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Per comprendere i motivi della fortuna di Michel Bussi, romanziere d’Oltralpe molto apprezzato anche in Italia, La Follia Mazzarino, sua opera prima del 2009, rappresenta la migliore chiave di lettura. Lo si capisce sin dalla trama, che coniuga utilmente elementi apparentemente impossibili da amalgamare, come nella più classica delle vinaigrette. Il luogo, per cominciare, è del tutto immaginario: l’isola di Mornesey, collocata nelle (reali) Channel Islands della Manica (con le esistenti Guernesey e Jersey), ma (diversamente) soggetta alla sovranità francese. L’Autore ne fornisce la mappa, così ci si sente subito paracadutati in un’invenzione alla Jules Verne. I protagonisti, al contempo, sono semplicissimi e con tratti molto riconoscibili e marcati, al limite del pittoresco: l’evaso senza scrupoli; l’orfano affidato agli zii; il gruppetto di amici della colonia estiva; il giornalista eccentrico e viveur; il ragazzotto semplice e intelligente che fa la stagione. Ci si immedesima facilmente. Senza dire del fatto che, poi, ci sono due degli ingredienti letterari più scontati e funzionanti: un fantomatico tesoro, la Follia Mazzarino, ossia ciò che avrebbe consentito al famoso cardinale di conquistare la corte del re, mistero da tutti indagato e mai risolto; e il romanzo di formazione. L’intrigo, dunque, è servito. E a far da realistico collante, infine, soccorre una tipica vicenda di speculazione edilizia, comprensibile e sempre attuale, pur se condita da un inganno tanto inverosimile quanto curioso. Ovviamente, quando i nodi vengono al pettine, la sorpresa è grande. Dunque: proprio questo è Michel Bussi, che, peraltro, è anche professore dell’Università di Caen. Del resto le sue competenze di geografo costituiscono spesso un additivo ulteriore dei romanzi, ed è così anche per La Follia Mazzarino. È uno scrittore – in particolare – che si distingue nel riuscire a montare efficacemente in un unico quadro profili, immagini e motivi di per sé distantissimi; scelti con accuratezza, però, perché devono essere facili, attrattivi e coinvolgenti, per catturare lettori della più diversa età ed estrazione. E per generare un tourbillon di sensazioni, elementari e riconoscibili, come accade nella migliore letteratura d’appendice. Spesso si tratta del già visto e sperimentato (a qualcuno questo libro ricorderebbe un po’ I Goonies), perché non c’è nulla di più affidabile dell’usato sicuro. Ecco, Bussi è il perfetto intrattenimento familiare, che sotto l’ombrellone passa di mano in mano e piace verosimilmente a tutti, e distrae senza pensieri. Niente di più, per un verso; ma anche niente di meno.

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King & Conqueror (da bbc.co.uk)

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Un secolo fa, a Parigi, le vite e le fortune letterarie di alcuni dei più grandi scrittori americani del Novecento – ma tra loro, a un certo punto, fa capolino anche un giovane George Simenon, stregato da Joséphine Baker – gravitano attorno a un reticolo ben definito di luoghi: strade; piazze; giardini; librerie; salotti; caffè e altri locali, più o meno malfamati o vivaci; e persino una chiesa, quella di Saint-Sulpice. In questo piccolo gioiello editoriale, Luca Della Bianca sceglie come principale punto d’osservazione Place de la Contrescarpe, perché al suo primo arrivo nella capitale francese Hemingway aveva preso casa proprio da quelle parti. Ed è Hemingway, del resto, che compare più spesso in questa sorta di viaggio sentimentale. Che, oltre ad essere permeato da un autentico amore per la letteratura, è ricco di aneddoti gustosi e immagini curiose. Come quella che vede lo stesso Hemingway dare lezioni private di boxe a Ezra Pound. Oppure quella che sorprende Cummings nel mentre viene arrestato, dopo una cena fortemente alcolica con Dos Passos, in quanto accusato di essere un pisseur. Tuttavia, nei brevi e azzeccatissimi capitoli di cui si compone il libro (da addentare, ciascuno, come si farebbe con un raffinato macaron) si trova molto altro. Quello di Della Bianca è un itinerario preciso nella mappa delle conoscenze, delle relazioni e dei posti giusti; di tutti i modi, cioè, con cui, nella Parigi degli anni Venti, un giovane e ambizioso aspirante scrittore avrebbe potuto farsi strada. Magari seguendo le dritte di Sherwood Anderson, che c’era stato negli anni d’oro, o inseguendo il mito di Joyce o le simpatie di Gertrude Stein.

