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Ci sono libri appassionanti e libri che, pur essendo appassionati, sono semplicemente, ma decisamente, utili. Il recente ritratto di Matteotti, comparso nella collana “Storica” di Longanesi diretta da Sergio Romano appartiene senz’altro ad entrambe le categorie. E si tratta, evidentemente, di una collocazione di tutto rilievo.

La passione si avverte direttamente dalla lettura ed è testimoniata da quello che può essere, in qualche modo, l’unico difetto del libro, ossia un certo ripetersi di concetti e di argomentazioni, a sigillo ricorrente di quanto l’Autore sente ciò che scrive. Viceversa, l’utilità del lavoro svolto da Gianpaolo Romanato si apprezza a tutto tondo, oggettivamente, e si esprime su tre livelli distinti.

Il primo livello si intravede da sé, perché ha a che fare con l’indubbia statura del soggetto, cioè del politico e dell’uomo che, forse più di ogni altro, è rappresentativo del pantheon di tutti coloro che si sono strenuamente opposti, fino alla fine, al fascismo. Riproporlo nuovamente non è una semplice occasione per rianimare il dibattito storiografico in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Su questo piano il saggio è ampiamente meritevole, poiché esce volutamente dalla tradizionale prospettiva mitologica, per disegnare un’immagine il più possibile realistica e contestualizzata di una personalità tanto vibrante quanto complessa. Da questo punto di vista, anzi, la decisione di soffermarsi, prevalentemente, sulla vita e sulla carriera politica di Matteotti, piuttosto che sul delitto che ne ha segnato la fine, è pienamente condivisibile. Così come è condivisibile la scelta di non tacere alcuna notizia, anche quelle più imbarazzanti e compromettenti.

Questo approccio ci consente di comprendere dove e quando si radica la biografia del personaggio, dove e quando matura, in Italia, la consapevolezza dello spirito sia radicale e riformista, sia rivoluzionario, e, allo stesso tempo, dove e quando si radica buona parte della storia del socialismo italiano e delle lotte, violentissime, che lo hanno visto protagonista e che nel “biennio rosso” (1919-1920) hanno fatto da incubazione per lo sviluppo del fascismo. Questo stesso approccio, poi, ci consegna immagini apparentemente contraddittorie, e per questo molto vive e credibili, del Matteotti politico intransigente, iperattivo ed instancabile, avvolto da un fervore quasi calvinista, per dirla alla Gobetti, ma anche del Matteotti marito lontano, dubbioso e malinconico, sul punto dell’abbandono di ogni impegno pubblico, così come del Matteotti uomo di mondo, colto e poliglotta, amante dell’arte, del teatro e della buona società.

Un secondo livello, su cui apprezzare la bontà del saggio, è quello della ricostruzione delle idee, del pensiero politico di Matteotti. Ne emerge una figura irriducibile, caratterizzata da una sorprendente unicità.

Nella sua lotta politica, Matteotti ci appare in crescente ed integrale dissidio con le altre formazioni politiche della sinistra (i socialisti massimalisti e i comunisti, da Matteotti chiamati espressamente in “correità” rispetto al fascismo), con la timidezza degli autorevoli, e sia pur ammirati, del riformismo socialista (Turati), e, più profondamente, con tutti coloro che, esponenti del trasformismo storico, hanno sempre strumentalizzato a loro favore le regole del consenso (Giolitti). Per altro vero, Matteotti ci appare anche sospeso e diviso egli stesso, tra la necessità di non perdere i consensi dell’elettorato contadino del Polesine, incline ad azioni spesso eccessive, e la necessità di difendere, a fronte del clima di crescente ed esasperata violenza ed intimidazione, la legalità, lo stato di diritto, la sopravvivenza dei diritti civili e l’importanza del ruolo del Parlamento come unica istituzione che può arginare la sopraffazione fascista e il degrado morale che la supporta.

In sostanza, la figura di Matteotti ci viene restituita nella sua storica esemplarità, come immagine, cioè, drammatica di una classe politica, allora del tutto minoritaria, che ha cercato fino all’ultimo di interpretare la crisi successiva al primo conflitto mondiale non tanto come luogo dell’eccezione e della rottura di ogni equilibrio, bensì come luogo per la sperimentazione, in situazione d’emergenza e di conflitto, di un’inedita azione rigenerante ed evolutiva; come luogo, in altri termini, di consapevolezza estrema di quelli che sono i problemi storici di uno Stato e di quelli che possono essere i modi migliori per affrontarli.

Il terzo livello che evidenzia tutte le virtù del libro è il grado di connessione, altissimo, tra il messaggio di Matteotti e la ricognizione delle costanti difficoltà del sistema politico italiano e della società civile di cui esso è espressione.

Ad esempio, la fiducia di Matteotti nell’importanza del partito e della sua funzione di tramite tra la società e il governo del Paese potrebbe sembrare, ai meno avveduti, un profilo vecchio, oltre che superato. Ma se si pone attenzione al fatto che per Matteotti avere fiducia nel partito significa concepire la lotta politica come competizione tra idee e tra programmi, piuttosto che tra singoli o tra gruppi di persone, allora la bontà dell’intenzione emerge in tutta la sua perdurante urgenza.

