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Il maggiore Richard è un reduce, ha combattuto in due grandi conflitti. Ora è sposato con Teresa e cerca un lavoro. Chiede aiuto a un ex commilitone, Twinnings, che pare avere le mani in pasta e sapere a chi rivolgersi. Richard, infatti, non riesce ad adattarsi al “nuovo” mondo che le guerre hanno dischiuso. È ancora radicato in quello “di ieri” e prova una sincera nostalgia per la scuola militare, il cameratismo, la cultura del cavallo e dell’onore. Ma sa che quel tempo è definitivamente tramontato e, soprattutto, che ha bisogno di dare certezze alla moglie, che tanto confida nel suo valore. Accetta, pertanto, la proposta di Twinnings, che gli procura un colloquio per un impiego, non ben definito, alle dipendenze del grande Zapparoni, il ricco e misterioso imprenditore che in quel momento ha più successo. Il magnate, in particolare, suscita l’ammirazione continua dei ragazzi e degli adulti, per i robot sofisticatissimi che costruisce e per le sue mirabolanti produzioni cinematografiche. Richard avverte già che lo aspetta qualcosa di ambiguo e pericoloso, anche perché Caretti, l’uomo che dovrebbe sostituire nella factory di Zapparoni, è misteriosamente scomparso; e perché i dipendenti ultraspecializzati di quell’azienda, pur pagatissimi, paiono legati al loro principale da un vincolo sostanzialmente inscindibile. Nonostante ciò Richard si presenta alla casa del famoso tycoon, dove viene letteralmente preso in contropiede. Da un lato si ritrova in una villa i cui ambienti e panorami lo riportano al passato che tanto rimpiange e lo avvolgono in una sensazione quasi piacevole. Dall’altro si scopre a fronteggiare direttamente l’imperscrutabilità di Zapparoni, che, dopo averlo messo alla prova sul terreno inatteso della tattica bellica, lo lascia in balìa delle curiose ed efficientissime api che sorvolano la tenuta. Mentre si rilassa e ripiomba così, ancora una volta, nella rievocazione del tempo che fu, Richard fa una improvvisa scoperta, che lo sconvolge e gli fa temere per la propria vita. Prova a reagire, istintivamente; ma alla fine accetta di essere assunto alle dipendenze del nuovo mago tecnologico e di godere da subito della promessa di conforto che questa scelta comporta.

Ritmato da una scrittura rapsodica e a tratti ammaliante – che cospira in modo efficace alla riproduzione dello stato mentale del suo protagonista – Le api di vetro è un tipico libro di Jünger. La spina dorsale è tutta autobiografica, intima e retrospettiva. È la speculazione, non priva di malinconia, di un uomo che rimpiange una dimensione cosmica che non può mai aver veramente raggiunto, neppure nella sua pur ricca esperienza di vita vissuta, e che tuttavia anela a conseguire e quindi a indicare a chi lo vuole ascoltare. La polpa del racconto, però, ciò che incarna la spina dorsale, si risolve in un’allegoria sull’impossibilità definitiva dell’agognato traguardo. Non solo per Jünger: è l’umanità nel suo complesso a dover soccombere, specie di fronte alla forza demiurgica della società tecnologica e dei suoi profeti. Il mondo, infatti, ha fatto un salto mortale, abbracciando un gioco le cui potenze non si lasciano comprendere fino in fondo e sono, tuttavia, capaci di attirare ciascun individuo in un meccanismo di irresistibile sinergia. Ecco dunque il punto: “la perfezione umana e il perfezionamento tecnico non sono conciliabili”; l’una via esclude l’altra, ma – come dimostra la parabola del maggiore Richard – la prima è inattingibile e la seconda, perniciosa, è fortissima e suadente, e consente il godimento di istanti di illusione e di felicità. Istanti che Jünger, ovviamente, cerca in altro modo: nella sua ossessione per l’osservazione (che spiega i suoi particolarissimi hobbies, coltivati per tutta la vita: l’entomologia e la geologia); e nella pratica effettiva, quotidiana, del suo auto-escludersi, del suo essere (per sua stessa definizione) un “anarca”. Non stupisce che questo autentico Zarathustra abbia avuto col nazismo più di qualche compromesso, né che tra i suoi interlocutori intellettuali vi siano stati sia Carl Schmitt, sia Martin Heidegger. Specie il dialogo con il grande filosofo dimostra il carattere plumbeo e ustionante del terreno in cui ci si muove; un soggetto che tuttavia ha saputo stimolare anche felici e ironiche ricostruzioni, come in Fernando Acitelli: con Oltre la linea. Jünger e Heidegger a Wembley, facendo il verso ad un noto argomento di confronto tra i due Autori, è stato in grado di spiegarli, e umanizzarli davanti ad una partita di calcio. Con momenti veri, questi si, di afferrabile serenità.

