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Giacomo è un dottorando dell’Università Statale di Milano, affidato alla guida dell’autorevole Prof. Briola. Nel bel mezzo del lockdown per Covid-19, il rapporto tra il giovane giurista e lo studioso ormai in pensione si intensifica, pur nel contesto delle rispettive solitudini, interrotte dai numerosi collegamenti online che scandiscono le giornate. Giacomo deve calibrare e finalizzare la sua ricerca e Briola sente che quello scelto dal giovane studioso può essere un campo di indagine assai interessante. La tesi di Giacomo, infatti, si propone di verificare sia quanto la giurisprudenza precedente all’epoca delle grandi codificazioni costituisse patrimonio comune dei giudici europei, sia quanto essa abbia proiettato la sua influenza sulle interpretazioni successive. Sarà necessario rimettersi sulle tracce delle riflessioni avviate da Gino Gorla, uno dei più importanti e stimati comparatisti. Sicché Briola aiuta il ragazzo a procurarsi un po’ di volumi, facendoglieli spedire direttamente dalla sede dell’UNIDROIT, a Roma, dove è collocato anche un apposito fondo, contenente libri e documenti donati dallo stesso Gorla. È in quel voluminoso pacco che Giacomo fa una scoperta potenzialmente sensazionale. Vi rinviene, infatti, appunti autografi e inediti del famoso comparatista, con una lista sostanziosa, e ragionata, di casi giurisprudenziali tratti dalle decisioni di corti sparse per tutta l’Europa e operanti nel corso dell’Ottocento. La chance come il rischio di valorizzare espressamente un filone di ricerca così originale, ma minoritario, sono evidenti. Che cosa farà Giacomo? Sarà in grado il Prof. Briola di dargli il consiglio migliore? La conclusione non è per nulla scontata e a molti, anzi, potrà sembrare – senza alcuna contraddizione – tanto lucida e realistica quanto triste e spiazzante.

Questo è un romanzo atipico. Lo è, in primo luogo, per la tensione narrativa, che si carica nel susseguirsi di moltissime pagine, all’apparenza lente e sovrabbondanti, per poi sciogliersi in modo rapido, quasi contratto, nell’epilogo. Qualcosa evidentemente deve scatenarsi, come in una classica relazione tra potenza e atto, con un effetto che materialmente può dirsi drammatico e amaro. Ma l’atipicità si misura anche sul piano dell’oggetto: Obiter dicta – che per i giuristi è espressione tecnica e nota, e vale a identificare gli insegnamenti o i principi che sono occasionalmente espressi nelle sentenze, pur senza costituire la base delle relative decisioni – è un singolare esperimento di fiction accademica. Non, semplicemente, nel senso di un racconto ad ambientazione universitaria. Qui il tema è la ricerca stessa, con il suo disorientante apprendistato e con la strutturale incertezza esistenziale che avvince i suoi adepti, specie all’inizio del loro percorso. Anche se va aggiunto che la peculiarità è ulteriore: anzitutto, le vicende sono una scusa per divulgare qua e là, a mo’ di pensierose digressioni, frammenti ragionati di cultura giuridica; nello stesso tempo, poi, Annunziata non rinuncia al brivido dell’invenzione, mettendo in gioco ritrovamenti mai avvenuti o congetture tuttora non interamente dimostrate. Dunque si può dire molto, del diritto, anche per mezzo di un’opera di fantasia. Al di là di ciò c’è da segnalare un altro profilo, che contribuisce a spiegare l’andamento imperscrutabile di buona parte della narrazione. È l’isolamento dell’accademico, il suo usuale confinamento, che nel libro va ovviamente oltre il proscenio delle restrizioni legate alla pandemia. E di cui l’Autore riesce a mettere efficacemente in luce il peculiare, costante dis-equilibrio, tra vertigine del percorso scientifico personale e istanze di conformità e normalizzazione. D’altra parte – come il lettore potrà verificare – in Obiter dicta, come nel tragitto di ogni studioso, la vita è sempre la posta in gioco.