Essa si traduce in obiettivi che tuttora non possono che essere condivisi: promuovere la politica italiana al di fuori delle dinamiche corporative, dei conflitti di interessi, degli opportunismi; riconoscere che la cornice degli organi costituzionali è l’indiscusso ambito nel quale muoversi ed ipotizzare soluzioni anche molto diverse, ma pur sempre rispettose di una comune ed indispensabile grammatica democratica; denunciare ed isolare con forza i persistenti tentativi di confondere l’interesse dei singoli o dei pochi con l’interesse generale. In questo senso, Matteotti è, ancor oggi, un italiano diverso.

Un ritratto di Giacomo Matteotti

La cronologia della vita

L’ultimo discorso alla Camera

Il delitto Matteotti: intervista al Prof. G. Sabbatucci

Il delitto Matteotti: un approfondimento da La Storia siamo noi

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La pellicola è vecchia (è un film per la tv, del 1969, prodotto dalla Rai e antesignano della più moderna tipologia della fiction).

Forse, rispetto a quelle cui siamo abituati oggi, è pellicola addirittura vecchissima, ma è girata in luoghi che sono rimasti ancora gli stessi e che pretendono, così, di essere sempre rivissuti e “recuperati”.

In quanto tali, infatti, i luoghi sono gli immediati “attori” di questa come di tutte le pellicole di Olmi, poiché essi sono il tramite visibile e palpabile di “mondi” veri e propri (come la nebbia, onnipresente, dei “luoghi” in cui verrà ambientato Il mestiere delle armi). Non sono, cioè, scenari o quinte su cui raffigurare storie più o meno verosimili, ma sono essi stessi parte dell’azione e del valore che si vuole trasmettere, perché, sempre stando ad Olmi, c’è sempre un messaggio preciso da comunicare.

Qual è, dunque, il messaggio de I recuperanti? Partiamo dalle cose semplici.

La sceneggiatura è opera congiunta di Mario Rigoni Stern, di Tullio Kezich e del regista. La storia è essenziale, quasi “minimalista”, assecondata, in ciò, da una ripresa nuda e cruda, senza uso di alcuno stratagemma.

Il protagonista, Gianni, interpretato da Andreino Carli (nella realtà un semplice agente di commercio), torna a casa dopo la guerra, la seconda, e ritrova, finalmente, l’Altopiano di Asiago e il suo paese, la sua famiglia e la sua donna, Elsa (Alessandra Micheletto). La vita può ricominciare, ma la povertà costringe tutti a scelte difficili. Come fare a sposarsi? Come trovare un lavoro? Si deve forse emigrare, come fanno tanti? Come costruire il proprio futuro nel luogo in cui si è tanto desiderato tornare?

Gianni vuole avere questo futuro e decide di imparare il mestiere del vecchio Du (impersonato da Antonio Lunardi, reclutato in osteria), figura istrionica di recuperante ubriaco, una sorta di rabdomante dei cimeli bellici del primo conflitto, che proprio su quelle montagne ha lasciato tracce ancora profonde. Questo è stato, del resto, un mestiere diffuso per molti anni in tutto l’Altopiano di Asiago; una necessità, di fatto, per molte persone.

L’impresa, a prima vista, sembra ottima e redditizia, e Gianni prova a modernizzare il lavoro del suo nuovo socio Du con l’uso di un metal detector, anch’esso un residuato, ma di una guerra, quella da poco finita, che è ancora troppo presente. Le bombe, i proiettili, il metallo disseminati nelle trincee o nei forti possono essere venduti a buon prezzo. Ma i pericoli sono davvero troppi. Ripartire da zero, allora, è la soluzione anche per Mario, e lavorare come manovale, abbandonare i sogni di un benessere rapido, rappresenta la chance per costruire, sempre nell’amato Altopiano, la propria famiglia.

E il messaggio? Ci sembra di poter dire, a questo punto, che il messaggio è duplice.

Il primo, quello più facilmente afferrabile, proviene dalla storia che il film racconta, nella sua estrema linearità: la continuazione, che è sempre un nuovo inizio, della vita esige un senso di ritrovata e rinnovata umiltà, e rispecchia una naturale legge di concretezza.

Il secondo messaggio, quello di cui è il portavoce, a ben vedere, il vecchio Du, in forma di aedo tanto sgraziato quanto autentico, proviene dai luoghi, dai teatri di guerra, dall’Altopiano ferito, e ci parla con i magic tricks di un uomo-folletto che ha i tipici tratti della creatura del bosco: la memoria ha comunque bisogno di recuperanti che la facciano riemergere, perché anche il suo oggetto, la guerra, non è mai finito o limitato, è destinato a ripetersi, ancora, in tutte le cose della vita.

Qual è, però, il nesso tra i due messaggi? Forse il primo è incompatibile con il secondo? O forse il secondo è il metro per valutare la bontà storica del primo? Il dubbio resta sospeso, e questo “attrito” è la sensazione che resta ben fissa al termine della visione.

Il film on line!

Intervista ad Andreino Carli

E oggi? Per “recuperare” memoria serve il… patentino! La recente, e discussa, legge della Regione Veneto

 

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Per una collana che l’editore Laterza ha chiamato “Anticorpi”, Luigi Ferrajoli, uno dei più importanti teorici del diritto, compone un breve ma incisivo saggio immunizzante sul cd. “processo di decostituzionalizzazione” della democrazia italiana.

La tesi è semplice e l’argomentazione è decisa, come si addice, per l’appunto, ad una sorta di “vaccino”, che l’Autore vuole iniettare nella coscienza di ogni cittadino. Ed è in questo senso che il libro deve essere inteso, come il frutto di un’azione di éngagément promossa da un intellettuale solido e colto, oltre che preoccupato per lo “stato della Nazione”.

Per Ferrajoli la sopravvivenza, in Italia, della democrazia rappresentativa è a rischio, perché esposta a molteplici ma convergenti aggressioni, dall’alto e dal basso.

In particolare, l’oggetto dell’aggressione non è la rappresentanza politica in senso stretto, bensì  la struttura di garanzie che ne consente il funzionamento virtuoso, ossia quei limiti che la Costituzione ha voluto predisporre per il buono ed efficace funzionamento del sistema democratico. Ecco perché si discute di “decostituzionalizzazione”.

A che cosa si riferisce, precisamente, Ferrajoli?

Dall’alto la democrazia politica è schiacciata dall’interazione di quattro distinti fattori: 1. la verticalizzazione e personalizzazione populista della rappresentanza attorno all’idea del “capo” (che configge con l’idea, viceversa tutta democratica, della limitazione del potere della maggioranza, e che provoca l’insidiosa assimilazione tra la volontà del “capo” e la volontà popolare); 2. il dilagare di sistemici conflitti di interessi ai vertici dello Stato, con subordinazione di quelli pubblici a quelli privati, e con contemporaneo processo di feudalizzazione della politica e delle istituzioni (e ciò contribuirebbe ad un irrimediabile arretramento delle ragioni dell’interesse generale e degli istituti che lo dovrebbero promuovere anche in seno all’organizzazione pubblica); 3. l’ulteriore aggravarsi degli storici meccanismi di occupazione dello spazio istituzionale da parte dei partiti e la perdita, in capo ai partiti stessi, di qualsiasi ruolo di mediazione effettiva tra Stato e società (sicché il ceto politico assumerebbe contegni sempre più parassitari); 4. il radicarsi progressivo di forme proprietarie di controllo dell’informazione e dell’opinione pubblica (con confusione tra la garanzia del potere imprenditoriale della proprietà editoriale e il libero esercizio della libertà di stampa e di informazione).

La democrazia politica è messa in crisi anche da altri fattori, che agiscono dal basso e che non sono del tutto estranei a quelli che operano dall’alto, essendo, anzi, da questi indotti, moltiplicati e rafforzati: 1. lo stabilimento di un nesso pernicioso tra il populismo politico e l’omologazione delle diverse parti all’interno della dialettica fissa amico-nemico (con conseguente produzione di meccanismi sociali e culturali di esclusione); 2. la traduzione del dibattito politico sul piano della promozione collettiva di interessi di volta in volta egoistici, con dissoluzione dell’opinione pubblica propriamente intesa (e con formazione di un humus sensibile a forme di dispotismo demagogico); 3. la progressiva sfiducia nella partecipazione politica (che è dato ormai conclamato); 4. la distruzione del “diritto” dei cittadini a non ricevere notizie manipolate e, quindi, della possibilità di esercitare i propri diritti e le proprie libertà in modo critico e consapevole (e tutto questo in un clima di decadimento di qualsiasi “morale pubblica”).

Di fronte a questo quadro, i rimedi che Ferrajoli propone sono costituiti da “quattro ordini di garanzie”: 1. la reintroduzione del metodo elettorale proporzionale (che eviterebbe il prodursi del rischio populista ed autoritario); 2. la fissazione di rigide e chiare regole di incompatibilità (anche per coloro che rivestono ruoli di primo piano all’interno dei partiti); 3. la riforma del sistema dell’informazione (per evitare la sovrapposizione tra proprietà dei mezzi e libertà di espressione); 4. la ridefinizione del principio di separazione dei poteri (distinguendo le funzioni di governo da quelle di garanzia, che a sua volta non comprenderebbero solo la funzione giurisdizionale ma anche alcune funzioni amministrative finalizzate alla tutela e alla garanzia eguale di diritti fondamentali).

Last, but not least, Ferrajoli suggerisce che, in ogni caso, il procedimento di modifica della Costituzione sia reso ancor più aggravato e, quindi, difficoltoso, con accoglimento espresso, nel testo della Carta costituzionale, del limite dei “principi supremi”, così come già da tempo affermato dalla Corte costituzionale.

Si tratta di suggerimenti importanti e largamente condivisi anche da altri illustri giuristi, e qui formulati con lo stile al quale l’Autore ci ha già abituato, soprattutto nell’opus magnum rappresentato dai ponderosi volumi dei Principia iuris. Le poche note – come è usuale per un testo diretto al grande pubblico – tradiscono la ricerca assoluta della coerenza sistematica e della simmetria, della chiarezza concettuale e del dialogo “alto” con i maestri della teoria giuridica occidentale (Hans Kelsens su tutti). Ciò non può che riconciliare con il piacere che ancora riserva il ragionamento giuridico.

Vi sono, poi, rilevanti considerazioni, tutte suscettibili di riflessione e di dibattito. Merita evidenziarne almeno due (anche se ve ne sarebbero molte).

La prima concerne il ruolo della scienza giuridica.

Secondo Ferrajoli, il “costituzionalismo rigido” – quello, cioè, delle costituzioni che, come la nostra, pongono precisi limiti alla loro modificazione – “conferisce” alla scienza giuridica un “ruolo normativo”. In altre parole, la scienza giuridica “non è più concepibile né praticabile come mera contemplazione e descrizione del diritto vigente, secondo il vecchio metodo tecnico-giuridico, bensì investita, dalla stessa struttura a gradi del proprio oggetto, di un ruolo critico delle antinomie e delle lacune in esso generate dai dislivelli normativi e di un ruolo progettuale delle tecniche di garanzia idonee a superarle o quanto meno a ridurle” (p. 19).

È un punto davvero decisivo, che, a parere di chi scrive, coglie parzialmente nel segno, come raramente accade nel contesto attuale. Il giurista è scienziato, certo, ma non si limita a studiare la fisiologia delle farfalle, bensì la formazione e l’interpretazione di regole precettive; il dover essere implica sempre, direttamente o indirettamente, una complessa scelta di campo. Probabilmente, anzi, così è sempre stato, anche prima, cioè, del costituzionalismo “rigido”, ed anche prima del costituzionalismo moderno. Semplicemente, con le costituzioni del secondo dopoguerra e con l’affermarsi diffuso, ad esse coevo, di dichiarazioni universali e carte internazionali dei diritti e delle libertà, la lotta tra la forza dei fatti e la forza del diritto si è vieppiù razionalizzata, e ciò anche a causa del convergere complesso e sovrapposto di sistemi giuridici diversi e sempre più numerosi. Ma questa razionalizzazione – e sul punto ha ragione Ferrajoli – deve essere costantemente presidiata.

La seconda riflessione, invece, è meno condivisibile, almeno nella sua formulazione, così netta e diretta.

Per Ferrajoli “è chiaro” che le funzioni svolte dalla pubblica amministrazione in materia di salute o istruzione “non essendo legittimate, come le funzioni di governo, dal principio di maggioranza, ma dall’applicazione imparziale della legge e dal loro ruolo di tutela, anche contro la maggioranza, dei diritti fondamentali di tutti, sono funzioni di garanzia, delle quali dovrebbe essere assicurata l’indipendenza e la separazione dal potere esecutivo” (pp. 71-72).

Se così fosse, allora si potrebbe pensare di generalizzare il modello delle “autorità indipendenti”, dei “Garanti”, anche nel contesto della soddisfazione dei diritti sociali in quanto diritti ormai fondamentali.

È vero, probabilmente, che le cose stanno già, talvolta, in questi termini, poiché, soprattutto grazie all’azione dei giudici, ma anche per esplicito tenore della Costituzione, sappiamo che questi diritti, sia pur (come si sul dire) finanziariamente condizionati, hanno un contenuto essenziale che deve essere garantito. È altrettanto vero che in molti altri Paesi esiste l’acquisizione espressa della consapevolezza che il miglior svolgimento delle prestazioni che sono correlate a questi diritti necessita di uno spazio tecnico, anche organizzato, di regolazione e di espressione autonoma. Il rischio, però, è quello di creare l’illusione che i diritti sociali, quand’anche fondamentali, siano sempre di univoca ed oggettiva percezione e non richiedano, per questo, dolorose e delicate opere di bilanciamento e di valutazione discrezionale. Non è forse vero, poi, allo stesso modo, che, rinunciando all’amministrazione “politica” in molte delle materie in cui essa è di fatto determinante, ci si arrenderebbe, forse contraddittoriamente, all’idea dell’irriducibile devianza della funzione di governo e della sua irresistibile mutazione in “potere selvaggio”?

La discussione potrebbe essere lunga, ma proprio questa potenziale lunghezza è la migliore testimonianza di una lettura stimolante.

C’è tempo, tuttavia, per una considerazione finale.

In tutto il testo – che peraltro è dedicato alle patologie, per così dire, endogene, del sistema italiano, e che pertanto ha un obiettivo specifico – vi è un “convitato di pietra”, ossia il diritto europeo (dell’Unione europea, ma anche del Consiglio d’Europa). Ci si potrebbe chiedere quale ruolo si deve riconoscere, nell’ambito del discorso di Ferrajoli, a questa specifica esperienza giuridica. Ha indebolito o rafforzato la democrazia politica garantita dalla nostra Costituzione?

Forse, diremmo noi, quel diritto ha fatto entrambe le cose. Da un lato, in contesti assai rilevanti, ha messo gradualmente fuori gioco il diritto che la Costituzione avrebbe voluto come prodotto democratico dell’assemblea legislativa italiana. Dall’altro, però, in questo sorprendente meccanismo di superamento selettivo delle norme interne, ha proiettato su di un piano diverso, e quindi anche “diversamente” garantito, molti dei diritti e delle libertà che anche la nostra Costituzione vuole proteggere, fornendoci, così, per taluni casi, un paracadute aggiuntivo. Al rischio di una “decostituzionalizzazione” nazionale può corrispondere, quindi, un rimedio “costituzionalizzante” di altra natura.

Ma il diritto della Repubblica italiana non può permettersi una resa: come probabilmente direbbe anche Ferrajoli, il virus, una volta inoculato, potrebbe ridurre allo stato “selvaggio” anche i poteri sopranazionali. Che questi siano in pericolo proprio in ragione di reiterati ed irresponsabili contegni delle istituzioni nazionali è un elemento talmente attuale da non meritare alcun particolare commento.

Un’altra recensione

Il processo decostituente: colloquio con Luigi Ferrajoli (Parte I, II, III e IV)

Intervista a Luigi Ferrajoli (di Mario Barberis, da Il Mulino, n. 3/2011)

I poteri selvaggi e la riflessione di una autorevole costituzionalista: un saggio di Lorenza Carlassare

Per riflettere in altra forma: i pericoli della concentrazione del potere e… i Puffi!

 

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When life is hard, you have to change (Blind Melon)

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“Da sempre gli uomini detestano la condizione umana. Si adattano male a quello che sono, si preferirebbero dèi, statue, magari alberi. Poiché odiano il vuoto vertiginoso da cui sono costituiti, si spacciano per più solidi, più densi, meno effimeri, si inventano delle radici. Oggi come ieri si definiscono attraverso un luogo di nascita, una famiglia, un clan, una nazione, una religione. Si incollano, si fondono, si legano a ciò che non è loro e che rimane, si attribuiscono consistenza, cercano di colarsi nel bronzo. Siccome rifiutano di accettare un’identità problematica, la sostituiscono con identità che vorrebbero senza problemi. Dimenticando di essere un uomo, ognuno si concepisce americano, cinese, francese, basco, cattolico, musulmano, omosessuale, ricco, povero… Come se l’uomo fosse ricoperto per intero da una maschera, come se un abito dissimulasse la condizione umana… Beethoven però non si fa abbindolare”.

Con questo estratto (p. 47), l’Autore “autopresenta” nel modo migliore e più incisivo il suo gradevolissimo lavoro.

Eric-Emmanuel Schmitt, del resto, ci ha già abituati a coniugare profondità e schiettezza. La parte dell’altro (il terribile romanzo sull’inevitabilità dell’“uomo” Hitler) e Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (che, forse anche per la sua dolce immediatezza, ha trovato una nota e fortunata trasposizione cinematografica) sono letture pressoché obbligate.

Da segnalare, invece, è la decisione di dedicarsi anche alla musica, con un vero e proprio ciclo, “Il rumore che pensa”, che ha già preso avvio con un’altra e precedente riflessione su Mozart (La mia storia con Mozart), e che, quanto agli annunci dello stesso Schmitt, promette di toccare Bach, Schubert e, speriamo, altri grandi maestri della Classica.

Le ragioni di Beethoven sono presto dette; sono “esplicitate” tout court nella citazione sopra ripresa.

Quanto bisogno ci sia, anche oggi, del corredo di valori (umanismo, eroismo, ottimismo) che l’universo del celeberrimo compositore sa evocare, in modo così unico e forte, è constatazione troppo banale. Da questo punto di vista, non si può che concordare con la frase da cui è formato il titolo stesso del libro e che si deve ad una magistrale ed iconica figura di insegnante di piano (dal nome altrettanto indimenticabile, Vo Than Loc), che lo scrittore dice di ricavare dai ricordi della sua adolescenza. Ascoltare Beethoven, in sostanza, aiuta ad avere fiducia, ed anche il breve racconto che segue alla riflessione più propriamente saggistica (Kiki van Beethoven) è la “messa in scena” di piccoli, ma al contempo grandi, episodi di redenzione individuale e collettiva.

Le ragioni di un’opera à la Schmitt, invece, non sono così scontate.

Essa non piacerà ai puristi del genere; e non entusiasmerà neppure il lettore mediamente colto. Nonostante ciò, questo approccio, che si arricchisce anche di semplicissimi inviti all’ascolto, facilitato dal cd allegato (nb: se ne consiglia l’utilizzo durante le prime colazioni di ogni giorno…), è il miglior viatico per riappropriarsi di significati che solo la musica può comunicare e che ci sono veramente essenziali.

Si può anche dire di più: non solo la Classica merita ambasciatori degni del suo Nome; tutta la Musica lo merita; perché ogni Nota, in fondo, ci accorda una volta di più e ci aiuta a metterci, o a ri-metterci, sul binario giusto.

 

Il primo brano scelto da Schmitt: Ouverture del Coriolano in do minore, Op. 62

Esecuzione dei Wiener Philharmoniker, diretti da Christian Thielemann

Esecuzione dell’Orchestra Mitteleuropea “Lorenzo Da Ponte”, diretta da Roberto Zarpellon

Un approfondimento speciale, dalla BBC

The Beethoven Experience

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Quali sono gli indicatori che ci consentono di misurare il modo con cui un paese accoglie gli stranieri e il relativo livello di integrazione? Studi sociologici, economici e giuridici si interrogano costantemente sul punto, e questo senza che si possa davvero registrare l’esistenza di posizioni condivise. Una detective story, però, può aiutarci. In che senso?

Carta straccia non è un masterpiece… È una storia scalcinata, con una trama interessante ma a tratti sconnessa. Un investigatore tedesco di Francoforte, un po’ “cialtrone” e disordinato, è ingaggiato dall’ordinario Sig. Weidenbusch: deve ritrovare Sri Dao, la giovane tailandese di cui quell’ometto spaventato si è innamorato; questa, con permesso di soggiorno scaduto e alla ricerca di un modo per poter restare in Germania, è scomparsa, rapita da coloro cui si era rivolta per ottenere documenti falsi. Chi sarà mai stato l’autore del rapimento? C’entra, forse, il suo precedente datore di lavoro, il direttore di un night? Comincia così l’avventura di questo tipico etno-thriller, un po’ hardboiled, e si snoda velocemente tra colpi di scena, macchiette, battute e situazioni sia comiche, sia violente. Anche il finale è interessante e, nonostante una traduzione forse non impeccabile, non lesina qualche sorpresa e dice molto su quale e quanta possa essere l’amicizia, e su quanto e quale possa essere l’amore. Ma tutto ciò non è il valore aggiunto del libro. Almeno nel senso di cui sopra.

Il vero motivo per cui questo giallo atipico è di fondamentale importanza è che il detective, certo, è tedesco, ma di origine turca. Si chiama Kemal Kayankaya, conosce a menadito i bassifondi della sua città e si permette di sbeffeggiare la xenofobia ridicola dei suoi insospettabili vicini di casa, l’arroganza della “crema” dei criminali autoctoni, oltre che la protervia delle figure apparentemente più austere della polizia locale, svelandone le ipocrisie, le presunzioni e la povertà morale.

Ecco, il grado di integrazione di una società è presto detto: se essa ci consente di avere simili e deliziose figure di detective, allora, forse, non tutto è perduto, e possiamo sorprenderci a constatare che le parole e i sentimenti più dolci sono quelli di chi, come Sri Dao, non parla la nostra lingua, conosce poche e frammentate parole inglesi, ma ha soltanto voglia di vivere normalmente.

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Non è un richiamo ad un’immagine suggestiva, e non è neanche soltanto il titolo dell’omonimo e quasi “acido”, ma grazioso, pezzo che è raccolto nel volume (a pag. 87: da leggere subito, per togliersi immediatamente ogni curiosità). Balistica è davvero un proiettile. Perché la sua lettura ha la forza di attraversarci senza pietà e di spazzare via, finalmente, ogni dubbio: esiste ancora la buona poesia, e possiede una traiettoria precisa e comprensibile.

Proprio questo, d’altra parte, è il metro costante di Billy Collins, la sua caratteristica distintiva, la qualità che gli ha consentito di essere, dal 2001 al 2003, “Poeta laureato del Congresso degli Stati Uniti”, ma anche di riempire ripetutamente le sale in cui sono organizzati i suoi readings. Udite, udite: anche la poesia ha successo! Strano, forse, per i più; ma vero, fortunatamente, per tanti appassionati.

Il linguaggio delle poesie di Balistica è facile, le situazioni ritratte sono quelle della quotidianità che ci è più vicina e che per molti rischia di essere, purtroppo, solo banale. Eppure, al contempo, la lucidità e la profondità che ogni piccolo spicchio di vita sa darci emergono in modo inequivocabile (Agosto, Nessuna cosa sono e Ascolto del piccolo sono, da questo punto di vista, piccole ma vere lezioni di poetica e Famiglie della vasca da bagno, ad esempio, non è solo un divertissement; così, in modo esemplare, è anche per Ippopotami in vacanza o per Un vecchio mangia da solo in un ristorante cinese).

