Vicino alla stazione di Firenze, lungo i binari, viene ritrovato un corpo. È quello di un vecchio, distinto e ben vestito. Corre l’anno 1931, ed è l’alba di una fredda giornata di febbraio. Nessuno sembra desideroso di capirci qualcosa e il caso viene affidato a un giovane commissario, Ottaviano Malossi, che fiuta subito la patata bollente. Il morto, infatti, è nientemeno che il generale Andrea Graziani, pezzo grosso del regime e già Ispettore Generale del Movimento di Sgombero delle truppe in rotta dopo Caporetto. La sua fama di fucilatore, sul fronte della Grande Guerra, lo ha sempre preceduto; anche Malossi, ragazzo del ’99, se lo ricorda. Forse è per questo che tutti si aspettano che l’indagine finisca presto e che si accerti che si è trattato di un semplice incidente. Ma probabilmente c’è qualcosa di più, e il commissario vuole comunque vederci chiaro. La verità, infatti, è ben altra: viene proprio dai campi della disfatta dell’autunno del 1917. Dai luoghi in cui si svolge una diversa storia, quella che l’Autore intreccia alla prima, e che ha come protagonista un Vecio, uno dei fanti del 1915, sopravvissuto a tante sanguinose battaglie e ritratto nelle sofferenze della dura ritirata di Caporetto e della strenua difesa del nuovo confine. Che cosa c’entra questo Vecio con la morte di Graziani? Forse i loro destini si erano improvvisamente incontrati? Malossi lo intuirà in quel di Verona, ai margini dei solenni funerali che le camicie nere dedicheranno al generale defunto. E deciderà, per quanto gli compete, di fare a suo modo giustizia.
A qualche anno di distanza dal freschissimo esordio de Sul Grappa dopo la vittoria, Paolo Malaguti torna a raccontare il primo conflitto mondiale. Lo fa, però, con un’intenzione ben precisa. Il nuovo senso di questo romanzo ci scruta sin dalla copertina e ha lo sguardo ghiacciato di Max Frechette, uno degli attori di Uomini contro (1970), di Francesco Rosi. Non è il richiamo generico a un’immagine di trincea; è il rinvio a un’atmosfera coerente, di dolore, denuncia e ribellione. È chiaro, infatti, già dalle prime pagine, che Malaguti vuol prendere una parte, senza ambiguità. Vuole stare, nel centenario che la ricorda, con chi ha subíto la Grande Guerra, con quegli italiani che, ritenuti colpevoli di condotte poco fedeli, sono stati puniti o uccisi dalle incomprensibili sanzioni e dagli ordini spietati di gerarchie tanto inflessibili quando militarmente incapaci. E vuole condannarle quelle gerarchie, come tutta quella guerra, un conflitto che ha travolto o segnato migliaia di individui semplici. Per raggiungere questo scopo, lo scrittore ha deciso di marciare col soldato, col Vecio e con la buffa, imparandone il gergo (riproposto in appendice al volume), condividendone speranze e paure, e coltivando passo dopo passo, nel fango e negli orrori, un insopprimibile senso di vuoto, di abbandono e di rifiuto, e un’istanza di riconoscimento, per la quale, tuttavia, la sola memoria non sembra più sufficiente. Era tempo, dunque, che il lungo viaggio del Vecio (così potremmo chiamarlo) venisse riscoperto, a testimonianza della sventura di un intero esercito; ma era anche tempo che questo viaggio diventasse l’antefatto di una sentenza esemplare, come spunto per la rinascita di un giudizio collettivo finalmente più giusto. È per questo che Malaguti inventa Malossi, facendogli condurre un’indagine che riporta alla luce un fatto tanto assurdo quanto realmente accaduto, per il quale il generale Graziani è da sempre rimasto tristemente famoso, e del quale ora, sia pur post mortem, può pagare simbolicamente le conseguenze.
Recensioni (di Franco Cardini; di Dino Messina; di Milena Nebbia; di Maria Emilia Piccone; di Silvia Stucchi)




Gli Alleati risalgono l’Italia in modo irresistibile e il colonnello Martin von Bora, ex ufficiale dell’Abwehr, lascia Roma: deve raggiungere il suo nuovo comando sugli Appennini. Siamo nel giugno del 1944, la Wehrmacht sta cercando di assestarsi in prossimità della Linea Gotica. Bora, però, viene bloccato lungo il percorso, perché per lui gli ordini sembrano improvvisamente cambiati. Il suo passato lo richiama in sevizio. Senza che le SS lo sappiano, deve fermarsi a Faracruci, un piccolo paese sul massiccio del Gran Sasso, per tentare di recuperare un carteggio di importanza fondamentale, quello tra Mussolini e Churchill. Durante la prigionia di Campo Imperatore, l’ex Duce lo avrebbe consegnato in gran segreto a Luigi Borgonovo, un oppositore del regime confinato da anni nel remoto borgo abruzzese. Bora ha pochi giorni, perché non può permettersi che la sua missione venga vanificata dagli americani, dai partigiani o dallo stesso esercito tedesco. Ha capito, infatti, che anche nelle alte sfere dei comandi berlinesi si sta giocando una partita complessa; e lui, in fondo, sa da che parte stare. Tuttavia Borgonovo non vuole rivelare il suo segreto, e a complicare il tutto ci si mette anche un misterioso omicidio: nella piazza di Faracruci viene ritrovato il corpo morto di un uomo sconosciuto. Dal paese, nel frattempo, sono fuggiti anche i Carabinieri. Bora, unico ufficiale presente, si sente quasi costretto ad indagare, con la speranza di essere aiutato, in ciò, da Borgonovo, con cui vuole entrare in confidenza. Si apre in tal modo un giallo nel giallo, un mistero le cui radici affondano nel primo conflitto mondiale e negli intrighi più contorti della sparuta comunità locale, dei suoi notabili e dei poveri contadini che da sempre lavorano per loro. La detective story si articola ora per ora nel microcosmo di Faracruci, ma sullo sfondo delle grandi manovre militari e delle sorti fatali dell’Italia e della Germania.

