Nella classica notte buia e tempestosa, lungo una strada fangosa delle montagne dell’Alto Vicentino, una ragazza viene accoltellata. Prima di morire, però, riesce a consegnare alcuni misteriosi documenti a Gigi Marcante, un giovane geometra che, pur restando anonimo, non esita a denunciare l’accaduto ai carabinieri, ai quali trasmette anche copia di quelle strane carte. Entrano subito in gioco tutti gli altri personaggi: il maresciallo Piconese e i suoi uomini, da una parte; il giornalista Andrea Rezzonico, la postina Silvana e suo fratello Nello, dall’altra. Cercano di risolvere il caso, per trovare l’assassino, ancora a caccia del suo prezioso bottino, ma anche per capire se gli enigmi nascosti dietro le parole e i segni di quello strano e composito lascito vi sia la possibilità di recuperare un tesoro. È un rebus in piena regola e l’intreccio è subito intrigante: alcune tracce, infatti, portano verso una singolare comunità religiosa, abbarbicata su quelle montagne e devota custode delle antiche radici del popolo cimbro. Tra eretici dimenticati, ruderi maledetti ed eredità altrettanto sinistre, si procede passo dopo passo, con altre morti e con nuovi sospetti, e anche con l’apporto di figure che appaiono comprimarie e che, invece, finiranno per rivelarsi determinanti.

Il romanzo è ambientato nell’inverno tra il 1975 e il 1976, e il geometra Marcante è impegnato nei rilievi che porteranno al famoso progetto del prolungamento a nord dell’autostrada della Valdastico, opera tuttora al centro di un grande e tormentoso dibattito. Tuttavia questa è solo la cornice, la buccia del racconto, e anche le avventure di Gigi, Andrea, Silvana e Nello sono solo un pretesto: a Matino interessa tornare sul luogo dei suoi precedenti delitti, per raccontare ancora il passato di un territorio ricco di leggende e per dare testimonianza appassionata del popolo cimbro. Così era già stato con La valle dell’orco e con L’ultima anguàna, che assieme a quest’ultima prova formano un trittico divertente e piacevole. È vero, però, che in Tutto è notte nera c’è un gusto ancor più accentuato per l’intrattenimento, con un effetto che rende ancor più forte il desiderio di studiare meglio la storia locale e la sua insospettabile ricchezza; le dense e succose appendici critiche che l’Autore ha accorpato al testo non sono per nulla superflue e rappresentano un primo valido alimento per la curiosità che la lettura arriva a suscitare immancabilmente. La differenza tra questo Matino e i due fortunati precedenti non è solo la nuova veste editoriale: qui si apprezza maggiormente la consapevolezza dello scrittore, la volontà di scherzare costruendo maschere simpatiche e affiatate nelle quali provare a riconoscersi per qualche ora di riposo.

I libri di Umberto Matino

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La bella Clara Salvemini, fascinosa rampolla di un ricco palazzinaro pugliese, viene trovata morta: le circostanze della sua scomparsa sono misteriose. Qualcuno sa che non si è trattato di un suicidio, e sembra saperlo anche il padre Vittorio, che cerca di mettere a tacere ogni cosa. Le sue preoccupazioni sono tutte per l’azienda, implicata in delicate indagini giudiziarie e amministrative sulla discussa realizzazione di un grande complesso edilizio. La moglie Annamaria pare quasi indifferente. Ruggero e Gioia, gli altri due figli, reagiscono in modo diversamente equivoco: il primo è un brillante e precoce oncologo di fama internazionale, ed è egoisticamente seccato dall’accaduto; Gioia è ancora una ragazzina, e il suo dolore si confonde morbosamente con il dispiacere di non trovarsi lei stessa al centro dell’attenzione. C’è anche l’altro figlio, Michele, quello più strano e più difficile, quello introverso e un po’ matto, che se ne è andato da Bari e vive a Roma, e che torna nella grande villa di famiglia proprio in occasione del lutto. È lui a mettersi alla ricerca della verità – tra “figuri” più o meno degradati…. – riuscendo così a scoprire, passo dopo passo, che la morte dell’amata Clara nasconde segreti ancor più oscuri e indicibili. Alla fine resteranno soltanto macerie.

Questo romanzo è il fresco vincitore del premio Strega 2015. Si potrebbe definire come un “Twin Peaks all’italiana”, nel quale al carattere visionario delle ambientazioni alla Lynch si sostituiscono l’uso ostinato di uno stile sofisticato e la ricostruzione feroce di luoghi e personaggi naturalmente perduti. In questi effetti Lagioia è assai bravo: riesce a moltiplicarne la forza espressiva in uno schema narrativo che alterna in modo ipnotizzante voci e punti di vista, e che vuole trasmettere al lettore il senso di un giro di vite progressivo, l’impressione in un gorgo amorale che si fa via via più profondo e che si manifesta con violenza solo nelle ultime pagine. Lo scrittore, quindi, va senz’altro lodato: è un rondista sui generis – dei nostri tempi, diremmo – che crede fortemente nelle capacità nobilitanti e ordinanti della parola, ma in funzione eticamente rivoluzionaria. Nel suo tragico racconto, infatti, l’unica cosa pulita è proprio ciò che alcune critiche hanno voluto giudicare in modo troppo severo, ossia la contorsione del linguaggio, così pervicacemente letterario; ma per l’Autore è chiaro che è la disciplina della cultura il pilastro sulla base del quale ridare un senso ad una società degradata. Meno convincenti, invece, sono i profili che animano la trama, in primo luogo perché corrispondono apertamente a prospettive molto sperimentate e forse ormai scontate: l’intreccio tra sesso, droga, affari e poteri forti; l’aridità di una classe sociale senza scrupoli, che si è arricchita ad ogni costo, e di un Paese che non riesce mai ad emanciparsene; la disgregazione di una famiglia priva di amore, in cui ciascuno cerca di salvare soltanto se stesso; la purezza del personaggio debole, guarda caso il figliastro, il più sensibile e intelligente, condannato tra i reietti perché vittima di un sopruso originario, ma destinato ad un inutile riscatto finale. Soprattutto, però, l’aspetto un po’ delicato del libro è che il carattere magico e tenebroso del linguaggio non si salda del tutto a quella che avrebbe dovuto essere la conseguente raffigurazione di un’ambiguità altrettanto complessa. Sicché il cliché rischia di rimanere tale, senza diventare epico. Ma Lagioia non è Lynch, evidentemente, e non è neanche Stephen King o Joe R. Lansdale. Per poterlo apprezzare occorre essere ancora troppo colti e raffinati, e il romanzo rischia di dimostrare l’esatto opposto di ciò che – politicamente, forse – avrebbe voluto veicolare: non basta la parola (purtroppo) per fare la morale.

Recensioni (di Luca Illetterati, di Marilù Oliva, di Davide Zizza, di Matteo Bianchi)

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