What makes modern Britain great? (da theguardian.com)

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Milano d’autunno è sempre carica di suggestioni, e anche di sorprese. Durante un blitz convegnistico alla Statale, nel bellissimo chiostro della Ca’ Granda un collega mi parla di Carlo Castellaneta e del suo Notti e nebbie. Poco dopo, come risultato di una rapida visita al Libraccio più vicino, un altro amico mi regala il volume che raccoglie in economica i tre romanzi di Colaprico e Valpreda. Castellaneta ci lascia tutti sul posto il giorno successivo (!), dunque l’ordinazione è un omaggio obbligato, ma ci vuole tempo. Passa così una settimana, e intanto la prima influenza della stagione ci mette del suo. Sicché afferro questo libro giallo (di forma e di sostanza) e mi abbandono alle consolazioni dell’improvvisa chance di lettura supplementare.

Avevo già apprezzato le abilità stilistiche del giornalista di Repubblica, ma l’accoppiata con il noto anarchico – per capirsi, quello che era stato processato, e poi assolto, per la strage di piazza Fontana – è interessante. E lo è, precisamente, in questa edizione Feltrinelli, che raccoglie in unico volume i tre pezzi scritti quando Valpreda era ancora in vita, pubblicati autonomamente per Tropea tra il 2001 e il 2002. Il maresciallo Binda, infatti, indaga anche in altri romanzi (in larga parte “farina del sacco”, di per sé munifico, del solo Colaprico: L’estate del mundial e La quinta stagione), ma sono i primi – Quattro gocce d’acqua piovana, La nevicata dell’85, La primavera dei maimorti – a battezzarlo e a farlo evolvere, dandogli la fisionomia inconfondibile del bonario e sveglio “anarcocarabiniere” lombardo, cui non difetta il passo del detective metropolitano.  

Al suo debutto, Binda è un ex maresciallo che ricorda uno dei casi più difficili della sua carriera, l’omicidio del Prof. Gariboldi, rimasto per lungo tempo insoluto ma infine sbrogliato proprio sulla base di una nuova intuizione del carabiniere in pensione, “piovuta” direttamente dal cielo. Questo Binda è un personaggio ancora un po’ malinconico, proteso verso una Milano che fu, moralmente solido e tutto “casa e strada”. È un investigatore acuto, che si muove alla Maigret, ma che anche i suoi Autori immaginano parzialmente ignaro di una verità che si nasconde in un epilogo sorprendente. Ne La nevicata dell’85, tuttavia, Binda, seppur a riposo, si taglia i baffi, conosce una nuova giovinezza e riscopre la passione, supera così il dolore per la scomparsa della moglie e si aggira nel cimitero del quartiere di Baggio, per capire quale possa essere la ragione che ha determinato la morte apparentemente accidentale di alcuni anziani signori. Binda, ora, ha le movenze del Duca Lamberti di Scerbanenco, e forse anche di Marlowe: come il principe dell’hardboiled americano si destreggia tra pericolose e indecifrabili figure femminili. Il finale di questa seconda indagine, però, è orchestrato secondo un copione classico, che ricorda un po’ Nero Wolfe e un po’ Hercule Poirot. La mutazione decisiva è in quello che Colaprico definisce come il libro migliore, ossia nel terzo racconto: che è focalizzato attorno alla figura del Binda giovane brigadiere, addestratosi assieme ai corpi speciali e spedito in incognito a San Vittore, in carcere, per comprendere il mistero di una catena di morti che lo costringerà a ripercorrere le strade di un traffico abietto e, con esso, i momenti più duri e ambigui della fine del secondo conflitto mondiale. L’ambientazione è quella delle contestazioni studentesche della fine degli anni Sessanta, e Binda, anche se continua a pensare in dialetto, potrebbe tranquillamente assumere le fattezze di un risoluto Franco Nero.

Ciò può senz’altro bastare per invogliare anche i più scettici. Nonostante i tanti riferimenti alla tradizionale letteratura poliziesca, espliciti o impliciti, Binda sintetizza perfettamente i canoni ricorrenti del noir all’italiana. Ma resta ancora inevaso il più spontaneo degli interrogativi: e Valpreda? Occorre dire che la presenza di questo singolarissimo testimone, qui nei panni dello scrittore, si avvertono in tanti dettagli: nelle descrizioni di certi luoghi meneghini, nel richiamo a sedi e riferimenti ideali del movimento anarchico italiano, nella persona dell’ex rapinatore Loris, nella ricostruzione della routine carceraria e dei suoi molti e angosciosi disagi, in qualche rapida, ma chiara, allusione ad uno dei periodi più delicati e oscuri della Repubblica… Un valore per nulla tangenziale, poi, ha la Nota dell’autore superstite, che Colaprico dedica, prima di ogni romanzo, al suo curioso compagno di scrittura e all’amicizia che ha finito per avvicinarli sempre di più. Ad ogni modo, grazie a Le indagini del commissario Binda si ricompone con tratto vivace e consapevole uno spicchio importante della storia sociale dello Stivale.

Una bella recensione a La primavera dei maimorti (di Matteo Collura)

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Addio a Carlo Lizzani, il videotributo (da repubblica.it) 

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Ragazzi, amate l’università, regala silenzio e democrazia (da flcgil.it)

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Università, decreto di programmazione: stop all’apertura di nuovi atenei (da repubblica.it)

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I walked through some things / you don’t want me to explain (Ben Harper)

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Un vistoso e orribile refuso s’impone già dalla prima riga della quarta di copertina. I presagi non sono propizi. I primi capitoli, poi, sembrano confermare l’impressione: altri refusi, l’idea stanca di un tesoro di lingotti d’oro di marca nazista, l’affacciarsi scontato di un segreto che ruota attorno ai momenti più torbidi della guerra partigiana… una potenziale galleria di situazioni un po’ troppo trite, non solo nella narrativa di genere. Forse, però, l’Autore – che è al primo romanzo – è solo un apprendista, come il suo simpatico protagonista, un ragazzo che incontriamo mentre è all’opera come assistente becchino nel cimitero di un piccolo comune dell’entroterra ligure. Bisogna dargli fiducia, allora, andando fino alla fine. E, malgrado tutto, la trama regge, la mano dello scrittore c’è, gli attori sono assemblati con un certo senso del divertimento e l’attenzione resta costantemente viva grazie a qualche piccolo colpo di scena.

Il giovane Silvestro pensa di aver risolto i suoi problemi e di poter studiare a Milano, all’Accademia di Belle Arti. Scavando una tomba, infatti, scopre una cassa piena di lingotti, e il suo anziano collega Anselmo, vecchio eroe della Resistenza, lo spinge a spartirsi il bottino. Ma il giorno dopo Anselmo viene trovato morto e gli indizi paiono tutti accusare Silvestro. Che, impaurito, fugge dalle grinfie dei carabinieri e scappa sui monti, aiutato da Elvis, amico fidato e un po’ spaccone. Comincia così un’avventura, tra boschi e sparatorie, tra sospetti e sogni d’amore, tra sofferenze e dolorose rivelazioni. Naturalmente, dopo tante fatiche, il vero colpevole verrà a galla e la conclusione della storia sarà sostanzialmente positiva, anche se non del tutto. Per il nostro personaggio, la conquista forzata della maturità e dell’autonomia non significherà soltanto una nuova vita da costruire assieme alla sua bella e volitiva Norma. Silvestro scoprirà il peso angosciante di un paese che non sa mai essere veramente onesto e nel quale occorre sempre avere grande coraggio. Todaro Editore continua a scommettere su gialli che ancora non sono tra i più solidi; ma anche la promozione della freschezza è un grande merito, che suscita sicuramente tutti gli incoraggiamenti del caso.

Recensioni (di Viviana Filippini e Carlo Oliva)

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The Two Faces of American Education (da nybooks.com)

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Addio allo scrittore Alvaro Mutis (da corriere.it)

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Un clásico americano vuelve a volar (da elpais.com)

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