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Un vistoso e orribile refuso s’impone già dalla prima riga della quarta di copertina. I presagi non sono propizi. I primi capitoli, poi, sembrano confermare l’impressione: altri refusi, l’idea stanca di un tesoro di lingotti d’oro di marca nazista, l’affacciarsi scontato di un segreto che ruota attorno ai momenti più torbidi della guerra partigiana… una potenziale galleria di situazioni un po’ troppo trite, non solo nella narrativa di genere. Forse, però, l’Autore – che è al primo romanzo – è solo un apprendista, come il suo simpatico protagonista, un ragazzo che incontriamo mentre è all’opera come assistente becchino nel cimitero di un piccolo comune dell’entroterra ligure. Bisogna dargli fiducia, allora, andando fino alla fine. E, malgrado tutto, la trama regge, la mano dello scrittore c’è, gli attori sono assemblati con un certo senso del divertimento e l’attenzione resta costantemente viva grazie a qualche piccolo colpo di scena.

Il giovane Silvestro pensa di aver risolto i suoi problemi e di poter studiare a Milano, all’Accademia di Belle Arti. Scavando una tomba, infatti, scopre una cassa piena di lingotti, e il suo anziano collega Anselmo, vecchio eroe della Resistenza, lo spinge a spartirsi il bottino. Ma il giorno dopo Anselmo viene trovato morto e gli indizi paiono tutti accusare Silvestro. Che, impaurito, fugge dalle grinfie dei carabinieri e scappa sui monti, aiutato da Elvis, amico fidato e un po’ spaccone. Comincia così un’avventura, tra boschi e sparatorie, tra sospetti e sogni d’amore, tra sofferenze e dolorose rivelazioni. Naturalmente, dopo tante fatiche, il vero colpevole verrà a galla e la conclusione della storia sarà sostanzialmente positiva, anche se non del tutto. Per il nostro personaggio, la conquista forzata della maturità e dell’autonomia non significherà soltanto una nuova vita da costruire assieme alla sua bella e volitiva Norma. Silvestro scoprirà il peso angosciante di un paese che non sa mai essere veramente onesto e nel quale occorre sempre avere grande coraggio. Todaro Editore continua a scommettere su gialli che ancora non sono tra i più solidi; ma anche la promozione della freschezza è un grande merito, che suscita sicuramente tutti gli incoraggiamenti del caso.

Recensioni (di Viviana Filippini e Carlo Oliva)

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The Two Faces of American Education (da nybooks.com)

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Addio allo scrittore Alvaro Mutis (da corriere.it)

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Un clásico americano vuelve a volar (da elpais.com)

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Sir Alex Ferguson e le 8 regole per avere successo (da linkiesta.it)

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“Se bussano alla porta non aprire” (p. 6). Lolini ci avverte subito, al primo verso. E poco sotto spiega: “se dicono: alzati! / cacciati sotto le lenzuola / rientra nelle trasparenze / di pareti nude dove sconfitti / stanno i desideri”. C’è solo modo di adattarsi, quindi; non c’è nient’altro da fare. D’altro canto, “il tempo ci smembra come un coltello affilato” (p. 9) e la vita è “recita / ammutolita / che penosamente / balbettammo / da una scena all’altra” (p. 12).  Eppure lo scenario, apparentemente disperante, è il luogo in cui scoprire grandi opportunità: infatti “della libertà / ci siamo liberati” (p. 13).

I brani che così compongono la Ballata delle edicole incorniciate aprono l’ultima raccolta di un poeta tanto grande quanto schivo. Che dopo questa sorta di manifesto ci spinge nell’osservazione più compiuta dei luoghi e dei momenti più congeniali alla sua personalissima cosmogonia dell’abbandono. Nei Versi a mezz’aria, la notte vale più del giorno, la stasi più del moto, il sonno più della veglia, e la fragilità e la contingenza sono più vere della forza e dell’eternità, che, se davvero esiste, è luogo di sospensione, di incertezza, di precarietà, di inconoscibilità. È tutto intrinsecamente fugace e indefinibile, e passeggero. Inoltre, ciò che la chiromante vede, della natura, sono solo i nostri rifiuti, quasi trionfanti, carte da sandwich nel becco di un gabbiano (p. 35). Quindi, a conti fatti, “Che bisogno c’è di uscire? / Ho trovato un alberghetto / me ne sto a letto” (p. 55). Le giornate si susseguono come “repliche” (p. 56), e in città si può accedere alle indubitabili certezze della nostra esistenza solo attraverso le prospettive di Tom&Jerry, insegna di un vecchio ristorante o di una vecchia rosticceria.

Degno allievo di Eliot, Lolini non manca di offrire, in chiusura, anche alcune imitazioni, alla maniera dell’Ecclesiaste, di Goethe, di Larkin, di Müller, di Lowry. Quest’ultima parte è molto interessante: si ha l’impressione che l’Autore voglia dare un cielo alla sua costellazione poetica; che abbia, cioè, paura di essere frainteso, e che, alla fine, desideri regolare la sua scrittura e, con essa, lo sguardo dei suoi lettori al diapason di una tradizione tragica ben precisa. Qui sta tutto il fascino di questo veterano e illuminato interprete della poesia italiana, perché la linearità del suo stile e la povertà dei suoi soggetti sono soltanto in superficie, e l’importanza delle sue intuizioni e delle sue riflessioni si misura sempre nel dialogo interrotto con i maggiori del passato.

Recensioni (di Giuseppe Grattacaso, Renzo Favaron, Roberto Galaverni, Matteo Marchesini)

Un profilo di Lolini e una scheda critica

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Un assaggio di Lolini…

Perso l’equilibrio

barcollo nel marciapiede

/

ostinato nelle abitudini

nostre sole religioni

/

scriverò senza guardare la pagina

parole che conosco e detesto

/

signore dacci la nostra noia quotidiana

ma chiamo un taxi

prenderò un caffè ristretto

saluterò con cortese distacco

l’altro viaggiatore nello scompartimento

/

osservando la strana luce che appare

dal finestrino, un sole pigro, indeciso, sfilacciato.

/

Forse mi sono inventato

come un pensiero malato.

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Studiare subito e pagare dopo (da lavoce.info)

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La “luce sconosciuta” negli occhi dell’alpino Rigoni Stern (da ilsussidiario.net)

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Il poeta che è unanimemente riconosciuto come una delle voci più importanti della scena letteraria dell’ultimo secolo si è cimentato anche con la prosa, in particolare in un “pugno” di brani molto suggestivi, dal sapore quasi antico. Ripubblicati pochi anni prima della sua scomparsa, questi pezzi minori di Zanzotto possono rivelare l’esistenza di un “dietro le quinte” che invoglia a rileggerne i versi più noti con rinnovata soddisfazione. Grande capacità riflessiva, serena attitudine all’indagine introspettiva, tenace amore per le immagini del paesaggio, nostalgia per una semplicità perduta da ritrovare nella più viva prossimità alle epifanie di una natura sempre toccante: i racconti raccolti in questo piccolo volume – che risalgono al periodo 1942-1954 – recano tracce sensibili di quelli che sono i luoghi più ricorrenti del grande autore di Pieve di Soligo.

Degli scritti che si presentano sotto il titolo Le signore, si ha l’impressione di tornare al piccolo mondo di Fogazzaro, condito, però, di intuizioni ironiche e talvolta moraleggianti, come quelle che si potrebbero attingere dalla grande tradizione che accomuna Čechov a Maupassant. La scomparsa di Ciankì e il successivo Ero farfalla sono piccoli capolavori di dolce sarcasmo (e pare quasi che si voglia quasi fare il verso all’ipotetica montagna incantata della piccola borghesia italiana). Degli altri testi: Sull’altopiano è una vivida e perfetta rassegna di emozioni tanto pacate ed elementari quanto traboccanti; Parlami ancora reca la testimonianza di una madeleine veneta per eccellenza, tanto povera quanto essenziale; Autobus nella sera sembra riprodurre un quadro di Hopper in salsa neo-realista; Segreti della pioggia e Idea dell’autunno sono canti di un Lucrezio moderno; 1944: FAIER è un inno alla memoria e alla storia dei più umili, e un monito per la loro custodia…

Una pagina segue l’altra senza difficoltà, fino alla fine, in un alternarsi di prose che sono disordinate solo in apparenza e che si chiudono nel brevissimo Il vigneto, spontanea rappresentazione del tempio segreto in cui sempre ci piace immaginare Zanzotto, alla ricerca delle sue Muse. Letta oggi, l’ultima frase di questo racconto, e così di tutto il libro, diventa, per il grande poeta, il migliore degli autoritratti: “Ero raccolto e folto in me, mi perdonavo, mi lasciavo dire sì, mi accoccolavo nel vivere, mi accucciavo inerme nel vivere, ma esso continuava come a darmisi dall’esterno e dal mio intimo, ed ero portato fuori, comportato da tutto e nulla, nel verde, nell’inaccessibile dei colli, nel loro socchiudersi senza fine”.

Recensioni (di Sergio D’Amaro, Domenico Cacopardo, Giuliano Gramigna – ma, in quest’ultimo caso, sull’edizione Neri pozza…)

Ritratto di Zanzotto (a cura di Marco Paolini, regia di Carlo Mazzacurati, 2009)

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A che serve il sapere? Una conversazione (da leparoleelecose.it)

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