Non è un caso, poi, che, nonostante la tendenza programmatica e spietata a considerare in modo post-moderno e disincantato tutto ciò che, letteralmente, vive e vegeta attorno a noi, Collins riesce comunque a riallacciarsi ad una tradizione letteraria quasi primordiale e ai temi eterni che la perpetuano costantemente (Sulla morte del vicino di casa; Massima; Che cosa fa l’amore; La presa mortale). Talvolta, però, la sensazione è di una “disturbante mediocrità”, di una “falsa modestia” che può irritare, visto che l’autore sembra quasi confessare, con il tono delle sue parole, di considerarsi, in effetti, immensamente ed espressamente superiore (in Gennaio a Parigi questo profilo emerge con onestà e con eleganza strepitose).

Ma è difficile capire Collins fino in fondo. La leggerezza e la linearità che manifesta sono solo impressioni di superficie. Derivano, forse, dal fatto che Collins non vuole parlare agli altri poeti o ai critici (Le poesie d’altri), ma vuole rivolgersi direttamente alla gente, al suo affezionato lettore (Agosto a Parigi, che apre la silloge, è, in questo senso, una sorta di ufficiale dichiarazioni d’intenti), così come a chiunque sia capace di ascoltare la sua voce per ciò che essa vuole apertamente dire (Lo sforzo non è solo una parodia dell’insegnamento scolastico). Ma quella leggerezza e quella linearità soltanto apparenti derivano, forse, anche dal fatto che Collins offre ai suoi contemporanei una versione delicata di stoicismo, un autentico e specifico approccio filosofico, alla ricerca di una rassicurante e definitiva composizione tra le singole esistenze individuali e un senso ancora remoto (Il futuro).

La bella intervista che il traduttore e curatore italiano, Franco Nasi, pone all’inizio del libro ci presenta un poeta sereno e compiaciuto, non solo intelligente, ma soprattutto astuto, capace di indugiare, sentendosi perfettamente a proprio agio, in qualche (scusabile) posa. Dopo la lettura resta comunque dominante il suono di una parola che corre precisa, come il bisturi di un chirurgo che è venuto a salvarci dalla tanta, troppa, ottusità che ci circonda.

 

Aubade

Se vivessi nella casa di fronte a me

e se fossi seduto al buio

sul bordo del letto

alle cinque del mattino,

/

mi potrei chiedere che cosa ci fa

la luce accesa nel mio studio a quest’ora,

eppure eccomi alla mia scrivania

nel mio studio a chiedermi la stessa identica cosa.

/

So che non dovevo alzarmi così presto

per aprire con un coltellino

i pacchi di giornali all’edicola

come potrebbe pensare l’uomo della casa di fronte.

/

È ovvio che non sono un agricoltore o un lattaio.

E non sono l’uomo della casa di fronte

che siede al buio perché sonno

è sua madre e lui è uno dei suoi tanti orfani.

/

Forse sono sveglio solo per ascoltare

il tenue stridulo tintinnio,

del tungsteno nell’unica lampadina

che ha lo stesso suono del fruscio degli alberi.

/

O il mio compito è solo quello di stare seduto immobile

come il bicchiere d’acqua sul comodino

dell’uomo della casa di fronte,

immobile con la fotografia di mia moglie in cornice?

/

Ma ecco il primo uccello che consegna il suo canto,

ed ecco il motivo del mio essere in piedi:

per catturare la canzone di tre note di quell’uccello

e aspettare ora assieme a lui una risposta.

 

Sul Poeta laureato del Congresso

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Il 23 agosto 1990 ho avuto la fortuna di incontrare Mario Rigoni Stern, velocemente, alla presentazione di un suo libro.

Ero reduce dalla lettura di Storia di Tönle, forse il suo romanzo più bello, e alla fine dell’incontro mi sono avvicinato a lui e gli ho avanzato la più classica delle richieste, una dedica. “A Fulvio, cimbro dell’Altopiano, con amicizia”… Nonostante la banalità della cosa, conservo ancora gelosamente quel volume. Ora mi accorgo che la grafia scattosa di quell’autografo è una delle migliori immagini che io conosca, oggi, per rappresentare in modo così efficace i profili delle montagne.

Il segreto di Rigoni Stern, in effetti, è l’essere “montagna”. Esteriormente, in primo luogo, come una specie particolare di medium per afferrare tutto ciò che di semplice e di maestoso la vita ha da offrirci. Ma anche interiormente, come altezza e nobiltà dello spirito, nel senso di un’innata capacità a percepire la comunanza, la solidarietà e la proporzione cui dovrebbe indurci la consapevolezza della nostra umanità.

Quando si è tra l’autunno e l’inverno, allora, è la stagione migliore per rileggere Il bosco degli urogalli, il secondo libro di Rigoni Stern, quello che ha composto nel 1962, raccogliendo alcuni racconti, dopo Il sergente nella neve. È stato il mio primo libro di Rigoni Stern, la chiave della scoperta.