Recensione (di I.A. Chiusano)

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Intervista alla Libreria Dante & Descartes editore (da lindiceonline.com)

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I‘d like to share some air with you (RHCP)

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Gennaro Serio e la riscrittura del giallo (da carmillaonline.com)

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“Il cavallo di Aguirre” (da ilprimoamore.com)

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Ancora provato dalla scrittura di un libro in cui ha cercato di ricostruire la storia del padre – un oppositore del regime libico di Gheddafi, rapito in Egitto e sparito drammaticamente nel nulla – l’Autore approda a Siena, per alimentarsi ai dipinti di Duccio di Buoninsegna e Ambrogio Lorenzetti. Conosce già la scuola senese, lungamente studiata nelle sale londinesi della National Gallery, dove ha elaborato un meditato criterio di interpretazione. Non appena giunge nella città del Palio mette in moto il suo metodo e si concentra dapprima sul Palazzo Pubblico e sui famosi affreschi sul Buono e Cattivo Governo. Ne apprezza l’andamento dimostrativo e pedagogico, che gli consente di fare sintesi. Da un lato, fa i conti con una peculiare e ricorsiva rappresentazione dell’idea di Giustizia, e con ciò che questa potrebbe significare anche per la sua traiettoria personale e familiare. Dall’altro lato, e nel luogo stesso per cui quelle allegorie pittoriche sono state pensate, scopre lo scenario naturale per una riconciliazione interiore e sociale. È in questa cornice che il narratore – che per immergersi totalmente prova anche a studiare l’italiano – fa alcuni incontri che gli comunicano un’energia rivitalizzante. Ed è nuovamente il medium della pittura (questa volta con la frequentazione assidua della Pinacoteca) a condurre Matar ad un’ulteriore consapevolezza: su che cosa abbia comportato per la storia della pittura medesima e per la cultura europea e mediterranea, e araba, l’attraversamento della Peste Nera del 1348; ma anche su che cosa possa valere, per se stesso, la riemersione da un disorientamento durato così tanto tempo. Matar percepisce gradualmente l’unicità e l’esemplarità dell’esperienza che sta vivendo a Siena. I quadri che contempla nell’Oratorio di San Bernardino paiono esprimere al meglio una sorta di profonda nostalgia, che l’Autore descrive in termini di riconoscimento. Tuttavia l’approdo definitivo – l’abbraccio di una comprensione tanto ricercata – non si perfeziona a Siena, ma a New York, ancora di fronte ad un altro capolavoro della scuola senese.

