Ignazio Silone e il tarlo amorale della “politica politicante” (da unacittà.it)

La recente lettura di un bel libro di Wolfram Eilenberger mi ha condotto a riscoprire Simone Weil. I suoi scritti sono sempre costellati di pensieri tanto diretti e lucidi quanto densi e prospettici; e capaci, proprio per questo motivo, di conferire a ogni singola riga l’impronta di un vero classico. Il giudizio vale anche per questo breve, incisivo saggio del 1940, pubblicato solo postumo nel 1950 e poi raccolto negli Écrits de Londres editi da Gallimard nel 1957. Se ne potrebbe fare oggetto di una approfondita discussione seminariale. La tesi è bruciante: occorre sopprimere i partiti politici. I primi recensori del 1950 – André Breton e Alain (pseudonimo di Émile-August Chartier), i cui pezzi accompagnano questa nuova edizione – hanno enfatizzato il fatto che il pamphlet potesse essere in primo luogo rivolto al partito comunista e, soprattutto, alla sua declinazione staliniana. Niente di più vero. Tuttavia l’opera di demolizione ha come oggetto anche il partito tout court, considerato nella sua versione continentale e organizzata. Secondo la Weil, infatti, è il partito istituzionalizzato, con la sua disciplina e con la sua vocazione assorbente, a produrre visioni assolute del mondo in reciproca e radicale alternativa, e a configurarsi sempre come fenomeno totalitario, impedendo che si possa garantire nelle istituzioni rappresentative l’autentica formazione di una razionale volontà generale. Quella di Rousseau, quindi, non era un’illusione: se non si può mai realizzare, ciò dipende solo dall’esistenza dei partiti. Ma c’è dell’altro. Il turbinio di antitetiche e irriducibili passioni che i partiti generano ed esaltano nel dibattito pubblico e politico allontana i cittadini da qualsiasi verosimile ricerca del bene comune, rendendoli prigionieri di idee inesistenti o ingannatorie. Con un prezzo da pagare molto più alto e quasi inimmaginabile: così facendo, la tensione verso la giustizia e la verità si trasforma paradossalmente in questione puramente personale; e in tal modo l’arena pubblica diventa il territorio privilegiato per l’affermazione di misure del tutto opposte all’interesse pubblico.
La potenza del messaggio è grande per molte ragioni, specie in quest’ultima parte. Perché non si tratta – semplicemente – di mettere alla prova i tanti ragionamenti sui punti deboli della rappresentanza alimentata dai partiti e sull’importanza delle regole costituzionali volte a garantire l’autonomia deliberativa dei parlamenti mediante la protezione della capacità di discernimento di chi vi fa parte. I bilanciamenti classici tra l’idea della rappresentanza come rapporto e l’idea della rappresentanza come posizione non definiscono gli unici confini del saggio. Nel quale, del resto, non si vuole strizzare l’occhio neppure a posture che oggi si potrebbero definire, banalmente, antipolitiche. La filosofa francese prende di mira ogni chiusura istituzionalizzata del pensiero critico, tanto che non risparmia nemmeno l’ortodossia cattolica concepita da San Tommaso. La traiettoria di Simon Weil è molto più moderna; anzi, è sorprendentemente attuale. Essa conduce alla perfetta raffigurazione di ciò che (tragicamente) accade quando ogni discorso (e in primis quello politico e civile) è dichiaratamente lasciato al dominio di opinioni puramente passionali e partigiane, nella convinzione presupposta che anche le valutazioni più obiettive (come sono quelle scientifiche, ad esempio) altro non siano che il frutto di pure, e false, opzioni assiomatiche. In una società risolutamente post-ideologica il tema è incandescente, perché in teoria dovrebbe essere più facile accorgersi che il re è nudo. Ad ogni modo, se c’è qualcosa che questo Manifesto invita a riconsiderare è la tendenza fallace a immaginare che i parametri di razionalità siano sempre condizionati, in ultima analisi, da fattori di mera volontà, e che la libertà di tutti e di ciascuno si sviluppi soltanto mediante le sue più spontanee occasioni di manifestazione. È un fenomeno che oggi fagocita gli stessi partiti; che ne travalica l’esperienza. Occorre, tuttavia, apprendere che un tal genere di libertà non esiste e che, viceversa, è la menzognera utopia di poter sostenere, scegliere e realizzare qualsiasi cosa – magari accedendo autonomamente a ogni tipo di informazione o di servizio, rigorosamente individualizzati e pretesamente identitari… – a lasciare il campo al finale dominio di pochi e ad un più generale senso di frammentazione e disorientamento collettivi.

L’io narrante di questa nuova storia di Pardini è un giornalista, che vive in presa diretta lo strano e progressivo aggravarsi di una drammatica crisi, prima locale e poi globale. Un misterioso uccello, di specie mai vista, attacca gli uomini, per cavarne gli occhi e cibarsene. L’Accecatore – così viene presto chiamato – colpisce chiunque e ovunque, senza preavviso. In tutto il mondo le autorità cominciano a prendere alcune misure, tra cui quella di obbligare i cittadini a indossare speciali occhiali protettivi. Le ipotesi sull’origine del flagello sono molte, le più disparate, ma lungi dal risolversi il caso si complica. Le istituzioni e i loro gangli più segreti si attivano e si fanno anche minacciosi, preoccupati più di salvare se stessi che le persone. Agli attacchi dell’Accecatore, inoltre, si aggiungono le incursioni terribili di altri uccelli, che non risparmiano nulla e nessuno, e che paiono riprodursi costantemente e inesorabilmente. Sono dei veri e propri Assalitori, dinanzi ai quali si cerca di proteggere case, persone e spazi pubblici con reti metalliche e inferriate. Laddove risulti necessario per salvare gli uomini colpiti da improvvisi assedi, non si esita a sacrificare bovini, maiali o animali domestici, appositamente raccolti per ogni evenienza. Anche il narratore, alla fine, barricato nella sua abitazione, deve fare i conti con l’insolita e fatale mostruosità: “Gli uccelli hanno cominciato ad entrare, li ho di fronte, mi sono a petto. Debbo impugnare le armi. Mio Dio, aiutami”.
A leggere L’Accecatore non si può non pensare al Covid-19, anche se le immagini evocate da Pardini hanno un tenore molto più biblico di quello che si può registrare nelle cronache quotidiane di questi ultimi due anni. Anziché letterario, tuttavia, l’accostamento che riesce immediato è cinematografico: L’Accecatore richiama inevitabilmente alla memoria Gli uccelli di Hitchcock, con il duplice senso di inspiegabile catastrofe e crash psicologico che sa comunicare quel famoso film. Ma con una certa differenza, non secondaria. Il masterpiece del maestro del brivido poggia tutto sulla non razionalizzabilità di un evento, sulla rappresentazione di qualcosa di letale, crescente e suscettibile di farci letteralmente impazzire. Il romanzo di Pardini, invece, aggiunge qualcosa. Mette innanzitutto in scena un processo di tragico adattamento collettivo, in cui la serietà del rischio non sembra fronteggiata in un rigurgito di ritrovata coralità sociale, risultando piuttosto ribaltata su di una serie di iniziative variamente autoreferenziali e per ciò solo insufficienti. In tale quadro, di sproporzionata ed egoistica frammentazione, il protagonista-narratore è destinato a ritrovarsi solo, fino alla fine, come sono condannati ad esserlo tutti, soprattutto quando la natura si dimostra nella sua veste di forte e implacabile matrigna. Eppure in Pardini è sempre l’uomo ad essere manchevole. E in effetti, anche in quest’ultima prova – che Pequod ha il merito di seguire, sia pur con qualche piccolo difetto di editing – è implicito un dolente richiamo alla necessità, tanto più in situazioni di emergenza così complessa, di riscoprire un’essenziale, e animale, spirito di comunità di specie. L’alternativa è la folle, impari e disperante lotta individuale.

Ennio Guarneri vive a Milano, ama il body building ed è un ex poliziotto. Era entrato nel corpo da giovanissimo e aveva anche avuto modo di diventare presto ispettore. Poi il suo personale senso di giustizia – l’idea, cioè, che la giustizia non segua necessariamente i percorsi della legge e che, quindi, debba essere veicolata per altre vie – lo ha indotto a cooperare con alcuni colleghi per praticare saltuari e sostanziali “tagliandi” a figure spregevoli, ma capaci di farla sempre franca. Un giorno è stato colto sul fatto e costretto alle dimissioni. Nel bel mezzo del limbo in cui la nuova vita di disoccupato sembra farlo galleggiare decide di prendere lezioni private dalla sua vecchia maestra, per ripetere le elementari. Una mattina, casualmente, mentre si trova in riva al Ticino, sventa un’esecuzione e uccide il killer, facendo fuggire la vittima. La storia comincia proprio da qui. Perché è da quel momento, in effetti, che Ennio finisce in una spirale pericolosissima, che decide di raccontare giorno per giorno in un diario privato. L’uomo che ha ucciso era il fratello del capo di una spietata organizzazione nigeriana, il cui scopo è di fare giustizia dei “mercanti di uomini” e di quanti si siano macchiati di gravi crimini nei confronti dei migranti. Uno strano personaggio, un investigatore privato – finito, forse, allo stesso modo nelle grinfie dell’organizzazione – fa sapere a Ennio che c’è una sola via per sperare di salvarsi dalla rappresaglia del capo: mettersi al suo servizio come sicario. Di fronte a questa sorta di inaccettabile e tragica “proposta contrattuale” Ennio entra in crisi, tanto più che, proprio in quel momento, si innamora perdutamente e la sua vita sembra riacquistare un senso. Che fare?
Gli sviluppi successivi non si possono rivelare, anche se occorre anticipare che la via d’uscita non sarà semplice e che, in ogni caso, il protagonista, se potrà salvarsi, lo farà grazie a un aiuto che aveva programmaticamente escluso. Guarneri, infatti, non ne uscirà da solo, e forse, alla fine, troverà un nuovo potenziale amico. Ma liberarsi dal vizio della solitudine non è così facile, specie per chi sembra esservi condannato da sempre. Del resto anche l’epilogo è tutt’altro che pienamente positivo, visto che Guarneri dovrà comunque affrontare due perdite molto importanti. In questo libro, che si potrebbe ascrivere al genere noir, Montanari riesce a intrecciare una trama quasi, e scopertamente, banale (che ben si addice allo stereotipo del tipico thriller metropolitano) con una traiettoria esistenziale particolarmente solida e paradigmatica (e che all’apparenza potrebbe dirsi del tutto sproporzionata rispetto alle esigenze di quella stessa trama). Non è dato sapere se questo genere di costruzione corrisponda a un espediente calcolato. Eppure il risultato convince: tanto distrae e annoia l’avventura per così dire principale, quanto attrae e fa riflettere l’evoluzione laterale della dimensione personale del protagonista, in un gioco incrociato di salite e discese narrative. Con l’effetto che, alla fine, è quella dimensione ad essere veramente al centro del romanzo. Come si finisce per intuire al termine della lettura, il cuore della storia e già del tutto riassunto nell’immagine panoramica di apertura, nello sguardo impaurito di un cormorano ferito, che dinanzi alle inspiegabili e temibili insidie del mondo, separato dai suoi compagni e rimasto fatalmente da solo, può soltanto soccombere.
Recensioni (di R. De Marco; di G.P. Serino)