“Da sempre gli uomini detestano la condizione umana. Si adattano male a quello che sono, si preferirebbero dèi, statue, magari alberi. Poiché odiano il vuoto vertiginoso da cui sono costituiti, si spacciano per più solidi, più densi, meno effimeri, si inventano delle radici. Oggi come ieri si definiscono attraverso un luogo di nascita, una famiglia, un clan, una nazione, una religione. Si incollano, si fondono, si legano a ciò che non è loro e che rimane, si attribuiscono consistenza, cercano di colarsi nel bronzo. Siccome rifiutano di accettare un’identità problematica, la sostituiscono con identità che vorrebbero senza problemi. Dimenticando di essere un uomo, ognuno si concepisce americano, cinese, francese, basco, cattolico, musulmano, omosessuale, ricco, povero… Come se l’uomo fosse ricoperto per intero da una maschera, come se un abito dissimulasse la condizione umana… Beethoven però non si fa abbindolare”.

Con questo estratto (p. 47), l’Autore “autopresenta” nel modo migliore e più incisivo il suo gradevolissimo lavoro.

Eric-Emmanuel Schmitt, del resto, ci ha già abituati a coniugare profondità e schiettezza. La parte dell’altro (il terribile romanzo sull’inevitabilità dell’“uomo” Hitler) e Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (che, forse anche per la sua dolce immediatezza, ha trovato una nota e fortunata trasposizione cinematografica) sono letture pressoché obbligate.

Da segnalare, invece, è la decisione di dedicarsi anche alla musica, con un vero e proprio ciclo, “Il rumore che pensa”, che ha già preso avvio con un’altra e precedente riflessione su Mozart (La mia storia con Mozart), e che, quanto agli annunci dello stesso Schmitt, promette di toccare Bach, Schubert e, speriamo, altri grandi maestri della Classica.

Le ragioni di Beethoven sono presto dette; sono “esplicitate” tout court nella citazione sopra ripresa.

Quanto bisogno ci sia, anche oggi, del corredo di valori (umanismo, eroismo, ottimismo) che l’universo del celeberrimo compositore sa evocare, in modo così unico e forte, è constatazione troppo banale. Da questo punto di vista, non si può che concordare con la frase da cui è formato il titolo stesso del libro e che si deve ad una magistrale ed iconica figura di insegnante di piano (dal nome altrettanto indimenticabile, Vo Than Loc), che lo scrittore dice di ricavare dai ricordi della sua adolescenza. Ascoltare Beethoven, in sostanza, aiuta ad avere fiducia, ed anche il breve racconto che segue alla riflessione più propriamente saggistica (Kiki van Beethoven) è la “messa in scena” di piccoli, ma al contempo grandi, episodi di redenzione individuale e collettiva.

Le ragioni di un’opera à la Schmitt, invece, non sono così scontate.

Essa non piacerà ai puristi del genere; e non entusiasmerà neppure il lettore mediamente colto. Nonostante ciò, questo approccio, che si arricchisce anche di semplicissimi inviti all’ascolto, facilitato dal cd allegato (nb: se ne consiglia l’utilizzo durante le prime colazioni di ogni giorno…), è il miglior viatico per riappropriarsi di significati che solo la musica può comunicare e che ci sono veramente essenziali.

Si può anche dire di più: non solo la Classica merita ambasciatori degni del suo Nome; tutta la Musica lo merita; perché ogni Nota, in fondo, ci accorda una volta di più e ci aiuta a metterci, o a ri-metterci, sul binario giusto.

 

Il primo brano scelto da Schmitt: Ouverture del Coriolano in do minore, Op. 62

Esecuzione dei Wiener Philharmoniker, diretti da Christian Thielemann

Esecuzione dell’Orchestra Mitteleuropea “Lorenzo Da Ponte”, diretta da Roberto Zarpellon

Un approfondimento speciale, dalla BBC

The Beethoven Experience

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Quali sono gli indicatori che ci consentono di misurare il modo con cui un paese accoglie gli stranieri e il relativo livello di integrazione? Studi sociologici, economici e giuridici si interrogano costantemente sul punto, e questo senza che si possa davvero registrare l’esistenza di posizioni condivise. Una detective story, però, può aiutarci. In che senso?

