admin

 

Dopo aver letto, diversi anni fa, Difesa dell’intolleranza (2002), mi sono quasi affezionato all’urticante inattualità (intesa, però, in senso tecnico) di questo singolare pensatore sloveno, che si dice ancora seguace di Lenin e che cerca di riproporre il comunismo sul piano dello scenario globale. Del resto, con un look da vero guru e con una fama da popstar della filosofia e della sociologia, Žižek ha conquistato schiere di ammiratori sempre più numerosi ed è diventato anche l’oggetto di indagini scientifiche vere e proprie: esiste, addirittura, un International Journal of Žižek Studies. Eppure, spogliato delle soluzioni o degli orizzonti che propone come unica via d’uscita e che abbracciano talvolta l’adesione a quella che, con Alain Badiou, definisce Idea Eterna della Giustizia Rivoluzionaria, lo sguardo di Žižek, che si cimenta anche con la psicanalisi e con la critica cinematografica, ci mette sempre di fronte, in modo tanto acuto quanto impietoso, alla ineludibile presa d’atto delle moltissime contraddizioni del nostro tempo e della società in cui viviamo.

Benvenuti in tempi interessanti è il motto che l’Autore riprende da un augurio cinese e che rivolge, ironicamente, a tutti quegli intellettuali, apparentemente radicali, che preconizzano sviluppi catastrofici e che, in verità, non desiderano altro che giustificare la loro elevata vocazione a fronte di una realtà nella quale si trovano perfettamente a proprio agio. Ma è proprio questa realtà che Žižek vuole prendere di mira, invitandoci a sottoporla sempre ad una dura critica, svelandone la natura alienante e barbarica, in un gesto di riaffermazione decisa dell’uso pubblico della ragione.

Sono poche le cose che resistono alle argomentazioni di Žižek. L’ideologia economica – sostiene – è diventata egemonica, in ogni ambito, anche laddove si ritiene di delimitarla o di razionalizzarla: ogni sforzo in tal senso, infatti, ne tradisce il successo e il consolidamento (interessanti, ad esempio, le osservazioni sul cloud computing, come fenomeno di estrema privatizzazione del general intellect, o sul cd. “capitalismo naturale”, forma raffinata di conquista delle sensibilità individuali mediante la creazione di preziosi prodotti “ecologici”). Paradossalmente, oggi, ad essere rivoluzionario, e quindi tanto più appetibile, è il capitalismo stesso, all’atto del suo innegabile trionfo. Trasformazioni sociali radicali sembrano del tutto impossibili; tuttavia, per Žižek, occorre insistere nel rinnovamento dello sforzo profondo al cambiamento e nel riconoscimento, nuovamente, dell’attualità di una chiave di lettura dichiaratamente comunista.

A tal proposito sono notevoli i punti, siano o meno condivisibili, in cui si cerca di ripercorrere, con intelligenza, le ragioni del fallimento del socialismo reale e di spiegare, in particolare, l’approccio di Lenin e il suo confronto con quello di Stalin (pp. 53 ss.); ma lo sono anche quelli in cui si dimostra che un fallimento di un’esperienza non significa necessariamente la fine di ogni tentativo e che si dovrebbe, così, riproporre, continuativamente, lo “spirito egualitario mantenuto vivo nell’arco di migliaia di anni di rivolte e sogni utopici” (91 ss.). Non mancano, però, nel testo, anche un capitolo interessantissimo sulla Cina “capitalista” (pp. 63 ss.) ed uno, non meno godibile, sullo scontro tra cultura occidentale e cultura islamica (pp. 107 ss.).

Nella chiusa Žižek chiarisce inequivocabilmente i termini della sua proposta, che ambisce a sostituire, in un movimento antagonista, un framework dominante con un altro (p. 128): “Comunismo oggi non è il nome di una soluzione, ma il nome di un problema: il problema dei commons in tutte le sue dimensioni – i commons nella natura come sostanza della nostra vita, il problema dei nostri commons biogenetici, il problema dei nostri commons culturali (‘la proprietà intellettuale’) e, ultimo ma non meno importante, il problema dei commons quale spazio universale di umanità da cui nessuno dovrebbe essere escluso. Qualunque sia la soluzione, dovrà risolvere questo problema”. Si può anche non stare con Žižek; ma, certamente, non lo si può ignorare. Per chiunque voglia affrontare le grandi questioni del presente e del futuro, è Žižek a costituire un problema.

Pillole di Žižek… su Internazionale

Condividi:
 

Stefano De Conti è un poliziotto risoluto e a suo modo affascinante, che bada al sodo e che non si lascia certo intimidire. Ma c’è un passato drammatico alle sue spalle, un evento tragico da cui cerca di fuggire: la diffidenza dei colleghi e le aperte ostilità del capo non sono certo un problema, né può esserlo l’indagine delicata che gli viene subito assegnata, all’atto del suo insediamento presso la Questura di Venezia. Si è trasferito in laguna, infatti, seguito da Bruno, anziano e fedele maggiordomo di famiglia, una figura sollecita e quasi paterna, l’unica persona che gli è rimasta dopo i lutti, profondissimi, che vuole lasciarsi alle spalle e che ne hanno determinato la partenza dalla sua città, Torino.

In questa cornice, si apre l’indagine introspettiva, che non è, però, quella che De Conti riesce a portare brillantemente a termine dopo diversi appostamenti e dopo essersi guadagnato, “a spallate”, il rispetto, e il timore, del nuovo ambiente di lavoro. Si tratta della ricostruzione della propria vita e della propria professione, in una città nuova e particolare; ma si tratta, soprattutto, di fuggire da una minaccia terribile e ancora incombente, che rischia di essere addirittura irrimediabile e di portare il protagonista alla più completa disperazione.

Andrea Tralli compone un romanzo che, in verità, non ha un inizio e una fine determinati. Tuttavia non è detto che ciò costituisca un difetto. In modo implicitamente astuto, Omicidio in Sestiere Castello (il titolo si basa sul fatto che l’omicidio su cui De Conti indaga è avvenuto in quella parte di Venezia) è una specie di “prologo”, che promette senz’altro ulteriori puntate, nel presente, nel futuro e forse anche nel passato. Perché la lettura di questo insolito giallo-thriller non risolve ogni questione: vorremmo sapere, infatti, che cosa è realmente successo a Torino, quali sono le sequenze degli eventi che hanno portato alla morte di Marta, moglie del protagonista, e qual è la caratterizzazione dei “nemici” da cui De Conti sta cercando di scappare; ma vorremmo anche sapere se il tormentato poliziotto troverà in Giorgia o in Carla, le due figure femminili che incontra in questo libro, una reale possibilità di riconquistare se stesso. La prima sfida narrativa di Tralli è, quindi, riuscita; suscita curiosità ed aspettativa, con la complicità di una Venezia sempre suggestiva. C’è solo da augurarsi che le attese siano ben riposte.

Un assaggio del libro…

Il sito dell’Autore

Condividi:
 

Una vicenda semplice, e straordinaria allo stesso tempo, si svolge nel bel mezzo del genocidio armeno del 1915. Due donne, Anoush e Kohar, ed un bambino, Hovsep, unici sopravvissuti armeni di un villaggio completamente distrutto dall’esercito turco che ne ha sterminato la popolazione, si imbattono nel famoso Msho Charantir, il Libro dei Sermoni vecchio di settecento anni e custodito nel monastero di Surp Arakelots, fondato nel IV sec. da San Gregorio l’Illuminatore. Si è misteriosamente salvato dall’incendio che è stato appiccato anche al convento. Le donne decidono di portarlo con sè, nella loro lunghissima fuga dal terrore, aiutati da una coppia di greci, Eleni e Makarios, e scortati da un altro superstite, Zacharias, un anziano cui i carnefici hanno tagliato la lingua.

Il nucleo della storia non consiste nel suo finale, nel salvataggio riuscito, nella consegna del Libro ai monaci di Etchmiadzin. E neanche nel ricordo, terribile, del genocidio, delle barbarie che lo hanno caratterizzato, della sorte, altrettanto dura, che è toccata ai pochi salvati. La narrazione si muove ad una profondità maggiore, attorno ad altri poli: la provvidenziale assistenza dell’Angelo muto, che protegge, guida e soccorre l’impresa tenace dei protagonisti, che ne intravedono la presenza e che sempre vi confidano; l’importanza, sempre salvifica, che la memoria collettiva riveste anche per il diverso, anche per colui che non condivide gli stessi motivi di resistenza o di fuga, e quindi anche per Eleni, che, pur essendo greca e pur celando nel suo cuore gli stessi sogni del compagno, capisce e condivide il destino dei fuggiaschi armeni, potendolo fare, innanzitutto, come donna.

Nonostante il Libro di Mush sia la rielaborazione di una leggenda sorta su fatti realmente accaduti, esso è anche un racconto che sa di fiaba e che, forse implicitamente, vuole farsi insegnamento sulla memoria e sui simboli che la testimoniano: sono cosa preziosa, di inestimabile valore, come l’antico manoscritto, perché consentono di tener saldo il legame con le proprie radici e con la propria identità, perché permettono, anche a chi ha perso tutto, di cominciare una nuova vita e di trasmettere l’energia di speranza che rende questo nuovo inizio davvero possibile.

Dopo il fortunatissimo La masseria delle allodole (2004), seguito dagli altri successi di La strada di Smirne (2009) e Il cortile dei girasoli (2011), Antonia Arslan torna a parlarci degli armeni, della loro antichissima cultura e del genocidio che li ha travolti. Ma le sfumature del Libro di Mush sono tantissime; non c’è soltanto un concentrato di epopee individuali e familiari, o di sapienza millenaria. In fondo, con quest’ultima prova, compatta e attraversata da una solida serenità di scrittura e di ispirazione, la bravissima autrice padovana ci riporta, indirettamente, all’origine di tutto il suo impegno e di tutto il suo sforzo: alla traduzione e cura (2004) de Il canto del pane, di Daniel Varujan, che, ora lo sappiamo, si può definire, senz’altro, come il “Libro di Mush della poesia armena”.

Antonia Arslan, il genocidio armeno e il Libro di Mush

Condividi:
 

La recente scomparsa dell’autorevole giurista ha spinto un amico bolognese a regalarmi questo libro, che risale al 2009 e che prima d’ora non avevo incontrato. Per me, infatti, “il Galgano” è sempre stato, innanzitutto, un intelligente quanto temuto manuale di diritto commerciale.

In verità, una volta terminati gli studi, e approcciata l’esperienza del tirocinio professionale, avevo avuto modo di apprezzare l’estrema chiarezza dell’Autore nel suo altrettanto noto corso di diritto civile (per Cedam): un’opera in più volumi, certo, ma una lettura particolarmente formativa e per nulla noiosa. Qualche anno dopo, poi, mi sono imbattuto in un altro versante, per me allora insospettabile, dell’opera di questo “maestro”, ossia nell’ed. 2007 del fortunato Tutto il rovescio del diritto: un testo che mi ha dimostrato che è possibile discutere di diritto senza dimenticarne la stretta relazione, se non “embricazione”, con la storia dell’uomo, con i suoi miti, con le sue scoperte, con le sue piccole e grandi esigenze. In una parola, con la cultura, nella sua interezza.

Il diritto e le atre arti riprende espressamente quell’ispirazione. Intende essere sia una facile, ma non banale, “chiave d’accesso” per i non giuristi, sia un’occasione autoriflessiva per tutti coloro che con il diritto hanno a che fare per professione e per ricerca, affinché “disimparino quella formale nozione del diritto alla quale essi, o molti di essi, sono stati educati” (p. 9). Si può sfogliare, quindi, come una miscellanea capace di condurre l’inesperto a contatto con alcuni misteri dell’esperienza giuridica, ma anche come un condensato di agili lezioni finalizzate a destare nel giusperito la consapevolezza sull’umanità e sulla dinamicità del sapere che utilizza quotidianamente. Nel merito, sono molte le cose importanti che emergono pagina dopo pagina.

Si parte, sulla scorta di Leibniz, dalla definizione del diritto come “arte”, per rivendicarne subito la funzione creativa e storicamente “rivoluzionaria”. Se ne ricordano le strette relazioni con la poesia e con la letteratura, con il cinema e anche con l’architettura, la scultura e la pittura (illuminanti, sul punto, le divagazioni sulle “mutevoli immagini del diritto”, così come si manifestano in alcuni storici palazzi della giustizia italiana: pp. 37-44; ma sono molto incisive anche le riflessioni del capitolo su “L’astrattismo nel diritto” e, in particolare, sulla “stupenda creatura” della “persona giuridica”: pp. 65-70). Ma non mancano, spesso muovendo da un Voltaire particolarmente amato, le intuizioni sui limiti del diritto che proviene dal legislatore democratico, sull’intrinseca razionalità di quel fare diritto la cui constatazione è ormai imposta dalla globalizzazione, sulla relatività, in generale, dei fenomeni giuridici e dei risultati dell’“ingegneria giuridica”, tecnica nella quale Galgano è stato indubbiamente uno dei massimi protagonisti, non solo da studioso, ma anche da riconosciuto professionista.

Si affrontano, infine, con leggerezza godibile e mai avventata, le questioni giuridiche del rapporto tra i sessi, il legame di reciproca influenza tra il denaro e il diritto (il primo come creazione, ma anche come motore, del secondo), nonché, in un capitolo che si rivela denso di suggestioni, il rapporto ambiguo e difficile, nella storia del nostro paese e nell’esperienza diretta dell’Autore, tra la politica e il diritto in action. L’“epilogo” conclusivo offre un sintetico ma efficace sguardo sulla dimensione globale dell’odierna “lotta per il diritto” e sui processi di universalizzazione che il discorso sui diritti e sulle libertà fondamentali finisce per incentivare e per rendere effettivi, con risultati apparentemente inattesi.

Al termine della lettura, un pensiero si fa strada da solo: pur trattandosi di una personalità certamente unica, quello di Galgano è un vero esempio di formazione completa e costante, trasversale e interdisciplinare, di studioso, di professore, di magistrato, di avvocato; figura esemplare, auto-rinnovantesi, di quel giurista, a suo modo “pre-moderno”, di cui gli orizzonti attuali hanno sempre più bisogno.

Condividi:
 

Ma questo è camminare alto sull’acqua e su quello che non c’è (Afterhours)

Condividi:
 

Un grande poeta regala ai lettori un’ulteriore prova della sua consueta bravura. È un apprezzamento che suona quasi volgarmente, come uno slogan da fascetta promozionale. Ma gli affezionati di Loi sanno, in verità, di che cosa si tratta: assaporare I niül (Le nuvole) è come fermarsi ad assaggiare il “meglio” di ciò che oggi è disponibile sul piatto, talvolta troppo “ricercato”, del panorama letterario.

Come accade con i maggiori di questo genere – i noti classici: Marin, Pola, Pasolini, Zanzotto; l’irregolare geniale: Tavan; la recente e giovane scoperta: Cappello – l’uso del dialetto non corrisponde soltanto alla scelta del mezzo espressivo. Il dialetto segna i confini di un’intera esperienza sensoriale; ne connota lo statuto e ne lega le fondamenta ad una sorta di linguaggio prediletto e circostanziato, dei luoghi e delle cose, di una realtà che è fatta di proprie leggi prima che della specifica interiorità dell’osservatore; guida ed orienta i sentimenti con suoni e colori sempre e naturalmente proporzionati ed adeguati, come in ragione di un equilibrio necessario; acuisce quindi l’intensità della concentrazione, nell’autore e nel lettore, alla ricerca – in Loi così forte – di una lingua della persistenza, di una poesia che nasce, con la sua voce, da tutto quello che ci circonda o che ci portiamo dentro.

Perché i niül? Piace immaginare che il titolo di questa raccolta non sia semplicemente preso da uno dei suoi pezzi più riusciti (p. 34). Nuvole rosa, “con buff de scür”, passano su Milano e annunciano una “bèla sera”. Passano come promette di passare un’insopprimibile malinconia, in un avvicinarsi di quiete e di silenzio, che non è solo allegoria della morte, è, quasi paradossalmente, il ritratto di una promessa pacata, ma tagliente, di inevitabile speranza. Come il tocco di un divino che si impone, anche se ineffabile, al di là delle miserie quotidiane. Il messaggio emerge con prepotenza meneghina nello splendido Monologo del povero cristo (p. 42), che chiude il volume. Da solo, meriterebbe una continua rilettura, perché grida e rivendica il tempo dell’attesa, il senso, semplice e unitario, di una rabbia umana e comprensibile così come di una giustizia restaurata e angelica.

La voce di Loi, nella sua religiosità immanente, è dolce e pacata, ma esprime anche sicurezza, vuole “mettersi dalla parte di” e capire, semplicemente. Non è, però, una poesia che conosce la verità; gli uomini non possono che attenderla, perché essa verrà. Neanche il poeta può anticiparne il contenuto: anche la vita, a ben vedere, gli rimane del tutto lontana e incomprensibile. Anzi, egli è più cosciente di questa distanza, e quindi più sofferente. Non resta che farsi specchio dello stato presente, cogliere segnali premonitori, sia pure in una città o in paese che non si riconoscono più, o sul davanzale, o nei colori dell’atmosfera, o negli allarmi delle case. E bisogna guardarsi, fino all’ultimo, dal grande male della disperazione.

 

L’è no ‘l dulur el mal, l’è no el mè piang,

e gnanca la paüra o la desgrassia,

vèss pòer o ferì, andà bel biott…

el mal l’è vèss perdü, vèss sensa grassia,

despèrdess ne la nèbia del savè,

testà nel scür el scür, vèss ne la grassa

e culà giò la merda dal dedrè…

 

Un’intervista a Franco Loi (prima e seconda parte)

Un’altra intervista a Franco Loi: Perché scrivo poesie

Franco Loi nella Treccani

Condividi:
 

Quella di Kurt Erich Suckert (1898-1957: Curzio Malaparte è un nom de plume) non costituisce un’esperienza facilmente riassumibile.

Arruolato nella Legione straniera, militante attivo durante il Primo conflitto mondiale, fascista della prima ora e giornalista di grande successo, Malaparte coltiva costantemente relazioni ed idee “pericolose”. Queste lo rendono presto avverso al regime e lo portano al confino, sull’isola di Lipari, ma, al contempo, gli consentono di continuare ad esprimersi comunque, sotto altro pseudonimo, sulle pagine del Corriere della sera, di combattere, poi, come ufficiale nell’esercito italiano e di diventare, a guerra finita, non solo un collaboratore attivo degli Alleati, ma anche un autore di grande successo, ormai consacrato in Italia come all’estero (Kaputt, 1944, e La pelle, 1949, sono considerati, a ragione, due veri capolavori).

Una figura controversa, dunque. L’unica cosa che, forse, gli si può unanimemente riconoscere è lo sguardo diretto, impertinente, capriccioso e acuto delle migliori intuizioni, condite con una singolare capacità di scrittura.

Di tali qualità è specifica dimostrazione questo piccolo libro, che Adelphi finalmente ripubblica. Risale al 1931; il testo originale compare, per la prima volta, in Francia. In Italia sarà dato alle stampe soltanto nel 1948. Le ragioni di questo ritardo sono presto dette: proporre, in quei tempi, una lucida e spietata analisi del modo con cui è possibile assumere il potere all’interno di uno Stato – prendendo a riferimento anche l’ascesa di Mussolini e l’incombente pericolo hitleriano – non era, evidentemente, un’operazione indolore. D’altra parte, è da questa iniziativa che anche le “sfortune” di Malaparte prendono avvio, dal momento che, a causa di essa, viene subito rimosso dal prestigioso incarico di direttore de La Stampa.

Tuttavia, il testo non è un atto d’accusa nei confronti delle nascenti dittature; o forse lo è implicitamente. Malaparte, in realtà, vuole semplicemente spiegare, quasi fosse il più freddo studioso di anatomia, come, nello Stato moderno, le questioni sulla conquista del potere si debbano considerare, innanzitutto, questioni di tecnica; e come la “ragione” del suo libro non sia quella “di discutere programmi politici, sociali ed economici” di quegli uomini che si sono proposti di sovvertire l’ordine costituito, “bensì di mostrare che il problema della conquista e della difesa dello Stato non è un problema politico” e “che l’arte di difendere lo Stato è regolata dagli stessi principi che regolano l’arte di conquistarlo” (p. 261).

Segue una galleria vivissima di personaggi storici (Napoleone, il generale Pilsudski, i tedeschi Kapp e Bauer, Trockij e Stalin, Mussolini e Hitler) e di colorite ricostruzioni (del 18 brumaio, della crisi polacca del 1920, delle acute crisi della Repubblica di Weimar, della Rivoluzione d’Ottobre, dell’avvento del fascismo e delle velleità del futuro Führer), nelle quali l’Autore cerca di dimostrare che, di fronte alle tecniche messe in atto dai rivoluzionari del contesto moderno, le soluzioni di polizia, di controllo dell’ordine pubblico e della sicurezza, sono del tutto insufficienti, e che, per farvi fronte, non è necessario discutere degli obiettivi che quelle rivoluzioni vogliono porsi, ma è necessario, piuttosto, e paradossalmente, curare la patologia con altra patologia, muoversi da perfetti e cinici tattici. A questo proposito, sono impressionanti, davvero, le pagine su Mussolini (e sulla sua spregiudicata ed esiziale “intelligenza marxista”: 196 ss.) e quelle su Hitler (e sulla sua “morbosa” follia: 241 ss.). E non stupisce che il primo abbia messo al bando quest’opera e che il secondo l’abbia condannata al rogo.

Quanto all’Italia, due passaggi fanno, ancora una volta, riflettere, a prescindere dall’attendibilità storica delle tesi in essi sostenute: “Verso la fine del 1920 il problema che si poneva al fascismo non era quello di combattere il governo liberale o il partito socialista, che, con la sua progressiva parlamentarizzazione, turbava sempre più la vita costituzionale del paese, ma quello di combattere le organizzazioni sindacali dei lavoratori, che costituivano la sola forza rivoluzionaria capace di difendere lo Stato borghese contro il pericolo comunista o fascista” (p. 213); “Chi avrebbe mai immaginato che Mussolini, così buon patriota quando conduceva la lotta contro i comunisti, i socialisti e i repubblicani, sarebbe diventato dall’oggi al domani un uomo pericoloso, un ambizioso senza pregiudizi borghesi, un catilinario deciso a impadronirsi del potere anche contro il Re e contro il Parlamento? Era colpa di Giolitti se il fascismo era diventato un pericolo per lo Stato. Bisognava strozzarlo in tempo, metterlo fuori della legge fin dal principio, schiacciarlo con le armi come era stato schiacciato D’Annunzio” (pp. 232-233).

Qual è, in definitiva, il messaggio che questo pamphlet, così provocatorio, consegna ai posteri? Ce lo dice, senza fronzoli, lo stesso Malaparte: “La particolare natura dello Stato moderno, la complessità e la delicatezza dei problemi politici, sociali ed economici che è chiamato a risolvere, ne fanno il luogo geometrico delle debolezze e delle inquietudini dei popoli, e aumentano le difficoltà che si debbono superare per provvedere alla sua difesa. (…) L’opinione pubblica di quei paesi, nei quali l’opinione pubblica è liberale e democratica, ha torto di non preoccuparsi dell’eventualità di un colpo di Stato. Una tale eventualità (…) non è da escludersi in nessun paese” (pp. 40-41).

Un’intervista al curatore di questa edizione (Giorgio Pinotti)

Una scheda su Curzio Malaparte

Tutto su Malaparte

Condividi:
 

Romanzo colto e raffinato, “costruito” con tecnica e con sapienza compositiva di stampo mitteleuropeo. Giorgio Manacorda – stimato germanista e valente poeta – si cimenta con la narrativa e regala ad un pubblico esigente un’opera prima di tutto rispetto.

Il protagonista, Giorgio, è un poliziotto che indaga su fatti drammatici e controversi di lotta armata e di scontri tra formazioni di estrema destra e formazioni di estrema sinistra. L’Italia è lo scenario naturale di questi conflitti, ma non si tratta del paese “storico”, bensì di un’Italia immaginaria, collocata in un tempo tutto artificiale, in cui, dopo le contestazioni studentesche della fine degli anni Sessanta e degli anni Settanta, una Giunta militare ha preso il potere. Inoltre, a fare da vero perno di tutta la vicenda, e così di tutta l’indagine poliziesca, non sono tanto gli Anni di piombo, quanto un viaggio nella memoria e nell’adolescenza: un viaggio che può chiarire le ragioni oscure di quegli Anni e che Giorgio sente di dover compiere, a Berlino, per ricostruire l’origine di alcuni fatti violenti e per capire Andrea, suo vecchio compagno di collegio in una scuola d’élite di quella grande città tedesca.

Andrea, precisamente, è coinvolto in questi fatti, e così lo è anche, se non soprattutto, Silvestro, suo fratello, che era stato nello stesso collegio e che, come Andrea e come Giorgio, ne aveva sperimentato la dura e inevitabile iniziazione, lungo il corridoio di legno (l’Holzgang) che separava le camerate degli allievi più giovani da quelle degli allievi più grandi. La “cellula” di amici e “compagni”, rivoluzionari in nuce, era nata lì, nell’ambiguità promiscua delle tradizioni e dei riti degli studenti.

Si attraversa, quindi, una successione di “tempi” diversi; per buona parte, Giorgio racconta le cose che scopre per mezzo della riproduzione di alcune lettere, scritte da Andrea ad un caro amico, un editore tedesco al quale era legato, e con il quale aveva lavorato, sempre a Berlino, dove era tornato per sfuggire alla spirale degli Anni di piombo. Andrea parla, in quelle lettere, del suo rientro in Italia, della sua ricerca di Silvestro, della ricostituzione che questi aveva fatto dell’antica “cellula”, ma con finalità del tutto diverse, anzi, del tutto opposte a quelle originarie. E in queste rievocazioni spuntano una strana figura di donna, amori e frequentazioni altrettanto oscuri e simbolici, tradimenti e sequestri, delitti e sopraffazioni. Così come emerge, quasi per contrasto, anche la solidità di un’esistenza tanto semplice e reale quanto apertamente tradita, che, fino alla fine, rappresenta, in una figura femminile, un’interlocuzione sicura. Riuscirà Giorgio a ritrovare Silvestro e a bloccarne la furia rivoluzionaria? Riuscirà soprattutto, a scoprirne le ragioni? Quali sono i segreti che sono rimasti impigliati nel corridoio di legno e che costituiscono l’unica e “vuota” giustificazione di tanta violenza?

Le domande esigono di trovare una risposta solo per mezzo della lettura, che non è sempre facile e che, in questa difficoltà, cerca talvolta una sorta di autocompiacimento, un effetto certamente studiato, per dare senso e densità alle allusioni filosofiche e psicanalitiche di cui si nutre tutto il romanzo. Ma una cosa si può dire subito: nel racconto, per l’appunto psicologico, e a volte anche un po’ “claustrofobico”, di Manacorda emerge un’ipotesi ricostruttiva anche sugli Anni di piombo e sui “vuoti” che comunque si nascondevano dietro la declamata forza rivoluzionaria delle passioni e delle ideologie. Il problema della costruzione artificiale di una vita e di un’identità, a partire da uno scollamento esistenziale “forte” e “primitivo”, ne rappresenta il nucleo centrale. È un tema, questo, che sicuramente merita ancora operazioni di memoria e di riflessione, e che nel libro, misurandosi con l’abisso, vuole palesarsi, come per assurdo, nella più estrema delle sue possibili esasperazioni.

L’Autore presenta il suo libro

Condividi:
 

Negli anni Settanta Ivan Illich, acutissimo filosofo austriaco, si era servito della bicicletta per spiegarci che i tempi della democrazia non sono quelli dell’automobile e che il ritmo del movimento è una potente metafora degli assetti sociali e politici del mondo. L’importante saggio Energie, vitesse et justice sociale (1973), ripubblicato in italiano non molti anni fa per Bollati Boringhieri, con il titolo Elogio della bicicletta (2005), costituisce tuttora un riferimento anche per tutti coloro che ipotizzano che ogni sviluppo dell’economia presente e futura debba essere affrontato con la strategia della “decrescita”. Ma  è un “classico” che può offrire altri motivi di riflessione, perché la bicicletta è un mezzo per rielaborazioni anche molto personali e per testare particolari abilità (non a caso, con il testo di Illich si era aperta, nel 2010, anche la prima edizione di un concorso nazionale, “Talenti per il futuro”, dedicato a giovani studenti che vogliano mettersi alla prova nell’ambito del sapere umanistico-giuridico).

La bicicletta, quindi, nasconde da tempo segreti, spunti, immagini ed argomenti che ai più, forse, risultano ancora insospettabili, pur nella loro perdurante ed inesauribile forza. Pedalo dunque sono – che non è certo immemore del precedente di Illich – ce lo ricorda e ripropone quello che, precisamente, si può definire come il valore euristico di questo elementare mezzo di locomozione, che aiuta a spostarsi, non solo fisicamente, ma anche con la mente, indicando nuove prospettive e nuove possibilità di pensiero. Lo evidenzia bene il curatore, nella sua Introduzione, dove rivela la finalità del testo (dedicato al filosofo Franco Volpi, morto in un incidente di bicicletta): “accogliere la filosofia come pratica quotidiana, trasferirla sul sellino della bicicletta e condurla alla scoperta del mondo che circonda le nostre giornate, scegliendo di meravigliarsi secondo i giusti ritmi” (pag. 6).

Seguono sette pezzi agili di sette autori diversi, ciascuno con un background differente; sette “pedalate”, dunque, oppure sette ciclisti che si muovono assieme, in gruppo, ma ognuno con il suo stile personale, come usualmente procedono le formazioni che ogni domenica vediamo sfrecciare lungo le strade, o come normalmente si sviluppano e si associano, alla ricerca di un qualche ordine, tutte le nostre idee. Ma quali sono, piuttosto, le suggestioni che questi sette itinerari sviluppano? Senza rivelare i segreti che alimentano la spinta dei contributi raccolti nel volume, è possibile contrassegnarli con una sola frase, una, cioè, per ogni capitolo:

1. La bicicletta come esperienza proporzionale del tempo e dello spazio;

2. La bicicletta come scoperta dell’intelligenza intrinseca della slow bike;

3. La bicicletta come chance evolutiva;

4. La bicicletta come strumento rivoluzionario di efficienza strategica;

5. La bicicletta come medium di crescita interiore;

6. La bicicletta come laboratorio intensivo di esperienza;

7. La bicicletta come sede di pratiche ciclistiche e di altrettante pratiche auto-riflessive.

Ci sono altre ragioni per impegnarsi nella lettura di questo libro? A tale riguardo non resta che fornire, “per la sola cronaca”, una breve conclusione: ieri si è corsa la 103ª edizione della Milano-Sanremo; ha vinto l’australiano Gerrans, secondo, tra i “canguri” di sempre, ad occupare il gradino più alto del podio in questa grande classica primaverile. La grande stagione ciclistica è ufficialmente aperta! Et de hoc satis.

Genealogia di un libro

I. Illich, Energia ed equità (testo fornito dalla Biblioteca del Consorzio della Quarantina…)

Condividi:
 

È semplicemente un bel libro, ben scritto, rapido, evocativo. Insomma: this book rocks! Perché non è solo un romanzo generazionale ed autobiografico; è un racconto “che spacca” sulla forza del rock e su quella che si potrebbe definire come rockness, cifra distintiva ed inimitabile di un genere musicale tanto maledetto quanto potente, esuberante, energetico e, a suo modo, formativo.

In effetti, L’erba cattiva è anche un romanzo di formazione, sospeso tra l’inizio degli anni Ottanta e tutti gli anni Novanta, la storia di un ragazzo che, cresciuto immerso nella musica classica, alle soglie dell’adolescenza – che è sempre e rigorosamente una Rivoluzione – scopre i Clash e gli AC/DC, compra la prima chitarra elettrica e cambia per sempre la sua vita, cambiando anche scuola, ma cambiando, in generale, il suo sguardo sul mondo, e scoprendo l’amicizia e l’amore, con la loro inimitabile bellezza e con la loro tragica tristezza.

E da questo momento in poi il libro è una lunga corsa, una colonna sonora impagabile, un riff suonato veloce, anni che si susseguono vorticosamente, come i tanti incontri surreali, i tanti “personaggi”, i tanti episodi “mitici”, le manifestazioni di piazza, i vari gruppi fondati e sciolti, i più diversi generi musicali, le esclamazioni e lo slang della giovinezza più vera. C’è anche un esame universitario sostenuto brillantemente dopo un’incredibile performance notturna al Leonkavallo di Milano, ci sono molti eccessi, i tour impossibili e sgangherati, i momenti di crescita e di riflessione. C’è persino un Enzo Jannacci nella sua veste di medico (ché questo è stato il suo vero mestiere). Ma al giovane protagonista e ai suoi compagni di avventura non mancano anche i clamorosi successi.

Un’esperienza dapprima amatoriale, quella tipica di tanti ragazzi e della loro band, formatasi sui banchi di scuola ed affinatasi tra parchi pubblici, feste private e centri sociali, cresce e si trasforma, con il battito pulsante e la vigoria contagiosa e distruttiva delle formazioni rock più autentiche. Le gigs diventano addirittura Arezzo Wave, il concertone del Primo Maggio e un disco per la EMI; eppure tutto questo, improvvisamente, ha una fine. Che, come sempre, è un nuovo inizio, come ben si addice, comunque, al risultato che ci porta tutti alla tanto attesa e tanto temuta maturità: “Sento che ho vissuto tantissimo sin qui. Ho vissuto forte, controvento e controluce. Ci ho provato in tutti i modi a cambiare il mondo. Mi sono sentito i Clash nelle ossa e Angus nei piedi, ho sentito Miles tra le dita e Tom Waits nel naso. Sono cresciuto, le mie ossa hanno tenuto botta, non mi sono spezzato. E va bene così. Ascolto il lunghissimo fade di questo pezzo che non vuole finire, immagino le mani del fonico che piano, piano piano, pianissimo abbassano il volume, mentre il coro, il ritornello, il tema di fiati vanno avanti. Il volume si abbassa, ma il pezzo non finisce, si fonde con qualcosa di diverso, diventa sogno, diventa memoria. Diventa vita. Diventa amore” (p. 216).

Non è il Brizzi di Jack Frusciante è uscito dal gruppo; questo libro è una cosa diversa. Ma non sarebbe male se gli arridesse la stessa fortuna. E se di questa fortuna potesse godere anche la casa editrice, esordiente, che lo ha lanciato.

Contenuti extra

Condividi:
© 2026 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha