Nella Premessa a questo libro si ricordano velocemente alcuni nomi: Piovene, Soldati, Comisso. Maestri, tutti, del viaggio in Italia, quasi un genere letterario a sé stante. Anche quello di Claudio Giunta, in effetti, è un itinerario nel Belpaese, ma il proposito e lo stile non coincidono con quelli degli illustri antenati, che del resto l’Autore, pur con ammirazione, cita in modo pressoché rituale. L’Italia c’entra sempre, questo è certo. Ma per Una sterminata domenica – che mutua il suo titolo da un verso di una poesia di Vittorio Sereni – il raffronto più evocativo può essere con l’Umberto Eco di Diario minimo (il primo e il secondo). Il tour, cioè, non è solo nei luoghi o nella gente; è soprattutto nel costume, nella società. Sono carotaggi, che, senza rinunciare ad uno sguardo sempre divertito e sincero, snidano le cifre più autentiche di alcuni dei momenti più notevoli dell’italianità in progress, di un universo di esperienze, miti, presenze e memorie, anche personali, che vanno dagli Anni “Anta” agli anni Zero. Il paragone con Eco, però, finisce qui: perché l’intelligenza e l’erudizione di Claudio Giunta non sono mai maniacali o irritanti. il sorriso, infatti, finisce sempre per conquistare il lettore.        

C’è ironia, vera, sin dal primo pezzo, dedicato a Comunione e Liberazione, e giocato abilmente nell’equilibrio tra un meticoloso resoconto di una visita al famoso meeting annuale di Rimini e l’accurata e spietata analisi dell’antropologia e della retorica dell’amicizia che anima il movimento. È un’ironia, però, che non ha solo una funzione dissacrante. Consente un distacco, una sospensione che alimenta, di sponda, l’osservazione acuta, profonda, e che, se del caso, può scomodare, ma in modo illuminante, la Arendt, Schopenhauer o Malinowski. Avviene così, e allora con suggestioni leopardiane, quando si ricorda l’impatto emotivo generato nel 2010 dalle ben famigerate nubi del vulcano islandese Eyjafjöll. Ma è così anche quando si racconta della spedizione culturale italiana alla fiera di Guadalajara. E lo stesso accade con Scene di lotta di classe a Panarea, in un assemblaggio che sembra nato dall’improvviso incrocio simbiotico tra la penna di Flaiano e l’obiettivo del Lucignolo di Italia 1. Un’altro elemento interessante, nel volume, è l’applicazione costante – e felice – di una misurata attenzione filologica, che per l’Autore riesce naturale, essendo il suo mestiere. Fantozzi, Elio e le Storie Tese e Matteo Renzi diventano soggetti da interpretare meticolosamente, con un linguaggio che, però, non abbandona mai il faceto, anche quando arriva a risultati serissimi. Il rigore di questi saggi, dunque, ci guarda in modo sornione, pure nei casi in cui assume obiettivi polemici o toni di condivisibile passione civile e culturale (ad esempio ne Il significato di Luciano Moggi o in Certe biblioteche). È, in definitiva, una posa quasi malinconica, dolce, che nell’inatteso incontro con Bob Morse, cestista del Varese pigliatutto del 1980, quasi si confessa, e che, tuttavia, apprendiamo costituire il prodotto finale di un esercizio niente affatto episodico, quasi quotidiano, maturato all’ascolto di quella “magnifica cosa pop” che è Radio Deejay.      

Se si può provare a sintetizzare il carattere più consistente della proposta sentimentale di Claudio Giunta, questo si materializza tutto in una sorta di nostalgia della crescita, e quindi della creatività e delle sue stesse evoluzioni (v. l’ultimo saggio), che non sono solo personali o generazionali, e che sotto traccia ci si auspica nuovamente anche per il futuro del Paese. La cosa notevole è che, con questo libro, impariamo a capire che le risorse cui si può validamente attingere per ogni predicabile e realistica ripresa sono quelle di un passato tutto sommato recente, fatto di cose talvolta vissute o anche solo bollate come fatue e marginali, eppure più dense di quanto non si pensi e, soprattutto, più oneste di tante altre.

Le prime pagine de… Anything goes. Il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini e Diventare Fantozzi

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Lettera aperta di Mario Sechi al Rettore dell’università di Bari (da nazioneindiana.com)

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L’estremo rimedio (da corriere.it)

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L’ultimo giorno di novembre (da usirdbricerca.info)

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Ecco la mappa dei tesori della cultura alternativa (al grigio conformismo) (da ilgiornale.it)

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Il titolo allude ad una pista da sci particolarmente bella in quel di Champoluc, Val d’Ayas. Ma il nero non è soltanto il noto segno distintivo del grado di difficoltà del tracciato. Accanto alla pista, in una delle scorciatoie che sono percorse dai gatti delle nevi, viene ritrovato il corpo di un uomo. La pista nera, così, è anche quella di una morte violenta e misteriosa, che, suo malgrado, il vicequestore incaricato delle indagini, Rocco Schiavone, deve ricostruire. Suo malgrado, si: perché Rocco è stato spedito ad Aosta per punizione; perché è svogliato e demotivato; perché, a dirla tutta, non è uno stinco di santo; e perché è tormentato da un passato enigmatico che continua ancora ad occupare tutto il suo presente, e che all’improvviso comprende anche il lettore, in modo disarmante, solo alla fine. Eppure, questo romanissimo poliziotto – che finisce per trascinare nelle sue losche e pericolose abitudini anche un suo giovane e brillante sottoposto – comincia a muoversi sfrontato sulla neve, inzuppando le sue Clarks e assommando indizi su indizi, tra intuizioni non comuni e metodi decisamente anticonvenzionali. La soluzione del caso gli riesce quasi naturale, nel contesto di un plot forse troppo lineare, ma classicissimo e di certa soddisfazione.  

Il romanzo non è nuovo; ha un anno ormai. Avevo perso l’attimo e, data la stagionalità dell’ambientazione, non potevo che attendere un successivo inverno. Ho pazientato fino alle prime nevi e, fortunatamente, non sono rimasto deluso. Schiavone, infatti, è un personaggio che regge e che, pertanto, merita futuri episodi, anche per fargli avere il tempo di spiegare meglio la sua vita precedente e per dargli ulteriori possibilità di riscatto in quella futura. È sempre un’anima in pena, in bilico, cioè, tra opzioni inconciliabili, tra pensieri che non si accordano, tra un male al quale gli piace abbandonarsi e un bene che tuttavia avverte come una normale ma frustrante inclinazione. E poi è un bel mix di fascino, durezza e simpatia, doti che Manzini riesce a sfruttare anche per regalare sprazzi di facile e genuina comicità. È molto interessante, poi, l’idea con cui l’Autore costruisce la sua creatura, operazione in cui si risolve tutto il libro, e che si comprende veramente solamente nell’epilogo, quando lo strano rapporto con la figura della moglie Marina viene totalmente a galla. Manzini è uno sceneggiatore, dunque un piccolo sospetto sorge di per sé: e se questa fosse una sorta di “prova-Montalbano”? Sia chiaro, preferisco sempre un buon libro alla fiction di RaiUno, però devo proprio dire che una riduzione televisiva non sarebbe proprio male…   

Recensioni (di Bruno Quaranta, Luca Terzolo, Anna Quatraro)

Una breve intervista all’Autore

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Il rock venuto dal freddo, miracolo Islanda (da repubblica.it)

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