Quinzio e Ceronetti. Ecco i padri della destra divina (da ilgiornale.it)
Tanto amore per la musica e una sorprendente capacità affabulatoria: sono queste le prime virtù dei saggi raccolti in questo libro. Ma anche la materia può sorprendere. I due pezzi su Michael Jackson e Axl Rose sono semplicemente bellissimi; nessun critico ufficiale avrebbe saputo cogliere l’inimitabile ambiguità e l’altrettanto drammatica originalità dei due personaggi, colti sin dalla matrice originaria che li ha plasmati. Fenomenali, poi, senza dubbio, sono anche i ritratti, intimi, di Andrew Lytle (mostro sacro della letteratura del grande sud degli USA, al quale Sullivan ha fatto da “badante”…) e di Bunny Wailer (ineffabile sacerdote del reggae giamaicano e “maestro” di Bob Marley). Ma il talento di Sullivan dà del suo meglio ne La violenza degli innocenti, così esplicitamente in bilico tra il reportage giornalistico di stampo scientifico e il racconto perfetto del più profetico e terribile Jack London. Non mancano, infine, le incursioni nel Christian Rock (e tra i suoi fans), nelle più folli e ammiccanti utopie americane (come quella di Walt Disney e del favoloso Resort di Orlando), nella dimensione artificiale delle serie TV e del reality (provate da molto vicino…), nel mito delle esplorazioni e delle invenzioni impossibili (che tanto ha dato all’immaginario, ma anche alla storia, del sogno a stelle strisce): il tutto raccontato con intelligenza e con raso senso dell’(auto)ironia e delle proporzioni. E ciò anche quando l’Autore rievoca l’incidente quasi mortale in cui è incorso il fratello (fulminato da un microfono difettoso).
John Jeremiah Sullivan è stato paragonato – nientepopodimeno che – a David Forster Wallace. Il giudizio è generoso, per eccesso e per difetto. Però non è del tutto scorretto. C’è la stessa curiosità; la medesima capacità di costruire la meraviglia in un susseguirsi di improvvise associazioni, talvolta semplici, talaltra meno scontate; l’uguale abilità nel possedere la cultura più solida e i capisaldi molto più prosaici dell’universo pop. Dov’è la differenza? Il punto è che Forster Wallace è stato un autore puro, un vero scrittore che ha fatto anche il giornalista; Sullivan, invece, è un ottimo giornalista, che si dimostra abile anche come scrittore. Soprattutto, poi, il primo non conosce cose che non si debbano prendere sul serio, sí che, nei suoi lavori, anche gli effetti comici (così come quelli tragici) sono funzionali alla ricerca della verità; il secondo, viceversa, si maschera nel costume del tipico ragazzone americano dalle tante esperienze, sveglio e scanzonato, che quando serve sa anche non prendersi sul serio, perché, nella vita, tenere la palla al centro è più importante di andare fino in fondo. Così che, in definitiva, Sullivan potrebbe riuscirci più simpatico di Forster Wallace: quest’ultimo si serve della concretezza della realtà per svelarne la natura e per scoprirsi terribilmente incapace di venirne a patti; l’altro, al contrario, è un professionista della parola, un freelance di successo che diverte e si diverte, e che si mescola anche con il kitsch, perché vedere e sperimentare quante più cose (pure quelle più strane) è un modo come un altro per sentirsi un po’ meno fuori posto (o un po’ meno “fuori di testa”: Pulphead, non a caso, è il titolo originale del libro).
E l’America – tanto evocata nel titolo dell’edizione italiana – che cosa c’entra? Se qualcuno ha tentato l’accostamento con Forster Wallace, allora si può provare anche un altro richiamo, che ai più attenti saprà spiegare molto. Americani, infatti, è come un nuovo Nelle vene dell’America. Nel 1925 William Carlos Williams indagava attorno ai fondatori del Nuovo Mondo e alle radici di quella grande avventura; Sullivan ci narra di quali siano, a distanza di un secolo, gli ingredienti dell’american pie che ciascuno di noi potrebbe comprare nello store di una qualsiasi pompa di benzina della Route 66. Effettivamente, non è poco. C’è un equivalente nel panorama italiano? Eh si, è Una sterminata domenica, di Claudio Giunta. Ma – come direbbe autorevolissima dottrina – “questa è un’altra storia”.
Recensioni (dal New Yorker, dal New York Times, dal Guardian, da Der Spiegel, dal Foglio e da Europa)
Böll va in Irlanda per la prima volta nel 1955. Si affeziona subito a quella terra, tanto che ci tornerà ancora e acquisterà anche un piccolo cottage a Dugort Achill, nella Contea di Mayo (l’edificio esiste ancora e viene utilizzato su richiesta come residenza temporanea per artisti). Questo piccolo volume raccoglie una serie di prose brevi che traggono spunto proprio da quel primo viaggio e che, tuttavia, come avverte anche l’introduzione firmata da Italo Alighiero Chiusano, non possono definirsi pagine di un vero diario. Si tratta, piuttosto, di racconti elaborati con estrema cura, sull’onda di emozioni, di odori, di immagini e di storie effettivamente percepiti dal vivo, ma tradotti poi dal grande scrittore in una forma narrativa che trascende esplicitamente il tono occasionale. Tanto che è lo stesso Böll ad anteporre ai testi la seguente avvertenza: “Questa Irlanda esiste, ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all’autore”. È per queste ragioni che l’Irisches Tagebuch – e così l’Irlanda – non smette di colpire, neppure oggi, in un tempo, cioè, nel quale si può sbarcare a Dublino senza captare immediatamente l’atmosfera in cui si imbatte Böll sin dal tragitto che compie a bordo del piroscafo partito da Liverpool.
