Dopo La casa di ringhiera e Gli scheletri nell’armadio, ecco il terzo appuntamento con i singolari inquilini di un variopinto condominio milanese. Recami, questa volta, ce ne racconta il mistero fondativo, che scopriamo coincidere con quello di uno dei suoi abitanti. Apprendiamo così la storia segreta di Angela Mattioli e le ragioni per le quali ha lasciato il marito, ha abbandonato il suo impiego di insegnante e si è felicemente trasferita in uno degli appartamenti di questo singolare immobile. Tra il realistico, il verosimile e il sorprendente, il ciclo della “casa di ringhiera” si conferma, nel panorama attuale, come uno dei migliori e più validi esempi di puro divertimento letterario.
Angela intercetta casualmente un pacco di giornali scandalistici, destinato alla signora Mattei-Ferri. Sono cose che, in un condominio, possono accadere. Ma l’ex professoressa, leggendo alcune notizie, entra improvvisamente in uno stato di agitazione, che la convince a liberarsi di un peso e a narrare il suo rocambolesco passato ad Amedeo Consonni, discreto vicino e pacifico amante. Ne sortisce Il segreto, un dattiloscritto che ripercorre per filo e per segno il turbinio dei repentini accadimenti che hanno cambiato la vita di Angela, tra veri e finti rapimenti, viaggi clandestini, travestimenti, avventure passionali e finali inattesi. La vicenda, però, che ha un ritmo galoppante, non termina qui. La commedia degli equivoci si proietta anche al di fuori del segreto, così che l’invenzione si mescola alla realtà e genera nuovi e curiosi episodi, rivelando lo spazio importante che il senso del fato può ancora rivestire nella nostra più semplice quotidianità.
Il “mito di Angela” – potremmo chiamarlo scherzosamente in questo modo – è, semplicemente, una bellissima lettura. È bella la costruzione della voce narrante, la cui libertà linguistica corre parallela alla liberazione individuale della protagonista. È bello il gioco facile, ma fresco, di rimandi e di citazioni ironiche della tradizione picaresca, così naturale per il racconto di una docente sull’orlo di una crisi di nervi. È bella, e per nulla banale, l’esplosione della fiction sulla scena della vicenda narrata e della realtà extra-letteraria, anche della nostra, secondo un cliché che ci ricorda che Pirandello è venuto prima di Paul Auster e che anche lo spasso più autentico ha una sua, propria, dose di pregnante verità. Il libro assicura qualche ora di catartica evasione ad ogni professoressa di liceo; a tutti coloro che stanno in condominio sorgerà l’irresistibile curiosità per ciò che li circonda.
Questo romanzo è l’esordio narrativo di un noto consigliere di Stato, un giudice amministrativo assai impegnato: come fautore di importanti orientamenti interpretativi; come studioso del diritto amministrativo sostanziale e processuale; come animatore di percorsi formativi di successo, assai frequentati dai giovani che si propongono di accedere alla magistratura. È del tutto naturale, quindi, che la fonte d’ispirazione di questo noir sia il mondo della giustizia, con tutte le sue insidie, e specialmente con tutti i dubbi e i problemi che ogni giudice incontra nella sua esperienza quotidiana. E magari anche con la gustosa aneddotica che circonda da sempre tutto l’ambiente, a partire dalla celebre domanda che ogni collegio si porrebbe al principio della camera di consiglio: Ci è u ftiènt? (p. 55).
Il colore del vetro si dipana nel sovrapporsi di due diverse vicende. Quella di Maurizio Salinaro, detto “Cristo” per l’espressione del suo viso barbuto, giudice penale presso il Tribunale di Milano. Il suo equilibro ha già subito una forte scossa, in particolare allorché, in un recente passato, si è trovato ad affrontare una questione che lo ha profondamente turbato. Ora sente di essere incappato in un imperdonabile errore, che rischia di aver consegnato alla cella un innocente. L’occasione lo mette fortemente in crisi, sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista personale ed affettivo. Ad essere in crisi, però, è anche l’altro protagonista: Nicola Morgese. Maurizio lo aveva incrociato in un momento decisivo della sua vita. Ora Nicola, che è separato e ha perso la possibilità di restare con i suoi due figli, ambisce a costruirsi una vita diversa, sul crinale di una traiettoria che è sospesa tra un presente non del tutto chiaro e un futuro di nuova e insperata passione per la bella Giovanna e per il mondo semplice da cui essa proviene. Le due vicende tendono lentamente a convergere, fino ad una rivelazione che si lascia intuire passo dopo passo e che, tuttavia, non rappresenta il vero colpo di scena, che l’Autore consegna soltanto alle ultimissime pagine del libro.
Il titolo sintetizza bene ciò che Caringella vuole proporre all’attenzione dei lettori: “Se un giudice sceglie il vetro o il colore sbagliato la verità diventa inafferrabile” (p. 114). Salinaro lo prova sulla sua pelle e lo comunica efficacemente; soprattutto, riesce a farci capire il peso che può gravare sulle spalle di chi esercita determinate funzioni. Ma non si tratta di un filone nuovo: sulla stessa strada, non molto tempo addietro, si è indirizzato anche Giorgio Fontana, in Per legge superiore, con la creazione del p.m. Doni, anch’esso immaginato tra i corridoi del Palazzo di Giustizia meneghino. A differenza di Salinaro, però, Doni è più anziano e pone rimedio ai dilemmi che lo attanagliano proiettandosi al di fuori della propria storia personale. Salinaro e Morgese, invece, sono fagocitati dall’assolutezza delle proprie scelte e da un senso di insopprimibile frustrazione. Caringella, forse, intende dirci qualcosa che non coincide con ciò che vuole dirci Fontana. E il romanzo, come si diceva, non ha un lieto fine.
Quest’ultimo aspetto è l’elemento migliore de Il colore del vetro, perché costituisce l’approdo chiarificatore per la crescente tensione drammatica delle biografie dei due protagonisti, che all’inizio si fa strada tra le pagine quasi timidamente. Dapprima, infatti, si è avvolti da uno stile e da un linguaggio piani e sereni, che lasciano quasi presagire una nostalgica e romantica adesione alle ragioni, pur contraddittorie, di Nicola e di Maurizio. Poi, all’improvviso, la tensione si fa evidente, fino ad esplodere in un epilogo inequivocabilmente tragico e rivelatore. Lo smarrimento che possiamo avvertire dopo la lettura è l’anticamera ideale per conclusioni che ciascuno può facilmente trarre. La giustizia non è mai insensibile alla vita, così come la seconda può essere influenzata dalla prima. Anche l’uomo di legge, pertanto, è innanzitutto un uomo, e prendere le misure con questo comune destino non è meno difficile che scegliere il colore della lente con cui giudicare un colpevole.
Recensioni (di Giuseppe Di Stefano e di Domenico Mutino)
In “sottofondo”… Pink Moon, di Nick Drake, e Neanche un minuto di non amore, di Lucio Battisti
A volte sono le situazioni a rammentarci tutta l’importanza di certe parole. E ciò può valere anche per alcuni versi, di cui ricordarsi proprio nei luoghi e nei gesti da cui essi volevano deliberatamente scaturire. Per chi li ha scritti, sono il prodotto più sincero di spazi e di momenti precisi. Sono il frutto, ad esempio, della fatica di percorrere un sentiero e di sperimentare in questo modo i movimenti sincronici e coordinati della camminata, e quindi anche della poesia, come ritmo congeniale di un equilibrio psico-fisico e come piena compartecipazione al destino delle cose. “La lirica è natura” – scrive Paola Loreto all’inizio di Attraversata in quota (p. 66) – “La stessa che mi abita / se metto con cura / un passo dietro l’altro”. È proprio vero. Questo libro si può capire solo affrontando la salita, il sudore e il contatto con tutto ciò che ci viene incontro nel percorso e che, forse, a sua volta, non si può comprendere, se non per mezzo di rapide intuizioni, magari con l’aiuto di questa limpida guida sentimentale alla montagna e alle sue altitudini, geografiche e mentali.
È una questione di direzioni, di scenari, di obiettivi, di motivazioni, di tutto ciò che è utile per il quotidiano Corpo a corpo (p. 72) cui siamo chiamati: “Perché quando procedi con fatica / su un sentiero che si inerpica sul monte / spezzato dal vento sferzante, / i capelli appiccicati alla fronte / e le dita intirizzite, / sei vicina alla vita”. La montagna è come una palestra, dove potersi misurare, ricostruire, ritrovare e temprare; un posto personale ma anche universale ed immutabile, del quale provare nostalgia e nel quale avvertire meraviglia, comunicandole con voce semplice e pulita; uno strumento per orizzontarsi e per gridare all’amore, almeno Fin che c’è (p. 95), visto che “La fine arriva sempre inaspettata / e non c’è verso di prepararsi: / si può solo star pronti a disfare il distacco, la fitta, il delitto”. Nel frattempo, resta la vetta, il punto d’arrivo, che è sempre la nuova scoperta, e che nello stesso tempo si rivela come metafora di un intenso dire di sì, a tutta la vita, a tutte le sue cose, belle o brutte, al senso immediato, intrinseco e spontaneo del viaggio, dell’ascesa e delle sue tappe.
Recensioni (di Gabriele Gabbia, Ottavio Rossani, Maurizio Cucchi)
Formula alchemica
Fondamentale
è come ti issi
sul piede
quando hai fatto
il passo.
Quanto peso porti
avanti e in alto.
Quanto equilibrio
domini. L’agilità
che elargisci. La fuga.
Fai leva sulle punte o
appoggi anche il calcagno.
Interrompi la corsa o
è uno il circolo del moto
il cerchio dei movimenti?
Alterni gambe e braccia:
mani che stringono
manopole, petto
che si alza e abbassa
a un ritmo eguale
di elastico ben teso
ma non esasperato
mai senza fiato.
Non c’è un uomo con te.
Non esiste la stessa ratio
peso/muscolatura
a ripeterti, identico,
altrove. È non c’è
calcolo, misurazione
che tenga del tutto:
che ti preveda
che ti programmi
che dica il vero.
Sei un organismo:
un individuo che sale
leggero o meno.