“La civiltà contemporanea ripone tutta la fiducia nelle soluzioni pratiche e mette, anche senza dichiararlo, fra parentesi tutto quello che minaccia il proprio ottimismo. Eppure tutto l’orrore non è solo un difetto di funzionamento, ma il rovescio di quello che la civiltà odierna ammira con tanto entusiasmo” (p. 56).

Questo è, in estrema sintesi, il messaggio che Földényi vuole veicolare in questo piccolo esperimento pedagogico. Lo definisco così, poiché non è un saggio su Hegel in Dostoevskij; poiché è un lavoro che intende dimostrare e trasmettere qualcosa; e poiché muove, con una finalità ben precisa, da un intreccio argomentato di storia e di finzione, dall’immagine, cioè, quasi teatrale di Dostoevskij condannato in Siberia (fatto reale) e sorpreso a piangere durante la lettura di alcuni passaggi delle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel (fatto immaginato). Una simile rappresentazione consente all’Autore ungherese di dipingere in modo pressoché indimenticabile un’idea molto forte, a sintesi delle evoluzioni più profonde del pensiero occidentale. Come se ci trovassimo di fronte ad un’icona.

Che cosa fa piangere Dostoevskij? L’affermazione di Hegel sulla Siberia, considerata “fuori dalla storia”, alla stessa stregua dell’Africa, misteriosa e incomprensibile. Eppure, il sentirsi completamente trascurato dalla visione razionalistica propugnata dal filosofo tedesco e dalle sue sperimentazioni viventi e progressive, è l’occasione, per il grande scrittore russo, di un momento di intima comprensione. Ci sono luoghi, cioè, in cui neppure la ragione può giungere e rispetto ai quali solo il miracolo può avere un valore salvifico. Anzi, questi luoghi meritano tanto più attenzione, per ascoltare ciò che la ragione non può mai travolgere, ossia per difendere uno spazio autentico di libertà: “Non si può parlare di libertà se infinito e trascendenza si perdono dietro cose limitate. Il dio assoggettato alla razionalità non è il dio della libertà ma della politica, della conquista e della colonizzazione” (p. 31).

Le pagine oscure dell’Occidente si spiegherebbero, dunque, alla luce del processo di secolarizzazione, che eleva la ragione e le sue manifestazioni, anche istituzionali, a misura onnicomprensiva, potenzialmente onnivora e violenta. La tesi di Földényi non è nuova; ma il metodo della sua illustrazione è davvero incisivo, e assicura, ben al di là del brevissimo tempo che occorre alla lettura, intermezzi notevoli di suggestione, riflessione e approfondimento.

Un altro breve pezzo di Lázló F. Földényi (Congedo dalla cultura)

Una conversazione (in tedesco) con Lázló F. Földényi

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Prima cosa: lo confesso; penso che, alla fine, il maggior merito dell’edizione, da vero bestseller, che “confeziona” quest’ultimo libro di Enrico Pandiani sia la fotografia che riprende l’Autore, artatamente sistemata nel risvolto cartonato opposto alla quarta di copertina. La trasformazione, in altri termini, è già avvenuta: Pandiani ritratto à la Simenon.

Scherzi a parte, il passaggio da Instar Libri a Rizzoli, per Pandiani, non solo si vede, ma anche si sente, e rende del tutto manifesta quale sia, paradossalmente, la migliore ragione del successo crescente del genere noir.

Perché in questa terza puntata delle avventure del commissario Mordenti e dei suoi colleghi italo-francesi (non a caso sono chiamati les italiens) si rimane favorevolmente colpiti solo dal consueto tono scanzonato, dalle sensazioni episodicamente palpabili, dalla coloritura impressionista dei personaggi. L’intreccio, il finale, la suspence sono, questa volta, solo secondari. Morale della favola: nel perfetto noir dei tempi attuali conta di più l’aura del prodotto e del suo artefice piuttosto che la complessità che quell’aura assume nel contesto di una storia più o meno verosimile. Il Pandiani di Troppo piombo, per dirla tutta, era decisamente più in forma.