Recensione (di T. dalla Massara)

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Acton ci insegna a guardare i quadri (da ilgiornaledellarte.com)

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Il sottotitolo di questo saggio – il cui titolo proviene da un’espressione di Rossana Rossanda, utilizzata in un carteggio con l’Autore – è “Una storia delle Brigate rosse”. Tuttavia, a differenza di quanto la specificazione possa far presagire, Luzzatto non si occupa delle vicende, in generale, della nota formazione terroristica. Si concentra, invece, su nascita, evoluzione e parabola della sola colonna genovese. Allo scopo, però, di tracciare un metodo di indagine utilizzabile anche per altri contesti locali e di trarre – comunque – alcune riflessioni di sostanza, ipoteticamente valide a rivelare qualcosa di nuovo sul complessivo retroterra socio-culturale del fenomeno brigatista. O, più precisamente, sulla valenza non secondaria che specifici fermenti di esperienza, come di pensiero, avrebbero avuto nel lento apprendistato e nel radicamento delle convinzioni più profonde dei brigatisti, regolari e non. Per raggiungere questo obiettivo, l’Autore privilegia sin dall’inizio due scelte. Da un lato, si dedica soprattutto alla figura di Riccardo Dura – l’uccisore di Guido Rossa (cui Luzzatto ha da poco dedicato un altro volume) – qui definito come terrorista perfetto, perché rimasto sconosciuto ai più fino al drammatico scontro a fuoco di via Fracchia, dove ha perso la vita. Dall’altro, Luzzatto parte da lontano, ricostruendo l’interazione, in particolare, tra certe sensibilità della sinistra extraparlamentare e del mondo cattolico post-conciliare e l’esistenza di sacche di marginalità via via emergenti nelle compagini dei lavoratori emigrati dal Mezzogiorno e delle loro famiglie. Dopodiché si susseguono – o si inseguono – tante storie individuali e familiari, collettive e politiche: tutte rigorosamente mappate sulle strade, nei vicoli e sulle piazze del capoluogo ligure. Come in altre precedenti ricerche, lo storico genovese, oggi in forza alla University of Connecticut, si distingue per originalità di approccio, integrazione di fonti (quelle orali svolgono un ruolo significativo), capacità narrativa e attitudine a far discutere.

Non c’è dubbio che, nel suo itinerario, Luzzatto lascia fuori l’operaismo in senso stretto o le teorie sulle interferenze dei servizi di intelligence. E, al contempo, enfatizza il modus operandi e le traiettorie degli intellettuali di provenienza accademica (nel caso genovese, Enrico Fenzi e Gianfranco Faina), ma anche i cambiamenti di contesto e di sensibilità, e di critica alle vecchie istituzioni di discriminazione e segregazione sociale (carceri, manicomi, istituti di rieducazione). Su alcuni recensori la prospettiva seguita da Luzzatto ha sortito impressioni diametralmente opposte, eppure critiche: c’è chi considera la ricerca come la combinazione di lacune inescusabili e fuorvianti, avvinte da un percorso di pura immaginazione; altri, invece, lamentano un processo di sostanziale nobilitazione delle figure dei brigatisti e delle loro ragioni. Al lettore meno esperto questi giudizi non sono del tutto decifrabili. Ma è un po’ forzato attribuire all’Autore intenzioni cui egli manifestamente non è accostabile. È vero, ad esempio, che Luzzatto dà peso ai fermenti socio-culturali che animano gli anni Sessanta e Settanta, ma è altrettanto vero che non ne fornisce un quadro denigratorio, né segue (anzi, lo critica expressis verbis) il famoso teorema Calogero sul ruolo “direttivo” dei cc.dd. “cattivi maestri”. Pur ritenendo, simultaneamente, che alcune intuizioni delle indagini avviate dagli uomini del generale Dalla Chiesa fossero corrette. Ciò che, dopo tutto, è interessante, di Dolore e furore, è il tentativo – come è stato ben detto – di fornire un’antropologia del brigatismo; e di farlo – si può aggiungere – a partire da un’attenta ricognizione di luoghi, documenti e testimonianze, per ricavarne piste e metodi di approfondimento qualitativi capaci di attraversare trasversalmente, e così di testare, le interpretazioni finora più diffuse. È senza dubbio un libro su cui meditare a lungo.

Recensioni (di S. Calamandrei; di P. Persichetti)

Un’intervista all’Autore

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