Pur risultando a tratti lezioso e quasi dolciastro – è scritto coltivando un’intimità dai contorni fin troppo prevedibili – questo libro ha molti meriti. Ci ricorda l’intrinseca sapienza dei luoghi e l’importanza che essa può giocare per la nostra vita. Ci comunica anche un peculiare e apprezzabile modo di avvicinamento all’arte, come chiave per avere accesso al segreto di alcuni spazi, ma anche come deliberata postura di un paziente che si lascia curare dalla forza universale dell’immagine, dalla sua ultrattività. Sono curiose e stimolanti anche le osservazioni che Matar compie sulle opere da cui si fa deliberatamente rapire. Forse suonano come tecnicamente extravaganti, fantasiose o addirittura arbitrarie. Allo stesso tempo, però, non si può dubitare del fatto che le esperienze di fruizione obliqua dell’arte (ma si potrebbe dire lo stesso anche per la letteratura o per la storia o per l’economia…) presentano talvolta la capacità di rompere le barriere tra il discorso colto e il più grande pubblico dei non esperti. Né si potrebbe sostenere, d’altra parte, che Matar metta del tutto fuori strada il lettore. Anzi, pur partendo da un irriducibile punto di vista e da un’istanza interiore ed esclusiva, egli arriva anche a lambire l’idea di che cosa sia, in pittura, lo spazio italiano di cui argomentava con finezza Cesare Brandi nel suo classico saggio (da poco ripubblicato). Per la sua felice obliquità, Un punto di approdo è paragonabile a I fogli del capitano Michel, di Claudio Rigon, edito sempre da Einaudi un po’ di anni fa: un piccolo volume, composto anch’esso in punta di penna e dedicato alla rievocazione di una delle tante storie di soldati avvenute durante la prima guerra mondiale. Molti amici lo avevano criticato, per la sommarietà di talune ricostruzioni e per qualche evidente imprecisione. Erano giudizi sbagliati, perché dettati dall’innocente, eppure letale, acribia di chi non considera il motore empatico che alcune, mirate suggestioni possono accendere. La cultura, infatti, si nasconde anche lì e non ha minor valore di quella che si apprende da un saggio scientifico.

Recensioni (di L. Azzariti-Fumaroli; di R. Barzanti; di L. Beatrice; di C. Langone; di A. Olivetti; di E. Rialti)

Intervista all’Autore

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Crocevia (da internazionale.it)

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Neve in agosto (da nazioneindiana.com)

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Federalismo e regionalismo (da il ponterivista.com)

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Scrivere racconti è difficilissimo. Trovarne un maestro è qualcosa di raro. Ma con Pardini – già saggiato con piacere in altro momento – non si sbaglia e questo libro lo dimostra. I suoi protagonisti sono uomini e animali, vivi e tenaci più che mai. Come lo stile che li rappresenta, che è diretto, asciutto, tonico e alimentato da un linguaggio chiaro. Il gusto complessivo, tuttavia, sa di antico, come si addice al tipo tradizionale della novella. Due storie sono semplicemente meravigliose: quella che dà il titolo alla raccolta, e che apre il volume; e La vendetta del gufo, che lo chiude. In entrambe – la prima è ambientata nel ‘500, la seconda ai nostri giorni – ci sono animali che rispondono con estrema determinazione ai soprusi degli uomini. Manifestano un senso di giustizia e un’alleanza che vanno ben al di là della rappresaglia ferina e paiono proiettati a ristabilire un elementare ordine morale e sociale. È così anche nel Fratello del lupo. Nel Gatto e in Serague emerge anche l’idea di una fratellanza che non è fatta soltanto di buoni sentimenti, ma dell’abbraccio di un comune destino di violenze e di miserie, e di una misteriosa forza di resistenza vitale. La sfida e la pantera porta la rappresentazione di questo orizzonte ad un grado di esemplarità ancor maggiore, in un intreccio di vicende in cui uomini e animali si incontrano, si scontrano e condividono dolori, rivincite e un singolare destino di lotta e di adattamento costanti. C’è dell’altro, però. In questi racconti il meccanismo di antropomorfizzazione cui le “bestie” sono sottoposte è ridotto al minimo. Difatti non serve ad alludere, in chiave meramente simbolica, a un modello umano alternativo; serve a renderci familiare ciò che gli animali ancora custodiscono. Ciò per cui essi lottano con tutte le forze, come nella Picciona etrusca, dove il legame con l’uomo, forse non a caso, è tenuto da un sacerdote di divinità destinate a scomparire. In tutto il libro vi è un solo racconto a fare eccezione al quadro complessivo: La pistolera, che è una sorta di spin-off di Jodo Cartamigli, noto e fortunato romanzo western dello stesso Autore. A guardar bene questa storia si nutre di un’ispirazione presente anche nelle altre: di quella percezione dell’esistenza, come infinita avventura, che tanto caratterizza le atmosfere create da Pardini.

Recensioni (di M. Magliani; di S. Fortuna; di A. Picca; di C. Bacchini; di O. Di Monopoli)

Un’intervista all’Autore

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