Ciò premesso, la trama di Pessime scuse per un massacro è semplice e non esige anticipazioni. Del resto i crimini efferati su cui il bel Mordenti deve indagare poggiano le basi su di uno scenario di sicura presa: la resistenza francese, con le sue spie, con i nazisti, con gli ebrei deportati e con i suoi eroi, specialmente con quelli “falsi”, per i quali i nodi, prima o poi, vengono sempre regolarmente al pettine. E oltre a ciò, per tutto il libro, l’affascinante poliziotto ammicca alle lettrici, vive di svagate intuizioni, continua a muoversi come farebbe un Fred Buscaglione d’Oltralpe, si inabissa in un esotico corteggiamento che, sia pur difficile, non può che andare a buon fine, e attraversa gli ennesimi momenti di crisi e di sofferenza catartiche. Dunque, nulla di nuovo.

Resta, come si è detto, il fascino di un “gruppo d’azione” che nei precedenti lavori era parso più convincente, e di cui vale comunque la pena riprendere, in chiusura, la breve descrizione che lo scrittore torinese ci offre all’inizio del racconto nelle parole del commissario-narrante: “A parte Alain e me, questa volta les italiens erano rimasti a Parigi. C’erano casi da seguire, scartoffie da compilare, così Leila, Michel e Didier e gli altri membri della mia squadra alla Brigata Criminale erano rimasti a fare la guardia al fortino. Ci chiamavano così alla Crim, les italiens, anche se ormai cambiamenti e disavventure avevano portato in gruppo le persone più diverse, Era dai tempi del commissario capo Bruno Pennacino che la storia andava avanti, l’idea di circondarsi di ritals era stata sua. Pareva sicuro che gli italiani fossero più fantasiosi, più capaci. Forse non era vero ma poco importava” (p. 15).

Enrico Pandiani e Les Italiens

Un’intervista a Pandiani

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Una delle costanti della tradizione poetica consiste nel fatto che ogni epoca ci offre sempre l’occasione di eleggere una sacerdotessa. Al tempo presente Patrizia Valduga può pacificamente candidarsi a questo ruolo. Anche se, di certo, non sarebbe lei stessa a proporsi; come ogni vestale che si rispetti, sono i suoi accoliti a doverla condurre nel tempio che le si addice.

Il Libro delle laudi è una conferma; l’ennesima, in un percorso punteggiato di prove davvero importanti, ora trasgressive, intime sempre. Questa volta, le “preghiere”, le “invocazioni” sono tutte rivolte all’uomo che la poetessa ha sempre amato, al critico e poeta Giovanni Raboni, e sono raccolte come in un breviario, per testimoniare la profondità di una passione, il dolore di un’assenza, la continuità di un dialogo che si vorrebbe sempre vivo, come con un angelo custode.

Il profilo più intenso di questo piccolo libro sta, senz’altro, nella misura della profondità cui un rapporto può arrivare. Ma la sorpresa che l’esperienza di questa profondità dischiude è nell’occasione che essa radica in modo rinnovato e consapevole, quella di sperimentare il senso, ritrovato, della propria vita, quella di riscoprire la passione di un impegno letterario che è anche, se non soprattutto, impegno morale e civile: Tutto torna, mi pare, tutto è chiaro: / la mia passione per la psichiatria, / per le parole più che per le immagini / per la giustizia… e per la poesia (p. 37).

L’amore non è mai veramente egoista; è momento e risorsa dell’unica analisi interiore; è, certamente, una fonte di ricchezza individuale, di piacere, di cura, ma è anche la ragione di condividere, con tutti, valori e principi irrinunciabili. Non è un caso che la terza e ultima parte del volume si apra con una confessione assai esplicita: Ma senti adesso un’altra verità: / non so più con chi parlare, Giovanni… / Quello che era per noi gioia e dovere / ora è abominio d’ignoranza e di inganni (p. 49). Dopo simile sfogo, la chiusura di questo itinerarium così concentrato è consegnata a rapide (ma deliziose) invettive, che preludono ad un “chiarimento” di salvezza e di speranza.