Carta straccia non è un masterpiece… È una storia scalcinata, con una trama interessante ma a tratti sconnessa. Un investigatore tedesco di Francoforte, un po’ “cialtrone” e disordinato, è ingaggiato dall’ordinario Sig. Weidenbusch: deve ritrovare Sri Dao, la giovane tailandese di cui quell’ometto spaventato si è innamorato; questa, con permesso di soggiorno scaduto e alla ricerca di un modo per poter restare in Germania, è scomparsa, rapita da coloro cui si era rivolta per ottenere documenti falsi. Chi sarà mai stato l’autore del rapimento? C’entra, forse, il suo precedente datore di lavoro, il direttore di un night? Comincia così l’avventura di questo tipico etno-thriller, un po’ hardboiled, e si snoda velocemente tra colpi di scena, macchiette, battute e situazioni sia comiche, sia violente. Anche il finale è interessante e, nonostante una traduzione forse non impeccabile, non lesina qualche sorpresa e dice molto su quale e quanta possa essere l’amicizia, e su quanto e quale possa essere l’amore. Ma tutto ciò non è il valore aggiunto del libro. Almeno nel senso di cui sopra.

Il vero motivo per cui questo giallo atipico è di fondamentale importanza è che il detective, certo, è tedesco, ma di origine turca. Si chiama Kemal Kayankaya, conosce a menadito i bassifondi della sua città e si permette di sbeffeggiare la xenofobia ridicola dei suoi insospettabili vicini di casa, l’arroganza della “crema” dei criminali autoctoni, oltre che la protervia delle figure apparentemente più austere della polizia locale, svelandone le ipocrisie, le presunzioni e la povertà morale.

Ecco, il grado di integrazione di una società è presto detto: se essa ci consente di avere simili e deliziose figure di detective, allora, forse, non tutto è perduto, e possiamo sorprenderci a constatare che le parole e i sentimenti più dolci sono quelli di chi, come Sri Dao, non parla la nostra lingua, conosce poche e frammentate parole inglesi, ma ha soltanto voglia di vivere normalmente.

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Non è un richiamo ad un’immagine suggestiva, e non è neanche soltanto il titolo dell’omonimo e quasi “acido”, ma grazioso, pezzo che è raccolto nel volume (a pag. 87: da leggere subito, per togliersi immediatamente ogni curiosità). Balistica è davvero un proiettile. Perché la sua lettura ha la forza di attraversarci senza pietà e di spazzare via, finalmente, ogni dubbio: esiste ancora la buona poesia, e possiede una traiettoria precisa e comprensibile.

Proprio questo, d’altra parte, è il metro costante di Billy Collins, la sua caratteristica distintiva, la qualità che gli ha consentito di essere, dal 2001 al 2003, “Poeta laureato del Congresso degli Stati Uniti”, ma anche di riempire ripetutamente le sale in cui sono organizzati i suoi readings. Udite, udite: anche la poesia ha successo! Strano, forse, per i più; ma vero, fortunatamente, per tanti appassionati.

Il linguaggio delle poesie di Balistica è facile, le situazioni ritratte sono quelle della quotidianità che ci è più vicina e che per molti rischia di essere, purtroppo, solo banale. Eppure, al contempo, la lucidità e la profondità che ogni piccolo spicchio di vita sa darci emergono in modo inequivocabile (Agosto, Nessuna cosa sono e Ascolto del piccolo sono, da questo punto di vista, piccole ma vere lezioni di poetica e Famiglie della vasca da bagno, ad esempio, non è solo un divertissement; così, in modo esemplare, è anche per Ippopotami in vacanza o per Un vecchio mangia da solo in un ristorante cinese).

Non è un caso, poi, che, nonostante la tendenza programmatica e spietata a considerare in modo post-moderno e disincantato tutto ciò che, letteralmente, vive e vegeta attorno a noi, Collins riesce comunque a riallacciarsi ad una tradizione letteraria quasi primordiale e ai temi eterni che la perpetuano costantemente (Sulla morte del vicino di casa; Massima; Che cosa fa l’amore; La presa mortale). Talvolta, però, la sensazione è di una “disturbante mediocrità”, di una “falsa modestia” che può irritare, visto che l’autore sembra quasi confessare, con il tono delle sue parole, di considerarsi, in effetti, immensamente ed espressamente superiore (in Gennaio a Parigi questo profilo emerge con onestà e con eleganza strepitose).

Ma è difficile capire Collins fino in fondo. La leggerezza e la linearità che manifesta sono solo impressioni di superficie. Derivano, forse, dal fatto che Collins non vuole parlare agli altri poeti o ai critici (Le poesie d’altri), ma vuole rivolgersi direttamente alla gente, al suo affezionato lettore (Agosto a Parigi, che apre la silloge, è, in questo senso, una sorta di ufficiale dichiarazioni d’intenti), così come a chiunque sia capace di ascoltare la sua voce per ciò che essa vuole apertamente dire (Lo sforzo non è solo una parodia dell’insegnamento scolastico). Ma quella leggerezza e quella linearità soltanto apparenti derivano, forse, anche dal fatto che Collins offre ai suoi contemporanei una versione delicata di stoicismo, un autentico e specifico approccio filosofico, alla ricerca di una rassicurante e definitiva composizione tra le singole esistenze individuali e un senso ancora remoto (Il futuro).

