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Nel 2003 Alessandro Fontana – noto e apprezzato studioso, e sodale, di Michel Foucault, della cui opera è stato curatore ufficiale – tiene un ciclo di sei lezioni nel corso di Storia del diritto medievale e moderno presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania. La sbobinatura di quegli incontri, corredata di un utile apparato di note e di una preziosa introduzione, viene ora pubblicata in questo libro, per la cura di Ernesto De Cristofaro. È un volume che si legge d’un fiato, complice il mantenimento dell’itinerario felicemente erratico e del tono colloquiale dell’Autore. Il titolo centra il cuore dei ragionamenti che le lezioni sviluppano. Nel soffermarsi specialmente sul pensiero di Machiavelli e sul contesto in cui è sbocciato, Fontana argomenta attorno all’importanza della nascita della scienza della politica come disciplina della contingenza e dello stato di guerra. Così facendo, spiega il significato istituzionale, e l’onda lunga in Occidente, del passaggio dal paradigma medievale della salvezza dell’anima a un’epoca, quella moderna, il cui baricentro è la “potenza”, la sicurezza dello Stato, all’esterno come all’interno. Nello stesso tempo, Fontana – in un calembour di annotazioni e divagazioni sempre intelligenti e stimolanti – si sofferma su tanti altri aspetti. Accenna alla contemporaneità, come fase nella quale alla sicurezza si sostituisce la sopravvivenza della specie; analizza le grandi alternative alla via machiavelliana (che a suo giudizio si potevano intravedere nelle opere di Leon Battista Alberti e nel Cortegiano di Baldassarre Castiglione); richiama la (ulteriormente) differente esperienza degli antichi, il cui sforzo filosofico è concentrato nell’elaborazione di una tecnica dell’esistenza; salta agli sviluppi novecenteschi della sicurezza e della complessa microfisica del potere che ne costituisce la declinazione pervasiva (con cenni all’importanza, terribile, che sul punto ha avuto la “scuola” di Cesare Lombroso e di Enrico Ferri). Più di tutto, Fontana – che post mortem sta conoscendo una stagione di vero e proprio rilancio: l’anno scorso Ronzani ne ha meritoriamente riproposto Il vizio occulto – cerca di dare un’esemplificazione pratica di che cosa possa essere il metodo foucaultiano. Nella prima lezione ne presenta la fisionomia e il lascito (non senza qualche spunto polemico su chi se ne vorrebbe fare variamente erede: il rilievo su Toni Negri è più che risoluto). Di lì in poi ne offre un suggestivo saggio concreto nella conversazione ricca e intensa in cui si articolano tutte le altre lezioni. Lo scopo – come osserva De Cristofaro – è testimoniare che “il sapere non ha una funzione ornamentale o consolatoria ma serve, essenzialmente, a prendere posizione”.

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McCormick: democrazia machiavelliana (da doppiozero.com)

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La poesia e l’usura in Ezra Pound (in lindiceonline.com)

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Tre giovani moscoviti – Kirill, Guger e Valerij – vengono selezionati da una strana organizzazione per la tutela dei beni culturali, che affida loro il compito di asportare da una chiesa di un villaggio sperduto un antico affresco, raffigurante San Cristoforo Cinocefalo. L’operazione sembra facile e remunerativa, tanto più che il committente fornisce ai ragazzi un pulmino, le istruzioni tecniche e tutta l’attrezzatura. Ma Kalitino – è questo il nome della piccola località – si dimostra difficile e respingente. Pur essendo immerso in una riserva naturale, è il relitto di una vecchia “zona”, di un gulag abbandonato, ed è avvolto dal fumo delle vicine cave di torba. Ci abita soltanto chi non è riuscito ad andarsene in città. Si tratta, per lo più, di un’umanità degradata, in cui primeggiano Lëcha, ex militare, Sanja Omskij, ex galeotto, e Murygin, losco gestore dell’unico emporio presente. C’è anche Liza, che quasi non parla, vive con la madre invalida e la cui bellezza, apparentemente sfiorita, colpisce subito Kirill. È quest’ultimo l’eroe del romanzo: lasciato dai compagni a tenere i contatti con la gente del posto, si scontra con Lëcha e si addentra gradualmente nei misteri di Kalitino. Scopre strane leggende su uomini dalla testa di cane che sorvegliano i confini del territorio e apprende che, storicamente, la riserva ha ospitato un nucleo di irriducibili scismatici. Tuttavia, mentre Kirill si convince che Lëcha e Sanja siano in realtà dei veri e propri cinocefali, e il conflitto con i locali accelera e precipita vorticosamente, i dissapori con Guger e Valerij scoppiano definitivamente. La vita di Kirill e quella di Liza, sono improvvisamente in grave pericolo e i nodi vengono finalmente al pettine dopo una lunga, avventurosa e visionaria notte di luna piena. Al risveglio, solo la distanza di uno sguardo lucido e quasi scientifico può spiegare l’accaduto e attribuirgli un senso.

I cinocefali è un prodotto à la Stephen King: per il sorprendente che si nasconde dietro cose a prima vista troppo chiare; per il potere quasi irresistibile del genius loci; per la progressiva accelerazione weird and eerie del racconto; per l’effetto formativo che gli accadimenti, sia pur surreali, finiscono per dimostrare. Nel libro di Ivanov, però, emergono anche altri aspetti, per nulla secondari nel funzionamento dell’ingranaggio. C’è il confronto / scontro tra diverse “Russie”, innanzitutto: una moderna e in qualche modo globalizzata, l’altra derelitta e segnata dal crimine e dall’abbandono. Si può avere l’impressione che l’Autore intenda condannare definitivamente la seconda; di più, che voglia smitizzare il cliché della dimensione tradizionale e rurale come custode dell’autentico spirito russo. E non c’è dubbio che di quest’ultimo, a Kalitino, proprio non c’è traccia, visto che vi si trovano soltanto rottami del passato e personalità malvagie e violente. Tuttavia la trama intera ruota attorno all’impossibilità di uscire dalla zona, una metafora che del tutto scoperta, che non vale soltanto per chi tenti di affrancarsi dal destino di abbrutimento cui pare attratto chiunque graviti attorno al villaggio. Funziona anche per Kirill, che, scosso dal fascino di Liza, rischia di allontanarsi indebitamente dal suo destino cittadino. Sicché alla fine del romanzo, riflettendo sul significato degli eventi stupefacenti che definiscono i confini della narrazione, si comprende che Ivanov prende di mira la forza terribile e la sopraffazione paralizzante di una società bloccata; di una Russia che è tanto drammaticamente attuale quanto tuttora immersa nelle laceranti conflittualità della sua storia. Ma si comprende anche che questo talentuoso e affermato scrittore deve molto agli studi semiologici di Jurij Lotman: il merito di averli rielaborati in modo così efficace vale da solo il prezzo di copertina.

Recensioni (di A. Orfini; di G.P. Piretto)

La voce della traduttrice

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La rivoluzione necessaria per salvare il gigante cieco (da minimaetmoralia.it)

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Just let me hear some of that rock and roll music (Chuck Berry)

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List dei 100 migliori libri italiani degli ultimi 200 anni (da ilrifugiodellircocervo.com)

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Che cosa ci fa Lisa Mancini, già promettente investigatrice dell’Interpol, in quel di Montezenta? Sulla giovane e nuova dirigente del piccolo commissariato romagnolo girano tante voci. Certo è che Lisa passa larga parte del suo tempo al cellulare, a giocare a Candy Crush. Così, almeno, fino all’improvvisa scomparsa di River, il figlio adolescente di due artisti inglesi di Ca de Falùg, piccola ed eccentrica comunità poco distante dal paese e dalla vicina fonderia. Questo, apparentemente, è lo stimolo che Lisa attendeva per riattivarsi. Dove sarà finito, dunque, il ragazzo? Le indagini si articolano in modo meticoloso e sistematico, sulle tracce di ogni dettaglio potenzialmente rilevante. Ma questa è solo l’occasione per un’investigazione che si rivela presto diversa. Infatti, mentre comincia a legare con i suoi sottoposti, Lisa si imbatte in tante altre storie: quella di Aimee, la mamma di River; quella di Ting, la mamma di Maylin, una bambina cinese scomparsa come River; e quella di Iole, la signora anziana che col marito Domenico affitta a Lisa la camera in cui soggiorna. Le traiettorie di queste donne fungono da detonatore, anche se l’esplosione non è quella che ci si aspetta. Se da un lato Lisa porta a galla tristi e imprevedibili verità, dall’altro il caso che le è toccato in sorte resta consegnato a un orizzonte di mistero. Perché non sta lì ciò che il lettore deve cercare: l’enigma è nel percorso della stessa protagonista, nella sua condizione, di figlia e di donna, che gradualmente riaffiora e, forse, la chiama ad una consapevolezza finalmente matura.

A prima impressione questo libro – che non è propriamente un giallo o un poliziesco – si potrebbe definire come un racconto al microscopio. Praticando un metodo che è annunciato già nell’elaborazione grafica della copertina, l’Autrice regola la lente del narratore onnisciente e la porta al massimo ingrandimento praticabile. In particolare, punta dichiaratamente l’obiettivo sul “vetrino” che si trova al di là del fiume e tra gli alberi, in una immaginaria località da studiare, e osserva le vicende di un microcosmo plurale. Sposta la sua attenzione da un organismo ad un altro e ne descrive volta per volta la fisiologia più intima, la meccanica dei rispettivi sentimenti. Di più: adegua lo stile all’oggetto, trasformando il testo in una sorta di diario di campo, con commenti e rilievi costanti, spesso tra parentesi. Lisa Mancini, peraltro, non è soltanto la protagonista dell’azione osservata. Non c’è dubbio che essa sia l’organismo su cui la lente dell’Autrice è meglio e più focalizzata: una delle evidenti finalità del romanzo è misurarne i rapporti con gli altri organismi e, soprattutto, con le differenti figure femminili che inducono in Lisa stessa delle evidenti reazioni chimiche. Si tratta di includere Lisa nella cornice di un destino comune di resilienza emotiva e di farne un archetipo: innanzitutto allo scopo di valutare la concreta credibilità di un potenziale personaggio seriale (chissà se la Mancini potrà animare altri romanzi… l’epilogo pare quasi annunciare questo sviluppo); ma specialmente – ed ecco il secondo livello di interpretazione del testo – per fare il punto con se stessi. La protagonista, infatti, è anche un avatar dell’Autrice, spinto all’interno del “vetrino” dalla sapiente e sofisticata pipetta di una scrittrice che ben conosce i ferri del mestiere e che dalla letteratura trae un alimento costante (al di là dell’avvio hemingwayano, i credits illustrati in fondo al volume ne sono una prova più che tangibile). Se si coglie questa dinamica sotterranea, non si può che avere, in questi tempi di fiction televisive, un solo pensiero: Lisa Mancini, fortunatamente, è meglio (molto meglio) di Lolita Lobosco.

Una recensione (di G. Tammaro)

L’Autrice a Fahrenheit

Un’intervista a Francesca Serafini

L’inizio del romanzo

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Salvatore Satta e Piero Calamandrei (da ilponterivista.com)

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Sei una bestia, Viskovitz (da iltascabile.it)

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