La recente lettura di un bel libro di Wolfram Eilenberger mi ha condotto a riscoprire Simone Weil. I suoi scritti sono sempre costellati di pensieri tanto diretti e lucidi quanto densi e prospettici; e capaci, proprio per questo motivo, di conferire a ogni singola riga l’impronta di un vero classico. Il giudizio vale anche per questo breve, incisivo saggio del 1940, pubblicato solo postumo nel 1950 e poi raccolto negli Écrits de Londres editi da Gallimard nel 1957. Se ne potrebbe fare oggetto di una approfondita discussione seminariale. La tesi è bruciante: occorre sopprimere i partiti politici. I primi recensori del 1950 – André Breton e Alain (pseudonimo di Émile-August Chartier), i cui pezzi accompagnano questa nuova edizione – hanno enfatizzato il fatto che il pamphlet potesse essere in primo luogo rivolto al partito comunista e, soprattutto, alla sua declinazione staliniana. Niente di più vero. Tuttavia l’opera di demolizione ha come oggetto anche il partito tout court, considerato nella sua versione continentale e organizzata. Secondo la Weil, infatti, è il partito istituzionalizzato, con la sua disciplina e con la sua vocazione assorbente, a produrre visioni assolute del mondo in reciproca e radicale alternativa, e a configurarsi sempre come fenomeno totalitario, impedendo che si possa garantire nelle istituzioni rappresentative l’autentica formazione di una razionale volontà generale. Quella di Rousseau, quindi, non era un’illusione: se non si può mai realizzare, ciò dipende solo dall’esistenza dei partiti. Ma c’è dell’altro. Il turbinio di antitetiche e irriducibili passioni che i partiti generano ed esaltano nel dibattito pubblico e politico allontana i cittadini da qualsiasi verosimile ricerca del bene comune, rendendoli prigionieri di idee inesistenti o ingannatorie. Con un prezzo da pagare molto più alto e quasi inimmaginabile: così facendo, la tensione verso la giustizia e la verità si trasforma paradossalmente in questione puramente personale; e in tal modo l’arena pubblica diventa il territorio privilegiato per l’affermazione di misure del tutto opposte all’interesse pubblico. 

La potenza del messaggio è grande per molte ragioni, specie in quest’ultima parte. Perché non si tratta – semplicemente – di mettere alla prova i tanti ragionamenti sui punti deboli della rappresentanza alimentata dai partiti e sull’importanza delle regole costituzionali volte a garantire l’autonomia deliberativa dei parlamenti mediante la protezione della capacità di discernimento di chi vi fa parte. I bilanciamenti classici tra l’idea della rappresentanza come rapporto e l’idea della rappresentanza come posizione non definiscono gli unici confini del saggio. Nel quale, del resto, non si vuole strizzare l’occhio neppure a posture che oggi si potrebbero definire, banalmente, antipolitiche. La filosofa francese prende di mira ogni chiusura istituzionalizzata del pensiero critico, tanto che non risparmia nemmeno l’ortodossia cattolica concepita da San Tommaso. La traiettoria di Simon Weil è molto più moderna; anzi, è sorprendentemente attuale. Essa conduce alla perfetta raffigurazione di ciò che (tragicamente) accade quando ogni discorso (e in primis quello politico e civile) è dichiaratamente lasciato al dominio di opinioni puramente passionali e partigiane, nella convinzione presupposta che anche le valutazioni più obiettive (come sono quelle scientifiche, ad esempio) altro non siano che il frutto di pure, e false, opzioni assiomatiche. In una società risolutamente post-ideologica il tema è incandescente, perché in teoria dovrebbe essere più facile accorgersi che il re è nudo. Ad ogni modo, se c’è qualcosa che questo Manifesto invita a riconsiderare è la tendenza fallace a immaginare che i parametri di razionalità siano sempre condizionati, in ultima analisi, da fattori di mera volontà, e che la libertà di tutti e di ciascuno si sviluppi soltanto mediante le sue più spontanee occasioni di manifestazione. È un fenomeno che oggi fagocita gli stessi partiti; che ne travalica l’esperienza. Occorre, tuttavia, apprendere che un tal genere di libertà non esiste e che, viceversa, è la menzognera utopia di poter sostenere, scegliere e realizzare qualsiasi cosa – magari accedendo autonomamente a ogni tipo di informazione o di servizio, rigorosamente individualizzati e pretesamente identitari… – a lasciare il campo al finale dominio di pochi e ad un più generale senso di frammentazione e disorientamento collettivi.