La bella intervista che il traduttore e curatore italiano, Franco Nasi, pone all’inizio del libro ci presenta un poeta sereno e compiaciuto, non solo intelligente, ma soprattutto astuto, capace di indugiare, sentendosi perfettamente a proprio agio, in qualche (scusabile) posa. Dopo la lettura resta comunque dominante il suono di una parola che corre precisa, come il bisturi di un chirurgo che è venuto a salvarci dalla tanta, troppa, ottusità che ci circonda.

 

Aubade

Se vivessi nella casa di fronte a me

e se fossi seduto al buio

sul bordo del letto

alle cinque del mattino,

/

mi potrei chiedere che cosa ci fa

la luce accesa nel mio studio a quest’ora,

eppure eccomi alla mia scrivania

nel mio studio a chiedermi la stessa identica cosa.

/

So che non dovevo alzarmi così presto

per aprire con un coltellino

i pacchi di giornali all’edicola

come potrebbe pensare l’uomo della casa di fronte.

/

È ovvio che non sono un agricoltore o un lattaio.

E non sono l’uomo della casa di fronte

che siede al buio perché sonno

è sua madre e lui è uno dei suoi tanti orfani.

/

Forse sono sveglio solo per ascoltare

il tenue stridulo tintinnio,

del tungsteno nell’unica lampadina

che ha lo stesso suono del fruscio degli alberi.

/

O il mio compito è solo quello di stare seduto immobile

come il bicchiere d’acqua sul comodino

dell’uomo della casa di fronte,

immobile con la fotografia di mia moglie in cornice?

/

Ma ecco il primo uccello che consegna il suo canto,

ed ecco il motivo del mio essere in piedi:

per catturare la canzone di tre note di quell’uccello

e aspettare ora assieme a lui una risposta.

 

Sul Poeta laureato del Congresso

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Il 23 agosto 1990 ho avuto la fortuna di incontrare Mario Rigoni Stern, velocemente, alla presentazione di un suo libro.

Ero reduce dalla lettura di Storia di Tönle, forse il suo romanzo più bello, e alla fine dell’incontro mi sono avvicinato a lui e gli ho avanzato la più classica delle richieste, una dedica. “A Fulvio, cimbro dell’Altopiano, con amicizia”… Nonostante la banalità della cosa, conservo ancora gelosamente quel volume. Ora mi accorgo che la grafia scattosa di quell’autografo è una delle migliori immagini che io conosca, oggi, per rappresentare in modo così efficace i profili delle montagne.

Il segreto di Rigoni Stern, in effetti, è l’essere “montagna”. Esteriormente, in primo luogo, come una specie particolare di medium per afferrare tutto ciò che di semplice e di maestoso la vita ha da offrirci. Ma anche interiormente, come altezza e nobiltà dello spirito, nel senso di un’innata capacità a percepire la comunanza, la solidarietà e la proporzione cui dovrebbe indurci la consapevolezza della nostra umanità.

Quando si è tra l’autunno e l’inverno, allora, è la stagione migliore per rileggere Il bosco degli urogalli, il secondo libro di Rigoni Stern, quello che ha composto nel 1962, raccogliendo alcuni racconti, dopo Il sergente nella neve. È stato il mio primo libro di Rigoni Stern, la chiave della scoperta.

In questo libro c’è tutto: la caccia, la bellezza della natura, l’amicizia, la guerra, i ricordi. Soprattutto, sempre, la montagna. C’è il senso di un andamento ciclico ed eterno, con un inizio, insperabilmente nuovo, e con una fine, anch’essa nuova, perché destinata comunque a riprodursi (il primo racconto, Di là c’è la Carnia, e l’ultimo, Chiusura di caccia). Ci sono immagini che si potrebbero ripetere, quasi mimare, in continuazione e con compiacimento, davanti al fuoco, o dopo una passeggiata sulla neve (La vigilia della caccia; Oltre i prati, tra la neve; Dentro il bosco). Ci sono frasi e parole genuine, pulite, così come lo sono le storie che vengono narrate, ci parlino di incontri improvvisi e sorprendenti (Incontro in Polonia) o ci dicano di due cani (Alba e Franco) o ci insegnino, letteralmente, “sentimenti” ed “esperienze” reali ma assoluti (Una lettera dall’Australia; Vecchia America; A caccia con l’Australiano).