 

Due brevi estratti:

 

Hai raddrizzato questo cuore storpio

restando muto, immobile e lontano

 

Adesso sì che so che cosa è amare,

passero caro, immobile e lontano.

 

——————————————–

 

E la notte si fa e si disfà,

e siamo fatti entrambi senza età:

 

ha funzionato meglio dell’analisi

il marchingegno della tua pietà.

 

Breve intervista a Patrizia Valduga

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Il 27 gennaio si è celebrato il Giorno della Memoria. Poco più di una settimana fa. Giusto il tempo di leggere questa breve, ma intensa, riflessione di Donatella Di Cesare, e cercare di capire, effettivamente, come sia possibile, oggi, ammettere il negazionismo, la posizione assurda, cioè, di chi sostiene, pur a fronte di riscontri, documenti, opinioni storiografiche ormai verificate e consolidate, che le camere a gas non sono mai esistite, che l’Olocausto è un enorme bluff, che vi sarebbero, anzi, le “prove”, anche tecniche, della sua inesistenza.

L’Autrice è molto netta: il negazionismo non si può giustificare; non c’è libertà d’opinione o di espressione che possa salvarlo; i metodi, il linguaggio, la strategia comunicativa dei negazionisti sono la continuazione / perpetuazione dei metodi, del linguaggio, della strategia comunicativa della diabolica programmazione dello sterminio consumatosi con la Shoah. Spiega Donatella Di Cesare: “Il negazionismo non è un ornamento della cultura contemporanea. Non è un’opinione come un’altra. Piuttosto è la soppressione delle condizioni per un confronto. È un’attività fantasmatica, non una ricerca intellettuale. E come tale si esercita in una vuota, spettrale, funerea negazione, non per questo meno temibile” (p. 68).

La lettura è appassionante, poiché, pur nella sintesi, si ha sia una panoramica pressoché completa delle tipologie e dei casi più noti di negazionismo, sia un’analisi puntuale del fenomeno, nelle sue implicazioni filosofiche (ermeneutiche), ma anche nelle sue conseguenze sociali (tanto culturali, quanto istituzionali). E si comprende davvero come, di fronte ad esso, anche i morti “non siano al sicuro”, e di come, quindi, sia necessaria una riflessione pubblica sul valore del ricordo, al di là di ogni riconoscimento retorico o di ogni approfondimento puramente storico.

Al lettore “giurista”, nonostante ciò, restano sempre alcuni dubbi: questa riflessione deve per forza tradursi in un processo di criminalizzazione? La previsione di una sanzione penale per i negazionisti (come avviene in Francia) è davvero una soluzione proporzionale ed efficace? Non serve forse rendere più solida la cultura costituzionale dei diritti e delle libertà individuali, anche mediante il ricorso ad una politica della memoria che non sia soltanto celebrativa?

Una riflessione su genocidio, negazionismo e memoria (a partire dal caso armeno)

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Un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione (Giorgio Gaber)

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Il 28 gennaio 1972 si spegneva, a Milano, Dino Buzzati, uno degli intellettuali, dei giornalisti e degli scrittori più notevoli del Novecento italiano. Sono decorsi, proprio oggi, 40 anni. Un tempo lunghissimo, nel quale l’assenza di una figura così particolare e così straordinaria si è senz’altro sentita. Perché, a ben vedere, non ha trovato alcun erede.

Il mio primo approccio a Buzzati è stata la lettura di una favola, La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945), in un’edizione del 1977, trovata a casa e “divorata” durante un “triduo” di consueta influenza stagionale, al secondo anno delle scuole medie. Ne ero rimasto attratto semplicemente per il titolo; poi la lettura mi ha conquistato, ed anche se non riuscivo ancora a comprenderne l’intimo significato, ciò che mi ipnotizzava era un’originalissima sensazione di sospensione, come se mi trovassi di fronte ad una storia che pur non essendo reale, né verosimile, è più autentica di tante altre. Come le storie del bosco, le leggende, le avventure fantastiche; ma anche come le storie che si possono leggere nelle immagini, nei quadri, nelle illustrazioni. E Buzzati è stato, in effetti, grande narratore, ma anche pittore e disegnatore suggestivo (oltre che autore di opere teatrali, di libretti lirici, di saggi…).

