
L’Autore di East West Street torna alla ribalta. Lo fa con la storia dei chagossiani. Ne ha preso le parti in qualità di avvocato, difendendo le Mauritius contro la Gran Bretagna dinanzi alla Corte internazionale di giustizia. Sul punto, nel 2019, la Corte ha pronunciato un parere, poi avallato anche dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un nutshell di questa vicenda (lunga, travagliata e, di fatto, ancora aperta) si può leggere qui (dove si trovano anche riferimenti per altre belle letture). Ma chi sono i chagossiani? Sono gli ex abitanti delle Isole Chagos, nell’Oceano Indiano, i discendenti di schiavi provenienti dall’Africa. Ex abitanti perché deportati negli anni Sessanta alle isole Mauritius. La regista di quell’operazione è stata la Gran Bretagna. In quel modo, se da un lato rinunciava a parte di quelle sue colonie in favore del riconoscimento dell’indipendenza del nuovo stato mauriziano, dall’altro manteneva la propria sovranità proprio sulle Chagos, per concederne quindi l’uso parziale agli Stati Uniti, che sull’isola di Diego Garcia hanno realizzato una base militare. Ciò facendo, però, lo stato britannico ha violato il diritto internazionale. Ha simulato, infatti, che le Chagos fossero disabitate e ha, quindi, smembrato la sua ex colonia, calpestando i diritti dei chagossiani, che così non hanno potuto godere delle conseguenze, in termini di autodeterminazione, del processo di decolonizzazione. Riassunta così, questa storia sembra semplice, come può apparire di facile affermazione la sua conclusione. Le cose non stanno esattamente in questi termini e Sands – prendendo spunto dalla traiettoria personale di Liseby Elysé, Olivier Bancoult e altri chagossiani – ripercorre tutti i complessi passaggi politici, diplomatici e giurisprudenziali, che hanno consentito di portare la questione all’attenzione della Corte dell’Aja.
Il racconto è molto interessante, perché vi si descrive un’ipotesi esemplare di come sul piano internazionale importanti principi giuridici vengano affermati, interpretati e fatti valere. Nel caso di specie si passa dalle risoluzioni apparentemente più astratte (la 1514 del 1951, dell’Assemblea generale dell’Onu) alle prime e discusse non applicazioni (come nella sentenza del 1966 concernente le cause intentate dalla Liberia e dall’Etiopia contro il Sudafrica); dai successivi segnali di riconoscimento operativo (il parere della Corte internazionale sulla Namibia, nel 1971; o la controversia tra il Nicaragua e gli Stati Uniti, decisa nel 1984) alle diverse azioni intraprese con successo dalle Mauritius contro la Gran Bretagna (l’arbitrato del 2015 sull’illegittima creazione della riserva marina delle Chagos; e, per l’appunto, le procedure che hanno portato al parere, già ricordato, del 2019). In più di un passaggio Sands insiste sul carattere frequentemente incrementale della formazione del diritto internazionale e degli strumenti che ne garantiscono l’effettività, con rilievi che, almeno in parte, possono valere anche per altre branche del diritto. È sintomatico, ad esempio, questo estratto: “ho imparato che nel diritto, come nella vita, nulla è mai come sembra in superficie: le conseguenze reali di una sentenza, tra cui includo l’effetto domino di un’opinione dissenziente, richiedono tempo per manifestarsi”. Non meno significativi, poi, sono i luoghi in cui l’Aurore si sofferma sulla grande importanza che nelle controversie internazionali hanno la cultura, la provenienza e le esperienze pregresse dei giuristi e dei giudici coinvolti nello scioglimento delle singole questioni, ovvero l’intreccio complicato tra gli interessi strategici degli stati e, più precisamente, delle grandi potenze. Sono inviti a non trattare casi come quello dei chagossiani in modo naïf o, peggio, meramente retorico, perché le vie della giustizia sono sempre molto faticose e richiedono un’expertise adeguata e molta tenacia. Ma i pensieri di Sands, più di tutto, restituiscono il senso dell’oppressione colonialista e i suoi irresistibili e perduranti lasciti intellettuali, istituzionali e umani.
Recensioni (di V. Calzolaio; di K. Biondi; di A. Mittone)

Luce è un’intraprendente architetta che vive e lavora a Parigi, dove ha conosciuto Gerard, collega e compagno. La morte della nonna – con cui ha vissuto da bambina, assieme alla sorella – la riporta in Italia, dove apprende di essere destinataria di una missione, che proprio la nonna sembra averle lasciato: mettere un fiore sulla tomba del bisnonno Antonio, caduto durante la prima guerra mondiale attorno a Cima Bocche. Il fatto è che la tomba è ignota. Luce cerca anche negli archivi militari, ma scopre che il fascicolo personale del bisnonno è vuoto. Ha tuttavia l’intuizione di consultare il fascicolo dell’ufficiale che aveva scritto alla nonna, per comunicarle la morte del marito. È così che, sulle orme di quell’ufficiale, il tenente Giardina, Luce conosce Marco, il nipote del tenente, con cui si lancia in una ricerca comune, che per entrambi comporta un viaggio nel passato personale e delle rispettive famiglie. E in alcune delle esperienze più drammatiche e ingiuste della storia dell’esercito italiano. Il racconto di Giovanni Grasso alterna le pagine sul rapporto, via via più intenso, tra Luce e Marco alle pagine del diario segreto del tenente Giardina, che il più classico degli espedienti letterari vuole ritrovate sul fondo di un vecchio baule. I fuochi del romanzo sono due: quello che denuncia nuovamente la crudeltà e l’ignominia delle fucilazioni sommarie, con un percorso analogo a quello compiuto qualche anno fa da Paolo Malaguti in Prima dell’alba (dove si rievoca un episodio che è citato anche in questo libro); e quello che, in un gioco dialettico tra cancellazione della verità e tutela morale, spiega quanto, e come, sia possibile fare giustizia anche con la memoria. Non sono temi nuovi, ma la scrittura è agilissima e l’Autore sa bene come prendere per mano i lettori, con un approccio che è delicato ed empatico allo stesso tempo. Rispetto ai “precedenti” più recenti sulla Grande Guerra, il valore aggiunto di questo libro si nasconde nelle pieghe di un tono pacato e nell’intuizione che ha saputo guardare all’immenso patrimonio delle tante, piccole/grandi storie di cui le famiglie italiane sono ricchissime.