Sembrerà un’associazione di idee completamente strana, ma ho sempre pensato che questa pulizia sia la stessa che Peter O’ Toole, nei panni di Lawrence d’Arabia, attribuisce al deserto, nel bellissimo e lunghissimo film di David Lean. In questa prospettiva, probabilmente, il racconto Esame di concorso non è un corpo estraneo; è la testimonianza, un po’ desolata, di una frattura, della distanza che purtroppo esiste tra la pulizia delle cose e le cose della vita pubblica.

Per certi versi, quindi, Il bosco degli urogalli ci offre la grammatica di una pulizia “estrema”, tanto essenziale quanto diretta e primigenia; ci indica la necessità di non accontentarci delle sole soddisfazioni dell’intelligenza e della fantasia, ma di riconoscere, nella perizia dei gesti più antichi e delle azioni più tradizionali, innate regole di equilibrio (Le volpi sotto le stelle).

Come gli aborigeni, anche noi abbiamo le “vie dei canti”: ma non dobbiamo pensare di dover leggere Chatwin e di immaginarle; ci basta leggere Rigoni Stern. Di cosa, ancora, abbiamo realmente bisogno?

La voce di Mario Rigoni Stern

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Ventiquattromila pensieri al secondo fluiscono inarrestabili (C.S.I.)

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Anche le opere prime possono sorprendere, e questo soprattutto quando sono date alle stampe da piccoli e volenterosi editori.

Certo, il romanzo di Luca Valente ha, apparentemente, molti ingredienti per risultare la mera riedizione di alcuni clichés particolarmente indigesti: c’è un killer seriale, che lascia sulle sue vittime un codice, a prima vista, indecifrabile; c’è un profilo maniacale che riporta, guarda caso, alla follia nazista; c’è un mistero storico che sembra snodarsi sui ritmi di una delle più tipiche e sconsolanti puntate di Voyager; c’è un richiamo, forse un po’ eccessivo, al soprannaturale.

Invece, si è rivelato giusto non fidarsi delle apparenze, assecondare l’intuito, prendere il volume dallo scaffale della libreria e fidarsi, viceversa, delle parole: la scrittura è convincente, il plot per nulla scontato, il ritmo avvolgente, il finale inatteso. Anche i personaggi, specialmente la coppia dei due “indagatori”, sono convincenti.

E poi c’è un equilibrato mescolarsi della “grande storia”, il Medioevo ma anche la Seconda Guerra mondiale e la Resistenza, con la “piccola storia”, quella di cose e persone che interagiscono e “soffrono” anche nel racconto e che contribuiscono, allo stesso tempo, al mosaico dei grandi eventi sul cui sfondo si svolge parte della vicenda.

C’è del fantastico e dell’immaginario, nel testo, però c’è anche una rappresentazione pacata e consapevole di un momento, quello della guerra partigiana, tra i più dolorosi e drammatici. Le storie degli occupanti e dei liberatori, tra memoria collettiva e memoria individuale, raramente sembrano così realistiche.

L’aspetto più interessante, tuttavia, è l’ambientazione.

L’Autore scrive di luoghi e di fatti che conosce da vicino, che ha modo di approfondire quotidianamente come giornalista e come storico locale. La geografia, del resto, è uno degli aspetti più significativi e decisivi per la buona riuscita di un romanzo, ne va di mezzo il rispetto dell’aureo canone della verosimiglianza, qui realizzato in modo felice.

In questo caso, viene subito voglia di visitare l’Alto Vicentino e la Pedemontana veneta, di passeggiare per Schio, di salire la strada che attraverso la Val Leogra porta a Valli del Pasubio e a Folgaria, e di continuare o cominciare a studiare la storia e le storie di quei paesi, di quelle valli, di quelle montagne. Ancora una volta, si potrebbe dire, proprio quei paesi, quelle valli e quelle montagne: le stesse che ci avevano già fatto scoprire un altro “nuovo” e fortunato scrittore (Umberto Matino, in La valle dell’orco e in L’ultima anguana). Anche questa è una buona notizia, quasi un auspicio per un uguale e rapido successo di pubblico.

Niente di meglio, quindi, che prendere questo libro e dedicare qualche giorno alla riscoperta di un genius loci inatteso ma sempre fedele.

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Il “Professore”, così lo hanno sempre chiamato sin dalle prime riunioni politiche, è il protagonista di questo lungo racconto, ed è, in verità, un correttore di bozze. Proofs è anche il titolo originale del libro, nel quale si intravedono le tracce di una riflessione che non è solo quella di una generazione o di uno specifico ceto intellettuale, e che, anzi, il tono del discorso ci dice essere certamente condivisa dall’Autore, quasi in prima persona.

Il tema è difficile e spinoso.