Non c’è dubbio, infatti, che quello di Böll sia stato, innanzitutto, un itinerario sentimentale, che quindi può ben presentare intuizioni e fotogrammi capaci di essere ancora validi per tutti: il dialogo tra il prete e la ex-cameriera (p. 5) è ancora un buon metro della strutturale ambiguità dello spirito irlandese, sempre sospeso tra un incrollabile senso del sacro e un’altrettanto invincibile propensione al realismo più schietto e inesorabile; il fatto che “mille e più anni or sono” l’Irlanda sia stata “il cuore ardente d’Europa” (p. 9) è ancora un dato innegabile e sorprendente, che vi coglie ad ogni passo, specie di fronte alle innumerevoli rovine di abbazie e antiche scuole religiose (ad esempio, visitare, oggi, per credere, le vestigia ben visibili sulla piccola isola di Innisfallen, nel Lough Leine, a Killarney); la pioggia, quando c’è, è proprio e ancora quella metafisica di cui alle “Considerazioni” che l’Autore le dedica con tanta attenzione (p. 61); provate, poi, a visitare il Folk Park annesso al bellissimo Bunratty Castle, e potreste ancora vedere, nella casa del medico, così ben ricostruita, l’ambiente ideale per lo svolgimento de “I piedi più belli del mondo” (p. 65); “Quando Seamus vuole bagnarsi la gola” (p. 87) vi ricorderà, ancora, la potenza sociale del tema alcolico, del pub come invariabile luogo di riferimento e della inimitabile scura della Guinnes (e delle sue altrettanto originali campagne pubblicitarie); e se prendete l’espressione “sorry”, che Böll utilizza in “Modi di dire” (p. 111), e la sostituite con l’odierno e onnipresente “no problem”, allora vi sentirete ancora nello stesso paese e nel bel mezzo della sua impareggiabile ospitalità. A dire il vero, l’attualità di Diario d’Irlanda potrebbe starci anche negli errori più evidenti: quelle che l’Autore, a più riprese, vede nelle mani dei ragazzi non sono, come lui stesso ha creduto, e come potremmo credere ancora noi continentali (anch’io, ad un primo sguardo, la pensavo così…), delle comuni mazze da hockey, bensì delle mazze da hurling, che ormai sono popolari in tutti i negozi di souvenirs e che rappresentano l’estrema varietà degli sport gaelici.
Mi sono chiesto se questo libretto – che due amici mi hanno provvidenzialmente regalato a mo’ di felice viatico per la scoperta di quella particolarissima nazione – possa dirmi qualcosa di più anche su ciò che ho già letto di Böll. Nell’Introduzione si dà conto sia dei severi giudizi di buona parte della critica (che aveva bollato il testo come utopistico), sia dell’opinione contraria dell’autorevole prefatore (che definisce Diario d’Irlanda come la “pastorale” dello scrittore tedesco). Non c’è dubbio che, nella produzione del Premio Nobel, si tratti di qualcosa di estremamente diverso e quasi eccentrico, lontano dall’impegno socio-politico e culturale che contraddistingue Opinioni di un clown e L’onore perduto di Katharina Blum (opere che, d’altra parte, sono successive e ben più corpose e mature). Il Böll del Diario sembra quasi sperduto, alla ricerca di una radice nuova, di qualcosa che lo possa ricostruire, da uomo e da tedesco, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale. È una forma di purezza che, in quel momento, lo scrittore sa soltanto intravedere. Forse è in questo senso che si deve interpretare l’immagine del pentolino arancione posto fuori da una finestra e del sorriso femminile che l’accompagna, all’inizio e alla fine del libro e, allo stesso modo, del viaggio (v., rispettivamente, pp. 10 e 121); come se l’itinerario realmente compiuto in quella terra assumesse il significato intimo di un cerchio magico, di un’iniziazione emotiva tanto avvertita quanto irraggiungibile. Ed è così, probabilmente, che si spiega anche il disagio che l’Autore prova allorché si sente costretto ad assumere il ruolo, in quel caso improvvisato, di “Dentista politico ambulante” (v. p. 39), di testimone obbligato comunque a ricordare e ad ammonire, sempre. Un ruolo che, del resto, egli non dismetterà mai e che ben può rappresentare l’anticamera della coscienza critica che lo renderà uno degli interpreti più severi e intelligenti degli anni della ricostruzione e del successo economico.
Un sito interamente dedicato a quest’opera (auf Deutsch)