In questi mesi – in cui tanto si discute dell’attuazione di una nuova riforma del reclutamento universitario – è molto interessante ripercorrere la vicenda che, tra il 1908 e il 1909, vide opposto Benedetto Croce ai filosofi dell’Università di Napoli. I quali – in un quadro normativo molto distante da quello oggi vigente – si erano “permessi”, in modo formalmente legittimo, di accogliere direttamente la domanda di trasferimento, da Torino, di Aurelio Covotti, anziché bandire un concorso al quale avrebbe potuto partecipare l’emergente Giovanni Gentile, allora amico e sodale dello stesso Croce e professore nell’Università di Palermo. A favore di Gentile, il grande intellettuale napoletano aveva provato a mobilitare altri accademici e amici dell’ateneo partenopeo, giornalisti e uomini politici, ed anche a rappresentare la faccenda al Ministro dell’istruzione pubblica (ruolo in quel momento ricoperto da Luigi Rava). Nell’agile volumetto di Ortensio Zecchino – storico del diritto, ex politico e già Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica tra il 1998 e il 2001 – si ripercorre tutto il caso: non solo riprendendo i contenuti del pamphlet in cui Croce scatenò il suo sdegno; ma soprattutto ricostruendo il retroterra, personale e speculativo, che legava Croce a Gentile, e riferendo in dettaglio sulle reazioni del contesto culturale locale e nazionale, e sulla “risposta” del Ministro, che alla fine approvò gli atti della procedura seguita dall’Università di Napoli. Chi aveva ragione? La domanda è mal posta. E questo libro intende arrivare proprio a una simile conclusione, visto il suo sforzo di contestualizzare e spiegare. Tanto più che anche nelle parole di Croce si ricava la consapevolezza che la vera questione, sottesa alla vicenda, è quella dell’autonomia universitaria. 

In effetti, a più di un secolo di distanza, il racconto di Zecchino – che ha anche il merito di contribuire a gettare un po’ di luce più chiara sui motivi di contatto e, pure, di distanza ideologica fra Croce e Gentile – fa emergere plasticamente le invariabili tensioni che attraversano la disciplina e l’operatività concreta dei canali delle carriere universitarie: le pressioni di una cooptazione di sede; le istanze di una (diversa) cooptazione di più ampia comunità scientifica; le aspettative del contesto culturale e sociale in senso lato inteso; le fragilità (la radice, come al vertice) delle formalizzazioni procedurali del bilanciamento in cui simili pulsioni dovrebbero sempre sintetizzarsi. Ma anche il gioco complesso di moventi e influenze (lo stesso Croce, qui, ne è campione, e non necessariamente in senso positivo) che si riversano sull’andamento imparziale di quelle procedure. Non è la prima volta, in proposito, che mi capita di constatare che tanti dei comportamenti che un tempo venivano platealmente e facilmente tenuti dai più alti rappresentanti della società colta sarebbero sicuramente oggetto, oggi, di critica e sanzione diffusa, se non delle attenzioni di qualche pubblico ministero. Il punto è che il seme che Zecchino impianta in chi lo voglia accogliere, da un lato, è quello dello sguardo profondo, che sa andare oltre le sollecitazioni più vicine ed epidermiche e fa tesoro delle lezioni del passato; dall’altro, invita a comprendere che non esiste un sistema perfetto, e soprattutto che, nella consapevolezza delle molteplici e vivaci esperienze delle istituzioni nazionali, è illusorio ragionare in termini di modelli assoluti. Specie – e tanto più – quando ci si accorga che scenari e orizzonti sono molto diversi da quelli in cui quei modelli sono stati immaginati. Eppure, il legislatore, come l’assassino, torna sempre sul luogo del delitto.

Gennaro Sasso sul caso Gentile

L’università italiana e il pamphlet di Croce (di A. Savorelli)

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