Anche correggere bozze, d’altra parte, è un lavoro difficile; occorre un’attenzione estrema, una ricerca di perfezione che è tanto apprezzabile quanto maniacale, oltre che fisicamente dolorosa ed estenuante. Ma è un lavoro, questo, che riesce congeniale proprio a chi si sforza di realizzare la verità, di portare su questa terra il messaggio salvifico della cultura, di affrancare l’umanità oppressa da qualsiasi forma di dominio.

Così vuole “lottare” anche il Professore, “compagno” critico e per questo presto espulso dal Partito, ma ancora fedele agli ideali di sempre, che continua a coltivare assieme ad un gruppo di altri irriducibili. In un’Italia che si intravede pagina dopo pagina.

Un evento, però, attraversa la loro vita e la Storia, il crollo del muro di Berlino, cui il Professore assiste in diretta tv e di cui discute, in una lunga passeggiata notturna, con Padre Carlo, un sacerdote bonario e a suo modo eccentrico, perché comunque partecipe delle sorti degli stessi ideali. E questo dialogo è il fulcro del racconto.

La questione è presto detta: il gioco comunista non esiste più, finalmente, ma il trionfo della libertà coincide con il trionfo del lato peggiore, consumistico e volgare, del capitalismo. Forse gli orrori del socialismo reale sono stati solo errori? Forse c’era del buono? O era solo utopia, ricerca innaturale, e per ciò solo violenta, di un’umanità inesistente?

Steiner mette in scena uno “scontro tra titani”, tra opposte visioni del mondo. Letto oggi, il dialogo è come se mettesse in campo, da un lato, con il Professore, lo Slavoj Žižek più ispirato, o se si vuole il marxista-leninista che ancora, nuovamente, attende la rivoluzione, dall’altro, con Padre Carlo, una versione cattolica ed incarnata delle lezioni di Isaiah Berlin sui traditori della libertà individuale, ovvero il credente che aspira, certo, ad una prassi terrena della carità, ma senza che l’uomo ambisca a dominare sull’altro uomo.

L’esito della discussione brucia nelle viscere del correttore di bozze, che nel frattempo si accorge che anche il suo mestiere volge al tramonto, travolto anch’esso dall’evoluzione tecnologica e da una “barbarica” esigenza di velocità comunicativa. Ma non tutto è perduto, il viaggio che il Professore compie a Roma è una fine ed un inizio, allo stesso tempo, celebrazione offesa di una morte (quella del Partito) e adesione istintiva ad una pulsione rigenerante (quella di un rapporto occasionale ma necessario). La fiducia, in definitiva, resta ancora intatta, e l’approdo al cosiddetto “riformismo” pare una docile confessione di realismo, come dimostra un epilogo dai toni quasi comici.

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Valentino Zeichen viene sempre associato, anche per questa sua ultima silloge, a tanti e diversi nomi (Kraus, Wilde, Flaiano), ed egli stesso, talvolta, ha dimostrato di sapersi calare espressamente nella figura di riferimento (come in Neomarziale).

Però questa voce così originale non è la voce di un poeta o di un autore “storico”; essa è, piuttosto, la voce del druido, il distillato di una sapienza che è intrinsecamente pagana. Così si è manifestata in molte occasioni: Museo interiore, Metafisica tascabile e Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio.

Forse, per la tanta romanità che caratterizza la pulizia e l’ispirazione delle sue parole, più che di druido si dovrebbe parlare di aruspice, perché Zeichen legge nelle viscere del nostro tempo, cogliendo segnali che ai molti restano sconosciuti e che, ciò nonostante, provengono dal fegato gonfio delle esperienze a noi più vicine. Come se avesse un accesso privilegiato alle cose della natura.

In fondo, se tornassimo per un attimo al “gioco dei nomi”, allora il primo che verrebbe alla mente è quello di Lucrezio. Non per la forma, che, anzi, non è il poema, ma la sintesi perfetta tra Bashō e La Rochefoucauld. Lucrezio c’entra, invece, per la penetrazione profonda dello sguardo, per lo stupor continuato che lo anima, per l’attenzione intimamente scientifica che lo contraddistingue. E per una presupposta e schietta felicità di fronte a tutte le cose. Quella di Zeichen, in definitiva, è sempre una historia naturalis, che si parli dello scorrere del tempo, della donna, dell’arte, del ruolo degli intellettuali.

Di questo fortunato volume, Aforismi autunnali, finalista, senza dubbio meritato, del Premio PEN Club Italiano 2011, non si può aggiungere qualcosa di specifico; ciò equivarrebbe a svelare preferenze forse troppo personali. Una sola cosa è concessa, descrivere l’ipotetico podio in cui collocare quelli che, a giudizio di chi scrive, sembrano, tra i 150 componimenti, tre dei pezzi migliori:

 62.

