La storia prende avvio a Venezia, nel 1565. Giovanni è anziano, ma quando viene a sapere che al cimitero di San Zaccaria stanno riesumando i cadaveri corre subito sul posto, per continuare a celare il segreto che Gregorio Eparco, il suo vecchio precettore bizantino, gli aveva consegnato. Si tratta di un libro, che era stato nascosto proprio sotto la testa del defunto maestro e che nessuno avrebbe mai dovuto leggere. Ora la curiosità di Giovanni è tanta, e così la lettura ha inizio. È una sorta di diario, tenuto dallo stesso Eparco nei mesi e nei giorni che hanno preceduto la caduta di Costantinopoli, nel 1453, ad opera dell’esercito turco guidato da Maometto II. Gregorio racconta moltissime cose: di quanto fosse grande la Città; dei mercanti genovesi e veneziani che vi risiedevano; della sua amicizia con Malachia Bassan, un arguto ebreo veneziano, socio in affari; delle strategie che l’ultimo imperatore, Costantino XI Paleologo, ha cercato di mettere inutilmente in atto per evitare ciò che a tutti sembrava ormai inevitabile; della potenza, della determinazione e della crudeltà degli assedianti; dei tanti coraggiosi, greci e non, che hanno cercato di opporvisi; della sensazione imminente e tragica di un crollo generale, delle difese della Città come di un’intera civiltà. Soprattutto, però, Gregorio racconta della missione di cui si sente improvvisamente investito: salvare dal prossimo saccheggio le dieci più sacre reliquie della cristianità, da sempre custodite a Costantinopoli e celate agli appetiti di qualsiasi invasore. Con l’aiuto e la freddezza di Malachia la ricerca comincia, tra antiche pergamene, spedizioni notturne e timori sempre crescenti. L’esito di tanti sforzi è ciò che il lettore insegue fino alla fine, nelle ultime righe, quando, sorprendentemente, dopo quasi seicento pagine di racconto, si sente ancora la voglia di continuare a leggere e di saperne di più.

Con questo romanzone – che vuole espressamente porsi quale prologo di nuove avventure – Paolo Malaguti ha compiuto il processo che si intuiva sin dal suo debutto e che era emerso in modo molto chiaro specialmente nell’opera seconda: lo scrittore cercava una dimensione, un respiro e una tecnica adeguati alla propria ispirazione, e adesso, con tutta probabilità, le ha (felicemente) trovate. Qualcuno direbbe che La reliquia di Costantinopoli è un grande affresco storico. In parte lo è, sicuramente, per lo sforzo ricostruttivo, per la cura dei particolari, per l’attenzione alla caratterizzazione dei personaggi, alla cui umanità minuta l’Autore si dimostra particolarmente attento. Altri, al contempo, potrebbero sentire la tentazione – e sarebbe la cosa più semplice da fare – di collocare Malaguti tra Ben Kane e (perché no) Umberto Eco: come a dire “tra le gesta degli antichi e i segreti dei Templari”. E qualcosa di vero c’è anche in questa valutazione. A ben vedere, tuttavia, il quadro non sarebbe del tutto corrispondente alla realtà. Lo spazio di Malaguti, innanzitutto, non è l’affresco, è l’arazzo; e non si tratta di un arazzo come ce lo immaginiamo comunemente. Forse la sua trama, la sua estensione e i suoi disegni si avvicinano a quelli della famosa tessitura di Bayeux, che non ha solo lo scopo di stupirci, ma vuole darci il senso di un’epopea gloriosa che trascorre, che si è consegnata a testimoni che spesso non ne sono del tutto coscienti e che promette di arrivare intatta fino ai giorni nostri. Ciò che vi si racconta, quindi, non è soltanto cosa da thriller medievale. Certo, c’è il divertimento; e c’è anche il gusto per l’intrattenimento di un pubblico che è pronto ad apprezzare tutte le astuzie narrative di genere (dal collaudatissimo escamotage del “manoscritto ritrovato” al cliché del tesoro scomparso). Come per Gregorio Eparco, però, anche per Malaguti il mandato è altro, e del tutto peculiare, oltre che attuale: salvare la tradizione, farcene apprezzare le movenze profonde, farla rivivere – “nella confusa caducità dei tempi presenti” (p. 194) – attraverso le complesse interazioni socio-culturali di cui essa si è sempre nutrita e da cui possiamo ancora abbeverarci, perché i suoi segni ci sono incredibilmente vicini. Se a questo fine serve essere lunghi, minuziosi, quasi lenti nel procedere, allora ben venga anche la mole di libri come questo: alle pietre angolari di un solido progetto narrativo può convenire una certa stazza; e in questa confidiamo anche per la tenuta dell’edificazione futura.

Una recensione (di Nicolò Menniti-Ippolito)

La presentazione del libro (alla libreria “Palazzo Roberti” di Bassano del Grappa)

Una “pillola” sulla caduta di Costantinopoli

Condividi:
 

Una leyenda del ‘rock and roll’ en 6 canciones (da elpais.com)

Condividi:
 

Los mejores libros de 2015 (da lavanguardia.com)

Condividi:
 

La caduta di Mourinho (da ultimouomo.com)

Condividi:
 

Racconti del reale di un intellettuale tra le nuvole (da doppiozero.com)

Condividi:
 

Il nuovo murales di Bansky, a Calais (da ilpost.it)

Condividi:
 

Come una foglia al vento (da carmillaonline.com)

Condividi:
 

La civiltà Laseica (da nazioneindiana.com)

Condividi:
 

Di questo amore non si deve sapere. La storia di Inessa e Lenin (da lankelot.eu)

Condividi:
 

Tat’jana è l’anziana balia dei Karin, nobili proprietari della sterminata ed eterna provincia zarista. L’azione comincia in pieno inverno, come in un film, con la partenza per il fronte dei due rampolli di famiglia: Jurij e Kirill. La vecchia balia li vede allontanarsi nella neve, al termine di una lunga festa notturna di commiato. È la prima guerra mondiale a portarli lontano, come era accaduto, in altri conflitti, per i loro antenati. Ma quello che sta accadendo è solo il presagio di eventi molto più grandi, travolgenti. Sia Nikolaj sia Elena, i due genitori, ne sembrano implicitamente ma intimamente convinti. Arriva la Rivoluzione, infatti, e la famiglia, costretta alla fuga verso Odessa, perde ogni cosa. Tat’jana – che è rimasta custode fedele della dimora avita e che assiste alla fredda esecuzione di Jurij, tornato miracolosamente dal fronte – decide di partire, nonostante l’età, e di correre in aiuto dei suoi amati padroni, portando con sé una preziosa collana. I Karin, così, riescono a partire per la Francia e a raggiungere Parigi, dove cominciano il loro esilio. La balia li segue e li accudisce, ancora, come sempre. Tuttavia si accorge che, in quell’Occidente tanto diverso, i suoi signori si muovono intontiti e disorientati, “come le mosche d’autunno, allorché, passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita”. Tutto è cambiato, dunque, anche per il destino di Kirill, del fratellino Andrej e della sorella Loulou, la giovane e bella principessina di questo glorioso ma decaduto casato. Tat’jana è l’unica che sa perché tutto è perduto, e perché lo è anche per lei: le radici sono rimaste nel gelo della madrepatria e non le rimane che cercarle, fino all’ultimo respiro, in una neve che, a Parigi, sia pur a dicembre, ancora tarda a venire.

Irène Némirovsky ha sempre scritto in francese. Le sue storie, però, sono memorabili come lo sono tutti i classici russi. E anche questo racconto lo è. Per la forza evocativa di alcune immagini: la camera della balia, l’atmosfera della notte silenziosa e imbiancata, gli ultimi drammatici momenti della vita di Jurij… Soprattutto, lo è per l’esemplarità assoluta della figura di Tat’jana, che è l’anima della tradizione, il corpo e il pensiero di qualcosa che è crollato per sempre, dissolvendosi nelle vene di un’Europa straniera, rimasta tale, in fondo, anche per l’Autrice. Della quale, in questo libro, c’è davvero molto. Non si tratta solo della fuga in nave dalla Russia divenuta sovietica o del difficile ambientamento nei quartieri borghesi di Parigi. Anche questa volta la Némirovsky ci offre una scheggia della sua autobiografia più intima, mescolata a quella, tragica e quasi infinita, di un mondo remoto e antico, divenuto improvvisamente inafferrabile, come se fosse condannato alla frammentazione e all’oblio, ma anche alla ricerca, ostinata, di una vita nuova, qualunque essa sia purché sia ancora vita. È una condizione ambigua, naturalmente: può essere di resa e nostalgia (come è per Elena), di fiducia e accettazione quasi fatua verso il presente (come è per Kirill e Loulou) o di tenace, ma vinta, speranza verso i segni e i luoghi della propria giovinezza e della propria cultura (come è per la vecchia balia). Come le mosche d’autunno riesce a rendere, a incarnare, questi sentimenti con rara efficacia. Ma quello che stupisce è la consapevolezza, altrettanto incombente, che il tempo e i suoi eventi sono sempre inarrestabili e che agli uomini non rimane che accettare di affrontare, ciascuno a suo modo, la battaglia per la sopravvivenza.

Recensioni (di Marina Monego; di Domizia Moramarco)

Condividi:
© 2026 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha