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Il libro raccoglie in successione tre diversi testi: La talpaLe vetrate di Rembrandt e Biografia di un paesaggio anfibio. Sono piccoli romanzi, sospesi tra la forma del diario e quella della fiction. E hanno alcune cose in comune. La prima è che le storie cominciano tutte dal pretesto di dover offrire al proprio editore un pezzo sull’Olanda; proposito che sembra fallire, per trasformarsi volta per volta in personali, sentimentali, ma minuziosi, carotaggi nelle fondamenta e nella cultura della società neerlandese. Come anche in proficue occasioni di auto-osservazione. Altro aspetto condiviso è che quelle di questi romanzi sono trame tra loro collegate, quanto meno nel senso di un ordine cronologico: Le vetrate e Biografia, infatti, sono ambientate in un momento – di insperato e anonimo ritorno – che segue la rocambolesca avventura de La talpa – che termina con una fuga, nientemeno che dai servizi segreti. La terza caratteristica – si discuta delle misteriose viscere di Amsterdam, delle geometriche costellazioni del quartiere di Zeewijk o del mondo variamente mutante che si scopre attorno alle rive del Noordzeekanaal – è che Magliani si esercita in un costante gioco di rimandi e raffronti con le luci e i colori della sua terra d’origine: le ombrose valli liguri, il borgo natio, i campi, i torrenti e i carruggi. Non manca, infine, in ogni testo, qualche allusione erotica, destinata, tuttavia, a spegnersi sottilmente e invariabilmente.

Ci si può indispettire durante la lettura. Da un lato, per un’impaginazione un po’ troppo piena e per una serie di fastidiosi refusi. Dall’altro, per l’andamento complessivamente rapsodico, che non consente di traguardare un qualche orizzonte. In verità Magliani è un Autore tutto da leggere. Perché il suo girovagare, alla fine, produce un piccolo effetto ipnotico, che ha la forza di riportarci, ciascuno, al proprio personalissimo centro di gravità. Ed anche perché – al di là dei numerosi passaggi curiosi o ironici – ci sono figure (il traduttore Roland Fagel e l’amico Piet van Bert) e singole pagine (come quella in cui si riprende la lezione di Sebald sulla famosa Lezione di anatomia di Rembrandt) realmente degne di nota. Occorre anche dire che il Romanzo olandese si può leggere con profitto ancor maggiore alternandolo con Natura morta con briglia di Zbigniew Herbert, il quale, con i suoi saggi (molto narrativi) sulla pittura e sulla cultura del Seicento olandese, ci catapulta nello stato d’animo più adatto ad affrontare le esplorazioni di Magliani. Le ricostruzioni del grande poeta polacco permettono di accedere a un ritratto molto efficace del carattere assai originale di un’intera società: libera e imprenditiva, talvolta anche all’eccesso, ma pacifica e ordinata; borghesissima e ripetitiva, ma popolare; semplice e tranquilla, ma in costante tensione col suo fluidissimo paesaggio. Niente di meglio, dunque, per acclimatarsi, sentirsi accolto e lasciarsi, poi, portare via, alla volta di se stessi, dagli smarrimenti di Magliani.

Recensioni (di C. Grande; G. Festinese; P. Vitagliano)

L’Autore presenta il suo romanzo

Un’intervista

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Viva Caporetto! (da succedeoggi.it)

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Con I convitati di pietra Michele Mari si è dato all’horror (da rivistastudio.com)

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Carlo Michelstaedter (da unacittà.it)

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It’s better to regret something you did / than something you didn’t do (RHCP)

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Venezia è un videogame (da not.neroeditions.com)

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“E altre storie su Rimbaud, Kafka, Joyce, Leopardi, Proust, Dante, Woolf, Hopper, Tolstoj, Caravaggio, Keats, Evans, Vermeer, Radiohead, Mozart”: così recita la lunga prosecuzione del titolo di questa piccola antologia di saggi brevi. Ma non si tratta di interventi critici. Sono, piuttosto, agili divagazioni, nelle quali l’Autore, anziché proporsi nel ruolo di esegeta, incrocia singoli episodi più o meno conosciuti della vita di diversi artisti (scrittori, poeti, pittori, musicisti), mettendoli in rapporto diretto con le loro creazioni. E non mancando, però, di parlare anche di sé: della sua relazione con questi artisti e con le situazioni che hanno affrontato o le emozioni che hanno saputo incarnare. Ogni testo, quindi, finisce per ospitare e mescolare spezzoni biografici e spunti autobiografici, dimostrando quanto gli apprendistati e le esperienze culturali possano determinare a fondo quello che siamo o, meglio, quello che siamo diventati nel tempo. D’altra parte Soli eravamo, che riprende nel titolo un noto verso del Canto V dell’Inferno dantesco, riferito alla vicenda amorosa di Paolo e Francesca, non ha altro scopo che quello di rammentarci quanto l’arte possa esserci galeotta, al pari del libro su cui la celebre coppia finì per scambiarsi le prime, irrimediabili, tenerezze. Sicché, è il caso di dirlo con forza, non siamo per nulla soli. In modo del tutto fortuito ho frequentato le pagine di Coscia parallelamente alla lettura del più recente Altre Samarcande di Paolo Deidier, che è il memoir di una vera educazione poetica, punteggiata di letture, incontri e delicatissimi ritratti (di Amelia Rosselli, Dario Bellezza, Piero Bigongiari, Nelo Risi, Luciano Erba, Biancamaria Frabotta). Anche qui si ha l’opportunità di accedere a una galleria letteraria tutta sentimentale, ed ancora più suggestiva, visto che Deidier rievoca conoscenze e consuetudini di prima mano. È un libro molto diverso, dalla prosa ricercata e trasognata, scandita per aneddoti e istantanee. Ma l’estrema intimità dell’approccio permette di portare in piena luce quale sia l’umore giusto per apprezzare fino in fondo il viaggio di Coscia.

Recensioni (di G. Giglio; di N. Vacca)

Un’intervista a Fabrizio Coscia

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Come incantesimati (da leparoleelecose.it)

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Noialtri girardiani (da iltascabile.com)

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Carlo Levi, L’orologio (da doppiozero.com)

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