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Questa Shirley Jackson è la stessa dei grandissimi L’incubo di Hill HouseLa lotteria e (il migliore in assoluto) Abbiamo sempre vissuto nel castello; pietre miliari del romanzo gotico e, più in generale, della letteratura horror e mistery. Qui, però, è autrice di un testo del tutto diverso: un memoir divertente e ironico, e autoironico, sulla sua vita familiare tra le mura della grande e vecchia casa colonica di North Bennington, in Vermont. È un racconto fatto di piccoli e semplici episodi, sketches domestici scritti con grazia e stile rapido e coinvolgente, nei quali Shirley fa la mamma a tutto tondo e si scapicolla tra le urgenze, le malattie e i capricci dei figli, le gravidanze, l’automobile, l’inettitudine di un marito tanto impacciato quanto indifferente, le faccende di casa, i rapporti con gli altri bambini e le loro famiglie. Si potrebbe pensare a un libro per sole donne, che naturalmente troverebbero nella lettura numerose occasioni per riconoscersi e normalizzare note e ricorrenti sfide della quotidiana convivenza. Il fatto è che Vita tra i selvaggi offre momenti di autentico svago a chiunque: è impossibile non provare empatia e la risata spontanea è assicurata. 

Se si riflette sulla circostanza che il libro è del 1953, non si può non restare sorpresi del tono diretto e dell’intelligenza emotiva di un’Autrice che, così facendo, rivela davvero il suo segreto: vale a dire, una rara combinazione tra facilità di composizione, ritmo e capacità evocativa di stampo quasi fotografico. Specialmente, però, si comprende un’altra cosa: il passo tra le ambientazioni dark di una vera maestra del genere e la rappresentazione esilarante di una banale routine casalinga è brevissimo. Ne è chiara evidenza il volantino con una storia di fantasmi, che Shirley compone scherzosamente proprio a partire da un episodio familiare specifico (e che è posto in appendice). Ma ne è la prova migliore una sensazione evidente, qui riconfermata al massimo grado: che la grande letteratura nasce sempre dall’approfondimento vertiginoso dei motivi, dei luoghi e delle esperienze – in poche parole: dei demoni – che più sono vicini allo scrittore. Il che equivale a dire che senza questa Jackson – una desperate housewriter così ordinaria, così stereotipica, così autoriflessiva e così irrimediabilmente fuori posto – l’altra non sarebbe mai esistita.

Recensioni (di M. Ghilardi; di D. Lambruschini; di G. Soncini)

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If it makes you happy / then why the hell are you so sad? (Sheryl Crow)

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I padri si saltano (da salto.bz)

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La letteratura non è insegnabile (da leparoleelecose.it)

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In questo libro, che risale al 1996, l’Autore – figura importante del mondo editoriale italiano e scrittore più volte premiato e sempre apprezzato – raccoglie due testi, uno più lungo (La letteratura e il combattimento) e uno, successivo, molto più agile (Quando vi ucciderete, maestro?). Nel pezzo più esteso contempliamo una galleria di immagini, ricordi personali, esperienze, letture: su singoli appassionati di arti marziali e sui loro esercizi, su maestri e discepoli, su palestre di periferia, sulla storia della lotta in Giappone… Il tutto è condito con qualche analogia tra combattimento e creazione letteraria; e con immancabili riferimenti all’opera di chi su questo ring ha militato a lungo, da Yukio Mishima ad Alexis Philonenko. Dall’altro lato, invece, nel secondo testo, le parole di Franchini sono quelle di una sorta di rampogna, o discorso di biasimo, che si rivolge a un “tu” non esplicitamente definito, per stimolarlo o risvegliarlo da un esiziale torpore. E che pesca nel passato familiare (e soprattutto nella rievocazione della madre) e (ancora) nel cantiere del rapporto tra letteratura, vita e obbedienza marziale. Ciò fino a una sorta di climax conclusiva, in cui un pensiero semiserio dell’Autore su come coltivare la propria salute giovanile si sovrappone al racconto di un aneddoto sulla vita di Mishima e su quanto un giovane ammiratore gli avrebbe detto al termine di una lunghissima anticamera: “quando vi ucciderete, maestro”?

Il volume è prezioso per più ragioni. La prima di tutte riguarda lo stile o, se si vuole, l’esempio di scrittura: che è spontanea ed efficacemente rappresentativa di un pensiero che si sviluppa liberamente in una catena di progressive associazioni mentali. Ma è anche elegante, ricercata, densa. A conferma che il bello scrivere, se è semplice, è anche il frutto di una formazione, di un’applicazione e di un addestramento costanti. È a quest’ultimo proposito che viene subito in gioco un secondo aspetto positivo. La forma, infatti, aderisce veramente alla sostanza. Perché quella di Franchini è un’immersione – dichiaratamente autoanalitica – sul necessario rigore e sulle inevitabili frustrazioni che comporta qualsiasi disciplina, soprattutto se presa sul serio. Salvo che il senso dell’opera, qui, anche per effetto del raffronto completamente straniante con l’imprinting ricevuto dalla madre, emerge nel suo finale orientamento dissacrante (o relativizzante). Perché tutto è soltanto, e illusoriamente, testa, pure nel perfezionamento massimo di ciò che è corpo. E pertanto, per non risultare artificioso, poco credibile e quindi ridicolo, nella scrittura, nel combattimento come nell’esistenza quotidiana, val sempre la pena di tenere i piedi per terra e ripetersi (con la piena persuasività dell’idioma partenopeo): ma quann t’accir?

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Storia del CBGB (da carmillaonline.com)

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Riforma del reclutamento dei professori, riforma dell’autorità nazionale di valutazione, riforma della governance degli atenei, riforma del consiglio universitario nazionale, riforma delle modalità di finanziamento delle università… Sono solo alcune tappe – le più importanti, forse – del ciclo di innovazioni normative che si vanno perfezionando o preparando in questi mesi per iniziativa del Ministro dell’Università e della Ricerca. Come è facile immaginare, i molti aspetti di ciascuna di tali riforme sono al centro di vivaci discussioni e di corrispondenti proteste. Indipendentemente dal contenuto di questi dibattiti – che ad ogni modo vanno sempre presi sul serio, perché sintomo di un disagio via via crescente – sorprende un dato: la totale assenza di una riflessione sistemica sull’università e sul suo ruolo. Che, peraltro, sembrerebbe il presupposto fondamentale sia per dare coerente contenuto a quanto si vuole realizzare, sia per poter prendere veramente una qualsiasi posizione credibile. 

Ebbene, assieme ad una recentissima (e più tecnica) collettanea da curata da Margherita Ramajoli e Alfredo Marra, il piccolo libro di Stefano Jossa – cui si deve un’altra, meritevolissima e convincente, indagine sui non-eroi del romanzo nazionale – prova a colmare parte del vuoto, offrendo, in primo luogo, una sintetica, ma vivida, carrellata delle idee forti che, a detta dell’Autore, hanno caratterizzato il discorso sull’università dal XVIII al XX secolo; dunque, dalla posizione di alcune convinzioni fondamentali e connotanti, e tuttora ispiranti una larga parte della comunità accademica, alla formulazione di teorie e riletture finalizzate a evidenziare i rischi di talune trasformazioni. Ripercorrere le ispirazioni di Wilhelm von Humboldt e del cardinale Newman, le critiche di Benedetto Croce o il manifesto di Ortega y Gasset è gratificante e ricostituente. Come riescono altrettanto condivisibili – nella loro nobile e preveggente tensione antieconomicista – la spietata analisi di Bill Readings o la visione riequilibrarice di Stefan Collini. Jossa coglie nel segno allestendo questa sorta di galleria di illuminanti riscoperte intellettuali. È un buon metodo per discutere di università; specie per spiegare che è errato sia essere rigorosamente nostalgici di un’accademia troppo autoreferenziale, sia affidarsi a nuove e accelerate vocazioni (troppo) strumentali dell’università. Le quali, del resto, sono pienamente al centro dell’opera di decostruzione politica che l’Autore vuole sollecitare. Tanto che nel penultimo capitolo si ripropongono alcuni passaggi, giudicati tuttora attuali, del Manifesto per una Università negativa, nato dal cuore più duro e determinato del movimento studentesco degli anni Sessanta; e che nell’ultimo capitolo si costruisce un nuovo, potenziale manifesto, per avviare una discussione (giustamente) percepita come necessaria.

Dopodiché questa parte conclusiva delude un po’: perché, innanzitutto, alcuni punti del manifesto riflettono troppo rivendicazioni tipicamente “municipali” e (nel testo) non previamente argomentate; e soprattutto perché, forse, al testo di Curcio e compagni – che si presa a strumentalizzazioni fin troppo facili – avrebbero potuto sostituirsi gli interventi di Jürgen Habermas, che sono pressoché coevi e prefigurano molto bene presupposti socio-istituzionali e opportunità degli sviluppi successivi – democratici – dell’idea dell’università e della funzione che essa dovrebbe svolgere dal suo interno. Vero è che il problema posto dallo stesso Habermas (la relazione tra potere pubblico e università, nel contesto della società altamente industrializzata e tecnologica) non solo appartiene a dinamiche di grandezza e penetrazione assai importanti; questo problema, purtroppo, è stato solo rimandato e non si è per nulla risolto, risollecitato com’è stato, da ultimo, dall’incombenza socio-politica delle policrisi (economica, finanziaria, del debito, pandemica, bellica etc.) e transizioni (ambientale e digitale) degli ultimi vent’anni, e prima ancora (dal “processo di Bologna” in poi), dall’articolazione diffusa, e sostanzialmente vincente, dell’approccio europeo all’università. La quale è del tutto concepita come immersa in un ruolo di agencyprivilegiata, all’interno di una rete di incentivi e stimoli economici sempre più stringente, e in cui l’autonomia accademica e quella della sua stessa comunità sono poste in seria e progressiva discussione. Come ha bene argomentato Alessandro Mangia, è una traiettoria che viene da lontano e la posta in gioco è molto più grossa di quanto si possa superficialmente pensare.

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“C’è un angelo custode nella mia vita” (da pangea.news)

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I woke this morning / whit these certified blues (ZZ TOP)

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La lusinga di diventare ciò che si è (da leparoleelecose.it)

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