In questo libro c’è tutto: la caccia, la bellezza della natura, l’amicizia, la guerra, i ricordi. Soprattutto, sempre, la montagna. C’è il senso di un andamento ciclico ed eterno, con un inizio, insperabilmente nuovo, e con una fine, anch’essa nuova, perché destinata comunque a riprodursi (il primo racconto, Di là c’è la Carnia, e l’ultimo, Chiusura di caccia). Ci sono immagini che si potrebbero ripetere, quasi mimare, in continuazione e con compiacimento, davanti al fuoco, o dopo una passeggiata sulla neve (La vigilia della caccia; Oltre i prati, tra la neve; Dentro il bosco). Ci sono frasi e parole genuine, pulite, così come lo sono le storie che vengono narrate, ci parlino di incontri improvvisi e sorprendenti (Incontro in Polonia) o ci dicano di due cani (Alba e Franco) o ci insegnino, letteralmente, “sentimenti” ed “esperienze” reali ma assoluti (Una lettera dall’Australia; Vecchia America; A caccia con l’Australiano).

Sembrerà un’associazione di idee completamente strana, ma ho sempre pensato che questa pulizia sia la stessa che Peter O’ Toole, nei panni di Lawrence d’Arabia, attribuisce al deserto, nel bellissimo e lunghissimo film di David Lean. In questa prospettiva, probabilmente, il racconto Esame di concorso non è un corpo estraneo; è la testimonianza, un po’ desolata, di una frattura, della distanza che purtroppo esiste tra la pulizia delle cose e le cose della vita pubblica.

Per certi versi, quindi, Il bosco degli urogalli ci offre la grammatica di una pulizia “estrema”, tanto essenziale quanto diretta e primigenia; ci indica la necessità di non accontentarci delle sole soddisfazioni dell’intelligenza e della fantasia, ma di riconoscere, nella perizia dei gesti più antichi e delle azioni più tradizionali, innate regole di equilibrio (Le volpi sotto le stelle).

Come gli aborigeni, anche noi abbiamo le “vie dei canti”: ma non dobbiamo pensare di dover leggere Chatwin e di immaginarle; ci basta leggere Rigoni Stern. Di cosa, ancora, abbiamo realmente bisogno?

La voce di Mario Rigoni Stern

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Ventiquattromila pensieri al secondo fluiscono inarrestabili (C.S.I.)

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Anche le opere prime possono sorprendere, e questo soprattutto quando sono date alle stampe da piccoli e volenterosi editori.

Certo, il romanzo di Luca Valente ha, apparentemente, molti ingredienti per risultare la mera riedizione di alcuni clichés particolarmente indigesti: c’è un killer seriale, che lascia sulle sue vittime un codice, a prima vista, indecifrabile; c’è un profilo maniacale che riporta, guarda caso, alla follia nazista; c’è un mistero storico che sembra snodarsi sui ritmi di una delle più tipiche e sconsolanti puntate di Voyager; c’è un richiamo, forse un po’ eccessivo, al soprannaturale.

Invece, si è rivelato giusto non fidarsi delle apparenze, assecondare l’intuito, prendere il volume dallo scaffale della libreria e fidarsi, viceversa, delle parole: la scrittura è convincente, il plot per nulla scontato, il ritmo avvolgente, il finale inatteso. Anche i personaggi, specialmente la coppia dei due “indagatori”, sono convincenti.

E poi c’è un equilibrato mescolarsi della “grande storia”, il Medioevo ma anche la Seconda Guerra mondiale e la Resistenza, con la “piccola storia”, quella di cose e persone che interagiscono e “soffrono” anche nel racconto e che contribuiscono, allo stesso tempo, al mosaico dei grandi eventi sul cui sfondo si svolge parte della vicenda.

C’è del fantastico e dell’immaginario, nel testo, però c’è anche una rappresentazione pacata e consapevole di un momento, quello della guerra partigiana, tra i più dolorosi e drammatici. Le storie degli occupanti e dei liberatori, tra memoria collettiva e memoria individuale, raramente sembrano così realistiche.

L’aspetto più interessante, tuttavia, è l’ambientazione.

L’Autore scrive di luoghi e di fatti che conosce da vicino, che ha modo di approfondire quotidianamente come giornalista e come storico locale. La geografia, del resto, è uno degli aspetti più significativi e decisivi per la buona riuscita di un romanzo, ne va di mezzo il rispetto dell’aureo canone della verosimiglianza, qui realizzato in modo felice.

In questo caso, viene subito voglia di visitare l’Alto Vicentino e la Pedemontana veneta, di passeggiare per Schio, di salire la strada che attraverso la Val Leogra porta a Valli del Pasubio e a Folgaria, e di continuare o cominciare a studiare la storia e le storie di quei paesi, di quelle valli, di quelle montagne. Ancora una volta, si potrebbe dire, proprio quei paesi, quelle valli e quelle montagne: le stesse che ci avevano già fatto scoprire un altro “nuovo” e fortunato scrittore (Umberto Matino, in La valle dell’orco e in L’ultima anguana). Anche questa è una buona notizia, quasi un auspicio per un uguale e rapido successo di pubblico.

Niente di meglio, quindi, che prendere questo libro e dedicare qualche giorno alla riscoperta di un genius loci inatteso ma sempre fedele.

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