Tre cowboy per un’adozione. L’unico requisito è l’amore (da corriere.it)
“Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura”: il sottotitolo dice molto, anche se non riesce a spiegare del tutto la natura e il contenuto del libro, che sono in gran parte originali. Apparentemente, infatti, è soltanto un diario di viaggio, nel quale un poeta italiano racconta i pensieri e gli incontri che fa a Mosca nei giorni che precedono un festival letterario. Quei pensieri e quegli incontri, però, sono particolari. Da un lato, ci danno un suggestivo assaggio di cultura russa e di vita e colore moscoviti; dall’altro, ci immergono nel passato e nel presente di una delle tradizioni letterarie più affascinanti del mondo. I compagni di viaggio, inoltre, sono sempre all’altezza: siano essi i grandi classici (da Puskin a Bulgakov; da Lermontov a Chlebnikov; da Pasternak alla Cvetaeva; da Majakovskij alla Achmatova), di cui il narratore incrocia monumenti o luoghi in vario modo notevoli; o si tratti, invece, della scombiccherata ma divertente combriccola di autori contemporanei, più o meno giovani, e più o meno famosi, con cui anche il lettore finisce per passare quasi tutto il suo tempo (tra chiacchierate profonde e bevute ugualmente intense, nella speranza di trovare l’attimo giusto, come accade al nostro poeta, per baciare in un bosco innevato la bella Ksenja Kirillova…). L’itinerario finisce all’improvviso, nel bel mezzo di un viaggio in treno dal sapore quasi rituale, da Mosca a Petuški, sulle orme del romanzo di Erofeev.
La Russia è sempre la Russia, c’è poco da fare. Il fascino di un paese così sterminato e selvaggio rimane forte. E la sua grande letteratura ne è uno specchio altrettanto – e tuttora – fedele. Gli Autori di questo testo (lo pseudonimo, che trae spunto da una famosa canzone dei CCCP, nasconde un collettivo di scrittura molto vivace, al quale si deve anche la costituzione di una rivista letteraria) riescono a compiere un’operazione per nulla scontata: quella di mettere in scena tutta la magia dell’anima russa, facendolo, peraltro, in un racconto che è ironico, trasognato e colto allo stesso tempo. Vi vengono evocate un’identità e un’atmosfera che non si trovano solo nei capolavori dell’Ottocento russo e che hanno saputo, invece, conservarsi e trasmettersi tenacemente anche per mezzo – e spesso nonostante – la Rivoluzione d’Ottobre, lo Stalinismo, il crollo del regime sovietico e l’avvento, oggi, di una società capitalistica totalmente disincantata. Ma per cogliere la profondità e la continuità di un cosmo (tanto più di questo) occorre abbandonarvisi e il diario, in fondo, è proprio uno strumento perfetto, perché lascia parlare di cose grandi anche le cose più piccole: chi lo scrive ha modo di ritrovare se stesso, e in questo caso specifico di ritrovare soprattutto la poesia; chi lo legge ha la fortuna di potersi assimilare al piacere di questa riscoperta.
Recensioni (di Sandra D’Alessandro, di Tommaso Ottonieri, di Riccardo De Gennaro)
Trovato morto nella camera del suo albergo a Estoril, in Portogallo, Alexandre Alekhine, uno dei più grandi campioni di scacchi di tutti i tempi, è scomparso il 24 marzo 1946, alla vigilia di una partita che, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale, avrebbe potuto riconsacrarne il valore. Molti indizi – e anche il referto medico – hanno sempre fatto pensare a un decesso naturale, frutto dell’alcol e di un’alimentazione sregolata. Ma è davvero andata così? L’io narrante non ne è convinto e prova così a indagare e a rievocare gli ultimi giorni dello scacchista russo. Forse qualcuno voleva ucciderlo: sono tante, infatti, le ombre che che si allungano su questa vicenda. Strani personaggi, da un lato, sembrano accusarlo di complicità con il Terzo Reich, poiché, pur di continuare a giocare, aveva militato anche sotto quelle terribili insegne, trovando protezione in un potente gerarca. Con tutta probabilità, poi, anche il regime staliniano vuole sbarazzarsene, sia perché rappresenta la figura del perfetto controrivoluzionario e traditore sia perché la sua grande abilità potrebbe effettivamente sconfiggere la maestria del giovane sfidante Botvinnik, orgoglio della scuola scacchistica sovietica e nuova arma di una guerra, quella fredda, ormai alle porte. Dove sta la verità? Forse è stata la polizia segreta del governo portoghese a orchestrare ogni cosa o forse, semplicemente, si è trattato di un ultimo regolamento di conti tra un uomo di genio e i tanti demoni che ne hanno sempre tormentato l’esistenza.
Maurensig torna al genere di racconto – e all’editore – che lo aveva visto debuttare e diventare subito famoso, con La variante di Lüneburg. Da questo punto di vista Teoria delle ombre poteva considerarsi ad alto rischio di remake; e forse una certa atmosfera di quel bel libro si riconosce pure qui, anche se quest’ultimo romanzo riflette l’esperienza di scrittura – e di ricerca introspettiva – che aveva dato vita a L’arcangelo degli scacchi. Vita segreta di Paul Morphy. Maurensig non aveva mai lasciato gli scacchi. Dopo la parentesi (peraltro fortunata) di Canone inverso, si era cimentato anche ne L’ultima traversa, dimostrando di voler riprendere un discorso che, tuttavia, non gli è più riuscito particolarmente facile (né altrettanto felice). Probabilmente ciò era dovuto al fatto che la magia di questo gioco e dei suoi carismatici pezzi attira da sempre, su di sé, un alone di grandi potenzialità narrative, pari forse alla ricchezza e alla molteplicità delle mosse e delle combinazioni che sono possibili solo sulla scacchiera. Per riuscire veramente bene, quindi, occorre andare a grande profondità, un po’ come aveva fatto Stefan Zweig, e un po’ come aveva cercato di fare, da ultimo, Fabio Stassi. Se questo è vero, si può affermare che il bello di Teoria delle ombre non è nell’intreccio quasi spionistico. La virtù del libro è nell’abbandono, nel gesto, cioè, che l’Autore vuole compiere allorché decide – nel lungo intermezzo che copre quasi tutto il volume – di far scorrere, direttamente, la storia di una deriva: quella di un’individualità travolta dagli eventi e dai rapporti con gli altri, ma aggrappata fino alla fine all’unica dimensione che ne ha consentito la sopravvivenza, in un luogo – ai molti inaccessibile – in cui Bene e Male, per come li conosciamo, non hanno più alcun significato.
Recensioni (di Bruno Quaranta, Maurizio Crippa, Annarita Briganti, Paolo Mauri, Nicola Vacca, Lidia Lombardi, Michele Meloni Tessitori, Carlo Macchitelli, Nicolò Di Girolamo)
Paolo Maurensig a Fahrenheit e alla Radiotelevisione svizzera