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Qualche giorno fa correvano i 200 anni dalla morte di Napoleone, avvenuta il 5 maggio 1821, la data che offre il titolo al famoso pezzo manzoniano, quello che comincia con Ei fu. Per l’occasione, il prime time televisivo ha sfoderato uno dei suoi protagonisti migliori. Per chi non fosse riuscito a cogliere l’attimo, e per capire comunque Bonaparte, specie se si ha voglia di qualcosa di immediato e facilmente accessibile, allora non c’è nulla di meglio di questo piccolo libro di Balzac, pubblicato nel 1838 sotto lo pseudonimo di J.-L. Gaudy. È un assemblaggio di 525 aforismi e considerazioni – molti anche di provenienza dubbia o di pura invenzione – che il grande romanziere ha raccolto o elaborato col passare del tempo, traendoli da tutto ciò che gli capitava di leggere e appuntandoli in un libro di cucina. Funziona più di qualsiasi biografia o saggio storico. Forse può dirsi secondo soltanto al fortunato e alluvionale Memoriale di Sant’Elena, oggi disponibile nei classici moderni della BUR. Provare per credere. Ecco alcuni assaggi: Tutti i partiti sono giacobini; L’uomo meno libero è l’uomo di partito; Colui che pratica la virtù solo nella speranza di acquisire una grande reputazione è molto vicino al vizio; I partiti si indeboliscono per la paura che hanno delle persone abili; Tutto è stato fondato dalla sciabola; La necessità si può vincere solo mediante un potere assoluto; È il successo che fa il grande uomo; La guerra è una condizione naturale; In guerra come in amore per concludere è necessario avvicinarsi; Maledetto il generale che si reca sul campo di battaglia con un piano; Il più grande pericolo si corre nel momento della vittoria; Un sovrano obbligato a rispettare la legge può assistere alla morte del suo Stato; Una Camera può ottenere dal popolo ciò che un Re non può chiedergli; Una legge dettata dalla circostanza è un atto d’accusa contro il potere; I cospiratori che si uniscono per scacciare una tirannia cominciano a sottomettersi a quella del capo; tutti vogliono che i governanti siano giusti e nessuno lo è con loro; È più facile fare delle leggi che applicarle; I grandi poteri muoiono d’indigestione; È ingiusto vincolare una generazione a causa della precedente. Oltre a ciò, naturalmente, c’è molto altro. Il risultato è che il generale e imperatore si staglia in modo indimenticabile nelle sue più tipiche e memorabili dimensioni: di consapevole e “machiavellico” uomo di stato; di fine stratega; di politico scafato; di amico del popolo; di rivoluzionario; di amante del potere nella sua versione più nuda e spiazzante; di avventuriero; di lettore dei classici greci e latini; di avversario risoluto di giuristi e avvocati; di nemico dell’odiata Inghilterra. Difficile dimenticarsi di un ritratto così ampio, che forse Balzac – che di Napoleone ha coltivato il culto – ha appositamente confezionato per esorcizzare e attivare, sublimandolo, tutto il magnetismo di una seduzione così forte.

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Nel 2003 Alessandro Fontana – noto e apprezzato studioso, e sodale, di Michel Foucault, della cui opera è stato curatore ufficiale – tiene un ciclo di sei lezioni nel corso di Storia del diritto medievale e moderno presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania. La sbobinatura di quegli incontri, corredata di un utile apparato di note e di una preziosa introduzione, viene ora pubblicata in questo libro, per la cura di Ernesto De Cristofaro. È un volume che si legge d’un fiato, complice il mantenimento dell’itinerario felicemente erratico e del tono colloquiale dell’Autore. Il titolo centra il cuore dei ragionamenti che le lezioni sviluppano. Nel soffermarsi specialmente sul pensiero di Machiavelli e sul contesto in cui è sbocciato, Fontana argomenta attorno all’importanza della nascita della scienza della politica come disciplina della contingenza e dello stato di guerra. Così facendo, spiega il significato istituzionale, e l’onda lunga in Occidente, del passaggio dal paradigma medievale della salvezza dell’anima a un’epoca, quella moderna, il cui baricentro è la “potenza”, la sicurezza dello Stato, all’esterno come all’interno. Nello stesso tempo, Fontana – in un calembour di annotazioni e divagazioni sempre intelligenti e stimolanti – si sofferma su tanti altri aspetti. Accenna alla contemporaneità, come fase nella quale alla sicurezza si sostituisce la sopravvivenza della specie; analizza le grandi alternative alla via machiavelliana (che a suo giudizio si potevano intravedere nelle opere di Leon Battista Alberti e nel Cortegiano di Baldassarre Castiglione); richiama la (ulteriormente) differente esperienza degli antichi, il cui sforzo filosofico è concentrato nell’elaborazione di una tecnica dell’esistenza; salta agli sviluppi novecenteschi della sicurezza e della complessa microfisica del potere che ne costituisce la declinazione pervasiva (con cenni all’importanza, terribile, che sul punto ha avuto la “scuola” di Cesare Lombroso e di Enrico Ferri). Più di tutto, Fontana – che post mortem sta conoscendo una stagione di vero e proprio rilancio: l’anno scorso Ronzani ne ha meritoriamente riproposto Il vizio occulto – cerca di dare un’esemplificazione pratica di che cosa possa essere il metodo foucaultiano. Nella prima lezione ne presenta la fisionomia e il lascito (non senza qualche spunto polemico su chi se ne vorrebbe fare variamente erede: il rilievo su Toni Negri è più che risoluto). Di lì in poi ne offre un suggestivo saggio concreto nella conversazione ricca e intensa in cui si articolano tutte le altre lezioni. Lo scopo – come osserva De Cristofaro – è testimoniare che “il sapere non ha una funzione ornamentale o consolatoria ma serve, essenzialmente, a prendere posizione”.

