Dolores Prato. Un cassetto pieno di pagine (da doppiozero.com)

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Mr. C, famoso regista, intende realizzare a Venezia un film western. L’impresa suona strana, tanto più che il progetto si mette sulle orme de Il mio nome è Nessuno e vede l’anziano Jack Beauregard nuovamente alle prese con il Mucchio Selvaggio nell’inedito scenario della laguna. Inoltre, poiché non c’è western senza cavalli, occorre che alcuni capi siano condotti nell’isola, ma è da subito evidente che l’operazione è difficilissima. Ed infatti i pochi esemplari prescelti finiscono presto parcheggiati in un’isoletta, tra intrichi burocratici, equilibrismi logistici, animalisti in protesta e dicerie diffuse. Nel frattempo, nel caldo umido e nei miasmi estivi, il casting delle comparse finisce per aggregare un gruppo violento di maschi locali, che – quasi fosse un nuovo Mucchio Selvaggio – batte campi, calli e ponti della città, distinguendosi in azioni variamente aggressive. Tutto sembra volgere al peggio: per il film, che alla fine viene cancellato; per i cavalli, ormai esposti a una fine triste e pressoché annunciata; e per il piccolo Momo, un bambino autistico, esposto più di altri ai sentimenti forti che la vicenda – quasi surreale – può suscitare. Il ritorno alla normalità passa per le parole di un anziano bidello, cui la voce narrante – quella di chi, a distanza di tempo, sta conducendo una sorta di inchiesta sull’accaduto – affida il compito di tirare le malinconiche fila.

Questo è un altro gioiello della collana fremen di Laurana. Ma è un romanzo molto difficile da riferire in poche battute. Anche se, per invogliare i potenziali lettori, sarebbe sufficiente affermare che merita di essere scoperto pazientemente. Innanzitutto, attraverso la sua scrittura: che è sottile e raffinata, come lo è l’alternarsi, studiatissimo, dei diversi capitoli, che pur comunica un senso di grande linearità e naturalezza. Più di tutto, però, si tratta di un libro di cui è indispensabile assimilare l’inquietudine progressiva, che la “questione dei cavalli” catalizza e che, in realtà, abbraccia la generalità della scena e, simultaneamente, l’intera città. Il punto è colto assai bene da Dario Voltolini nella postfazione: la voce degli animali – resa a mo’ di coro tragico – fa da cornice ad un’azione altra. È quest’ultima a rappresentare il fulcro del racconto. Nel quale, in particolare, soltanto l’ipersensibilità di un bambino speciale coglie il dramma, mentre sul palco – o meglio, di fronte all’ipotetica camera da presa – si celebrano la decadenza e l’implosione spontanee di una collettività irrimediabilmente chiusa e, dunque, vuota e perduta; e per nulla sintonizzata su ciò che veramente conta. Rimane un ulteriore aspetto, interessantissimo, da evidenziare. La prosa dell’Autrice è biologica, a tratti quasi minerale: niente di meglio per evocare gli spruzzi d’acqua, gli afrori dei canali, i colori dei cieli e dei tramonti, gli odori e il sapore quasi salato della pioggia. È una scrittura che più veneziana non si può; e percorrerla è una bella sensazione.

Recensioni (di R. Barilli; di M. Terracciano)

L’Autrice a L’isola deserta

Il mio nome è Nessuno (1973)

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So let the clouds roll by your face (The Smashing Pumpkins)

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Con le mani in tasca. Guido Gozzano e il suo tempo (leparoleelecose.it)

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Sulle Alpi di Daniele Zovi (da iltascabile.com)

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Di cosa parliamo quando parliamo di rifiuto (da yanezmagazine.com)

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Latour microbico (da doppiozero.com)

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Locus desperatus, di Michele Mari, e Reliquie, di Daniele Gorret, stanno doverosamente assieme. Sono letture brevi. Si direbbero due cosette, che peraltro, e non a caso, parlano proprio di cosette. Anche se le une come le altre non lo sono per nulla, esigono concentrazione e aprono, invece, lo sguardo e la mente a dimensioni assai più ampie e profonde, e per ciò solo imperdibili.

La prima lettura è un lungo racconto, che si rivela à la Mari nel modo più autentico. Vale a dire che è iper-letterario, stilisticamente e linguisticamente complesso, pieno di riferimenti e citazioni, alcune esplicite e altre più nascoste. E vi aleggiano i demoni di Hoffmann, Meyrink, Kafka, Lovecraft. Il protagonista, che narra la vicenda, si accorge un giorno che sulla porta di casa è tracciata una croce. Nell’interrogarsi sul senso dell’evento, scopre che il suo appartamento è così contrassegnato in vista di un prossimo “subentro” e che tutte le sue adorate cose – piccoli e grandi pezzi da collezione o d’affezione, raccolti e custoditi nell’arco di una vita intera – passeranno a qualcuno che lo sostituirà. Potrebbe trattarsi dello strano Asfragisto, che del resto si palesa all’improvviso, al tavolino di un bar sciatto e mal frequentato, dove, però, tanti altri presentano profili ugualmente sospetti: uno spiccio barista, uno spilungone che sembra saperla lunga, l’ex umanista Procopio, la nuova e volgare barista. Nel frattempo, il nostro eroe cerca di difendere le sue cose, apprestando varie strategie, purtroppo perdenti, e trovando aiuto e compassione nel mostruoso Sileno; ma venendo anche a conoscenza che la sua sorte appare ormai definita, anche perché tragicamente già capitata ad altri sventurati, tra cui alcuni ex compagni di scuola. L’angoscia spinge il predestinato a resistere fino in fondo e a fare delle cose stesse il reagente di un rito quasi diabolico, con cui intrappolare e debellare l’oscuro nemico. Quale significato può avere una simile storia? È essa stessa un locus desperatus, un passo che nemmeno i filologi riescono a decifrare? Oppure – come si trova nel testo – il locus desperatus è proprio suo stesso abitante, fattosi indecifrabile al mondo che ha sempre percepito come ostile, cercando rifugio, ma trovando prigione, soltanto nel chiuso delle sue cose?

Nelle poesie di Gorret (non nuove a questi schermi) le cose sono trattate in modo meno ambiguo; anzi, esplicitamente positivo. Ma – come spiega l’Autore nel densissimo prologo che apre il volumetto – ciò accade quando hanno la natura e la forza della Reliquia. Va detto che tutto può esserlo, tutto ciò “che ha forma, peso e storia”. Basta guardare ai titoli di ogni componimento: ad esempio, Reliquia è un vecchio quaderno di scuola; un uccellino morto; la foglia conservata tra le pagine di un libro; uno specchio; la lettera di una persona cara; una cartolina; un sasso; una lapide rimossa e custodita; una tovaglia riposta in un cassetto… persino un pensiero. E in una cosa si può riconoscere la Reliquia anche quando è ancora in potenza. Il suo essere, infatti, ha una presenza angelica, cui solo “i degni” si possono accostare. Occorre crederci, dunque. Perché la cosa-Reliquia “deve far tremare”, altrimenti, “ridotta ad anticaglia, è cosa da buttare”. Il rapporto con le Reliquie, in definitiva, è una preghiera, che passa per un rito: di riscoperta, osservazione, contemplazione, concentrazione, memoria. È semplice e ineffabile allo stesso tempo. È vettore di storie, ricordi, immagini, insegnamenti, struggimenti e nostalgie. È risorsa perché ha un’anima che le è propria e che, tuttavia, anima quella di chi la sa intercettare. Durante la lettura vengono in mente molte suggestioni. Che la via possa essere quella più semplice, è lezione che si ritrova già nei Primi poemetti di Pascoli. Alla domanda, poi, se esista una via domestica alla riscoperta del sacro, Gorret, con il suo panpsichismo mansueto e affettuoso, offrirebbe una risposta affermativa. Una risposta che è teorizzata nel prologo già citato, una pillola teologica a tutti gli effetti, e che all’apparenza parrebbe funzionare anche per il personaggio inventato da Mari. Con la differenza essenziale, tuttavia, che in Locus desperatus l’angelico è colto nel suo terribile “doppio” luciferino.

Alcune recensioni (a Mari: 1, 2, 3, 4, 5, 6; a Gorret: 1, 2, 3)

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Margaret Atwood escribe sobre “Carrie”, la primera novela de Stephen King (da pagina12.com.ar)

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Out of the blue / and into the black (Neil Young)

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