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Saul Lovisoni è un tipo strano. A Parma è molto noto. Era un poliziotto, per giunta bravo; ed è il ricco erede di un personaggio molto influente. In città è diventato famoso dopo aver risolto un caso assai spinoso. Poi ha scritto un libro di grande successo, ma di lì a poco è stato travolto da un evento tragico, che lo ha spinto ad allontanarsi da tutti, per vivere in solitudine in un vecchio casale sulle sponde del Po. Margherita Pratts è una giovane neolaureata, bella, spigliata, desiderosa di fare mille e nuove esperienze, eppure sfortunata, visto che non ha ancora trovato la sua strada. Ha deciso di presentarsi a Saul per capire se può lavorare con lui. Perché Saul cerca un assistente: vuole tornare a fare il detective, e Margherita, in effetti, fa al caso suo. Il sodalizio parte in sordina. Viene messo veramente alla prova quando Cosima Allandi, influente nobildonna, si reca da Saul affinché l’aiuti a ritrovare il fratello Bernardo, inspiegabilmente scomparso. La ricerca si dimostra subito irta di ostacoli. Bernardo, infatti, si era da poco legato ad una ragazza difficile, Sabina, ex tossicodipendente, il cui figlio è stato ucciso da un pirata della strada e il cui ex marito è un personaggio violento e poco raccomandabile. Ma Bernie – così lo chiamano Cosima e Franca, la sorella maggiore – aveva appena rilevato una catena di lavanderie, sottraendola al suo socio e sedicente amico Corrado. Chi è, dunque, il colpevole? Sabina forse? O Corrado? Tra le nebbie della bassa Lovisoni si muove in modo apparentemente imprevedibile e indecifrabile, e tuttavia Margherita lo segue, a volte scocciata, a volte decisamente affascinata. Il mistero, naturalmente, si risolve solo alla fine, quando tutti i nodi, ma proprio tutti, vengono al pettine.

Garlini debutta da giallista con un esperimento riuscito solo parzialmente. Di certo il materiale è promettente, ci sono ingredienti giusti e tradizionalmente apprezzati: Saul è eccentrico come Sherlock, anche se il suo metodo non si nutre di logica e deduzioni, ma di suggestive intuizioni psicologiche e ambientali, che amano essere narrate, un po’ à la Poirot, un po’ à la Simenon; e Margherita è un ottimo comprimario, con il vantaggio (letterariamente parlando) di volersi dichiaratamente innamorare del suo datore di lavoro, sicché il lettore si immagina già che nelle prossime avventure debba per forza accadere anche qualcosa d’altro (supereranno forse insieme il doloroso passato di Lovisoni…?). Non è male anche lo scenario complessivo, perché, di solito, la notte, l’umidità, la pioggia e le vecchie dinastie familiari sono tasselli ideali per ogni intrigo che si rispetti. Poi, però, vengono i punti deboli. Parenti serpenti, innanzitutto: il binomio non può non venire alla mente, e così l’epilogo si lascia intuire sin dalla prima metà del libro. La trama stessa è fragile. Da un lato si può pensare che l’Autore abbia voluto, soprattutto, presentarci i suoi personaggi, per cui la storia potrebbe anche avere un peso secondario. Questo romanzo, in fondo, è un prequel. Dall’altro lato, però, specie in un giallo che vuole essere il primo di una serie, non è proprio l’intreccio a dover offrire la garanzia ultima di una caratterizzazione soggettiva credibile? Dai tempi di Uno studio in rosso di Arthur Conan Doyle – e quindi dalle origini… – non vi possono essere, per definizione, investigatori improvvisati. Di strada da fare, quindi, il crime di Garlini ne ha ancora tanta. Tanto più che il Po catalizza da tempo l’attenzione di cicli molto riusciti e riconoscibili, come quello creato da Valerio Varesi, con il commissario Soneri. Saprà Lovisoni tenergli testa?

Recensioni (di Luca Crovi; di Alessandro Mezzena Lona; di Francesca Visentin)

Un’intervista all’Autore

Garlini su radioradicale.it

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Why Information Grows?
È la domanda cui cerca di rispondere l’Autore, giovane direttore del Macro Connections Group presso il MediaLab del MIT di Boston. Prima di tutto occorre capire di che cosa si tratta. L’informazione, infatti, è nozione tecnica: identifica il modo con cui si strutturano, si correlano e si dispongono gli oggetti fisici. Si studia in termodinamica ed è una sorta di anomalo e curioso contraltare dell’entropia: paradossalmente aumentano entrambe. Il fatto è che l’uomo, che ne è esso stesso un frutto tangibile, ha una grande possibilità di influire sull’informazione, che a sua volta, per crescere, abbisogna di occasioni di solidificazione, come accade, ad esempio, nei prodotti industriali. Ma affinché ciò accada occorrono sistemi non in equilibrio e una combinazione di volta in volta efficace di conoscenza, know how e capacità di calcolo. L’uomo, creando oggetti con la propria fantasia, può cristallizzare la propria immaginazione e concentrarvi grandi quantità di informazione, sempre più complessa. Può quindi operare agglutinando informazione nel modo più vario. In questa direzione, Hidalgo si propone di capire quale rapporto vi sia tra la crescita dell’informazione e l’economia, e quali siano i fattori sociali e produttivi che possano fungere da ostacolo o da moltiplicatore di questo processo. Su tutto, in particolare, emerge il ruolo fondamentale dell’esistenza di specifiche reti di persone, senza le quali conoscenza, know how e capacità di calcolo non riuscirebbero a trovare una sintesi puntuale e funzionante. È così che, in economia come nel mondo degli atomi, l’ordine fisico prospera in modo sensibilmente differenziato, soprattutto nei luoghi in cui l’informazione meglio può concentrarsi e moltiplicarsi.

Questo saggio va letto perché: offre una chiave di lettura molto originale sulle dinamiche dello sviluppo e su frontiere epistemologiche che forse abbatteremo molto presto; passa dalle scienze dure alle scienze sociali senza soluzione di continuità e in modo suggestivo; dimostra di per sé l’importanza di un approccio metodologico integrato all’analisi del presente e del futuro dell’esperienza umana; è scritto come un romanzo, ma senza incorrere in facili semplificazioni; guida il lettore passo dopo passo, accompagnandolo con rapide e limpide riepilogazioni al termine di ogni capitolo; prova ancora una volta che si può coniugare divulgazione e rigore scientifico senza imbarazzanti effetti collaterali. Dopodiché L’evoluzione dell’ordine è anche un piccolo modello per gli studiosi di ogni disciplina: non ha paura di fare teoria; non si abbandona a ipotesi fantasiose, ma sente sempre il bisogno di suffragare le proprie tesi con elementi verificabili; domina lo specialismo senza temere di rinunciarvi e di alzare, in questo modo, lo sguardo a un livello superiore; non pecca di autoreferenzialità; è un luogo in cui coltivare una prospettiva dichiaratamente obliqua e sperimentare l’esistenza e la praticabilità di traiettorie inusuali. Quanto al significato dell’interpretazione proposta, è difficile dire se si tratti di un nuovo antropomorfismo, rovesciato, o se si tratti, invece, di una forma sofisticata di darwinismo 2.0, oppure, ancora, se – senza prendervi espressamente posizione – ci si trovi di fronte, materialmente, ad un perfetto terreno di coltura per visioni postumaniste di varia estrazione. La sensazione – ed è una sensazione positiva… – è che Hidalgo non intenda dirci che cosa dobbiamo fare, ma voglia solo illuminare di una luce differente il maggior studio delle interazioni e delle continuità tra uomo e natura. Gli orizzonti di senso e le scelte sono riservate ad un altro piano.

L’Autore presenta la sua lettura

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