Per i talenti d’Oltreoceano il grand tour poteva offrire chances editoriali, apprendistati autorevoli, suggestioni indimenticabili e momenti di estrema concentrazione, di proficuo sodalizio e di avventura. Naturalmente, ogni protagonista viveva il percorso alla sua maniera. Qui sta, probabilmente, il valore aggiunto dei diversi pezzi di cui si compone questa raffinata pubblicazione. Perché l’Autore, certo, ritrae i grandi scrittori nel loro contatto fecondo con la Ville Lumière ormai al crepuscolo, eppure ancora fascinosa e gravida di profittevoli opportunità. Ma lo fa quasi assecondando l’idea che in questi assaggi, oltre allo spirito di un’epoca, si possa già cogliere il cuore di un’intera traiettoria, artistica come umana. Hemingway, ad esempio, si percepisce subito come il risoluto imprenditore di se stesso e della sua immagine. Invece Fitzgerald – verso cui sembra notarsi una forma di maggiore affetto – è scolpito nella iconica melanconicità distruttiva, eppure creatrice, del suo rapporto con la moglie Zelda. Di Faulkner, invece, si intravede l’istinto a fare del viaggio francese uno stimolo distratto, e di per sé paradossale, alla successiva coltivazione ossessiva nel proprio ubriacante mondo immaginario. E Dos Passos – che di tutti questi pare il più sinceramente immerso nel rapporto generativo che il contesto europeo tanto esaltava – viene raccontato, in fondo, nella sua ricorrente e predestinata solitudine, a sigillo di una originalità tuttora da scoprire. C’è, però, un aspetto vieppiù meritevole in L’Eden alla Contrescarpe. Si svela nelle ultime righe ed è l’esplicito, personalissimo, elogio della rilettura. Visto che “se la nostalgia è ricerca del tempo passato e non perduto, i libri, restituendo a un lettore nostalgico il sapore che aveva la vita al tempo della prima lettura, consentono di ritornare ai luoghi dell’anima”.

Recensione (di F. Pezzini)

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Romanzo olandese (da nazioneindiana.com)

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Mira Bunting è fondatrice e anima instancabile di Birnam Wood, un collettivo neozelandese formato da persone per lo più assai giovani e di varia estrazione, e impegnato in azioni di guerrilla gardening e di sensibilizzazione ecologica. Mira, però,  vorrebbe un salto di qualità. Shelley Noakes è l’amica e alleata più stretta di Mira; almeno lo è stata a lungo, tanto da abitarci assieme, anche se ora sente il bisogno di uscire dal gruppo e, soprattutto, da quel legame, forse troppo stretto e ossessivo. Tony Gallo, l’attivista più ideologizzato del collettivo, è tornato dopo una lunga esperienza di viaggio in Centro America: vuole capire se tra lui e Mira è rimasto qualcosa, ma, prima ancora, intende diventare un famoso reporter. Un evento improvviso – una grossa frana, che lascia isolata un’importante tenuta – diventa per i tre un’imperdibile occasione: per Mira, può significare il modo per sperimentare un progetto di coltivazione su larga scala e ricevere, così, maggiore visibilità; per Shelley, può trattarsi dell’esperienza con cui capire davvero che cosa fare del suo futuro; per Tony, può essere il campo privilegiato per uno scoop sensazionale, tanto più che la tenuta in questione è proprietà di Owen Darvish, un ricco e apprezzato self-made man, che tuttavia sembra fare affari con lo spregiudicato Robert Lemoine, tycoon americano a capo di una potentissima azienda costruttrice di droni. I presupposti per un thriller potenzialmente appassionante ci sono tutti. 

L’Autrice, però, è interessata ad altro. Le piace scavare nella psicologia dei tipi umani e dei percorsi esistenziali che i suoi eroi incarnano. Tanto più che strada facendo si rivelano tutti (o quasi) degli autentici antieroi e che, peraltro, la trama è coerentemente ridotta al minimo, se non inesistente. Egotismo, infantilismo, invidia, arrivismo, avidità… I campioni di Catton sono sezionati nei loro pensieri più elementari e autoreferenziali, ed imprigionati nello stereotipo più spinto, al solo scopo, evidentemente, di dimostrare che non è detto che anche le retoriche più nobili o ingenue nascondano sempre ambizioni incontaminate. Sembra – at last – che in questo mondo tutti siano pronti a tutto e che occorra, forse, solo una dura e tragica esperienza per rendersene conto, forse troppo tardi. Ma c’è qualcosa di più specifico. Si ha l’impressione che, al di là dell’ambientazione, questo libro sia molto più neozelandese di quanto possa apparire; che la scrittrice, in particolare, abbia voluto, da un lato, demolire una positiva, ottimistica autorappresentazione self-confident del carattere kiwi, dall’altro, ri-costruirla, almeno parzialmente, da una prospettiva meno attesa e tanto meno scontata (e di cui ci si avvede solo nella determinazione ultimativa di un personaggio femminile rimasto sotto traccia fino alle ultime pagine e della radice – familiare e territoriale – di cui esso è testimone). Ciò premesso, Birnam Wood è complessivamente un bell’esperimento.

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Odéonia e il paradiso perduto (da carmillaonline.com)

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Scrivere un libro prendendo spunto da uno sceneggiato e, ciò facendo, riscrivere un altro libro, sulle orme di chi lo ha già fatto: è questa la sfida de Il Segno del Comando, che mantiene lo stesso titolo della famosa produzione Rai negli anni Settanta come del romanzo di Giuseppe D’Agata, cui si deve anche buona parte del plot concepito per la tv. Ciò che si racconta, in senso stretto, ha un’importanza relativa. Edward Forster – giovane, brillante e già affermato studioso di Cambridge ed esperto di Byron – arriva a Roma per tenere una conferenza, ingenuamente attratto da una lettera misteriosa. Viene subito avviluppato in una serie di incontri inquietanti: strane e fascinose presenze femminili, anziani collezionisti, vecchi e nuovi amici britannici. Capisce, passo dopo passo, che gli accadimenti non sono casuali e che più di qualcuno si serve di lui per portare alla luce un antico segreto alchemico, o anche solo per risolvere altre, collaterali e più sensibili, materiali questioni. Che ovviamente alla fine vengono a galla. Ma perché questo testo – che a spezzoni può risultare un po’ noioso e che, forse, è anche inferiore, sul piano narrativo, a qualche immediato precedente – ha un suo fascino? Non tanto per l’operazione di contestualizzazione temporale e culturale: l’Autrice, certo, guarnisce la storia con qualche ammiccante comparsata laterale di note figure intellettuali dell’epoca e con un pizzico di côté femminista. Il punto non è questo. E non lo è neanche l’intreccio tra nobiltà decaduta, crimini nazisti, remote simbologie (il lettore ne potrà fare facile esperienza).

Il punto è che Loredana Lipperini riesce a coinvolgerci in un itinerario che, nel mentre ci porta a contatto con piccole meraviglie e luoghi notevoli dell’Urbe storica (quasi a completamento del viaggio sentimentale che la stessa scrittrice ha quasi contestualmente prodotto per altro editore), offre uno strumento, quasi una guida, per calarsi – come si direbbe oggi – nel lato più weird della città. Per ricordarsi, in altre parole, che Roma ha un doppio fondo, e per farlo col senso dell’intrattenimento, senza doversi immergere in ricostruzioni molto più spinte o troppo articolate. Sta al singolo appassionato, poi, cogliere la palla per capire se lasciarla rotolare – come è avvenuto per Edward Forster – alla migliore ricerca di se stesso oppure se mettersi curioso alla caccia di attimi preziosi di sorpresa, stordimento e meraviglia, che la città eterna, effettivamente, sa garantire con profitto a chi sia in grado di guardare nel posto giusto. Il Segno del Comando, inoltre, è un invito a riscoprire altre fortunate sperimentazioni televisive, in fondo partecipi della medesima ispirazione. Si tratta, infatti, del filone che proprio la Rai aveva provato a coltivare negli anni Novanta, con Voci notturne di Pupi Avati, tuttora disponibile online, e che, però, si è arrestato, rimanendo monco nonostante l’indubbio successo, sia pur in una nicchia di spettatori esperti. Ad ogni modo, anche questa è una buona ragione per lasciarsi pungolare da questa extravagante lettura.

Recensione (di F. Pezzini)

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Se si è stati scout, o se si è passata qualche settimana in montagna con la parrocchia, o se si ha voglia, semplicemente, di trascorrere qualche ora di svago su un’amaca tra gli alberi, allora Il dio dei boschi è ciò che ci vuole. Durante un campo estivo all’interno della riserva dei monti Adirondack, nello Stato di New York, scompare una ragazza, Barbara Van Laar. È l’estate del 1975. Si mobilitano subito le guardie forestali e la polizia. Il caso suscita di per sé un certo clamore, perché nel 1961 anche Bear, primogenito dei Van Laar, era sparito in circostanze apparentemente simili. E perché quella famiglia, oltre ad essere particolarmente nota, facoltosa e influente, è proprietaria dell’intera riserva e ha una maestosa dimora in prossimità del campo. La cui ideazione, peraltro, risale ai tempi del capostipite, Peter Van Laar I, che aveva acquistato quelle terre alla fine dell’Ottocento. Dov’è finita, dunque, Barbara? Questo è l’interrogativo attorno al quale si sviluppa l’intera storia, che salta continuamente avanti e indietro nel tempo, in capitoli via via più piccoli e palpitanti, per seguire le traiettorie di più personaggi, il percorso delle indagini e le vicende della famiglia Van Laar. Fino alla graduale – e naturalmente inattesa – soluzione di tutti gli enigmi.

Questo romanzo – che costituisce sicuramente un’ottima lettura – si pone a metà strada tra un giallo e un thriller e si presta a numerose osservazioni. È un libro in tutto e per tutto americano, perché fonde assieme suggestioni e motivi tipici della cultura made in USA: il rapporto con la natura; il tema dell’adolescenza e della formazione individuale; la famiglia come epicentro di ogni possibile frattura esistenziale. È anche un testo a suo modo impegnato e orientato sul piano sociale. In primo luogo, le vere protagoniste sono donne, e nella trama vi è senza dubbio una rappresentazione negativa di uno specifico modello patriarcale (senza voler trascurare un certo e complessivo simbolismo, che si coglie pienamente solo alla fine, laddove il rinnovato destino di un classico, e costitutivo, ideale d’Oltreoceano viene collocato su spalle femminili). A ciò, inoltre, si affianca la esplicita contrapposizione tra ceti colti, ricchi e viziati e il mondo in salita delle persone comuni e radicate su cose concrete. Il mix, dunque, è interessante, e – tranne qualche caduta (la giovane investigatrice a tratti mima un po’ troppo la Clarice Sterling de Il silenzio degli innocenti) – la scrittura è efficace, i depistaggi narrativi (indispensabili per questo genere) funzionano abbastanza bene e il ritmo è incalzante. Se ne Il dio dei boschi si può trovate un limite, esso sta tutto nei suoi pregi di libro ben costruito, di prodotto, cioè, che è stato concepito appositamente per essere apprezzato. Talvolta sa di già visto e di eccessivamente positivo. Ma nel mese di agosto tanto può bastare per una sana distrazione.

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Sail away sweet sister / sail across the sea (Queen)

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Cassola da scoprire (da succedeoggi.it)

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