Come la Bibbia ci insegna,

Dio non poteva spiegare

i dettagli della creazione,

e per non dilungarsi troppo

con le teorie dell’evoluzione,

preferì sintetizzarli nella

celebre “settimana” lavorativa.

70.

Dopo aver prestato all’uomo

le proprie sembianze,

il Signore sperimentò

l’individuo, e fra questi

selezionò gli individualisti;

una sottospecie umana

che si danna per imitarlo.

126.

Il tempo sarà anche denaro

ma non lo si può marchiare

come bestiali banconote,

chi fermerebbe l’inflazione?

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Non si può non avere grande fiducia nei confronti dell’autore de La vera storia del pirata Long John Silver. Quel romanzo è davvero imperdibile. Anche Il cerchio celtico e Il segreto di Inga, altre note hits del professore di Lund, mantengono la promessa di una lettura avvincente. Ma I poeti morti non scrivono gialli è, almeno in parte, una delusione, pur nascondendo, ai veri appassionati, qualche piacevole sorpresa.

La delusione è presto detta. L’intenzione molto felice di “fare il verso” al giallo svedese e in particolare all’altro Larsson (Stieg) è certo molto buona; ma questo genere di sfide, di solito, riesce bene se alla raffinatezza si coniuga il possesso delle stesse doti di intreccio e di malizia che l’avversario dimostra.

La trama, poi, è molto semplice, forse troppo. Anche l’epilogo suona scontato: non è forse il “colpevole” perfetto quello che più sembra difendere le istanze radicali di una dedizione assoluta e, per ciò solo, maniacale?

Però resta, per l’appunto, la raffinatezza. E questa è una sorpresa.

Quale idea è più raffinata di un assassinio in cui a morire è un poeta che vive in un vecchio peschereccio, che è l’ultimo custode di una purezza ancora possibile, e che, nonostante ciò, stava cedendo alla moda del momento e si stava accingendo a scrivere, per la prima volta, proprio un giallo? E che dire, poi, della figura del commissario che svolge le indagini? Solo un commissario-poeta, in effetti, può capire chi è l’assassino di uno dei suoi autori preferiti…

La raffinatezza non finisce qui. Le poesie del poeta assassinato sono, nella realtà non romanzesca del panorama letterario europeo, quelle di un affabile e dolce poeta francese, la cui identità ci viene svelata, provvidenzialmente, a pagina 352, a “fatica” finita, nelle “(note finali)”, per una bella ricompensa al lettore fedele. Saranno queste poesie, innanzitutto, a rendervi assai piacevole questa “specie di giallo”, unitamente alle tante digressioni, allo stesso modo poetiche, che ne sorreggono il contorno.

Ma c’è anche un raffinatissimo “refuso-non refuso”, un “errore” che ci piacerebbe pensare come saggiamente voluto. L’assassino, che ha inscenato un suicidio, lascia sul luogo del delitto un biglietto: “Il mio più bel ricordo sarà la mia morte!”. Il significato del messaggio lo si capisce alla fine (ed ha un valore, per così dire, “confessorio”), eppure c’è un dettaglio che ci consente di attribuire a Larsson una finezza che forse non ha ricercato: l’omicidio avviene il 6 febbraio, ma l’ultimo giorno in cui, all’inizio della storia, vediamo il poeta scorgere l’alba dal proprio peschereccio è il 7 febbraio… la sua morte, veramente, è solo un’ombra ormai passata…!

PS: per chi voglia cimentarsi con un grande investigatore-poeta, non posso che consigliare il delizioso G.K. Chesterton, Il poeta e i pazzi. Sei casi del poeta detective Gabriel Gale (Bompiani, 2010).

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INFORMAZIONI DI BASE

Il Corso comincerà il 9 febbraio 2026. Si invitano tutti gli studenti a iscriversi per tempo all’interno della piattaforma Moodle.