Dopo aver letto La ricreazione è finita riesce spontaneo rileggere Mistero al cubo. Se il primo ha finalmente riaperto un po’ di dibattito sui campus novel, non c’è dubbio che il secondo rappresenta una delle tante, possibili e riuscite sperimentazioni del genere. Che va visto in tutte le sue potenzialità, dai classici di David Lodge al pionieristico Quando studiavamo in America di Beppi Chiuppani. Fino al lascito alluvionale (e in verità inclassificabile) de La tredicesima cattedra di Franco Cordero. Mistero al cubo è un tassello importante di questa esperienza. È del 2019, è un giallo e – salvo un interessante punto di contatto sugli anni di piombo – è completamente diverso dal romanzo di Dario Ferrari. Non solo perché il suo Autore – che si cela dietro uno pseudonimo – è un collettivo di tre scrittori; o perché si tratta di una storia costituita direttamente dalla successione delle singole voci dei suoi personaggi. Mistero al cubo è diverso perché l’università e il suo essere forte immagine della società di riferimento sono più nettamente al centro della narrazione. Tutto ruota attorno al decesso del Prof. De Vitis, un ordinario di diritto penale comparato dell’Università della Calabria, trovato morto, integralmente nudo, nel suo ufficio all’interno di uno dei “cubi” del campus di Arcavacata. La scoperta la fa Edoardo Sansinato, il collaboratore più giovane, prototipo del tipico precario accademico e prima voce a farsi sentire nel racconto. Poi, a seguire, parlano anche gli altri: Umberto Gironda, il commissario incaricato delle indagini, colpito da qualche turbamento personale e familiare; Giusy Varrà, la laureata spigliata e disinibita, e un po’ senza scrupoli, che ambisce al dottorato e ha più di una doppia vita; Gianfranco Ferretti, il tesista anarchico e fuori corso, sospetto perfetto per la mentalità più stereotipata; Giulio Badiani, l’allievo anziano, tanto formato e rispettato, quanto frustrato dalla lunga attesa dell’ordinariato; Angela Musso, il p.m. che segue la vicenda, anch’essa (per così dire) un po’ turbata è un po’ alla ricerca; lo stesso Lorenzo De Vitis, il docente deceduto, che passo dopo passo rivela qualcosa di sé; e infine Nadia Gironda, figlia del commissario e amica di Giusy.
La storia – che si dipana a cavallo delle festività natalizie del 2018 – non può essere integralmente svelata, si rischia lo spoiler. Ma è sufficiente dire che nell’avvicendarsi delle versioni dei singoli si avvertono distintamente molteplici ingredienti: la specifica caratterizzazione, assai realistica, di alcune figure accademiche; il legame, ben tracciato, tra una certa idea (tramontata) di università e il sogno di riscatto (anch’esso frustrato) di un intero territorio (come testimoniato dall’esplicita ispirazione al magnetico libro di Renato Nisticò: lettura obbligata e opera di un vero poeta); un sentimento – reso altrettanto efficacemente – di diffuso, trasversale e intergenerazionale, sfarinamento, nelle convinzioni individuali come nei legami intersoggettivi e nei ruoli istituzionali; l’espediente, riuscito, di collocare la soluzione del caso in una sorta di beffa ultimativa del sistema, a suggello ironico, ma amaro, di un’orizzonte ormai definitivamente ripiegato su se stesso e dunque improduttivo. Mistero al cubo si lascia apprezzare anche per un altro profilo. È l’ennesima prova di una grande tradizione letteraria, quella calabrese, che in anni recenti, da Carmine Abate a Domenico Dara, da Ettore Castagna a Gioacchino Criaco e (al meno conosciuto, ma talentuoso) Salvatore Conaci (per citarne soltanto alcuni…) sta conferendo al patrimonio nazionale ottime prove di scrittura e vitalità, emotiva e socio-culturale. In proposito devo ringraziare i colleghi e amici nativi, che da tempo mi sollecitano a scoprire l’energia di un intero giacimento territoriale. Quando posso, dunque, do piena fiducia cartacea a questo invito. Prima o poi, però, dovrò seguire le orme di Giuseppe Berto, che da veneto ha saputo trovare nella natura della Calabria un inaspettato e prolifico centro di gravità. Giuridicamente, del resto, lo è già, e finalmente, dopo qualche anno di pausa, la felice consuetudine del convegno di Copanello torna a farsi viva.