Böll va in Irlanda per la prima volta nel 1955. Si affeziona subito a quella terra, tanto che ci tornerà ancora e acquisterà anche un piccolo cottage a Dugort Achill, nella Contea di Mayo (l’edificio esiste ancora e viene utilizzato su richiesta come residenza temporanea per artisti). Questo piccolo volume raccoglie una serie di prose brevi che traggono spunto proprio da quel primo viaggio e che, tuttavia, come avverte anche l’introduzione firmata da Italo Alighiero Chiusano, non possono definirsi pagine di un vero diario. Si tratta, piuttosto, di racconti elaborati con estrema cura, sull’onda di emozioni, di odori, di immagini e di storie effettivamente percepiti dal vivo, ma tradotti poi dal grande scrittore in una forma narrativa che trascende esplicitamente il tono occasionale. Tanto che è lo stesso Böll ad anteporre ai testi la seguente avvertenza: “Questa Irlanda esiste, ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all’autore”. È per queste ragioni che l’Irisches Tagebuch – e così l’Irlanda – non smette di colpire, neppure oggi, in un tempo, cioè, nel quale si può sbarcare a Dublino senza captare immediatamente l’atmosfera in cui si imbatte Böll sin dal tragitto che compie a bordo del piroscafo partito da Liverpool.
Non c’è dubbio, infatti, che quello di Böll sia stato, innanzitutto, un itinerario sentimentale, che quindi può ben presentare intuizioni e fotogrammi capaci di essere ancora validi per tutti: il dialogo tra il prete e la ex-cameriera (p. 5) è ancora un buon metro della strutturale ambiguità dello spirito irlandese, sempre sospeso tra un incrollabile senso del sacro e un’altrettanto invincibile propensione al realismo più schietto e inesorabile; il fatto che “mille e più anni or sono” l’Irlanda sia stata “il cuore ardente d’Europa” (p. 9) è ancora un dato innegabile e sorprendente, che vi coglie ad ogni passo, specie di fronte alle innumerevoli rovine di abbazie e antiche scuole religiose (ad esempio, visitare, oggi, per credere, le vestigia ben visibili sulla piccola isola di Innisfallen, nel Lough Leine, a Killarney); la pioggia, quando c’è, è proprio e ancora quella metafisica di cui alle “Considerazioni” che l’Autore le dedica con tanta attenzione (p. 61); provate, poi, a visitare il Folk Park annesso al bellissimo Bunratty Castle, e potreste ancora vedere, nella casa del medico, così ben ricostruita, l’ambiente ideale per lo svolgimento de “I piedi più belli del mondo” (p. 65); “Quando Seamus vuole bagnarsi la gola” (p. 87) vi ricorderà, ancora, la potenza sociale del tema alcolico, del pub come invariabile luogo di riferimento e della inimitabile scura della Guinnes (e delle sue altrettanto originali campagne pubblicitarie); e se prendete l’espressione “sorry”, che Böll utilizza in “Modi di dire” (p. 111), e la sostituite con l’odierno e onnipresente “no problem”, allora vi sentirete ancora nello stesso paese e nel bel mezzo della sua impareggiabile ospitalità. A dire il vero, l’attualità di Diario d’Irlanda potrebbe starci anche negli errori più evidenti: quelle che l’Autore, a più riprese, vede nelle mani dei ragazzi non sono, come lui stesso ha creduto, e come potremmo credere ancora noi continentali (anch’io, ad un primo sguardo, la pensavo così…), delle comuni mazze da hockey, bensì delle mazze da hurling, che ormai sono popolari in tutti i negozi di souvenirs e che rappresentano l’estrema varietà degli sport gaelici.
Mi sono chiesto se questo libretto – che due amici mi hanno provvidenzialmente regalato a mo’ di felice viatico per la scoperta di quella particolarissima nazione – possa dirmi qualcosa di più anche su ciò che ho già letto di Böll. Nell’Introduzione si dà conto sia dei severi giudizi di buona parte della critica (che aveva bollato il testo come utopistico), sia dell’opinione contraria dell’autorevole prefatore (che definisce Diario d’Irlanda come la “pastorale” dello scrittore tedesco). Non c’è dubbio che, nella produzione del Premio Nobel, si tratti di qualcosa di estremamente diverso e quasi eccentrico, lontano dall’impegno socio-politico e culturale che contraddistingue Opinioni di un clown e L’onore perduto di Katharina Blum (opere che, d’altra parte, sono successive e ben più corpose e mature). Il Böll del Diario sembra quasi sperduto, alla ricerca di una radice nuova, di qualcosa che lo possa ricostruire, da uomo e da tedesco, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale. È una forma di purezza che, in quel momento, lo scrittore sa soltanto intravedere. Forse è in questo senso che si deve interpretare l’immagine del pentolino arancione posto fuori da una finestra e del sorriso femminile che l’accompagna, all’inizio e alla fine del libro e, allo stesso modo, del viaggio (v., rispettivamente, pp. 10 e 121); come se l’itinerario realmente compiuto in quella terra assumesse il significato intimo di un cerchio magico, di un’iniziazione emotiva tanto avvertita quanto irraggiungibile. Ed è così, probabilmente, che si spiega anche il disagio che l’Autore prova allorché si sente costretto ad assumere il ruolo, in quel caso improvvisato, di “Dentista politico ambulante” (v. p. 39), di testimone obbligato comunque a ricordare e ad ammonire, sempre. Un ruolo che, del resto, egli non dismetterà mai e che ben può rappresentare l’anticamera della coscienza critica che lo renderà uno degli interpreti più severi e intelligenti degli anni della ricostruzione e del successo economico.
Un sito interamente dedicato a quest’opera (auf Deutsch)
Michele Tessari ha 37 anni, è un giovane penalista di Insaponata di Piave, iscritto all’albo dell’Ordine degli Avvito-pi di Serenissima. La sua vita è quella che si potrebbe definire come un’azione persistente di tentata resistenza, in un territorio cementificato fatto di capannoni, disseminato di bi-ville e popolato, coerentemente, da capannoidi senza memoria storica e con tanta voglia di restare indisturbati padroni della loro avida indifferenza. Fare la professione legale, poi, non aiuta certo a nobilitarsi: per un giovane è come riscoprirsi costantemente legato alla catena di clienti nemici o di colleghi anziani tanto spregiudicati quanto affamati di denaro e corrotti, come gli ignoranti puitici del luogo. In questo microcosmo, davvero tossico, la speranza è molto lontana e finisce per perdersi in qualche ricordo adolescenziale, in qualche immagine tranquillizzante di famiglia o nel passato glorioso di una terra che ha conosciuto Hemingway e la Battaglia del Solstizio. È da qui che erompe un lungo e ininterrotto atto di denuncia, una rampogna terribile che non prova pietà nei confronti di alcuno, neanche per il suo stesso autore e per il suo costante, ma inutile, sforzo ideale. Le parole si fanno sferzanti e si mescolano a tratti grotteschi e quasi comici. La conclusione è tutt’altro che farsesca, poiché l’amaro destino del protagonista sembra certificare il logoramento di un’intera generazione e della società pelosa che la sta voracemente ingoiando.
Che cosa si può dire delle tante sensazioni che questo libro riesce a dare? È certo una durissima reprimenda nei confronti di mali ben noti, specialmente a tutti coloro che abbiano voglia di riconoscersi in un Veneto diverso da quello della parlata grezza che Michele tanto odia (e che l’Autore largamente saccheggia per rendere il testo ancor più lussureggiante e vibrante). Nello sfogo, inoltre, c’è un’enfasi ricercata, che talvolta si alimenta di studiata e avvincente esagerazione. Oltre a ciò – e questo è punto da prendere seriamente in considerazione – in quello che ci racconta Maino c’è una gran parte di verità, come accade, ad esempio, anche nelle immagini disperanti della frustrante quotidianità del giovane avvocato e del mondo-giustizia in cui è costretto a barcamenarsi. E c’è, infine, un tono tutto coraggioso, determinato e allo stesso tempo spregiudicato e violento, come quello che solo i figli sanno usare nei confronti dei loro padri degeneri. Perché l’invettiva contro il falso e friabile heneto di cartongesso è anche un gesto arrabbiato di con-passione. Sarebbe molto facile, a questo punto, tentare un ambizioso accostamento: Francesco Maino come novello Thomas Bernhard, nume tutelare, a sua volta, di un altro scrittore veneto, Vitaliano Trevisan, già da tempo affermato. Maino, infatti, è una voce che va al di là dell’autobiografia, dell’analisi cronologica e della critica socio-culturale, e che, in un certo senso, attinge alla radice di una tradizione drammatica che, pur essendo sempre modernissima, è più risalente e potente. Salutiamo, dunque, Cartongesso come l’opera di un freschissimo e semi-serio brigante di talento (che qui si può vedere all’opera sul campo), ben avviato sulla strada di un possibile futuro di successo. La vittoria del Premio Calvino 2013 è un bel viatico in questa direzione. Non dimentichiamoci, tuttavia, che tra queste pagine vibra il cuore terribile di un Hebbel mascherato. C’è di che scuotersi e preoccuparsi, quindi; e pertanto (letterariamente parlando) c’è anche di che rallegrarsi.