Syllabus a.a. 2025-2026

Cronoprogramma

Esercitazioni

Incontri di diritto pubblico

Lezione magistrale “Giustizia e politica” (Prof. R. Bin, 5 maggio 2026)

NORMATIVA

Costituzione italiana vigente

Costituzione 1948 (anastatica)

Statuto albertino

Statuto speciale Regione TAA

Trattato sull’Unione europea

Trattato sul funzionamento dell’Unione europea

Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea

Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali

Legge n. 400/1988

Legge n. 352/1970

Legge n. 241/1990

D.lgs. n. 267/2000

Legge n. 56/2014

L’ORDINAMENTO GIURIDICO

1Norme giuridiche, ordinamento, fonti: un’introduzione generale

2Sulle teorie dell’ordinamento giuridico: la teoria della norma fondamentale (un approfondimento)

3La “base” di un ordinamento particolare e un caso deciso dalla Corte Suprema USA

4Pluralità degli ordinamenti e “compatibilità” del riconoscimento: il caso Pellegrini e un “altro” caso più recente

5La Comunità europea come “ordinamento giuridico di nuovo genere”: il caso van Gend & Loos

6 Fonti del diritto e interpretazione nelle cc.dd. “Preleggi”

6bis Oscurità della “legge” e sue conseguenze: in una sentenza della Corte costituzionale e nel commento di un autorevole costituzionalista

7I rapporti tra le fonti e tra le norme

8Una bella lettura sulla gerarchia normativa

9Testi unici e oneri procedimentali: quid iuris?

10La semplificazione normativa: “taglia leggi” e… “salva leggi”!

11Gli “intoppi” dell’abrogazione in una vicenda particolare

12Interpretazione estensiva e interpretazione analogica

LO STATO

13Forme di Stato e forme di governo (un primo schema)

14L’eguaglianza liberale in uno scritto di Gian Domenico Romagnosi

15If men were angels…

16Sul principio maggioritario: la riflessione di una autorevole costituzionalista

17L’internazionalizzazione del tema costituzionale: il discorso di F.D. Roosevelt al Congresso (6 gennaio 1941)

18La Costituzione e le “regole del gioco” in un passo di N. Bobbio

19Principi costituzionali e costituzione di compromesso

20La nascita della Repubblica in tre docufilm di Sandro Bolchi, Vittorio De Sica, Ermanno Olmi (1971)

21L’Assemblea costituente e la votazione finale della Costituzione

22Lo Stato apparato

23Il riconoscimento della cittadinanza per “preminenti valori umanitari”

24Si può revocare la cittadinanza? Un caso francese

IL PARLAMENTO, IL GOVERNO, IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

25L’ordine del giorno Perassi e la forma di governo parlamentare

26Un primo schema sulle funzioni del Parlamento

27L’insindacabilità dei regolamenti parlamentari

28L’autodichia del Parlamento (v. anche Corte cost., n. 65/2024)

29Il Parlamento nel disegno della Costituzione: uno sguardo nel sito della Camera…

30Rappresentanza e divieto del mandato imperativo: la lezione di Edmund Burke

31Come vengono “finanziati” i partiti? Il testo del decreto legge n. 149/2013

32Una scheda sui sistemi elettorali, con il sistema italiano secondo il cd. Mattarellum (da federalismi.it)

33L’illegittimità costituzionale del c.d. “Porcellum” (1): la sentenza della Corte

34L’illegittimità costituzionale del c.d. “Porcellum” (2): un approfondimento

35Il cd. “Italicum” per la Camera: legge n. 52/2015, anche in “pillole”; la sua parziale illegittimità costituzionale nella sentenza della Corte cost. n. 35/2017

36La nuova legge elettorale (il cd. “Rosatellum”)

37L’incandidabilità (un tempo) non valeva per le cariche elettive nazionali… l’opinione della Corte costituzionale

38Il nuovo regime di incandidabilità e decadenza nella cd. “Legge_Severino” e l’opinione della Corte costituzionale (sentenza n. 236/2015)

39Il “caso Kyenge” dinanzi alla Corte costituzionale

40Le prerogative delle “alte cariche”: il cd. “lodo Alfano” di fronte alla Corte costituzionale

41Le prerogative delle “alte cariche” (segue): il legittimo impedimento di fronte alla Corte costituzionale

42Si può sfiduciare un solo Ministro? La risposta della Corte costituzionale

43I Governi dal 1943 ad oggi

44Governo e “spoil system” nella lettura della Corte costituzionale

45I Presidenti della Repubblica

46Le funzioni del Presidente della Repubblica

47Può essere “intercettato” il Presidente della Repubblica?

48La Corte costituzionale sul potere di grazia

49L’esercizio del potere di grazia dal 1948 al 2024

50Il Presidente rinvia la legge al Parlamento: un esempio

LE FONTI DEL DIRITTO

51I caratteri della Costituzione

52La Costituzione italiana nella prima sentenza della Corte costituzionale

53Il legislatore costituzionale deve rispettare i principi supremi dell’ordinamento costituzionale

54La modifica dell’art. 81 della Costituzione e il cd. “fiscal compact”; la legge n. 243/2012

55Il DDL costituzionale presentato dal Governo il 31 marzo 2014 e quello approvato dal Parlamento (e poi bocciato nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016)

56La riforma sul “taglio” dei parlamentari

57Il rango della CEDU nell’ordinamento italiano: alcuni estratti della giurisprudenza costituzionale

58Un altro caso di “obblighi internazionali” ex art. 117, comma 1, Cost.

