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Il tablet sfida la Medusa della realtà (doppiozero.com)

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Lo slogan che Fernando Pessoa scrisse per la Coca-Cola (da ilpost.it)

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Borges, il poeta argentino (da raistoria.rai.it)

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Scopro Jim Harrison in un documentario mandato in onda su Rai5: è la versione italiana di un programma francese, e François Busnel intervista questo splendido ceffo leggendario, da scrittore di foresta, lago e prateria. Prendo il primo dei titoli disponibili in libreria e mi immergo in una lettura che non sopporta interruzioni. Nulla di avvincente, in verità; è soltanto, e tremendamente, profondo. Forse è un giudizio banale, ma ormai abbiamo occhi e orecchie troppo sofisticati, e ciò che Harrison vuole fare è, come suggerisce anche il volume, riportarci sulla terra, in un punto cui tutti, prima o poi, dobbiamo passare.

È diviso in quattro parti, una per ciascuna delle voci che prendono la parola esprimendosi in prima persona. Al centro delle riflessioni c’è Donald, che inaugura la narrazione mettendoci subito di fronte ad una situazione difficile: ha quarantacinque anni e il morbo di Gehrig, sta per morire, e deciderà di farlo. La sofferenza è nuda, ma lo sono anche l’anima e la memoria, quella personale e quella della sua gente, perché Donald è mezzo finlandese e mezzo indiano, di etnia chippewa. Il secondo a prendere la parola è K, il nipote, atletico, selvaggio, ma anche sensibile e intelligente, vicinissimo allo zio e ancora un po’ allo sbaraglio; di fronte alla morte, di fronte alla prematura scomparsa del padre, di fonte all’amore che prova per la cugina Clare, la figlia di Donald. La terza voce appartiene a David, il fratello di Cynthia, la moglie di Donald, e il figlio del ricco signor Burkett, per il quale Donald e il padre Clarence facevano alcuni lavori di casa. È una voce naïf, piena di interrogativi, cronicamente depressa, alla costante ricerca di un’espiazione artificiosa, e distrutta dalla terribile figura del padre, che a sua volta ha distrutto la vita di Vera, la donna messicana di cui è innamorato. Chiude il libro Cynthia, in un crescendo di consapevolezze sul suo rapporto con Clare, sul rapporto tra Clare e la memoria di Donald, sul suo essere madre e donna, sull’assoluta e disarmante dimensione dell’esistenza.

Non è un romanzo facile. Oso confessare che la prima parola che mi è venuta in mente tra una riga e l’altra è panpsichismo, che è nozione, però, troppo europea per fare al caso nostro. Tutto fuorché facile, quindi. La seconda parola, invece, è stata Nordamerica, perché è vero che pensando a Harrison il pensiero va a Hemingway e a Faulkner (ma la critica sugli ideali fondativi della radice USA e sui suoi sogni così erroneamente concreti e così volatili fa quasi pensare anche a Caldwell e a Dreiser). Il fatto è che questo scrittore, a cui piace parlarci di orsi, di boschi, di vento, di spiriti, di tende e di nativi americani – a proposito: indimenticabile la figura di Flower, zia di Donald –, è estremamente e naturalmente colto, perché attinge alla ricchezza di un ordine primordiale che è oltre i pericoli della corruzione morale e che sembra contenere ogni cosa e ogni esperienza. Non abbiamo soltanto bisogno di natura, ma anche di aedi e di racconti che ce la rendano ancora una volta il comune e fatale paradiso perduto. Harrison fa al caso nostro. Chapeau!

Recensioni (di Christian Verzeletti, Sergio Pent, Will Blythe)

A pranzo con Jim Harrison

Due lunghe interviste: su The Paris Review e Outsideonline.com

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Breve storia di una frase sbagliata (da minimaetmoralia.it)

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Incandidabilità e legge Severino, a chi spetta l’ultima parola? (da ilsole24ore.com)

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Vedere, una patologica necessità (da doppiozero.com)

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Good steps on ‘stop and frisk’, drug arrests (da whashingtonpost.com)

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Homer, la monorotaia e l’interesse pubblico (da ilpost.it)

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Premessa d’obbligo: anche l’Autore è cosciente del rischio che la sua ricostruzione venga travolta nel turbine del puro intrattenimento e delle tante ipotesi alla Voyager. Tuttavia, è evidente “che se non si vuole bloccare il progresso delle conoscenze una tesi non può essere rifiutata in quanto già ‘screditata’, se emergono argomenti nuovi a suo sostegno” (p. XI). Ma di quale tesi si tratta? 1. Che l’America è stata scoperta prima di Colombo. 2. Che ciò è dimostrabile attraverso un viaggio nella storia della geografia matematica e nella contingenza del collasso culturale che nel II secolo a. C. ha spazzato via dal Vecchio Mondo la consapevolezza e la diffusione delle scoperte scientifiche dell’età ellenistica. 3. Che la revisione sulle convinzioni finora dominanti sui possibili contatti transoceanici prima del 1492 e sul modo con cui circolano idee, dottrine ed invenzioni può contribuire anche alla critica di una concezione ancora altrettanto maggioritaria: quella che presuppone che, sulla Terra, le civiltà si siano evolute separatamente, nel rispetto di universali leggi biologiche e di invariabili itinerari sociali.

L’argomentazione di Russo – sempre chiara e interessante – parte proprio da quest’ultimo aspetto, per segnare, cioè, il campo nel quale collocare la rilevanza dei profili strettamente matematici che vanno a costituire il nucleo centrale del volume. Questo è dedicato ad illustrare le ragioni per le quali Tolomeo, diversamente da Eratostene, ha rimpicciolito le dimensioni del nostro pianeta. Per effettuare questo tipo di calcolo, infatti, era necessario avere alcuni punti di riferimento e verificarne le coordinate. Ma in ciò Tolomeo ha errato, finendo per collocare l’estremità allora conosciuta dell’ecumene alla latitudine in cui si trovano le isole Canarie ed ingenerando così la diffusione dell’idea secondo cui proprio quello era il limite delle esplorazioni compiute fino a quel momento. In verità, secondo le fondamentali acquisizioni di Eratostene e di Ipparco, quel limite doveva collocarsi alla latitudine in ci si trovano le Piccole Antille, nell’odierno Mar dei Caraibi; e quello, del resto, non poteva che essere il luogo in cui si trovavano le tanto famigerate e mitiche Isole Fortunate, di cui molte fonti antiche parlano e di cui non si può escludere la scoperta da parte dei grandi navigatori fenici e cartaginesi.

Il ragionamento che Russo conduce – e che viene accompagnato da illustrazioni molto efficaci, curate da Francesca Romana Capone – è puntuale e rigoroso ed è pertanto un’ottima fonte di nutrimento. La cosa più affascinante è trovarsi a constatare il sorprendente stato di avanzamento delle conoscenze scientifiche durante l’età ellenistica, ma anche l’altrettanto stupefacente facilità con cui, nel giro di pochi anni, quel patrimonio è svanito a causa degli sviluppi politici, sociali e culturali della romanizzazione del Mediterraneo e della chiusura che ad essa è seguita. È anche notevole cogliere la suggestione che, ad un certo punto, l’Autore lancia al pubblico italiano: perché il declino epocale che il Vecchio Mondo ha conosciuto in quella lontana occasione può leggersi come una delle radici prime della perdita del carattere unitario della conoscenza umana, e così della tradizionalissima tendenza peninsulare a concentrare prevalentemente la formazione del cittadino nell’approfondimento delle discipline umanistiche anziché nella stretta compenetrazione che esse devono sempre avere con quelle che oggi si ascrivono all’ambito delle scienze dure. Infine non lascia indifferenti vedere, ancora una volta, che il progresso e la sua lettura necessariamente lineare sono frutto di presupposizioni ideologiche superate: giacché è sempre troppo facile perdere la memoria, tornare indietro e imboccare ex novo binari che qualche altro saggio e accorto antenato aveva già percorso. Il libro di Russo è l’ennesima conferma del famoso detto di Bernardo di Chartres: siamo veramente come nani sulle spalle di giganti.

Recensioni (di Claudio Giunta, Carlo Rovelli, Pietro Greco, Luciano Bossina)

L’Autore a Radio3

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