Questo volume, curato da Giorgio Agamben, non fornisce un’introduzione completa all’opera o al pensiero di Carl Schmitt. Che merita di essere frequentato, per la verità, nei lavori più classici e fondamentali, dalla Dottrina della Costituzione a Le categorie del politico, da Terra e mare a Il nomos della terra, dalla Teoria del partigiano a Cattolicesimo romano e forma politica, da Teologia politica I a Teologia politica II. Tuttavia, i saggi e le interviste raccolti nel testo edito da Neri Pozza offrono nitide istantanee di alcuni degli sguardi più acuti ed obliqui del grande giurista tedesco, fornendo, così, un complemento forse indispensabile per la rappresentazione della sua peculiare esperienza.

La lettura, infatti, ci fa presto avvertire che Schmitt si lascia comprendere al meglio soltanto nei suoi itinerari più insoliti e tormentati, nelle affermazioni più intuitive e talvolta urticanti, nel retroterra culturale e religioso della sua educazione familiare, nell’ostentata consapevolezza del ruolo di interprete storicamente organico di processi politici ed istituzionali tanto drammatici quanto decisivi per tutta la storia della tradizione giuridica occidentale. Per Schmitt, essere giurista – esserlo, cioè, scientificamente – significa innanzitutto viverlo, e dunque cogliere le forze e le tendenze proprie di una determinata realtà sociale per poterne tradurre gli stimoli in strumenti organizzativi e criteri interpretativi intrinsecamente coerenti, immedesimandosi totalmente in queste operazioni e mettendosi in gioco, come egli stesso riconosce, “sulla bilancia della storia” (p. 218). In questo, in fondo, Schmitt si sente del tutto solidale e compartecipe con gli unici due giuristi che ricorda come grandi maestri, Maurice Hauriou e Santi Romano. Ed è una prospettiva che in questi contributi emerge pienamente, sia in quelli che ritraggono Schmitt, esplicitamente, al cospetto del suo impegno come giurista del nazionalsocialismo (v. il Colloquio radiofonico del 1° febbraio 1933, il Colloquio con Dieter Groh e Klaus Figge o l’articolo Stato, movimento, popolo, nel quale si giustificano in modo spietato anche gli argomenti razziali), sia in quelli in cui il giuspubblicista travolto dalla disfatta del suo Paese si ripropone quale lettore privilegiato del nuovo ordine mondiale sorto dal declino dello jus publicum europaeum (così in La rivoluzione legale mondiale o ne L’ordinamento del mondo dopo la Seconda guerra mondiale o, ancora, ne il Colloquio sul partigiano).

Il punto davvero centrale, e qualificante, di questa prospettiva non lo si avverte, però nelle specifiche opzioni ricostruttive che di volta in volta Schmitt dimostra di aver sostenuto o di assecondare: si rischierebbe di incorrere, nuovamente, nell’impressione comune (da Löwith in poi) di trovarsi di fronte ad un ineguagliabile opportunista, ad un giurista “pifferaio” capace di ammaliare i suoi interlocutori grazie ad una abilità narrativa non comune. D’altra parte, Schmitt vuole sempre stupire, vuole porsi sempre al di là, se non al di sopra, di tutte le interpretazioni possibili: anzi, nell’intervista rilasciata a Fulco Lanchester pochi anni prima della morte (riprodotta nel brano che dà il titolo al volume: Un giurista davanti a se stesso) il tipico senso di superiorità schmittiano può anche irritare. Il fatto è che l’ostinazione e la radicalità di questo singolarissimo giurista si spiegano per la ragione che egli si è sempre sentito spinto a confrontarsi senza sosta con la ricerca di significati generali ed assoluti per le fasi concrete ed effettive dell’evoluzione storica dell’uomo occidentale e delle sue esperienze politico-istituzionali.

Da qui deriva la propensione per le concezioni olistiche e l’avversione per il modello costituzionale di Weimar e per le fragilità proprie di tutte le esperienze costituzionali pluraliste o di tutte le letture esclusivamente normativiste del diritto. Da qui deriva anche l’interesse inesausto per la teologia politica e per le prospettive escatologiche, testimoniato, anche nella presente antologia, dal breve ma acuto intervento su Tre possibilità di una immagine cristiana della storia: sicché, a ben vedere, il famoso decisionismo di Schmitt non è l’ipostatizzazione di un (facile) volontarismo, bensì la traduzione teorico-generale di un problema quasi esistenziale, di una ricerca dell’esserci giuridico di una determinata collettività in uno specifico momento storico. Il dato è evidente anche nel complesso Colloquio su Hugo Ball, poiché in esso si ha l’opportunità di interrogarsi su quale potesse essere lo stretto ed indecifrabile legame tra Schmitt e quel famoso ed originale dadaista. Da un lato, certo, un tale legame è un’ulteriore traccia del clima particolare che anche Schmitt ebbe modo di vivere nelle sue frequentazioni giovanili del quartiere bohémien di Schwabing, a Monaco (v., in proposito, il bel saggio di L. Garofalo su Schmitt e Kandinsky). Dall’altro, però, non si può che maturare l’idea che quello stesso legame derivasse anche dalla consapevolezza di un comune destino / approccio, vuoi personale, vuoi conoscitivo. Non è un caso che Schmitt si riconosca integralmente nella definizione che di lui stesso aveva dato proprio Ball: “Nella forma di coscienza della sua attitudine vive il proprio tempo” (p. 148).

Delle numerosissime, e suggestive, sollecitazioni che provengono dalle pagine di questo libro, molte possono essere considerate utili anche per i giuspubblicisti dell’era globale, in primis tutte le riflessioni che Schmitt dedica all’affermazione, post secondo conflitto mondiale, di un “pluralismo di grandi spazi” (p. 238 ss.): ossia di un’esperienza politico-giuridica in cui si sovrappongono dimensioni istituzionali e normative differenti, che non coincidono più con le proiezioni fisiche e territoriali degli Stati e che pongono al centro dell’attenzione il problema dell’individuazione dello “spazio dello sviluppo industriale” e del governo della sua “irresistibilità” (p. 246). In questa cornice di ragionamenti, ciò che sembra essenziale è il metodo, poiché per Schmitt il livello internazionale o globale non è per nulla estraneo al livello statale, le cui categorie ed i cui strumenti operativi ed organizzativi si sono sempre articolati anche con riguardo al modo con cui lo Stato stesso si pone nei confronti di ciò che è collocato oltre la propria esperienza. Se qualcuno, dunque, chiedesse che cosa è veramente vivo, a tutt’oggi, dell’opera di Schmitt, una buona risposta potrebbe essere questa: l’appello all’inestricabile unità di tutte le scienze pubblicistiche.

Una recensione (di Gianfranco Cordi)

Carl Schmitt nella cultura italiana (1924-1978) (di Carlo Galli)

Un confronto tra Carl Schmitt e Santi Romano (di Stefano Pietropaoli)

Il nomos della terra (presentato da Carlo Galli)

Il diritto europeo nella globalizzazione: fra terra e mare (di Maria Rosaria Ferrarese; v. a p. 11 ss.)

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Originale e accattivante: sono questi i due pregi del romanzo di Ballestracci, che per qualche strana combinazione di intuizioni e di emozioni – non ultime quelle che suscita la foto in copertina, di Enrico Pandiani, altro “asso” di Instar Libri – non può che ricordare il bellissimo Tutto il ferro della torre Eiffel di Michele Mari; ciò, almeno, al lettore che si scopra meno incline alle mode del momento. Personaggi reali e spezzoni di storia e di vite effettivamente vissute si mescolano a trame variamente inventate, in intrecci e coincidenze sorprendenti quanto intelligenti.

Questa volta, però, i protagonisti non sono Bloch, Benjamin o Céline, e non agiscono soltanto nello spazio di una città “magica”. In questo caso, al centro di una scena che trascorre dall’Europa del 1938 all’Argentina degli anni Settanta e Ottanta si muovono indimenticati campioni sportivi, degli scacchi, del calcio, del ciclismo e del pugilato: da un mitico Gino Bartali a Ezi Willimoski, prolifica punta delle nazionali polacca e tedesca; da Matthias Sindelar, grande attaccante dell’Austria Vienna degli anni Trenta, al giovanissimo Diego Armando Maradona; da Carlos Monzón, uno dei più forti pesi medi della boxe, a Rodrigo Valdéz, suo tenace rivale. Le loro imprese fanno da sfondo e da contrappunto ad altre piccole e grandi vicende di valore e di resistenza, che sono, al contempo, testimonianza di amore e di passione incondizionata per lo sport, ma anche di sofferenza, di esilio e di persecuzione: a causa del dilagare del Nazismo, ma anche in ragione delle brutalità estreme dei rapimenti e delle torture messi in atto dai generali golpisti di Buenos Aires. Tra le righe, allora, compaiono e agiscono anche figure drammaticamente note e terribili: Adolf Eichmann, Martin Bormann, Klaus Barbie; così come Eduardo Acosta, Alfredo Astiz, Mario Alfredo Marcote.

Figura chiave di tutto il racconto è Casimiro Stablinski, prodotto diretto della penna, sempre curiosa, di Ballestracci. È il figlio del Leopoldo Stablinski che si incontra nelle prime pagine del libro e che si presenta, subito, come l’emblema dell’ebreo errante e, più in generale, di una porzione di umanità tragicamente predestinata a sperimentare continuativamente l’inesorabile follia della storia. Sarà proprio Casimiro, in tale destino, a fare da vittima, e la sua esperienza estrema gli consentirà la conquista di una dura consapevolezza, che, pur affascinata dalla logica della vendetta più feroce, si scioglierà nell’immaginazione di una giustizia tutta terrena e tutta incerta. In proposito, l’epilogo del romanzo è un vero capolavoro di pastiche storico-letterario, con le scene del processo Eichmann che trascolorano improvvisamente nei fotogrammi dei primi e recenti giudizi ai torturatori dei desaparecidos argentini: e qui troviamo Casimiro, che vi assiste assieme a Kaddish Poznan, felicissima incarnazione dell’omonimo protagonista de Il ministero dei casi speciali di Nathan Englander.

La storia balorda è una lettura altamente raccomandabile, non solo per il prezioso atto di memoria che l’Autore rende allo sport, alla letteratura e a tanti sconfitti del Novecento più drammatico. Il volume stupisce anche per le trovate ripetute e intense, diffuse a profusione nel corso della narrazione: la pagina su Paolo Rossi al mondiale del 1978, paragonato al coyote di Mark Twain, è semplicemente geniale; l’intermezzo su e con Osvaldo Soriano – l’autentica “musa” ispiratrice dell’Autore – è un meccanismo perfetto ed in sé compiuto; la sovrapposizione delle sfide calcistiche di Argentina ed Inghilterra con gli episodi della guerra delle Malvinas è epica pura ed azzeccata. Con Ballestracci, che è anche un quotato bluesman, basta soltanto avere un po’ di pazienza: abbandonarsi, cioè, al flusso degli eventi e delle tante e diverse epifanie del tempo che scorre. Attimi di vero piacere e momenti di profonda riflessione non solo possono coesistere; sono garantiti.

Le recensioni di Giovanni Pacchiano e di Giorgio Sbrissa

L’Autore si racconta

Il blog di Ballestracci

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In questa Giornata della memoria, dopo aver rivisto il film che Vittorio De Sica aveva tratto dall’omonimo dramma di Sartre, tante cose mi riescono difficili. La prima è comprendere lo scarso successo che quest’opera ha ricevuto nel 1962, al tempo della sua prima proiezione. Era davvero troppo sofisticata? O forse era il tema ad essere ancora troppo “duro” da affrontare sul grande schermo? Non è facile individuare una spiegazione: perché, in verità, De Sica è riuscito a portare al cinema un complessissimo pezzo di grande teatro; e perché lo spinoso rapporto tra un intero paese, la Germania, e il ricordo degli orrori e dei crimini del regime che l’ha storicamente travolto non poteva essere reso in un modo migliore.

È questo stesso modo, però, a costituire il secondo profilo di difficoltà. E ciò per il fatto che la tragicità estrema del finale non sembra lasciare scampo. Lo squarcio sulla verità del presente e sul pratico, e quasi indifferente, superamento del passato conferma per Franz una condanna totalmente irrefutabile. Eppure, il giovane ufficiale che si è reso complice di brutalità indicibili e che vive, schizoide, da sequestrato nella soffitta della ricca casa paterna – “protetto”, paradossalmente, sia dal rischio di una sua cattura da parte dei vincitori, sia dal fantomatico e finto scenario di irrimediabile disfatta che gli viene quotidianamente ammansito dalla figura ambigua della sorella Leni – ci sembra intimamente consapevole della giustizia intrinseca che la sconfitta deve necessariamente determinare, e ci pare, pur nella sua conclamata follia, anche migliore del padre (magistralmente interpretato da Fredric March), di quella agiata generazione borghese che nel suo proprio interesse non ha esitato a lasciarsi sedurre e a vendere al nazismo tutta la vita dei suoi figli più capaci. È una tentazione, questa, che può riproporsi ancora, che affonda le sue radici in una debolezza morale che è ricorrente in ogni contesto sociale.

Ecco quale può essere il punto: il fatto che il film sembri del tutto sballato, o a tratti addirittura “stralunato”, se da un lato stona con le attese che la partecipazione di attori di primo piano poteva suscitare (e con il consueto realismo della sperimentata coppia Zavattini-De Sica), dall’altro realizza un effetto allucinante e disorientante che giova alla materia e al contesto, così come alla tensione psicologica che percorre tutta la storia ed alla forte e ricercata caratterizzazione dei personaggi. Il sentirsi disturbati è un pregio, un segno che l’obiettivo del regista ci ha inquadrati fin troppo bene. Proprio a questo livello si può misurare la fedeltà con il testo originale che ha ispirato De Sica. Questo disturbo, infatti, è l’indice della riflessione che il film, come il dramma teatrale, voleva stimolare, un’aspra meditazione, cioè, sulla condizione umana tout court e sul suo essere sempre e comunque in bilico. Per riprendere le parole di Sartre (ben ricordate, a proposito di questo film, da Mario Vargas Llosa, Tra Sartre e Camus, Milano, 2010, 61), “nessuno di noi è stato carnefice ma, in un modo o nell’altro, tutti noi siamo stati complici di una certa politica che oggi disapproveremmo”; anche noi, quindi, come Franz, oscilliamo tra “uno stato di indifferenza bugiarda e un’irrequietezza che si interroga senza tregua: cosa siamo, cosa abbiamo voluto fare e cosa abbiamo fatto?”.

Uno spezzone particolarmente intenso

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Sergio Campailla è da anni il curatore, per Adelphi, dell’opera omnia di Carlo Michelstaedter (1887-1910), una delle figure più tragiche della filosofia italiana del Novecento. Il giovane pensatore goriziano, infatti, è morto suicida all’indomani della conclusione della sua tesi di laurea, La persuasione e la rettorica, che ne rappresenta il più noto e tormentato lascito intellettuale. Ne Il segreto di Nadia B. – che reca come sottotitolo la precisazione “La musa di Michelstaedter tra scandalo e tragedia” – il bravo e attento studioso dell’Università di Roma Tre torna, con piglio di vero scrittore, su alcuni dettagli della biografia del Suo Autore per ricavarne un’inchiesta avvincente, che si dipana tassello dopo tassello e che lui stesso concepisce “come un romanzo russo”.

La missione di Campailla è molto chiara: ricostruire la fine altrettanto drammatica e la vita avventurosa di Nadia Baraden, fiamma indimenticabile ed indimenticata di Michelstaedter, mai ricambiato nel suo slancio. Ne emerge una figura così forte dall’aver condizionato in modo decisivo sia l’intensità del pensiero di Carlo, sia l’esito infausto della sua esperienza di uomo. Anche Nadia si è suicidata, pochi anni prima, nel centro di Firenze, avvelenandosi e sparandosi un colpo di rivoltella. E prima di compiere questo terribile gesto, Nadia ne ha comunicato l’intenzione anche a Carlo, con una brevissima, ma esplicita, lettera che, per Campailla, lo ha “in-ca-te-na-to” (p. 200) al suo destino.

Già sposata con una spia zarista (il Baraden che le dà il cognome), Nadia Haimowitch emerge dalle cronache del tempo come un’eccentrica studentessa della celebre Scuola del Nudo, una donna giovane e affascinante, di famiglia ebraica, con un passato insospettabile di rivoluzionaria e di condannata in Siberia e poi all’esilio. Ammirata dalla buona borghesia fiorentina e corteggiata dalla nobiltà locale, rappresenta un lato misterioso che l’Italia dell’inizio del Novecento ancora non può capire e che percepisce, anzi, come spazio dell’esotico o del nevrotico. Nadia, però, è l’eroina incompresa e proto-tipica di uno sconvolgimento politico che presto infiammerà tutta l’Europa e che ne rende la testimonianza un’icona della stessa persuasione che Michelstaedter ricercava come ideale assoluto. Per Campailla, in definitiva, Nadia è stata, per Michelstaedter, ciò che Lou Salomé è stata per Nietzsche. Capirci qualcosa di più non è, quindi, un affare trascurabile.

Il libro è una specie di congegno ad orologeria, il cui ticchettio cresce di intensità passo dopo passo. Ritagli di giornale e documenti recuperati in archivi pubblici e privati si mescolano ai ricordi del giovane studioso, ai primi sguardi, negli anni Settanta, tra le carte gelosamente custodite dalla sorella di Michelstaedter. Deduzioni e ricostruzioni puntuali si intrecciano, poi, a piccoli ma suggestivi schizzi sulla società dell’epoca e sui tanti ed inquietanti tabù che la percorrevano e di cui è stata vittima anche Nadia. Ma senza dubbio il merito del saggio è riportare attenzione attorno ad esperienze individuali irripetibili, che oggi, paradossalmente, ci appaiono come il più chiaro presagio delle inquietudini di un secolo intero.

L’Autore presenta il volume

Il sito dell’Autore

Una poesia di Michelstaedter su Nadia (da C. Michelstaedter, Poesie, Milano, Adelphi, 1987, p. 43):

Sibila il legno nel camino antico

e par che tristi rimembranze chiami

mentre filtra sottil pei suoi forami

vena di fumo.

O caminetto antico quanto è triste

che nella nera bozza tua rimanga

la legna che non arde e par che pianga

di desiderio,

ma dal profondo della sua poltrona

socchiusi gli occhi, il biondo capo chino

stese le mani al foco del camino

Nadia ride.

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Questa raccolta di racconti – con un assaggio, verso la fine, di qualche poesia – è come un agrume composto da tanti spicchi, aspri e dolci al contempo. Non è un’antologia, ma una selezione di pezzi variamente connessi, quanto meno per il fatto che il loro protagonista è sempre Zachar, immagine dell’autore medesimo. Nella quarta di copertina, in effetti, si legge “romanzo fatto di frammenti”; e così è, quasi fosse un collage di momenti diversi, di estratti di una vita talvolta semplice, talvolta violenta, talvolta indecifrabile. In sostanza, è come se ci trovassimo di fronte a differenti fotogrammi del processo formativo e della personalità, anche più intima, dello stesso scrittore. Il quale, peraltro, si rivela ottimo e solido erede della grande tradizione russa.

Ciascuno dei nove racconti meriterebbe almeno un breve cenno. Il primo è la storia di un amore chimicamente immediato che arriva a farsi promessa di qualcosa di più grande, con due livelli di lettura e con le immagini, a quelli intrecciate, di un’altra storia e di un dolce e metaforico rapporto tra Zachar e alcuni cuccioli di cane. Il secondo racconto offre il titolo al libro, e ciò avviene correttamente, perché l’inquietudine acerba del giovane personaggio rappresenta efficacemente l’humus su cui sarà destinata a stendersi l’esperienza disorientante e fertilizzante della vita, quella, cioè, dei racconti successivi. Del resto, Karlsson e Demonio e gli altri sono proprio esempi di iniziazioni, all’umiltà, da un lato, e, dall’altro, alla coscienza dei rapporti sociali. Ruote, poi, è una storia di amicizia e di sentimenti autentici quanto ingenui, ma anche di finale e scioccante avvertimento sulla inevitabile necessità di diventare davvero uomini. Sei sigarette, eccetera segna le difficoltà del passaggio alla maturità, e Non succederà niente è la sintesi perfetta della precarietà fatalmente incombente che minaccia anche il raggiungimento delle felicità familiari, apparentemente più semplici ed elementari. Se Il quadrato bianco, infine, è un salto all’indietro, ossia all’infanzia e alla dimensione del gioco, esso è tale solo per ricordarci quanto la dimensione rassicurante dell’innocenza possa convivere con la precoce scoperta della sua insufficienza e della sua tragica incapacità di proteggerci fino in fondo. Il sergente, che chiude il volume e che ritrae Zachar sul fronte ceceno, non è soltanto un quadro dell’insensatezza della guerra o l’ultima e più dura conferma della condizione precaria di ogni uomo: è il bilancio smarrito di chi si è arruolato per trovare se stesso e si è, però, ri-trovato nella stessa irrequietezza e nella stessa nudità dell’adolescenza, privato, per giunta, dell’amor di Patria, eppure consapevole dell’esistenza una “russicità” perduta e di una sensibilità profonda che neanche la libertà dei paesi “più liberi” può restituire al suo popolo.

Accostato, talvolta, a Turgenev e a Dostoevskij, Prilepin, classe 1975, è un narratore spontaneo, istintivo, diretto, ma anche attento e suggestivo, senza essere tuttavia artificioso e, soprattutto, senza incorrere negli ormai tipici prodotti delle scuole di scrittura: che vogliono convincerci con la tecnica e che, difettando di una vera passio narrativa, non riescono più a riproporsi dopo la lettura dell’ultima pagina. Probabilmente, per Prilepin l’aggettivo giusto è autentico, perché si ha davvero l’impressione che ci voglia dire delle cose che ha vissuto e sentito realmente, e ciò perché ritiene che esse non gli appartengano esclusivamente e possano, invece, manifestare un disagio ed una nostalgia comuni, e (contemporaneamente) un’ebbrezza di natura collettiva, anche politica. Zachar, in sostanza, si vede come l’alter ego di un popolo e di una generazione che sempre ha cercato e sperato la libertà, ma che mai ha saputo accontentarsi di quella puramente esteriore e che, quindi, può ribellarsi in ogni tempo e in ogni modo a chi cerca di strumentalizzarne le aspirazioni. Una riflessione apparentemente estemporanea del sergente, nel racconto conclusivo, è la base di un vero manifesto: “la peggiore assenza di libertà è quando non puoi compiere facilmente la scelta più importante, non quando c’è poca indulgenza per capriccetti banali, che si riducono in genere al diritto di vestirsi in un certo modo, uscire la notte a ballare e poi non lavorare di giorno, o se proprio devi lavorare, fare qualcosa di strano, inutile e incomprensibile” (p. 215). Leggiamo Prilepin, dunque, per capire la Russia di oggi, i suoi tanti vuoti e lo spirito che in essa continua a confrontarsi e ad alimentare qualche residua ed amara speranza. E che, per giunta, potrebbe insegnare qualcosa anche a noi occidentali.

Un’intervista (da Liberazione)

Un’altra intervista (da Marcotropeaeditore)

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Un esperto giornalista – che è da tempo un instancabile viaggiatore, come provano i tanti reportage su Repubblica – propone una visione verticale dell’Europa, dall’estremo Nord di Kirkenes, in Norvegia, fino allo stretto del Bosforo, alle porte di Istanbul e del Mediterraneo. L’equipaggiamento è essenziale; l’idea è quella di muoversi, se possibile, soltanto con i mezzi pubblici. Disagi e contrattempi, infatti, non costituiscono necessariamente un problema, ma la chiave per incontri e scoperte altrimenti inaccessibili.

L’itinerario di Rumiz è il risultato di un’aspirazione di ricerca progettata quasi con ostinazione: è vero, la cortina di ferro non c’è più, ma il confine può essere ancora un elemento indispensabile; è per questo che occorre seguirne le tracce e gli spostamenti, e non c’è niente di meglio, per capire che cosa è stata e che cosa può essere oggi l’Europa, che “buttarsi” alle sue più tormentate estremità e percorrerne i contorni più frastagliati e desolati, più carichi di ogni più forte sensazione, naturale o artificiale che sia. È in questo tipo di intuizioni che si può saggiare il gusto, il senso e la profondità di un’eredità culturale che, nel centro del Continente, non è più disponibile, sommersa da un lifestyle sempre più uniforme ed omologante.

Negli appunti dello scrittorie triestino – aedo del meticciato culturale, per diritto di nascita orgogliosamente ribadito – curiosità e momenti salienti non mancano. Sono molto suggestive le descrizioni delle Penisola di Kola, della Carelia e degli uomini che la abitano, così come delle Isole Soloveckij e dell’intensa e primordiale religiosità ortodossa che pervade, anima e spiega lande ancora selvagge. Dopo il pezzo sulle Terre di mezzo (Estonia, Lituania e Lettonia), il capitolo migliore, probabilmente, è quello sulla “città di Kappa”, Kaliningrad. Anche molte immagini restano facilmente impresse, come quelle dei treni russi, popolosi universi che si muovono costanti ed inesorabili (bellissima la descrizione di una carrozza-tipo a p. 72).

Tuttavia, ciò che più colpisce è il modo con cui l’autore raccoglie le testimonianze, dirette o indirette, dell’immenso, diffuso e silenzioso lascito dell’ebraismo in una fascia territoriale incerta ed attraversata da un dinamismo storicamente instancabile e crudele, capace, tra pogrom, guerre, Shoah e persecuzioni staliniste, di travolgere e cancellare una magna pars del cuore europeo e dell’anima che l’ha fatto pulsare per secoli. “La memoria: ecco il tema chiave” (p. 120). Ecco, in definitiva, l’antidoto, per evitare anche oggi che ignoranza e vuoti nazionalismi riportino alla luce terribili reticolati di violenza e spingano l’Europa a superare confini che non vorrebbe mai più oltrepassare.

L’Autore a Fahrenheit (Radio3)

Da leggere (dello stesso Autore): La leggenda dei monti naviganti

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Non si può certo dire che questo diario, opera di uno scrittore francese, sia un testo del tutto originale. I precedenti sono tanti ed autorevoli, e Walden di Thoreau spicca decisamente su tutti. Anche se ci sono pure Robinson Crusoe, Dersu Uzala, Walt Withman, Grey Owl… Ma non mancano Michele Strogoff, Varlam Salamov, Jünger, Nietzsche, Schopenhauer, Casanova; ed un alto numero di altri classici (pp. 30-32), come parte dell’equipaggiamento ideale di cui il perfetto eremita deve assolutamente dotarsi.

Nel bel mezzo dell’inverno siberiano, Tesson si isola in una capanna posta sulla riva dell’enorme lago Bajkal e vi passa un periodo lungo sei mesi (da febbraio a luglio), sperimentando il grande freddo, prima, e le altrettanto imponenti trasformazioni del disgelo, poi. Le sue giornate sono popolate da pensieri di diversa dimensione, da escursioni in alta quota o sessioni di pesca nel ghiaccio, dalle visite discrete di una cincia o dalle irruzioni tumultuose ma affettuose di pescatori, guardiacaccia od altra variopinta e indimenticabile umanità siberiana. Il risultato è una serie di memorie che oscillano tra la sceneggiatura documentaristica sulle suggestioni antropologiche e sociali che la taiga (e la Russia) di oggi può offrire all’osservatore continentale e la renaissance di un motivo, e di un sogno, letterario e filosofico, ormai innervato nel corpo multipolare di una certa e trasversale cultura (tutta moderna e tutta occidentale) di liberazione e di rivoluzione: “Per provare un senso di libertà interiore bisogna disporre di spazio e di solitudine. A ciò si aggiunga l’essere padroni del proprio tempo, il silenzio totale, una vita dura e lo spettacolo della bellezza naturale. La risultante di queste conquiste conduce direttamente alla capanna” (p. 88).

Se si raffrontano i motivi che emergono in questo libro con quelli, parzialmente sovrapponibili, di altre e recenti letture (quali Pecoranera, La tigre o Sulla Transiberiana; ma v. anche l’ultimissima fatica di Mauro Buffa, sulla linea ferroviaria transmongolica), sono queste a riuscire in qualche modo vincitrici: nonostante Tesson abbia sicuramente vissuto un’esperienza reale, il suo racconto è sempre rarefatto e ricercato, come capita spesso a molti reportage d’Oltralpe. Tuttavia, se si assume un punto di vista assoluto, Nelle foreste siberiane è il testo migliore che si possa compulsare davanti ai primi fuochi del caminetto invernale, provando un concentrato di emozioni tanto note e decantate quanto (troppo) facilmente omologabili tra le mode di determinate stagioni intellettuali (e non soltanto metereologiche). Come si suol dire, però, una domanda sorge spontanea: è proprio un caso che, di questi tempi di crisi, il fiuto per la steppa tenda a trovare nuove ragioni di affermazione?

Una recensione (di Fulvio Ervas)

6 mois de cabane au Baikal (il documentario girato dall’Autore)

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È il libro che quest’anno ha vinto il Premio Campiello e che senz’altro può appagare una sensibilità trasversale a diverse fasce di lettori. Gli ingredienti giusti ci sono tutti: è una saga di famiglia, ambientata in una terra piena di contrasti e storicamente difficile; è un racconto di passioni, sentimenti e rivendicazioni socio-culturali; è un viaggio alla ricerca delle proprie radici e dei misteri su cui poggiano; è un dialogo tra un padre ed un figlio; è un esperimento di mescolanza linguistica e di sinergia semantica; è un atto d’amore nei confronti delle ricchezze straordinarie che l’Italia custodisce nella profondità del suo passato.

La genealogia degli Arcuri è ripercorsa dalle parole dell’ultimo maschio della stirpe, la chiara voce dello stesso Autore, anch’egli originario della Calabria e trapiantato in Trentino. Ma il personaggio principale è il Rossarco, una collina profumata che la determinazione della famiglia ha reso fertile nel corso dei decenni. Sul Rossarco, ed alla sua ombra, accadono tutti i principali fatti del romanzo, ed è il Rossarco, infatti, ad attirare le attenzioni di Paolo Orsi, uno dei più importanti archeologi dell’Italia unita. La sua ricerca, quella dell’antico insediamento di Krimisa e dei tesori della Magna Graecia, si intreccia in modo decisivo con la vita di Michelangelo, il padre dell’io narrante, e di sua sorella Ninabella. Sono molti gli accadimenti, tristi e felici, che i due si trovano ad affrontare, sullo sfondo di una società ancora arretrata, che, tuttavia, ambisce a migliorarsi e “riscattarsi”, nonostante povertà, ignoranza, sfruttamento e prevaricazione sembrino cifre immodificabili di una condizione destinata a ripetersi anche nel futuro. La rivelazione conclusiva, dovuta ad un improvviso e rovinoso evento, suggella il vero e diretto lascito del libro, anticipato, sin dall’inizio (p. 20), dalle parole del colto e attento Orsi: “Questi luoghi sono ricchi fuori e dentro. Solo chi è capace di amarli sa capirli e apprezzarne la bellezza e i tesori nascosti. Gli altri sono ciechi e ignoranti. O disonesti e malandrini che pensano solo alle loro tasche”.

Forse la lettura può ispirare un senso di déjà vu (o sarebbe meglio dire di déjà lu). Eppure la sintesi di istinto, cuore, fervore ideale e politico tiene. L’Autore, infatti, si abbevera del migliore meridionalismo, personificato anche nella figura di Umberto Zanotti Bianco, fatto interagire direttamente con i protagonisti della narrazione, e quindi del tentativo di coniugare crescita civile ed economica con crescita culturale e morale, saldandole entrambe alle radici di un impegno collettivo e diffuso che esige da secoli di trovare credibili punti di approdo. La lezione, naturalmente, non vale soltanto per il Sud; vale per tutta l’Italia.

Una lunga serie di recensioni (dal sito dell’Autore)

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Ho sempre provato un sentimento di “paura” e di “rispetto” nei confronti di Carlos Fuentes. Presentivo che avrei dovuto dedicargli tempo e concentrazione, più di quanti possano sembrare necessari per la semplice lettura meccanica delle parole stampate sulle pagine. Così, venuto il momento per quel tempo e per quella concentrazione, l’aspettativa è stata confermata: Carlos Fuentes è effettivamente lussureggiante ed allusivo, disorientante e profondo, metaforico e polifonico, sociale e politico, filosofico e psicologico… e quindi è impegnativo, come vuole essere anche il ritratto del Messico che in tal modo ci consegna. Leggere Fuentes è come leggere Faulkner, Steinbeck e Vargas Llosa contemporaneamente; può dare alla testa. Destino, l’ultimo romanzo di questa impareggiabile figura intellettuale, scomparsa recentemente, non fa eccezione: è il racconto intricato ed enigmatico di una vita giovane e apparentemente promettente, ma bruscamente interrotta, e narrata post mortem in prima persona dalla testa mozzata del protagonista, adagiata sulla battigia di una spiaggia dell’Oceano.

Questo romanzo può riassumersi in una serie di interrogativi, destinati a rimanere a lungo inevasi, fino all’epilogo, in cui tutto sembra chiarirsi paradossalmente, come se tutto fosse stato già deciso sin dal principio: chi è Josué Nadal? Perché è stato ucciso? Che senso hanno avuto un’infanzia e un’adolescenza in solitudine? Che ruolo aveva l’indisponente profilo di María Egipciaca, la governante che si è presa cura di lui? Perché le cose sono andate così? Che significato ha avuto l’incontro con Jericó? Per quale motivo i due ragazzi, presto diventati inseparabili, come Castore e Polluce, si sono divisi e poi riuniti e poi, alla fine, scontrati? Chi sono i tanti personaggi misteriosi che Josué incrocia nel suo lungo apprendistato di uomo? Chi è, veramente, Lucha Zapata? E chi è Miguel Aparecido, il detenuto che Josué visita in carcere, sotto la guida del suo mentore, Avv. Prof. Don Antonio Sanginés? Quale futuro può garantire il lavoro al servizio del potentisismo Max Monroy? Quale ruolo ha la bellissima ed affascinante Asunta Jordàn? Perché Padre Filopàter, precettore tanto amato, compare nuovamente sulla scena, ma solo per un attimo?

Naturalmente le risposte stanno tutte nel libro. Quello che preme sottolineare non è tanto l’impressione incombente ed invincibile che queste siano il risultato di un fato irrimediabile, prodotto dalla concentrazione diabolica di tante delle forze più oscure e tiranniche del mondo contemporaneo. Il punto qualificante di Destino è l’estremo e totalizzante sconforto, in una concezione del mondo, anzi, dell’universo, che è tutta omerica, e che “condanna” tutti e ciascuno – e così anche il Messico e il suo popolo, e così anche il sognatore ingenuo, ma anche lo spregiudicato più determinato e presuntuoso – ad essere parte di un disegno comunque imperscrutabile. La letteratura e il pensiero sono una risorsa, ma possono fare soltanto qualcosa. Le immagini in cui ne possiamo scorgere la presenza o sono tangenziali (perché condannate ad uno spazio di auto-esilio: la drammatica parabola di Filopàter, ad esempio, è eminentemente simbolica), o sono poste dopo la vita (il racconto e il sogno non sono di questo mondo, sono voci di una testa mozzata, auto-cosciente soltanto in quel momento). E la verità, di rimbalzo, o è la constatazione cinica di una cultura fine a se stessa (Don Antonio Sanginés ne è il campione più autentico) o è il delirio di un dialogo che si può fare, soltanto casualmente, con l’oltretomba (e così si ritrova a fare anche Josué, con gli indizi che gli vengono dati dalla voce cavernosa di Antigua Concepción), o è, in ultima analisi, la constatazione di arbitrari “giochi di società”, che il potere costruisce a sua immagine e somiglianza (così come Monroy ha voluto fare, fino in fondo, arrivando a perdere anche il frutto del suo atroce esperimento, giacché non ha potuto che farsi “Zeus”, non potendo certo diventare signore del destino). È proprio giusto, allora, avere “paura” del “terribile” Fuentes…

Due ricordi di Carlos Fuentes: Glauco Felici e Giovanni Dozzini

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Mettiamo subito le mani avanti: Camilleri può piacere e può non piacere; personalmente, non l’ho mai annoverato tra i miei autori preferiti, a prescindere dalle fortune (meritate) della “saga” di Montalbano e della sua (altrettanto riuscita) trasposizione televisiva. Però occorre riconoscere che l’abilità tecnica e la scienza del racconto sono virtù che meritano sempre un doveroso omaggio; Camilleri, c’è poco da dire, ne è un vero esperto. L’ultimo saggio di queste naturali skills stilistiche e compositive è la rapida ricostruzione del “caso Persico”, che illumina ulteriormente il catalogo già brillante di Narrativa Skira.

In pochi tratti, Camilleri riesce, dapprima, a riportare alla luce i lineamenti essenziali dell’enigmatica e prematura morte di un noto intellettuale, rievocandone anche il pensiero, le amicizie, le colleganze e l’importanza nel mondo della pittura e dell’architettura a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Quindi, di fronte alle poche e contraddittorie informazioni sul decesso e sulle congetture che amici, testimoni, giornali e pubbliche autorità hanno fatto a suo tempo, lo scrittore siciliano prova ad inoltrarsi con decisione nell’intricato gioco di specchi che questi dati sembrano animare, ricomponendolo pezzo per pezzo, e dominandolo, anzi, in una storia che da “immaginata” e “inventata” si fa, pagina dopo pagina, affascinante, sorprendente e addirittura verosimile.

Il risultato finale dell’operazione si può apprezzare su due piani. Essa ci consegna, dopo tanto tempo, un testo da affiancare, sullo scaffale, all’indimenticabile classico di Sciascia, La scomparsa di Majorana (1975). Perché anche in quell’ipotesi si trattava di un “labirinto” di eventi, tesi, ricostruzioni, scenari e relazioni; e perché anche allora occorreva andarci “dentro”, fino in fondo, per trarre, dal relativo ricordo, uno stimolo e un impegno ad una tensione spirituale e morale autentica ed assoluta, che ambisce ad essere rinnovata e coltivata; e che, in fondo, è quella della “legge” interiore che “governa” e “lega” tutti coloro che vivono profonde affinità di spirito e di responsabilità culturale (il controverso e irrisolto rapporto tra Gobetti e Persico è, in questo senso, davvero esemplare: sia pur in modo diverso, anche Persico non vuole lasciarsi catturare nella “coltre” del regime fascista). La seconda virtù di questo pezzo, apparentemente “facile”, di Camilleri risiede tutta nel suo soggetto: Edoardo Persico (v., a lato, un ritratto del 1928, dipinto da Carlo Levi), di cui Skira ha riproposto anche quattro tra i suoi più significativi contributi nel volume Profezia dell’architettura (2012; il più importante dà il titolo alla raccolta).

Ciò che ancora colpisce, di Persico, suscitando un’inevitabile ammirazione, è la poliedrica instancabilità, la voglia di stare nel dibattito del momento, di esprimersi e di confrontarsi in ogni modo con i protagonisti di un determinato momento storico, di tentare simultaneamente imprese forse dichiaratamente impossibili (scrivere romanzi, fondare case editrici, allestire mostre ed esposizioni, “guidare” gruppi di artisti, ispirare redazioni di riviste, collaborare con studi professionali…) e di lasciare comunque impressioni e ricordi indimenticabili in tutti coloro che l’hanno conosciuto. E stupisce, poi, anche la vera passione intellettuale, che, pur essendo attraversata da un cattolicesimo talvolta fervente, integralista e quasi messianico, sente la naturale necessità di aprirsi al contesto europeo e di dialogare con laici e liberali di ogni estrazione.

È sempre tempo di riscoprire figure così appassionate, visionarie, propositive e “ricche”, al punto da sembrare talvolta contraddittorie. Forse perché c’è sempre bisogno di animatori e riferimenti colti e vivaci, capaci di coinvolgere e di proiettare abilità tecniche ed artistiche, ma anche progetti ed aspirazioni, verso la realizzazione pratica di un’idea; forse perché oggi, effettivamente, di questi personaggi non si vedono le tracce, allo stesso modo di come si è persa la direzione di un sano rapporto tra utopia e realtà. La storia di Persico, in verità, ci rammenta anche che la forza del pensiero cosciente è destinata spesso alla persecuzione e alla sconfitta, e che, in ogni caso, la sua affermazione è sempre frutto di crisi intense e di dilemmi, che rendono ambigui o indecifrabili certi comportamenti; eppure, specialmente in contingenze difficili, non possiamo non lasciarci coinvolgere dal carattere irresistibile dell’intelligenza allo stato puro.

Camilleri parla del suo libro

Edoardo Persico nel ricordo di Alfonso Gatto

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