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La figlia di Ezra Pound si racconta, dall’infanzia ai 21 anni, fino al matrimonio con il principe (e futuro egittologo) Boris de Rachewiltz. Tutto comincia a Gais, in Val Pusteria, dove Maria – nata dal rapporto tra Pound e la violinista Olga Roudge – viene affidata a una famiglia di contadini tirolesi. Cresce con loro, nei campi e tra le pecore, e la sua prima lingua è il dialetto locale. Il Signore e la Signora (Ezra e Olga) passano talvolta a trovarla e così Maria conosce anche il nonno Homer e alcuni amici della coppia. Ma il vero contatto con l’universo speciale in cui gravitano i suoi genitori coincide con la scoperta di Venezia. Il cuore e i pensieri di Maria sono sempre legati a Gais, e al principio la disciplina che le impone Olga la fa soffrire. Nonostante ciò le passeggiate e le frequentazioni lagunari del padre cominciano a incuriosirla. Più cresce, più Ezra si interessa di lei e della sua istruzione. Arriva dunque il tempo del collegio, a Firenze, presso una scuola confessionale gestita dalle suore. Frattanto, pur restando sempre fissa la stella polare di Gais, Maria conosce anche Rapallo, altro rifugio di Pound e della sua compagna. L’allargamento degli orizzonti spaziali coincide con un’esperienza di maggiore conoscenza: dell’italiano e dell’inglese; del lavoro letterario del padre e delle sue idee; della madre. E anche con la scoperta di Roma, dove il padre collabora con la propaganda radiofonica del regime fascista. Poi la guerra scoppia e la famiglia si trova nuovamente separata. È una condizione destinata a durare a lungo. Specie dopo l’8 settembre 1943, quando l’Alto Adige rientra nell’Alpenvorland. Maria presta il suo servizio per le truppe del Reich, prima come segretaria e poi come infermiera. La Liberazione la sorprende a Cortina e da lì prova a raggiungere Ezra e Olga, cominciando così una ricerca che la porterà a scoprire dell’arresto del padre e del suo internamento in un campo di prigionia alleato, vicino a Pisa. Da quel momento per Maria – già diventata erede letteraria di Pound – si apre una nuova vita, che riparte ancora da Gais, ma questa volta da un antico e suggestivo castello.

Concepito originariamente in inglese, ma confezionato in italiano direttamente dall’Autrice, Discrezioni è stato pubblicato nel 1973 da Rusconi in un’edizione (quella che ho avuto l’occasione di leggere) corredata qua e là da alcune foto molto evocative. Recentemente è stato riproposto, con scelta del tutto opportuna, da Lindau. È una lettura piacevolissima, un esempio paradigmatico di bella scrittura personale: spontanea, semplice e originale al contempo. Oltre a ciò, il racconto si alterna a brevi estratti dei Cantos di Pound, nella resa offerta dalla stessa Mary. Poesia e memoir, dunque, si accavallano e si spiegano reciprocamente, con un risultato che sa di elegante naturalezza e costituisce il segreto del libro, il mezzo per comprenderlo al di là del suo stretto contenuto. L’effetto, in primo luogo, si deve al genius loci, concetto che l’Autrice quasi respira e di cui il racconto costituisce una sorta di monumento. Mary, poi, partecipa costantemente agli accadimenti che la riguardano e la circondano, con un contegno che è punteggiato sia di momenti di diligente accettazione, sia di curiosi e coraggiosi rilanci, sia di un’irresistibile e diffusa nostalgia. È così perché ci parla puramente, senza fronzoli o sovrastrutture, della sua storia, degli ambienti in cui è stata educata ed è maturata, e del ruolo baricentrico che ha gradualmente assunto il legame spirituale col padre. Ma così facendo, ci dà l’opportunità di considerare puramente anche l’arte, il pensiero e il sentimento, vissuti per ciò che sono, indipendentemente dai loro più aspri compagni di viaggio. Quella che Mary canta, in sostanza, è l’innocenza del suo percorso come immagine più autentica dell’innocenza di Pound, pur nella sua pericolosa, drammatica e inaccettabile militanza. Un’innocenza, peraltro, che è radicale, perché poetica e speculativa. Non è un approccio meramente emotivo, non si spiega con la devozione filiale. Ha una fiera matrice esistenziale, ed è perciò che riesce a colpire tuttora la sensibilità del lettore.

Due interviste a Mary de Rachewiltz (una qui e l’altra qui)

Visita a Mary de Rachewiltz (di P. Tonussi)

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“Dare un indirizzo al mondo non è un atto neutrale”: così si conclude questo saggio, il cui scopo è argomentare quanto e perché tracciare e nominare vie e spazi pubblici sia un’operazione significativa. L’impianto non è teorico. Il libro è una rassegna molto articolata di esperienze, di case studies che vengono raccontati uno dopo l’altro con sguardo curioso e piglio narrativo. Passo dopo passo scopriamo, ad esempio, che ci sono progetti che cercano di assegnare indirizzi a tutti coloro che vivono nelle baraccopoli di Calcutta, per consentirne l’accesso alle misure sociali stabilite dalla legislazione indiana. Apprendiamo anche che la mappa di una città si può rivelare determinante per individuare la fonte di un’epidemia e rimuoverla (come nella Londra dell’Ottocento), o accertarne i responsabili (come ad Haiti). E constatiamo che alle spalle di un preciso disegno di strade e di viali vi sono progetti di riforma o di costituzione ex novo di intere e nuove comunità (come a Philadelphia). Gli indirizzi, poi, sono fattori che in molti contesti, influenzando il valore degli immobili (come a New York), possono essere anch’essi commerciabili. In altri casi, invece, sono comunque percepiti come negativi: perché aiutano le istituzioni a rintracciare, tassare, sanzionare i singoli individui; o perché si sovrappongono a modalità di localizzazione radicate ed espressive di tradizioni culturali profonde (come in Giappone o in Corea); o perché portano con sé l’affermazione di identità storicamente complesse, oggi valutate come discriminatorie o rappresentative di valori negativi o di una passata testimonianza di sopraffazione e dolore. Una buona parte del volume è dedicata proprio a quest’ultimo problema, di ricorrente attualità, perché simbolico di istanze di giustizia che ancora faticano a trovare un vero, metabolizzato accoglimento. Mask, soprattutto, si sofferma sul rapporto tra toponomastica e tensioni razziali, negli Stati Uniti o in Sudafrica, e in questa seconda ipotesi il capitolo è davvero tutto da leggere, con grande attenzione, perché evidenzia il nesso molto stretto tra storia, politica e diritto. L’Autrice, infine, dimostra anche che il potere pubblico non è più il vero monopolista degli indirizzi. Esistono start up e colossi della rete che sono ormai in grado di rintracciare con estrema precisione ogni luogo del pianeta e di condizionare, per lo più anche positivamente, l’effettività concreta di moltissimi servizi e di altrettante attività di interesse generale. L’indagine è ricca e stimola interrogativi e riflessioni di varia natura. La mancanza di una rielaborazione complessiva, forse, è il punto debole del libro, ma occorre ammettere che questa assenza è coerente con la mappa plurale che il libro illustra. Si ha l’impressione che il territorio, visto dall’alto della prospettiva globale, si stia evolvendo in una sorta di inestricabile e rigogliosa selva; e che ciò accada, paradossalmente, proprio per mezzo della moltiplicazione degli strumenti che possono mettere un qualche ordine e della diffusione della consapevolezza sociale sul loro intrinseco valore strutturante. Che sia questa la più plastica e convincente dimostrazione dell’ansia ordinante che ci caratterizza e dell’eterogenesi dei fini cui essa è sempre destinata?

Recensioni (di G. Marrone; di S. Marsico; di M. Sacchi; di PD Smith; di S. Vowell)

Un’intervista all’Autrice

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Tra i libri letti negli ultimi tempi, questo è il migliore. Ed è la conferma che su Gary si può sempre puntare. Diplomatico, militare ed eroe, scrittore, sceneggiatore e regista: è una figura poliedrica e inclassificabile, sempre ostinatamente protesa verso esperienze larger than life. Eppure, anche nelle sue opinioni più abrasive e anticonformiste (o forse proprio per questo), Gary – il figlio di immigrati lituani, il poliglotta, il prodotto dell’intreccio di una serie di etnie e tradizioni – è un mirabile prototipo dell’uomo del Novecento. Come in altre sue opere, anche in Cane bianco autobiografia, saggio e fiction si intrecciano. La storia, che è ambientata nel 1968 (il romanzo è stato scritto nel 1969 e pubblicato l’anno successivo), comincia a Hollywood, sullo sfondo dei moti e dei vasti disordini metropolitani che attraversano gli Stati Uniti dopo la morte di Martin Luther King. Gary si trova nella casa in cui abita assieme alla moglie, l’attrice Jean Seberg, che tanto si prodiga per la causa antirazzista e per il sostegno all’azione di molte e diverse fazioni del movimento black. Caso vuole che un giorno il cane di Gary si presenti davanti alla porta di ingresso seguito da un altro cane, un pastore tedesco tutto bianco. È un cane particolare, che si affeziona subito alla sua nuova dimora e a chi ci vive. Ma ha un problema. Quando si avvicina una persona di colore, sembra perdere la testa, ringhia furiosamente e diventa molto aggressivo. Lo shock di Gary è grande, tanto che decide di rivolgersi a un amico, titolare di un rinomato zoo californiano. Lì apprende che Batka – questo il nome russo che ha dato alla bestia: “piccolo padre” – è un white dog, un cane addestrato a cacciare uomini di colore, come accadeva un tempo negli Stati del Sud: un cane che tutti danno per irrecuperabile. Ma un certo Keys, che lavora allo zoo ed è nero, si offre sorprendentemente di rieducarlo. Nel frattempo Gary, turbato dalla situazione surreale di essersi imbattuto in un cane razzista, osserva critico e disincantato tutto ciò che accade attorno a lui e stigmatizza il perbenismo e l’attivismo antirazzista del bel mondo dello spettacolo. Soprattutto, abbatte uno per uno gli stereotipi e i pregiudizi che si nascondono nelle vene dell’America bianca, ed anche le proiezioni illusorie che animano i progetti degli attivisti di colore. La sua è un’intelligenza corrosiva, volutamente provocatoria, che non si allinea a ciò che oggi chiameremmo politicamente corretto e che, tuttavia, non scade neanche in ciò che si potrebbe considerare semplicemente scorretto (il libro è disseminato di intuizioni folgoranti e giudizi illuminanti, oltre che adeguati alla più scottante attualità). È un patriota gollista, reduce della guerra contro il nazismo e il fascismo, ed è convinto che la democrazia debba dischiudere un orizzonte in cui tutti possano diventare più nobili: non sopporta che un paese – gli Stati Uniti, ma anche la Francia, che in quel momento ribolle per le rivolte studentesche – si arrenda al dominio della retorica e alla paradossale ripetizione delle dinamiche ricorsive della diseguaglianza. Per questa ragione, attacca i meccanismi imitativi e intrinsecamente conflittuali della società americana, raffigurata come modello di una perfetta e inguaribile “società della provocazione”, in cui l’esaltazione delle differenze, specie da parte di chi ha successo, pone costanti presupposti per la diffusione di sentimenti rivali. Ma in questo romanzo c’è anche dell’altro: la crisi di una relazione sentimentale; la storia di due fratelli tanto diversi e al contempo tanto vicini; la lite (con tanto di calci bene assestati) con un divo del cinema; un incontro con Bob Kennedy… Ovviamente c’è anche l’epilogo della storia del cane. Che l’odio possa rivelarsi un male davvero inguaribile, è un insegnamento che anche Gary è costretto a verificare proprio nel terribile e scioccante nuovo corso – tutto da scoprire… – cui il white dog è stato ammaestrato.

Una recensione (di G. Alù)

White dog, il film del 1982

A Nizza con Gary

Sulla sua “autobiografia”

Gary “padre di tutte le Ferrante”

I suoi due libri più belli: Educazione europea e La promessa dell’alba

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È la Russia il paese terribile in cui Andrej – alter ego dell’Autore – intende tornare per qualche mese, dopo essere migrato negli Stati Uniti con i suoi genitori al tempo del crollo dell’Unione Sovietica, quando era ancora piccolo. Ha terminato il dottorato da poco e la fidanzata lo ha lasciato, e si ritrova esposto, così, più che mai, ad una naturale e forte incertezza sul futuro. Perché, dunque, non ascoltare suo fratello Dima e passare un po’ di tempo a Mosca, per accudire la nonna Seva? Del resto è un aspirante slavista: un’immersione diretta nell’attualità della cultura che studia non può che fargli bene. E potrebbe anche approfittarne per giocare un po’ a hockey, sua grande passione. Ma la Russia – tra nuovi ricchi e “stato di polizia” – pare proprio un paese inguaribilmente terribile. Mosca è al centro di un processo di fortissima gentrificazione ed è percorsa da un mix di violenza diffusa e poco repressa e di repressione poco violenta quanto diffusa. Baba Seva è messa molto più male di quanto Andrej pensava; è anche molto sola e nel suo vecchio appartamento non c’è la connessione Internet, che a lui, però serve per restare in contatto con i corsi universitari cui sta facendo da assistente. Suo fratello Dima, poi, ha un piano molto chiaro per liberarsi dell’immobile e strappare un buon prezzo, indipendentemente dalla considerazione della salute della nonna. Come se non bastasse, fraternizzare con gli hockeisti della periferia moscovita non è cosa facile e, nel frattempo, la chance di essere assunto come docente in un buon college pare sfumare, a favore di un odiato e arrogante collega. Nonostante ciò, Andrej – che nel frattempo si innamora, e per giunta corrisposto, della bella dottoranda Julija – si affeziona alla nonna e alla sua storia difficile, e stringe amicizia con un gruppo di attivisti neocomunisti e oppositori di Putin, tra cui militano anche la sua nuova compagna e il di lei ex marito. Prende coraggio, alimenta la sua coscienza politica ed è pronto a restare in Russia per sempre, anche se una serie di eventi un po’ pericolosi, un po’ fortuiti e in parte un po’ fortunati lo convincono che, in fondo, la sua strada è quella che lo riporterà in America. Un paese terribile è un libro riuscito per molti aspetti. Per l’empatia che facilmente suscita: sa essere leggero, ironico e divertente, e a tratti è profondo e commovente. Ma anche per la bella immersione socio-culturale che permette di sperimentare, nella storia, nelle incrostazioni e nelle vene, vecchie e giovani, di un paese tuttora percorso da contraddizioni e da energie fortissime, in positivo come in negativo. Più di tutto, però, Gessen riesce a comunicare la singolare e forse paradossale propensione per lo spiazzamento che ogni giovane aspirante studioso, per essere autenticamente tale, deve sentire. Da questo punto di vista, il romanzo ha una morale chiara, che qualcuno potrebbe definire buonista e che, tuttavia, coglie nel segno: ci vuole tanto cuore per vivere davvero ciò che si studia.

Recensioni (di Luigi De Biase; di Boris Fishman; di Marcel Theroux; di Ettore Ventura)

Conversazione con l’Autore

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L’Autore di questo libro è un giovane studioso, aspirante accademico e traduttore. Si è messo in pausa e ha intrapreso il percorso di formazione professionale previsto in Francia per diventare carpentiere. Ha passato dieci anni tra cantieri e tetti d’Oltralpe (ma non solo), meditando sul valore dell’esperienza artigiana e sugli insegnamenti culturali che se ne possono trarre per la vita di oggi: il distillato di questo lungo tirocinio è raccolto nei 13 brevi capitoli in cui si articola il volume, ciascuno dedicato a una vicenda simbolica dell’esperienza accumulata sulle impalcature. Il repertorio delle acquisizioni è vario: l’importanza del tatto, in primo luogo, che “porta a una meravigliosa estensione del mondo”; poi il valore dell’opera realizzata secondo “criteri di qualità oggettivi”, che consente di “uscire dal sé” e di maturare un migliore rapporto con le imperfezioni; quindi le virtù di assimilazione e di incorporazione della conoscenza che sono sottese ad ogni “saper fare”; e così anche la natura strutturalmente collettiva di questo tipo di sapere, che “non è quello di un solo operaio”, ma è “tutta l’esperienza di cui questa persona ha a sua volta beneficiato, vale a dire quella dell’insieme della professione”. Lochmann in definitiva esalta il patrimonio che i saperi artigiani rappresentano per tutti, poiché costituiscono una protezione solida ed efficace nei confronti del “rischio di sostituzione”, che nell’età (ormai prossima?) dell’intelligenza artificiale può travolgere ogni lavoratore. Ad emergere è il fatto essenzialmente politico che si realizza nella trasmissione e nella valorizzazione del know-how artigiano, che non è per nulla estraneo alle innovazioni più moderne e che, piuttosto, sa veicolarle utilmente nel corpo sperimentato delle tecniche più tradizionali.

Nel breviario di Lochmann – lo si può intendere anche in questo modo – alcuni riferimenti ideali sono molto visibili, e più volte citati: tanto Richard Sennett e un po’ di Zygmunt Bauman, ad esempio. Altri, invece, sono più criptici, ma nondimeno influenti: se è vero, come afferma l’Autore, che nel gesto del taglio del legno si può intravedere un atto che produce “simmetria” e che come tale appone “un segno quantomai caratteristico dell’Umanità”, allora non c’è dubbio che nel retroterra di questa stessa affermazione si nasconde anche una buona parte di Rémy Brague. Ciò non significa che il già letto che vi si può abbondantemente trovare non renda il libro uno strumento potenzialmente prezioso. Alla fine, per tutti i motivi illustrati da Lochmann, una dose di vie solide (o di “vita solida”, come recita l’originale francese del titolo) è realmente opportuna e fruttuosa per tutti. Non solo, ovviamente, per tenere i piedi per terra (e ora apprendiamo che, per fare questo, li si può tenere anche per aria). C’è dell’altro. Lochmann, figura a più dimensioni, ci rivela di essere concentrato più che mai sul problema – davvero cruciale – della trasmissione culturale e sull’esercizio difficile che ne fa la maggiore esperienza, la traduzione: un grande lavoro artigianale, esso stesso; una pratica che proprio gli studiosi dovrebbero sempre saper affrontare e frequentare con costanza e applicazione. Non c’è pensiero, infatti, senza connessioni con un contesto, né c’è studio senza la messa in opera di una tecnica che consenta l’assimilazione. La traduzione è il campo in cui contesti e tecniche interpretative sono decisivi, e il suo percorso, non a caso, è comparabile ad un progetto, simile a quello che si segue anche in un cantiere. L’invito a farsi carpentieri, pertanto, vale anche come l’invito a farsi traduttori, e viceversa. Ed è qui – per tutto ciò che esplicitamente non racconta – che l’Autore de La lezione del legno si fa interessante e originale.

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Due autorevoli intellettuali – un filosofo e un giurista – ripubblicano e a loro modo commentano e sviluppano un testo, già edito anche in Italia nel 1948, di Werner Jaeger, Praise of Law (1947). Vi si traccia con grande efficacia l’evoluzione del pensiero greco più antico sulla Giustizia e sul Diritto, dai poemi omerici a Platone. Il saggio è riproposto in tutto e per tutto (compreso qualche refuso) nella traduzione di Edoardo Ruffini e merita da solo un’attenta lettura. Molto acute e ispirate, ad esempio, sono le pagine su Esiodo e sull’emersione di Dike quale fondamento dell’ordine divino del mondo come della società umana; importantissima, inoltre, è la digressione sulla riflessione socio-politica nell’età presocratica e sul parallelismo, che allora debutta, tra il discorso sulle forme della vita pubblica e la fisiologia del corpo umano; altrettanto illuminante è la descrizione della polis come laboratorio di metabolizzazione della giustizia, dunque come “vera educatrice dei cittadini”; ed è analogamente significativa la discussione dell’opera platonica a partire dalla constatazione di un preliminare e fondamentale cambio di paradigma: nel quale si registra apertamente l’ambiguo e costitutivo problema di coordinamento tra ordine della natura e ordine della legge, una dialettica destinata a ricorrere sempre, sul piano storico, e da risolversi nella prospettiva della ricerca della verità.