59Sugli effetti delle norme prodotte ex art. 10, comma 1, Cost.: la sentenza della Corte costituzionale sul caso Germania c. Italia, il seguito di quella pronuncia e… di nuovo alla Corte costituzionale!

60Il percorso di una legge: dal sito della Camera

61Prassi approvative della legge e prerogative dei parlamentari

62La potestà legislativa statale e regionale: schema

63Stato e Regioni in una importante pronuncia della Corte costituzionale (n. 251/2016) e nella sentenza sulla cd. “legge Calderoli”

64I presupposti di validità costituzionale dei decreti-legge e delle leggi di conversione (anche nella recente sentenza Corte cost., n. 146/2024)

65L’illegittimità costituzionale dell’iterazione o della reiterazione dei decreti-legge

66La sorte dei decreti-legge decaduti: un approfondimento

67Il controllo sull’ammissibilità del referendum abrogativo

68Sull’inammissibilità del referendum su leggi costituzionalmente necessarie

69Sul referendum relativo a leggi elettorali (anche in un caso recente)

70Sull’inammissibilità del referendum abrogativo sulla cd. “Legge Fornero”

71Sull’inammissibilità di un referendum “troppo” manipolativo

72Sui vincoli del legislatore in seguito ad un’abrogazione referendaria

73Le riserve di legge: schema

74I regolamenti del Governo: tipologia

75Il meccanismo della delegificazione

76Un esempio di delegificazione

77I rapporti tra l’ordinamento comunitario e l’ordinamento nazionale: il caso Granital

78Il rapporti tra l’ordinamento comunitario e l’ordinamento nazionale: ulteriori precisazioni della Corte costituzionale

79La questione dei “controlimiti” nel cd. “caso Taricco”: storia di un “dialogo” riuscito

80Le fonti del diritto UE dopo il Trattato di Lisbona: schema

81La procedura legislativa ordinaria nel TFUE

L’AMMINISTRAZIONE

82La discrezionalità amministrativa e il principio di legalità sostanziale: il caso delle ordinanze dei Sindaci

83Il procedimento amministrativo e le sue fasi

84I vizi del provvedimento amministrativo: schema

LA MAGISTRATURA

85La giurisdizione (uno schema)

86Il ruolo del giudice e la difficoltà del giudicare nella “Parabola di Betlemme” (da A. Nieto, Critica della ragion giuridica, Milano, 2012)

LA CORTE COSTITUZIONALE

87Sul controllo di costituzionalità (il modello statunitense): il paper n. 78 da The Federalist (1788) e il caso Marbury v. Madison (1803)

88Sul controllo di costituzionalità (il modello continentale): estratti da H. Kelsen e da C. Schmitt

89Why Do Countries Adopt Constitutional Review? (Un saggio di Tom Ginsburg e Mila Versteeg) e La diffusione della giustizia costituzionale nel mondo (Una lezione di Sabino Cassese)

90La “creazione” della Corte costituzionale italiana: il dibattito in Assemblea costituente

91Le fonti che regolano il funzionamento della Corte

92Giudizi di legittimità costituzionale e tipologia delle sentenze della Corte

93Gli effetti delle sentenze della Corte

94Una sentenza di accoglimento parziale, interpretativa e con un effetto… discusso!

95Una sentenza interpretativa di rigetto

96La Corte costituzionale “rinvia” alla Corte di giustizia

97La Corte costituzionale “rinvia” al legislatore e poi decide

98Sui conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato: un caso particolare… e inammissibile!

99Ancora sui conflitti di attribuzione: un caso recente

DIRITTI E LIBERTA’: SELEZIONE DI SENTENZE DELLA CORTE COSTITUZIONALE

100L’illegittimità costituzionale dell’art. 559 c.p.

101Qual è il “domicilio” inviolabile di cui all’art. 14 Cost.?

102L’ora di religione e la laicità dello Stato

103La difesa in giudizio dell’imputato sordomuto

104Il giuramento dell’incapace

105Quale “matrimonio” per gli omosessuali?

106Portatori di handicap e accesso all’istruzione

107Il diritto alla salute degli stranieri

108Il divieto di discriminazioni

109Il giuramento del disabile

RISORSE ON LINE

110I lavori dell’Assemblea costituente in www.nascitacostituzione.it

1161Il Parlamento italiano

112La Corte costituzionale italiana

113La Corte di giustizia dell’Unione europea

114La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

115La Corte di Cassazione

116Il Consiglio di Stato

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