
Nell’afoso mese di luglio, in una città che senz’altro si trova nelle immediate prossimità del mare – anche se, a dire il vero, si tratta di un dato che resta allusivamente sullo sfondo – il professor Dominici fatica a comporre il suo studio sulla beata Isabetta. Di questa giovane donna, vissuta in età medievale e consacratasi a Dio dopo un improvviso tentativo di suicidio da un’alta torre, l’agiografo non riesce ad afferrare quasi nulla. Soprattutto, però, è fortemente turbato da una scoperta, che racconta a monsignor Berlinghieri, uomo colto e amico sanguigno. Ciò che gli narra è il sinistro rompicapo seicentesco, che gli ha consegnato il bibliotecario Manara e la cui decifrazione lo ha reso complice involontario di una drammatica profezia. E quando questa si avvera per Dominici si apre il baratro. Sono solo i dubbi del giudice Bosio e la saggezza del vescovo a districare la matassa, che alla fine si rivela tanto banale quanto cattiva e desolante. Ma il punto è che – come rivelano le parole dell’alto prelato – la follia, la pazzia e l’inspiegabile, come anche l’odio più cieco, hanno radici in ragioni tutt’altro che incomprensibili o innaturali: “Vede, io mi figuro che la malattia sia l’ombra allungata della salute. Non un di meno, ma un di più. Creda a me, non è per il poco che sentiamo pietà, ma per il troppo. Per ciò che di troppo umano c’è nell’uomo”.
Sono tre i motivi per leggere questo romanzo. Innanzitutto è un testo pluripremiato, opera prima di un autore raffinato ed elegante, maestro di bella scrittura, che sa essere acuto indagatore dell’anima. Non pare un’esagerazione paragonarne le atmosfere a quelle di Sciascia o di Bufalino; di quei giganti, cioè, che sono riusciti a coniugare in forma perfetta le traiettorie di una ricerca per lo più intima e misteriosa. La diversità di Meldini sta solo nel fatto che il suo, anziché collocarsi in un quadro di discorso prevalentemente civile, è un percorso più espressamente religioso. Oltre a ciò c’è la compiutezza dello stile. Le sensazioni, infatti, si vedono, si materializzano, e le parole si respirano, quasi se ne avverte la dimensione spaziale. Sono caratteristiche importanti, specie per un’Autore che cerca di riportare il senso di ogni cosa ad un’interrogazione tanto suprema e raziocinante quanto semplicemente esistente, vivente e pulsante. Meldini, in altre parole, sa lavorare per bene la pasta madre dei sentimenti e dei pensieri, e i risultati si apprendono al primo morso, con grande soddisfazione. Dulcis in fundo, dietro il libro c’è un luogo; un posto certo in cui poterlo leggere nelle condizioni migliori. È la città di Rimini, della cui biblioteca pubblica Meldini è stato direttore. Ma non è la Rimini delle spiagge, dell’intrattenimento, dei locali; è la Rimini dentro le mura, quella meno conosciuta, che dalla romanità più classica arriva al Liberty novecentesco, passando per il Rinascimento perfetto: ideale hortus conclusus per la buona riuscita di ogni meditazione.

Ogni viaggio ha il suo proprio viatico. E per una breve trasferta a Udine ho afferrato questo libro, provvidenziale. Di Giacomini avevo già letto – e apprezzato – l’inclassificabile “trattatello” L’arte di andar per uccelli col vischio, pubblicato All’insegna del pesce d’oro nel 1969, e il romanzo Manovre, edito da Rizzoli l’anno precedente. Il primo, oggi, si trova felicemente riproposto per Quodlibet, assieme ad un corpus di poesie. Il secondo è stato oggetto di riscoperta – come tanti altri titoli di Giacomini, nel corso degli anni – da parte di Santi Quaranta, raffinata casa editrice di origine trevigiana.
Il giardiniere di Villa Manin è una raccolta di pezzi in prosa risalente a un periodo di molto successivo, visto che è stata pubblicata nel 2002. Riunisce, nell’ordine, il testo che dà il titolo al volume – una sorta di estratto di un immaginario diario del giardiniere della bellissima villa di Passariano, scritto a pochi giorni dal pensionamento – e altre tre brevi composizioni, i cui motivi (un po’ storici, un po’ popolari e di costume, un po’ paesaggistici) si collocano a Udine, a Lignano e a Cividale. Il risultato complessivo lo si potrebbe definire come una graziosa e delicata Wunderkammer sentimentale della friulanità. Più di tutto, però, è la voce del giardiniere a meritare un appunto. Non tanto per ciò che rievoca (l’inizio del suo lavoro alla villa, il rapporto con l’enigmatico ed eccentrico conte che ne era proprietario, le ristrutturazioni e manutenzioni dell’immenso parco, l’allontanamento dovuto allo scoppio del conflitto mondiale, le distruzioni dovute all’occupazione delle forze alleate durante la guerra, le visite guidate per le scuole, la consuetudine con gli animali del luogo…), quanto per il sincero, partecipato e tenace affetto che la anima. Il frasario di Giacomini, infatti, tradisce una profonda immedesimazione con il modesto e diligente giardiniere e, per il suo tramite, con il mondo che incarna; un transfert che ce lo rende credibile e che, più di tutto, spiega in modo efficace il segreto e la piccola e concentrata energia malinconica di cui l’Autore si fa sempre portavoce.
È specialmente nel momento dell’abbandono, lungo il viale della villa, nelle ultime pagine del diario e negli ultimi sguardi e sensazioni del giardiniere, che giunge l’immagine risolutiva, quella che getta luce su buona parte della poetica intera di Giacomini: è la comparsa di un certo fringuello, solitario, il cui canto risuona quasi come un pianto. Eppure – si legge nel diario – “avvertivo anche una nota di forza in quei trilli, che lassù egli viveva il gelo della propria solitudine come un dono ricco del più arduo amore, che si sentiva in esso rinato come nel seno di un privilegio, in uno scrigno capace di difenderlo da ogni dolore”. Si fa sera, è ora di andare. Anche la vita lavorativa sta per finire, e non solo quella. C’è un intero cosmo in via di sparizione, aggredito da un tempo inesorabilmente diverso. Ma vicini, inattesi e insospettabili, ci sono gli alfieri di un equilibrio senza tempo, cui occorre guardare: per capire e per trarre ispirazione e forza. Qui è un fringuello, nella sua apparente e fragile resistenza. In Manovre era il piviere, l’ultimo e prezioso ospite dell’ecosistema della grava del Tagliamento, scacciato dalle aggressioni delle esercitazioni militari e di una modernizzazione che non sa farsi ospite rispettoso e si presenta, piuttosto, nelle forme temibili di quel progresso scorsoio di cui dirà Andrea Zanzotto.
Amedeo Giacomini lo è stato, veramente, il più autentico giardiniere di Villa Manin. Che dunque non è un luogo, una splendida dimora storica, una cosa, ma una sineddoche, la parte di un tutto più grande e nobile. Perché, per mezzo della voce del suo indimenticabile personaggio e degli spazi in cui esso si muove, questo scrittore si è fatto custode e aedo di uno scenario intero, di un grumo compiuto di bellezza, semplicità, memoria e cultura. Nonostante le intense e barbariche, e tuttora mai dome, trasformazioni che il Nordest ha subito in più di cinquant’anni, basta frequentare il periodare dolce e pacato dell’Autore friulano per riuscire ad accorgersi dei richiami degli uccelli, a coglierne fuggevolmente l’occhio concentrato e attento, e grattare, così, sotto la superficie di un territorio tuttora ricchissimo e capace di commuovere.

Raccolta comme il faut di uno dei poeti italiani più importanti degli ultimi trent’anni. Non è un caso che sia stata selezionata tra i potenziali vincitori del Premio Strega Poesia 2024. Del resto, non c’è nulla di sbagliato in questo libro: un numero assai elevato di testi riuscitissimi di per sé (ivi comprese, sparse, alcune belle traduzioni: da de Quevedo, Dylan Thomas, Rilke, Emily Dickinson, Marvell, Larkin…); la presenza di partizioni (o stazioni) tra loro molto diverse, ma tutte di volta in volta concentrate attorno a perni unificanti di personale e suggestiva esperienza; la possibilità di individuare una coerente ispirazione complessiva. Quest’ultimo aspetto si coglie sin dal principio, nonostante sia reso esplicito, quasi confessato, nel breve pezzo finale, che vale da chiave di lettura (p. 129): “Niente nella vita è terribile / perché tutto è terribile. / E in questo c’è un’amarezza / che si muta in dolcezza”. È proprio così: è il modo con cui Testa dichiara di essere il più lucreziano dei poeti contemporanei. Il mondo gli appare tutto volatile e transeunte, e naturalmente indifferente, ma anche ricco, vibratile, come i milioni di organismi nascosti sotto la sabbia di Cape Cod (p. 82). Anche il senso improvviso di un avvolgente, cosmico, “stato di sfinimento” è apertura allo “spazio infinito dell’universo” (p. 27). Bisogna saperla cogliere, specie dove il dettaglio sembra più insignificante. Ad esempio, osservando il taràssaco (che quasi si atteggia a leopardiana ginestra: p. 34) o accorgendosi della “piccola anfora / di fango argilloso” lasciata in dono, sul ripiano dei libri, da una vespa (p. 67) oppure, ancora, facendo come il ragazzo seduto su un masso, alle prese con un falcetto: “Senza bisogno di un maestro indiano, / esercizi da salotto o da palestra / e tante inutili parole” (p. 51). Quasi sulle orme di Meister Eckhart – viene da pensare – per un mistico approdo: “Una solitudine assoluta e senza nome. / Come quella dei dipinti dei paesaggi / nati nel digiuno dalla gente. / Conservare e annientare. / Essere uno. / Conoscere, tra gli ultimi, / l’erba di nessuno” (ibid.). Citazioni e immagini potrebbero moltiplicarsi, anche perché ogni cosa è potenzialmente propizia al Sublime: il “bar tabacchi dei cinesi” (p. 11), un “arcobaleno in chiaroscuro” sul muro della camera (p. 23), una “coppia di narcisi selvatici” (p. 100), la “lunga anestesia” in una seduta dal dentista (p. 104). Si può indugiare per mesi sulle pagine di questo libro. È un accadimento raro.
Recensioni (di F. Fiorentin; di G. Galletta; di G. Grattacaso; di N. Vacca)
Dal testo: due poesie e un breve commento