L’analisi di Jaeger è davvero incisiva. Gli interventi di Cacciari e di Irti ne sono evidentemente alimentati. Cacciari, in primo luogo, esplica in modo ragionato, logico-filologico, il significato delle conclusioni di Jaeger. Muove, infatti, dall’origine di Dike, come lungo processo di materializzazione di un dispositivo capace di emancipare gli uomini dalla barbarie e dall’arbitrio, figliata non a caso dall’unione di Zeus con Themis, della quale è – e deve rimanere – somma interprete. Oltre il mito, e dal punto di vista filosofico, ciò significa che la sfera della legge (nomos) non può che fondarsi su qualcosa cui solo la sfera della ragione (logos) può attingere, dunque nei “ritmi eterni” della natura (physis). Ma la natura è ambigua, perché anch’essa è percorsa dal dominio del più forte. Sicché è solo la via – tortuosa e imperfetta – della ricerca della verità (aletheia) a poter fungere da antidoto e a sorreggere la buona politica e il buon governo. È questo – si potrebbe dire – il destino della Götterdämmerung su cui si fonda la fortuna e la condanna di tutta la civiltà occidentale, e che a partire dalla giustapposizione tra ius civile romano e cristianesimo contraddistingue anche la costante dialettica tra il Diritto e la Giustizia. Irti riparte da questo punto, tracciando un parallelismo tra la sofistica greca e la teoria generale del diritto del Novecento: in entrambi i casi il Diritto ha cercato di rendersi del tutto autonomo e il Nomos si è tradotto in Lex, con dissoluzione di Dike nella dimensione puramente normativa; e la Giustizia si è trasformata in una questione di esperienze terrene, di conflitto tra interessi di volta in volta divergenti. In questi orizzonti la ricerca dell’unità è rigorosamente formale e interna al solo fenomeno normativo, salvi i tentativi di Carl Schmitt e Friedrich August von Hayek di ritrovare, sia pur in modo diverso, un fondamento ontologico. Ma l’obiettivo, per Irti, rimane ancora lontano, specie in un’epoca, come la presente, in cui i nomoi sono sempre più tecnici e gli individui sempre più soli.

Recensione (di Nicoletta Tiliacos)

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Si sa che i film non sono mai la stessa cosa dei grandi libri da cui possono essere tratti. Ciò non toglie, però, che possano essere cosa diversa in modo più che degno e, anzi, originale. Così è anche per questo Martin Eden cinematografico, che ha poco da spartire con quello letterario di Jack London, se non per la struttura base del racconto. La collocazione spazio-temporale – una Napoli sospesa in un tempo indefinito e fluttuante, tra inizio del Novecento, anni Venti, anni Cinquanta e anni Settanta – è del tutto eccentrica. Resta l’idea del giovane di umilissime origini, un po’ marinaio e un po’ operaio, che si innamora di una ragazza benestante e conosce l’enorme potere della lettura e della scrittura come strumenti di emancipazione. Ci scommette tutto, lasciandosi ispirare dal suo mentore, l’enigmatico Russ Brindessen, e rischiando la solitudine più triste e la povertà. Poi, all’improvviso, arriva il successo editoriale e di pubblico, ma la redenzione sperata non arriva, né quella individuale, né quella collettiva. Perché – come afferma lo stesso protagonista all’inizio del film, che lo ritrae al termine della sua parabola – “il mondo vince sempre” e ciascuno non può che abbracciare il suo destino.

Luca Marinelli, l’attore che interpreta Martin, è stato molto lodato. Eppure è eccessivo, ipercaratterizzato, quasi forzato. E poi passa con troppa enfasi da un Harrison Ford in versione guappo a un Edward Furlong nuovamente in forma ma calato nei panni di un poeta maledetto. Ad essere sinceri, Marinelli, che è stato anche premiato, è l’unica cosa sproporzionata e non calzante della pellicola. Molto meglio, senza dubbio, è l’interpretazione di Carlo Cecchi (Russ Brindessen), che in una scrittura tanto teatrale non può che spiccare e ribadire tutto il suo spessore. Le parti migliori di Martin Eden, comunque, sono il film stesso e la sceneggiatura: il film, per l’aura e i colori caldi tra la favola e l’operetta, in un assemblaggio che profuma d’antan, con inserzioni sempre precise e azzeccate di registrazioni d’archivio belle ed evocative; la sceneggiatura, per le implicite ma evidenti venature nazionali del personaggio Eden, costruito montando il tratto più fotogenico e impulsivo di differenti e forti eroi del riscatto meridionale e sociale. Martin, infatti, anche nella sua completa illusione, assomiglia a Luca Marano, tratto di peso da Le terre del sacramento di Francesco Jovine e condito con un pizzico di Rocco Scotellaro e un pizzico di Nicola Chiaromonte. Fornito di coraggio, di slancio utopistico e di una conquistata coscienza, il ragazzo viene fatto vagare con intenzione drammatica nelle transizioni costantemente e tristemente interrotte del Novecento italiano, alla ricerca (tutto qui) di un semplice traguardo di umano riconoscimento. In fondo, sotto traccia, si agita anche uno spirito leopardiano. A Venezia andavano premiati soprattutto Pietro Marcello, il regista, e Maurizio Braucci, lo scrittore partenopeo che tanto bene lo ha affiancato.

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