Proprio la sospensione, ad ogni modo, è, con tutta probabilità, la vera caratteristica distintiva di Buzzati, che raccontava di sognare alcuni dei suoi racconti e che, a mio giudizio, ha spesso costruito proprio sulla rarefazione il successo di molte delle sue opere, ivi compreso, famosissimo, Il deserto dei Tartari (1940): il tempo sospeso di un’attesa lacerante ed oppressiva ne è, come è noto, un indiscusso protagonista.

Ma ciò che rende Buzzati una figura effettivamente irripetibile è la fiducia estrema che la sua scrittura nutre nei confronti delle cose, specialmente se sono essenziali, nitide, come lo sono i contorni delle sue montagne o le vite degli animali o i sentimenti più forti che l’uomo può esprimere. Quella di Buzzati è una vera lectio naturalis sul valore della dignità, a volte tratteggiata con estrema fantasia, a volte colorata, a volte pensata, a volte tradotta in ritratti di estremo realismo, in tutti i casi osservata, ma anche vissuta, con occhio di poeta. Ed è, questo, un vero messaggio sui significati morali che la poesia, anche quando assume i toni della prosa, riesce ad incarnare.

Buzzati nel Biografico della Treccani

Buzzati in Rai

“Il punto su Buzzati” di Cinzia Mares

L’Associazione internazionale Dino Buzzati

Sulle orme di Dino Buzzati: una passeggiata in loco

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Classico giallo anglosassone, nella migliore tradizione della collana I bassotti, per la quale Polillo Editore propone da tempo, come si dichiara nella prima pagina, una “piccola biblioteca” di titoli presi prevalentemente dall’“età dell’oro del mistery”, tra il 1920 e il 1940. An Oxford Tragedy (1933) è il volume n. 105, a testimonianza di un successo che non si è esaurito e che conosce, nel pubblico, una certa fedeltà.

La miscela è quella consueta alla “buona cucina” della letteratura investigativa britannica: un delitto improvviso, diverse persone sospette, un poliziotto tanto metodico e professionale quanto lento e “scarso” di intuizioni, un indagatore d’occasione ma colto, raffinato e acuto, e capace, pertanto, di sciogliere da solo l’enigma e di farlo, innanzitutto, proprio in base all’uso esclusivo delle sue straordinarie capacità intellettuali.

Tuttavia, questo breve saggio della prosa di Masterman (che, come si apprende dalla scheda riportata nel risvolto del libro, fu autore di molte pregevoli “imprese”, ma di soli due gialli) non convince solo per il gusto cerebrale che si può provare nel tentare di seguire le elucubrazioni di Ernst Brendel, un visiting professor viennese che casualmente si trova ospite nel college in cui il misfatto viene compiuto (forse si può anche azzardare che lo sbocco finale della trama non è poi così sorprendente od originale).

La dote principale del romanzo, in realtà, consiste nella bella e pacata raffigurazione dell’ambientazione accademica, nella descrizione dei personaggi che la animano, nell’idea davvero riuscita di dare all’io-narrante le sembianze di un vecchio docente, Francis Wheatly Winn, Vicerettore e Tutore Anziano. A questo non si possono non attribuire i lineamenti, l’umanità e la “nobiltà” del meraviglioso Mr. Chips, interpretato da Robert Donat nel pluripremiato e “storico” film di Sam Wood (Goodbye, Mr. Chips!, 1939). Mr. Chips, certo, non insegnava in un college universitario. Ma Francis Wheatley Winn non può che avere, per chi legge, le stesse sembianze.

Questa volta, dunque, ad essere difficilmente dimenticabile non è l’investigatore; il vero “eroe” della storia è una tipica figura, compassata, bonaria e premurosa, di studioso e di insegnante, il cui profilo emana efficacemente tutta l’aura delle migliori tradizioni inglesi. Di queste tradizioni, del resto, Masterman è stato un vero alfiere, e piace pensare che abbia preso ampi spunti proprio dalla sua esperienza personale.

L’inizio di Goodbye, Mr. Chips!

Quali altri “bassotti” leggere? Tre (facili) indicazioni (ma solo per cominciare a prendere il vizio):

1. D.L. Sayers, Il segreto delle campane (n. 16)

2. M. Gilbert, C’è un cadavere dall’avvocato (n. 19)

3. J. Townsley Rogers, La rossa mano destra (n. 31)

Per continuare nel genere “accademico”…:

– T. Kyd, Assassinio all’Università (n. 43)

– M. Innes, Morte nello studio del rettore (n. 59)

– T. Fuller, Delitto ad Harvard (n. 73)

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Non è la prova migliore di Heinichen; forse è quella più scialba. Ma è anche quella più recente. Merita, allora, una segnalazione, perché, per chi non l’abbia ancora fatto, deve essere lo stimolo per leggere i sei titoli precedenti, tutti di ottima fattura e, tutti, magnificamente evocativi e coinvolgenti (I morti del Carso, A ciascuno la sua morte, Morte in lista d’attesa, Danza macabra, Le lunghe ombre della morte, La calma del più forte).

Le storie di questo scrittore tedesco, “trapiantato” in quel di Trieste e lì felicemente soggiornante e integrato, oltre che innamorato del fascinoso entroterra friulano, sono realmente avvincenti e saporite. Sono presentate come appartenenti al genere noir, e i titoli, in effetti, sembrano spiegare chiaramente il motivo di questa attribuzione.

Nonostante ciò è difficile attribuire ai casi e alle indagini del commissario Proteo Laurenti un’etichetta consolidata e univoca come quella. C’è del poliziesco e del giallo, infatti, ma c’è anche del “romanzo d’appendice”, talvolta del comico, e forse del reality e del pop.

Non è, quella di Heinichen, una Trieste solo immaginifica o sognante; è una città mitteleuropea che, pur parlando sempre attraverso i suoi miti e le sue innegabili peculiarità di confine, rimane comunque italiana, immersa nelle vicende sociali, economiche e politiche del nostro Paese. Queste sono viste, a loro volta, con la lente di un narratore germanico che, quasi sorprendentemente, coglie bene i vizi del Belpaese e i correlati stereotipi, ma attribuisce degenerazioni e corruzione anche ad altre nazioni e perfino all’Europa dell’allargamento. Forse sono queste le ragioni del successo che questi romanzi hanno avuto in Germania, per il cui pubblico sono stati scritti e concepiti, e poi “ridotti” anche in altrettanto fortunate fiction televisive.

A dire il vero, il successo non è mancato neanche in Italia. Heinichen è, ormai, una delle maggiori attrazioni di Trieste. Così come lo sono le figure incisive e “simpatiche” in cui si risolvono tanti dei suoi personaggi: l’ironica assistente Marietta, l’anziano e scorbutico medico legale Oreste John Achille Galvano, la piccola ma tenace ispettrice Pina Cardareto e, prima di lei, il fedele Sgubin, i figli di Laurenti e la bellissima moglie Laura, l’avvenente procuratrice croata Ziva Ravno o la bella e giovanissima Gemma. Non mancano, ovviamente, i “cattivi”, su tutti il terribile Drakic. Né difettano i luoghi simbolici e i riti, piccoli o grandi, di una città comunque misteriosa, abilmente calati nella topografia in cui si trova immersa tutta l’azione quotidiana del singolare poliziotto, un po’ padre, un po’ farfallone, un po’ perdigiorno, un po’ segugio.

Di Nessuno da solo, invece, si possono solo dire quattro cose: 1) L’avversario è Raffaele Raccaro, ricco e spregiudicato imprenditore; 2) La lettura suscita una insopprimibile voglia di caffè; 3) La penna dell’Autore regala ai fans un duplice ma fuggevole incontro tra Heinichen stesso e Laurenti, nell’androne di un bellissimo palazzo; 4) Il finale quasi tronco promette una ennesima e avvincente avventura.

La presentazione del nuovo libro (naturalmente… in Questura!)

Un documentario (in tedesco) su Heinichen e Trieste, in quattro parti: I, II, III, IV

Il sito dell’Autore

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È un libro di viaggio, composto con una scrittura chiara e schietta. Il motivo che ne consiglia la lettura consiste nel fatto che questo tascabile si occupa di uno dei tipici “viaggi per eccellenza”. Si tratta dell’attraversamento ferroviario dell’Asia sulla linea Transiberiana (9289 Km e sette fusi orari, da Mosca a Vladivostok), uno di quei viaggi, cioè, che sono ormai entrati nell’immaginario collettivo (l’omologo d’oltreoceano, ad esempio, è l’attraversamento degli Stati Uniti sulla mitica Route 66) e che consentono di stimolare sensi, immaginazione e conoscenze (in primis letterarie, visto che la Siberia è la Russia per antonomasia, quella profonda di cui hanno scritto i giganti Dostoevskij e Pasternak, ma anche quella dei gulag, di cui ci hanno raccontato Solzenicyn o Salamov).

È un libro, quindi, per chi ha sempre meditato, in cuor suo, di mettersi avventurosamente sulle orme del capitano Michele Strogoff, indimenticabile personaggio di Giulio Verne, impegnandosi in una “traversata” che si risolve, in verità, in un “lasciarsi attraversare” da emozioni diverse, da città sperdute, da culture e lingue differenti. E da una lentezza (il treno mediamente viaggia a non più di 60 Km/h) che riconcilia, quasi sorprendentemente, con un’acuita sensibilità ai cambiamenti, non solo del paesaggio, ma anche delle città, delle cose e delle persone, che ci appaiono sospese tra un passato davvero remoto di cui essere ancora alfieri, la Rivoluzione d’Ottobre che tutto ha permeato e spunti improvvisi di futuro.

I primi due capitoli (La Russia vista dal finestrino e Come oasi nel deserto) integrano un vero e proprio diario, tanto essenziale quanto autentico. Possono arricchire utilmente guide (come sempre c’è la Lonely Planet…) o appunti personali (magari raccolti sul web), per poter prepararsi ad affrontare di persona il lungo viaggio e per immaginare, in anticipo, quali possono essere i tempi e i passa-tempi, le scomodità e le curiosità, le tipologie dei compagni di viaggio, le tappe e i luoghi più significativi, le loro “storie” brevemente appuntate nei loro intrecci con il presente e con la “storia” da cui sono stati frequentemente travolti.

I capitoli successivi sono, invece, delle brevi ma efficaci istantanee: su come e dove si può dormire (ma non si tratta di indicazioni turistiche, bensì di impressioni sulle esperienze e sulle curiosità che offrono le molteplici e caratteristiche strutture ricettive che si possono incontrare: Una yurta per stanza); sulle immagini di Lenin e della Rivoluzione (che persistono come riferimenti culturali, tradizionali e quasi familiari: Lenin: testimone di nozze); sulle icone che non si possono trascurare (non le opere pittoriche, ma Santi, eroi e navigatori dello spazio); sui musei e sulle peculiarità naturalistiche e faunistiche (Guerra e rivoluzione); sulla Repubblica di Tuva (Om Mani Padme Hūm, vale a dire “Salve o Gioiello nel Fiore di Loto”, il più diffuso tra i mantra del buddismo); sul lago Baikal (Il mare della Siberia); sul cibo che si può acquistare durante il viaggio (Cucina casalinga alla fermata del treno); sulla situazione demografica e sulle impressioni finali degli altri viaggiatori (Cittadini ex sovietici e cittadini del mondo).

Non ci resta che fare qualche prenotazione e attendere di metterci al finestrino…

L’Autore presenta il suo libro

Specialisti della Transiberiana

Immagini di viaggio

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Il solo titolo di questa recentissima raccolta di Roberto Cogo prometteva un’esperienza di autentica distrazione. E, a lettura compiuta, la promessa è stata mantenuta. Ma, si badi bene, distrazione qui non è sinonimo di suggestione divertente o semplicemente rilassante. È sinonimo, forse paradossale, di immedesimazione. In che cosa si immedesima Cogo? E in che cosa ci si immedesima se si legge la sua poesia?

Tento una risposta immediata, quanto banale: nella natura. Ri-tento con una risposta un po’ più articolata, ma senz’altro più precisa: nelle ossa, nelle vene, nel sangue, nelle cellule della natura. Un obiettivo che si può raggiungere solo con esercizi di contemplazione, talvolta severi, talvolta sereni, talvolta, ancora, attraversati da una sottilissima e quasi atomica, particellare, ironia. In tutti i casi, si tratta di esperienze di viaggio, non solo interiore, poiché sono il frutto di spostamenti e di osservazioni, di “appostamenti” veri e propri.

Supplementi di viaggio, del resto, è il titolo del ciclo che apre il volume. Ed è subito fiume, si potrebbe dire, facendo un po’ scherzosamente il verso ad un famosissimo passo di Quasimodo. Nel fiume e attorno al fiume Cogo scova i luoghi di percezioni e di trasformazioni vitali, perché consentono la ricerca della parola, che il poeta sempre compie e che associa sempre ad un’occasione di nuovo inizio. Sono, poi, gli Schizzi d’Austria a costituire la vera gemma, preceduti da un proemio che più diretto non può essere e che non richiede alcuno sforzo esegetico: “senza alcun dubbio / preferire gli alberi e le nuvole / a politici e chierici e autorità varie – / stare seduti in giardino ad ascoltare / e percepire – non è disimpegno / ma disintossicazione”. Seguono così immagini geologiche, metereologiche, faunistiche, che si sovrappongono a soffi, suoni, rumori, ma anche a quadretti di spazi viennesi di vegetazione urbana (fantastici i cinque pezzi dedicati ai giardini della città) e all’immagine “complessiva” del Danubio.

Ad essere degna di nota, però, non è solo questa prima parte (non che sia definita così dall’Autore, ma in qualche modo lo può tranquillamente essere). Anche la seconda (scandita in tre momenti: Alfabeto naturale, Ulivi a mare e Achill Poems) è assai originale. Non solo perché si tratta di poesie tradotte da “colleghi” poeti irlandesi o scritte direttamente in inglese e riviste da questi volenterosi amici e ospiti anglofoni (il fatto, certo, meriterebbe da solo un ampio commento; sia sufficiente rallegrarsi della perdurante esistenza di una comunità letteraria davvero fraterna come quella composta da Cogo, Paul Durcan e John F. Deane). Ciò che torna a sorprendere il lettore è l’estrema ricchezza dell’immedesimazione e il tentativo di ripeterla, quasi come una preghiera, in altri luoghi, così apparentemente diversi, ed anche nei luoghi vicini alla topografia “di casa” (molto belli, ad esempio, i componimenti sul torrente Leogra, sul Timonchio e sull’Astico).

Correttamente l’Editore Ladolfi propone questo libro di Cogo nella collana Perle poesia: di una perla, effettivamente, si tratta. Ma per coglierla occorre capire che è necessario farsi conchiglia, sentirsi valva e custodire, abbracciandolo, questo piccolo tesoro di resistenza biologica.

 

Da Schizzi d’Austria:

alte donau 2

 

una sognante immersione

nel grande azzurro del fiume – ripercorrerne

un tratto preso nel vortice del suo fluire

 

sentirne la forza calare nelle vene – la scossa

di un intimo gelo spandersi per tutto il corpo

 

queste acque sempre presenti – seguirle

al fiume lontano come all’inquieto torrente

a due passi da casa – soli baluardi alla sciocchezza

 

Identikit del poeta

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