Racconto di due città (da unacittà.it)

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La fine del mondo di Ernesto De Martino (da iltascabile.com)

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Variazioni naturali nella poesia di Jan Wagner (da ilpickwick.it)

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Un Handke, ogni tanto, fa bene alla salute. Di solito i suoi sono libri brevi e facilmente leggibili, apparentemente superficiali, eppure originali, mai scontati. Per ciò solo si distinguono. Lo spunto per rileggerne uno è la recentissima attribuzione, proprio a Handke, del Nobel per la Letteratura. Ma al di là dell’effetto di rinnovato e generale interesse, e delle polemiche che la premiazione ha suscitato (quella premiazione ne suscita sempre e comunque…), viene sempre naturale tornare ad assaggiare le pagine di un Autore tanto particolare e altrettanto piacevole. L’autunno, inoltre, è la stagione che più gli si addice, che più si confà al tono dolcemente crepuscolare del suo pensiero vagabondo, come per un Montaigne post-moderno. L’oggetto delle riflessioni, in questo caso, è il Luogo Tranquillo, quello che in modo classico e diplomatico si può definire “ritirata”: il bagno, la toilette. Si parte dal Luogo Tranquillo di cui si legge in un buon romanzo di Cronin; si passa attraverso il ricordo di quello della vecchia e odiata casa del nonno, in campagna; si approda alla prima e fondamentale agnizione sull’importanza esistenziale del Luogo, avvertita e coltivata nella frequentazione del cesso del collegio; si apprende anche della fredda e lunga notte estiva trascorsa nel WC di una stazione austriaca di provincia, ma anche dei lavaggi serali e semi-clandestini nei servizi igienici dell’Università. Si capisce che per lo scrittore il Luogo Tranquillo è una risorsa diventata via via più indispensabile, il punto archimedico per sollevare la coscienza di sé, un punto esclusivo di osservazione protetta sul cosmo. È anche un’esperienza, che può essere inaspettata (come quella vissuta a bordo di un aereo russo) o addirittura provvidenziale (e sperimentata nel tempio di Nara, in Giappone, nella quieta penombra che ha consentito all’Autore di provare un’esperienza simile al satori buddista). A questo punto il rischio – prevedibile, dato l’argomento – che il saggio venga preso distrattamente, con troppa ironia o in modo perfino dissacrante, costringe Handke a uscire allo scoperto, a dire di quando lo ha scritto, della livida campagna francese e del lungo e piovoso inverno in cui l’ha elaborato, e della gioia di quell’isolamento. Scrivere del Luogo Tranquillo, dunque, è come scrivere della propria ispirazione e delle condizioni che le sono veramente ideali; di “quei passaggi, immediati, dal mutismo, dalla condizione in cui si è colti da mutismo, al ritorno del linguaggio e delle parole – quei passaggi sperimentati di continuo e, nel corso della vita, con intensità sempre maggiore, nel momento in cui si chiude e si sbarra quella determinata porta, e si resta da soli con il luogo e la sua geometria, lontano da tutti gli altri”. È evidente che tutto questo non vale solo per lo scrittore o per l’artista in genere.

L’incipit del libro

Recensioni (di Raul Calzoni; di Sergio Peter; di Letizia Paolozzi)

Handke ritratto dalla sua traduttrice

Handke scrittore di saggi (di Luigi Grazioli)

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Linguaggio esotico degli intellettuali sotto il fascismo: un esempio illustre ricostruito da Canfora (da ilponterivista.com)

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È una questione di qualità, è una questione di qualità, è una questione di qualità (CCCP)

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Memoriale italiano (da succedeoggi.it)

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Nobel a Peter Handke (da doppiozero.com)

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Una stagione molto breve (da lindiceonline.com)

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Un nonno racconta alla nipotina aneddoti e storie della terra sulla quale ha vissuto per generazioni anche la sua famiglia. Sono dodici capitoli, concepiti come se fossero le altrettante stazioni di un itinerario ben preciso, da farsi in bicicletta. Il percorso segue dolcemente le curve di livello e la cartografia della zona: la lunga e ampia striscia di arenaria, mai più alta di 200 m (o poco più), che nelle Marche precede il Pesarese e culmina nel Monte San Bartolo. Per lo più si narrano vicende semplici, che si svolgono al di qua e al di là della impercettibile cresta che divide l’interno dal litorale e che, pure, solca il confine di due dimensioni reciprocamente altre, perché battute da venti, e anche da stagioni e destini, diversi. Affiorano così spezzoni, o ricordi, di epopee familiari, di piccoli e grandi eventi di una civiltà perduta, ma sedimentata, di contadini e di padroni, che per lungo tempo è parsa immutabile, salvo il procedere inesorabile delle acque marine, che si sono mangiate case, poderi, ville gentilizie e intere esistenze. Ma, paradossalmente, nell’erosione di uno scenario che continua a restare fascinoso si conserva e si rinnova comunque la memoria, talvolta anche terribile, di ciò che è stato.

Se fosse tutto qui, il libro sarebbe poca cosa. Per certi versi lo è realmente, ma nel senso diverso, opposto, di una cosa, cioè, tanto piccola quanto celata e preziosa. Il suo contenuto è paragonabile a quegli insetti preistorici che sono rimasti imprigionati, conservandosi miracolosamente intatti, in un guscio d’ambra; osservarli in controluce permette simultaneamente di accedere intuitivamente, quasi dolcemente, alla verità di epoche lontane, e di prendere coscienza, però, della loro persistente e invariabile presenza. In sostanza, e fuor di metafora, c’è un cosmo intero in questo libro, con un ritmo da eterno ritorno. Ciò si può affermare per due motivi: un certo, e sapiente, uso della lingua, che allude in modo elegiaco ad un tempo di cui provare nostalgia; un amaro fil rouge, la cui esistenza, al principio lieve, quasi edulcorata, diventa via viar incombente, fino ad un drammatico epilogo. Sul valore del ricorso studiato ad una terminologia dialettale ed arcaica, e confidenziale, funzionale anche alla trasmissione generazionale di un sapere di comunità, i critici si sono già parzialmente soffermati e ad essi si può facilmente rinviare con profitto (anche per moltepli esemplificazioni del vocabolario dell’Autore). Sul climax che percorre il racconto, non si può che lasciare al lettore la sottile inquietudine che è correlata alla sua conclusiva rivelazione e ad un orgoglioso colpo d’arma da fuoco. Qui è sufficiente osservare che – almeno a parere di chi scrive – lo sgretolarsi della materia cui è ispirato il titolo dell’opera sembra essere la pervasiva sanzione geologica di una condizione sociale naturalmente soccombente, fiera di riscatti soltanto episodici, rabbiosi e perdenti. E intanto il paesaggio ammalia e cattura sempre, nonostante tutto. Bene è stato scritto: “Il messaggio sotto o dietro le righe del testo, mentre si vaga e divaga in salita e in discesa, a caldese o vernìo, nei posti baciati dal sole o dall’ombra è: guardatevi attorno, è bellissimo, drammatico e bellissimo”. Arenaria è stato candidato allo Strega; avrebbe meritato la vittoria.

Recensioni (di Mario Barenghi; di Giulia Caminito)

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