamente, l’effettività concreta di moltissimi servizi e di altrettante attività di interesse generale. L’indagine è ricca e stimola interrogativi e riflessioni di varia natura. La mancanza di una rielaborazione complessiva, forse, è il punto debole del libro, ma occorre ammettere che questa assenza è coerente con la mappa plurale che il libro illustra. Si ha l’impressione che il territorio, visto dall’alto della prospettiva globale, si stia evolvendo in una sorta di inestricabile e rigogliosa selva; e che ciò accada, paradossalmente, proprio per mezzo della moltiplicazione degli strumenti che possono mettere un qualche ordine e della diffusione della consapevolezza sociale sul loro intrinseco valore strutturante. Che sia questa la più plastica e convincente dimostrazione dell’ansia ordinante che ci caratterizza e dell’eterogenesi dei fini cui essa è sempre destinata?

Recensioni (di G. Marrone; di S. Marsico; di M. Sacchi; di PD Smith; di S. Vowell)

Un’intervista all’Autrice

Condividi:
 

Bisanzio-Costantinopoli-Istanbul (da nazioneindiana.com)

Condividi:
 

Bobby Fischer contro gli scacchi (da ultimouomo.com)

Condividi:
 

Il medesimo mondo di Sabrina Ragucci (da minimaetmoralia.it)

Condividi:
 

Il tempo di Pomilio (da succedeoggi.it)

Condividi:
 

Ripescaggi: 10 libri italiani da leggere nel 2021 (da labalenabianca.com)

Condividi:
 

Il romanzo segue, a capitoli quasi alternati, le vicende di Giulio Drigo e Marco Sberga, due giovani artisti trevigiani dietro i quali si nascondono personaggi reali (da un lato, Comisso stesso, suo cugino Nino Springolo e lo scultore Arturo Martini, come fusi in un unico individuo; dall’altro, il pittore Gino Rossi). Prima dello scoppio della Grande Guerra, i due, pur essendo alfieri di approcci differenti, ambiscono ad essere protagonisti di un’arte completamente rinnovata, in polemica con le esposizioni biennali di Venezia. Entrambi si innamorano e si sposano con grande entusiasmo, ma il conflitto interrompe il loro confronto ideale, li separa dalle consorti e li porta al fronte: l’uno diventa ufficiale, viene ferito, ma si salva; l’altro combatte da semplice fante ed è fatto prigioniero. Drigo avvia apparentemente una nuova vita con la giovane moglie, con cui si trasferisce in campagna, speranzoso di tornare a dipingere, e di farlo con una piena e autentica adesione alla verità della traboccante natura che lo circonda. Presto, però, è costretto a tornare in città e ad adattarsi a conciliare la sua arte con le più semplici istanze della vita quotidiana. Viceversa, Sberga, già consumato dalle privazioni, apprende che la moglie lo ha abbandonato ed è costretto a vivere con la madre, in una condizione umiliante, nella quale, pur continuando a immaginare nuovi itinerari artistici, finisce per alienarsi del tutto. Verrà ricoverato in un locale manicomio, dove Drigo, sorpreso, lo incontrerà per l’ultima volta.

Concepito e scritto nel 1934, I due compagni non è stato incluso nel Meridiano che quasi vent’anni fa Mondadori ha confezionato con la curatela di Rolando Damiani e Nico Naldini. Si è trattato di una bocciatura? Quella, per espressa determinazione dei curatori, è stata una ponderata scelta programmatica: voleva offrire un itinerario che potesse dare l’idea del canone comissiano; e per rappresentare un canone (qualsiasi esso sia) occorre sempre selezionare, per definizione. È anche vero che I due compagni è sicuramente classificabile come un lavoro minore. Ma leggerlo, specie dopo le opere più note e acclamate, consente di valorizzarne una particolare caratteristica, a suo modo pre-canonica: rappresenta, infatti, l’anticamera del Comisso più maturo. Naturalmente ci sono molti altri motivi per evidenziare l’importanza del romanzo. Il primo: diversamente da Giorni di guerra, ed in modo pertanto inedito per Comisso, ne I due compagni il conflitto appare nel suo lato più drammatico, spaesante e doloroso; ragione che spiega i tagli, selettivi, ma significativi, voluti dalla censura fascista, dei quali Isabella Panfido dà puntuale testimonianza nella preziosa postfazione. Poi c’è un altro fattore di interesse: la rievocazione di due figure rilevanti (Gino Rossi e Arturo Martini) e la messa in scena di un confronto tra due opposte concezioni dell’arte e del rapporto tra arte e realtà. Tuttavia un’impressione si fa irresistibile: che ne I due compagni Comisso – che istintivamente parteggia per Sberga, ma teme di abbandonarsi alla necessità di essere anche Drigo – sceglie di descrivere un conflitto tutto interno alla sua formazione, e di affrontare il disincanto e la solitudine immergendosi nell’unica empatia che non lo ha mai tradito, quella dell’esplosivo e vibrante paesaggio pedemontano, il vero e onnipresente protagonista del libro. È in questa prospettiva che I due compagni costituisce il piccolo abbozzo, quasi in forma di sceneggiatura, di un percorso estetico che ne La mia casa di campagna sarà destinato a farsi anche scelta di vita.

Commiato a Gino Rossi (di Giovanni Comisso)

Nella casa di Arturo Martini (di Giovanni Comisso)

Condividi:
 

Tra i libri letti negli ultimi tempi, questo è il migliore. Ed è la conferma che su Gary si può sempre puntare. Diplomatico, militare ed eroe, scrittore, sceneggiatore e regista: è una figura poliedrica e inclassificabile, sempre ostinatamente protesa verso esperienze larger than life. Eppure, anche nelle sue opinioni più abrasive e anticonformiste (o forse proprio per questo), Gary – il figlio di immigrati lituani, il poliglotta, il prodotto dell’intreccio di una serie di etnie e tradizioni – è un mirabile prototipo dell’uomo del Novecento. Come in altre sue opere, anche in Cane bianco autobiografia, saggio e fiction si intrecciano. La storia, che è ambientata nel 1968 (il romanzo è stato scritto nel 1969 e pubblicato l’anno successivo), comincia a Hollywood, sullo sfondo dei moti e dei vasti disordini metropolitani che attraversano gli Stati Uniti dopo la morte di Martin Luther King. Gary si trova nella casa in cui abita assieme alla moglie, l’attrice Jean Seberg, che tanto si prodiga per la causa antirazzista e per il sostegno all’azione di molte e diverse fazioni del movimento black. Caso vuole che un giorno il cane di Gary si presenti davanti alla porta di ingresso seguito da un altro cane, un pastore tedesco tutto bianco. È un cane particolare, che si affeziona subito alla sua nuova dimora e a chi ci vive. Ma ha un problema. Quando si avvicina una persona di colore, sembra perdere la testa, ringhia furiosamente e diventa molto aggressivo. Lo shock di Gary è grande, tanto che decide di rivolgersi a un amico, titolare di un rinomato zoo californiano. Lì apprende che Batka – questo il nome russo che ha dato alla bestia: “piccolo padre” – è un white dog, un cane addestrato a cacciare uomini di colore, come accadeva un tempo negli Stati del Sud: un cane che tutti danno per irrecuperabile. Ma un certo Keys, che lavora allo zoo ed è nero, si offre sorprendentemente di rieducarlo. Nel frattempo Gary, turbato dalla situazione surreale di essersi imbattuto in un cane razzista, osserva critico e disincantato tutto ciò che accade attorno a lui e stigmatizza il perbenismo e l’attivismo antirazzista del bel mondo dello spettacolo. Soprattutto, abbatte uno per uno gli stereotipi e i pregiudizi che si nascondono nelle vene dell’America bianca, ed anche le proiezioni illusorie che animano i progetti degli attivisti di colore. La sua è un’intelligenza corrosiva, volutamente provocatoria, che non si allinea a ciò che oggi chiameremmo politicamente corretto e che, tuttavia, non scade neanche in ciò che si potrebbe considerare semplicemente scorretto (il libro è disseminato di intuizioni folgoranti e giudizi illuminanti, oltre che adeguati alla più scottante attualità). È un patriota gollista, reduce della guerra contro il nazismo e il fascismo, ed è convinto che la democrazia debba dischiudere un orizzonte in cui tutti possano diventare più nobili: non sopporta che un paese – gli Stati Uniti, ma anche la Francia, che in quel momento ribolle per le rivolte studentesche – si arrenda al dominio della retorica e alla paradossale ripetizione delle dinamiche ricorsive della diseguaglianza. Per questa ragione, attacca i meccanismi imitativi e intrinsecamente conflittuali della società americana, raffigurata come modello di una perfetta e inguaribile “società della provocazione”, in cui l’esaltazione delle differenze, specie da parte di chi ha successo, pone costanti presupposti per la diffusione di sentimenti rivali. Ma in questo romanzo c’è anche dell’altro: la crisi di una relazione sentimentale; la storia di due fratelli tanto diversi e al contempo tanto vicini; la lite (con tanto di calci bene assestati) con un divo del cinema; un incontro con Bob Kennedy… Ovviamente c’è anche l’epilogo della storia del cane. Che l’odio possa rivelarsi un male davvero inguaribile, è un insegnamento che anche Gary è costretto a verificare proprio nel terribile e scioccante nuovo corso – tutto da scoprire… – cui il white dog è stato ammaestrato.

Una recensione (di G. Alù)

White dog, il film del 1982

A Nizza con Gary

Sulla sua “autobiografia”

Gary “padre di tutte le Ferrante”

I suoi due libri più belli: Educazione europea e La promessa dell’alba

Condividi:
 

La magnifica Tania e la feroce agonia della galera (da ilfoglio.ti)

Condividi:
© 2026 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha